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Instagram “shadowban”: come evitare il ban delle foto dal nuovo algoritmo

Nelle settimane passate vi ho parlato dello shadowban. Che cos’è? Chi usa instagram sa bene che il social network fotografico già da tempo sta aggiornando l’algoritmo con cui le nostre immagini (e i video) vengono mostrati agli altri. Lo shadowban è quel fenomeno che riduce notevolmente la visibilità delle vostre immagini tra chi non segue il vostro account. Una bolla virtuale che rinchiude le vostre foto nel solo recinto dei followers.

Se nel precedente articolo (che vi linko qui) molto spazio avevo dato alle informazioni reperite dal web su siti specializzati, quello che state per leggere adesso è invece frutto di una mia personale ricerca basata sulla mia esperienza con l’app di Zuckerberg.

Chi mi segue sa che il mio, come quello di molti altri che fanno comunicazione, è un account business. Le ragioni per cui mi occorre un profilo di questa tipologia sono molteplici, e spesso esulano la narcisistica ragione di includere la dicitura “blogger” sotto al mio nome.

Un account business, infatti, a differenza di uno tradizionale, include tutta una serie di funzioni aggiuntive tra cui le statistiche, tracciando anche l’origine dei propri visitatori, e i link nelle stories, che spesso utilizzo per rimandarvi direttamente ad articoli come questo.

Per questo motivo trovavo già strano che molti siti specializzati consigliassero agli account business di ritornare al profilo tradizionale per uscire da questo fantomatico shadowban.

Comincio subito con le buone notizie: lo shadowban non riguarda l’account, ma solo la singola foto.

Come l’ho scoperto? Perché ho notato che, a dispetto del calo (ormai fisiologico) di like, alcune immagini continuano a riscuotere più successo di altre, il che suggerisce che il “blocco” non va ad incidere su tutto il profilo, ma soltanto su alcune foto che, classificate come “spammose” (che l’Accademia della Crusca mi passi il termine!) saranno “shadowbannate”.

Come faccio a saperlo?

Molti di voi avranno consultato il sito https://shadowban.azurewebsites.net che riportava un risultato senza dubbio fuorviante in merito al vostro stato e a quello delle vostre foto. Ma ieri, in modo del tutto casuale, sono inciampato su di un tool ben più affidabile, che compara le ultime dieci immagini del vostro profilo per capire se e quali immagini sono state effettivamente bannate.

Il link è questo qui, https://triberr.com/instagram-shadowban-tester

Dopo aver inserito il nick dell’account instagram che volete controllare, il sito farà una analisi degli ultimi dieci posto, dicendovi se tra questi ci sono delle foto shadowbannate, ovvero oscurate, e quali siano gli hashtag da eliminare.

Sembra infatti che instagram stia facendo una vera e propria battaglia per un uso più consapevole e attinente alle immagini. Se prima infatti era produttivo ricorrere a tutti e 30 hashtag consentiti, adesso bastano pochi, ma mirati hashtag, e augurarsi che la propria immagine sia abbastanza interessante da suscitare reazioni e like reali, che non siano più determinate dai BOT (gli automatismi) che prima invece il social consentiva.

Era mia abitudine, come forse anche la vostra, inserire tutta una lunga lista di hashtag nel primo commento dell’immagine, ma spesso così facendo si rischia di sceglierne alcuni che instagram considera spam, soprattutto se utilizzate programmi come Tag o’ matic, che se da un lato sono particolarmente utili per trovare spunti per quelli correlati e darvi qualche idea, dall’altro vi portano il rischio di utilizzare quelli che instagram ha invece segnalato come uso inappropriato.

Ragion per cui un altro consiglio è quello di usare gli hashtag con moderazione e pertinenza alle vostre foto.

Inutile inserire #sunnyday per una foto che magari ritrae un prato fiorito.

Un altro fattore da non sottovalutare è la qualità delle vostre immagini. Era un consiglio che mi faceva arrabbiare quando lo ritrovavo su altri siti, perché anche io peccavo forse un po’ di presunzione ritenendo che le mie immagini fossero qualitativamente valide. Ma mi è bastato fare un giro dello stream principale, per vedere che la competizione si fa sempre più dura, tra i professionisti del settore, le reflex e colori sempre più brillanti.

Evitate dunque foto troppo “filtrate”, a meno che voi non vogliate restituire una atmosfera specifica, ma inutile ricorrere ad un filtro vintage per una Ford Ka. La nuova moda, avrete notato, è quella di foto apparentemente naturali. Quindi giocate con i livelli, le curve, i contrasti, le saturazioni, i colori.

Se invece volete farvi notare per uno stile ben preciso, allora lavorate sulla vostra identità fotografica (queste invece le ragioni per cui io ho deciso di farlo), ma siate perfettamente riconoscibili nel marasma di immagini che quotidianamente vengono pubblicate.

Sembra banale suggerirlo, ma create una interazione con i vostri contatti. Non bisogna mai partire dalla presunzione di avere qualcosa e dare per scontato che ci sia un pubblico disposto ad ascoltare, perché quello dei social è un mondo dove ognuno dice cose più o meno interessanti. Sta dunque a noi saperci raccontare e destare interesse: fate domanderaccontate cosecreate un vostro personale “storytelling.

Infine ultimo suggerimento, ma non meno importante: una brutta foto non vale la pena di essere pubblicata. Se avete degli scatti che non vi convincono, utilizzateli al massimo per le vostre stories, così da tenere vivo il vostro account, senza però incidere sulla qualità del vostro lavoro. Non serve a niente documentare ogni singola portata del pranzo di Natale, o fotografare ogni anno il mare che fa da sfondo alle gambe nude al sole come wurstel.

Date importanza al contenuto delle vostre immagini così come alla loro forma, seguite le mode, ma non confondetevi con la massa. L’importante è sapersi distinguere.

È difficile emergere, soprattutto quando non ci sono agenzie che curino i vostri contenuti e vi suggeriscano strategie ben precise.

E in ultimo, ma non meno importante: INSISTETE, INSISTETE, INSISTETE.

Se volete seguirmi, il mio instagram è questo:

http://instagram.com/marianocervone

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ANNUNCI DI LAVORO: i sette tipi di cui non fidarsi

Come riconoscere un vero annuncio di lavoro da un perditempo qualsiasi? In un paese dove il tasso di disoccupazione giovanile è in costante crescita, quelle degli annunci di lavoro rientrano probabilmente tra le pagine più viste del web. Sono in migliaia i giovanissimi e non che sperano di occuparsi spulciando la giusta offerta in internet. Form da compilare, curriculum in PDF e lettere di presentazione sono gli strumenti per tentare di emergere tra tanti nomi con l’augurio, quantomeno, di una convocazione per un preliminare colloquio conoscitivo.

Titoli di studio, voti, esperienze pregresse, anni d’impiego. Si continua a riempire moduli in un meccanismo ciclico senza soluzione di continuità.

Ecco le principali tipologie di annuncio da cui guardarsi bene:

ANNUNCIO PARTICOLARMENTE VANTAGGIOSO

“Troppo bello per essere vero” è questa la frase che pronunciamo più spesso quando qualcosa ci appare sin troppo promettente, e probabilmente è così. Se nell’annuncio propongono un comodissimo lavoro telematico, da casa, con promesse di profitti ragguardevoli o anche solo particolarmente convenienti, allora quasi sicuramente dovrete acquistare degli utensili di lavoro o dei materiali, con dispendio di soldi, energie e un gran senso di frustrazione per avere guadagnato nulla o poco più.

MOTIVATI, VOGLIA DI CRESCERE E DI LAVORARE

Quante volte leggiamo questi requisiti tra gli annunci di lavoro. La ricerca di persone particolarmente motivate (leggasi “disperati”), con voglia di crescere (ovvero con partenza da -1) e voglia di lavorare (schiavitù aggratis). Questa tipologia di annuncio infatti quasi sempre non propone una reale posizione lavorativa, ma un ruolo indefinito, sottopagato o, molto più frequentemente, non pagato, che impiega il proprio tempo in un progetto con la speranza di un contratto concreto futuro o anche solo di un guadagno purché minimo, che puntualmente viene tradita o da una somma sin troppo forfettaria rispetto alla mole di lavoro svolto, o una immotivata gratuità per non aver raggiunto gli obiettivi prefissati.

IL COLLOQUIO IN MENO DI DODICI ORE

Spesso quando si invia un curriculum on-line è come spedire una sonda nello spazio, un puntino che si disperde in un universo di carte digitali, il cui arrivo potrebbe avvenire anche dopo mesi. Ma qualche volta dopo aver allegato il curriculum all’ennesima lettera di presentazione, potrebbe capitare di ricevere una telefonata anche in meno di dodici ore. Voci suadenti, entusiasmo e benefici in cambio di lavoro. Si parla di “impegno” e “lavoro serio” ma mai di un guadagno vero e proprio. Iscrizioni ad albi, tirocini, crediti formativi, attestati. Sono tante oggi le “scuse”, del tutto legali, che vi porteranno a svalutare il vostro lavoro accettando il sacrificio di lavorare gratis per una più “nobile causa”, spesso senza nemmeno il rimborso spese dei soli mezzi di trasporto e in alcuni addirittura casi senza nemmeno ricevere in cambio il beneficio promesso.

AL RAGGIUNGIMENTO DEGLI OBIETTIVI E PROVVIGIONI

Alcune categorie lavorative parlano di “obiettivi” e “provvigioni”, facendo scattare il minimo salariale alla sola stipula di un tot di obiettivi raggiunti, contratti firmati o clienti portati all’azienda, senza i quali il lavoro sarà stato tempo regalato gratuitamente a queste aziende. Se a tale formula è abbinata quella della “provvigione”, ovvero di una percentuale di guadagno sulla vendita effettuata o il contratto firmato, allora state pur certi che, ad eccezione per alcune isole felici abilissime nel raggiro verbale del cliente, i vostri soldi non li vedrete mai, con un senso di frustrazione crescente.

TRA I 18 E I 29 ANNI

Il governo Renzi da qualche anno ha elegantemente tolto il futuro ai meno giovani per regalarlo a giovanissimi che, grazie alla formula progetto giovani, si fanno sfruttare come schiavi fino al limite massimo della pena. Inutile inviare un curriculum se avete superato i 29 anni, al datore di lavoro non importa del master conseguito in Inghilterra nel 2000 o del Dottorato di Ricerca in Scienze dell’Astrofisica: se non avete meno di 29 anni, non potrà usufruire della formula che gli consente con quattro spicci di avere un lavoratore a tempo pieno pagandolo meno della metà di un part-time qualsiasi.

RIVOLTO AD AMBOSESSI

Per legge gli annunci di lavoro non possono discriminare il lavoratore soprattutto se per una questione di genere sessuale. Spesso però capita di leggere annunci in cui si cerca una segretariA specificando che l’annuncio è rivolto ad entrambi i sessi. Se siete maschietti, è inutile tentare, perché al lavoratore non importa che non avrete le vostre cose, non partorirete o chiederete la maternità, perché quello che cerca è una ragazza di bella presenza, preparata, che non avrà figli, non dovrà avere una vita sociale e dovrà essere completamente dedita al lavoro come Ingrid Bergman in Fiore di Cactus.

ANCHE PRIMA ESPERIENZA

Spesso le richieste delle aziende o dei singoli datori di lavoro sembrano impossibili: pretendono i massimi livelli di studio e una esperienza quantomeno decennale. Una combine impossibile per la maggior parte degli studenti che per conseguire un titolo di studio deve sgobbare tutta una vita. Ma a volte può capitare di leggere “anche senza esperienza”. Bisogna leggere con attenzione l’annuncio poiché spesso il raggiro è dietro l’angolo, approfittando della voglia di introdursi finalmente nel meraviglioso mondo del lavoro.