LIFESTYLE

“Sono diventata una persona più felice cancellando persone dai social. E non mi dispiace.”

In molti lo sanno: sono un fan della scrittrice Marie Kondo. Cerco di applicare ogni giorno il suo bestseller Il magico potere del riordino, ordinando la mia casa secondo i suoi suggerimenti, e avere un atteggiamento più positivo verso la vita.

Qualche giorno fa mi sono imbattuto in un suo articolo in cui parlava dei social, e delle persone di cui virtualmente ci circondiamo, che spesso ci amareggiano o ci rendono più tristi: quando leggiamo uno stato, quando guardiamo una foto, quando assistiamo a quelle frecciatine, tipiche dei social, di quelli che la mandano a dire senza avere il coraggio di parlarti apertamente. Con il risultato di entrare o in un vortice perverso di punzecchiature e pensieri negativi.

Qual è la soluzione? «Sono diventata una persona più felice cancellando persone dai social network. E non mi dispiace». Ha detto la scrittrice giapponese. Sì, perché bisogna eliminare queste persone per noi “negative” dal proprio feed. Che sia instagram o facebook, poco importa. Ma non bisogna riempire i propri stream virtuali con cose che ci rendono infelici.

Seguite solo persone che conoscete. Gli amici veri, la famiglia, le persone che sono per voi fonte di ispirazione, oppure blogger che postano che vi piacciono o meme che vi fanno ridere.

Essere selettivi con le persone che ci circondano è importante per la nostra salute e la nostra salvaguardia: «Quando mi rendo conto di quanto stessi già meglio quando non ho visto post di quel blogger che mi faceva alzare gli occhi o la foto di un mio ex che mi rattristava, ho capito di aver preso la decisione giusta» ha detto Marie Kondo si legge da Popsugar.

In un momento storico in cui la nostra vita si estende anche virtualmente attraverso i nostri social, bisogna fare attenzione dunque a selezionare persone che emanino un’energia positiva e cose belle da vedere: post delle vacanze degli amici, la famiglia, i genitori, influencer i cui outfits ci influenzano o persino personal trainer che ci spingono a migliorarci, perché: «I social media – dice Marie Kondo – non devono essere quel luogo tossico che tutti dicono che sia, ma bisogna essere disposti a fare il primo passo per far sì che sia davvero così».

Annunci
ART NEWS

I musei al tempo dei social, tra record e assurde censure. Ecco due storie da conoscere.

In tempi di social il successo di un museo si misura, probabilmente, non soltanto da quello degli ingressi, ma anche dal numero del follower. Le Gallerie degli Uffizi a Firenze si collocano sul gradino più alto di questo primato con 150.000 follower e una media di 3500 like per post e una ventina di commenti (il profilo ufficiale da seguire è questo @uffizigalleries.

Tra le opere più apprezzate l’arte italiana, la Venere di Botticelli, con 13.278 like, la Medusa di Caravaggio, che di cuori ne ha collezionati 9.827 e Giuditta decapitata da Oloferne dell’artista Artemisia Gentileschi con 9.496.

«Il successo globale del canale Instagram degli Uffizi – ha detto in merito Eike Schmidt, direttore delle Gallerie – è anche un successo di conoscenza, di educazione, perché ogni giorno proponiamo un’immagine delle collezioni e un’interpretazione storico-artistica, e spesso pure un brano di poesia del passato e del presente. Questa formula ha trovato tanti seguaci in tutto il mondo: è rigorosamente bilingue in italiano e in inglese, per tutte le età tutte e le generazioni, e infatti siamo il museo che cresce di più in tutto il mondo su Instagram».

Secondo un articolo pubblicato lo scorso anno dal Sole24Ore, il 52% dei musei italiani infatti è social. Sono sempre di più le realtà museali che comunicano la propria offerta, cercando di attrarre nuovi visitatori o creare un senso di fidelizzazione attraverso facebook, twitter, instagram. Ed è proprio instagram il social emergente, con 14 milioni di utenti (italiani) attivi al mese.

Ma per un museo che fa di instagram il suo punto di forza, un altro invece si lamenta di facebook. È una notizia di qualche giorno fa che le istituzioni culturali del Belgio hanno inviato una lettera aperta a Mark Zuckerberg, ceo di Facebook, per lamentarsi della censura.

Secondo le istituzioni belga infatti le nudità di Rubens, pittore fiammingo del XVII secolo, vengono automaticamente censurate e filtrate dal social network in base alle regole di pubblicazione contro i contenuti per adulti.

Il sito VisitFlander ha così diffuso un ironico video in cui le autorità dell’FBi (dell’intelligenza di facebook) invitano tutti i visitatori della House of Rubens ad Anversa che hanno almeno un profilo social a NON guardare i dipinti di Rubens per proteggerli dalle oscenità dei dipinti oggetto di censura del noto social network.

«Indecente – si legge nella lettera – è questo il modo in cui il seno, i glutei e i cherubini di Peter Paul Rubens vengono considerati, ma non da noi, bensì da voi. Potremmo riderci sopra, ma questa censura complica la vita degli attori culturali che vogliono far scoprire le opere dei maestri fiamminghi».

I firmatari di questa lettera aperta invitano il social network a trovare una soluzione al problema poiché, si legge, “Sfortunatamente la promozione del nostro patrimonio culturale unico non è più possibile sul social network più popolare” ha così chiuso Peter De Wilde, ceo di Visit Flander.

Nudità d’arte, capezzoli. Viviamo in un mondo così libero eppure così bigotto da censurare l’arte, senza distinguerla dalla becera pornografia. Un po’ come quando il presidente iraniano, Hassan Rohani, in visita in Italia, chiese di coprire alcune statue a suo giudizio oscene perché nude. Di questo passo i social finiranno, o finirebbero, per censurare anche gran parte della produzione artistica italiana: le Veneri molli e un po’ maliziose di Tiziano, la Fornarina di Raffaello, i nudi possenti di Michelangelo. Una censura, quella digitale, che fa balzare i social indietro di almeno cinque secoli. All’ora era il Concilio di Trento, convocato dalla Chiesa cattolica per arginare la riforma liberale di Martin Lutero, finì con il censurare anche opere di grande valore artistico. Una su tutte proprio il Giudizio Universale del Buonarroti, i cui ignudi furono rivestiti da Daniele da Volterra che, per questa operazione, si vedette etichettare con il soprannome di Braghettone.

È qui che stiamo ritornando? In un’epoca in cui il digitale non riesce a distinguere la bellezza dell’arte dalla pornografia gratuita?