INTERNATTUALE

Il primo appuntamento nell’era di internet: ecco com’è incontrarsi dopo la chat

Nell’era di internet il primo appuntamento è spesso il seguito di una primigenia conoscenza virtuale.

È un po’ come un colloquio di lavoro: superata la prima preselezione fotografica, con scatti dell’estate a Scauri dell’’85, il ritocco fotografico in stile Vogue, il filtrino instagram che trasforma anche i bruchi in farfalle, ha inizio quest’apparentemente confidenziale conversazione. Spesso via Skype, con tanto di webcam HD attiva, le luci giuste da far concorrenza a Barbara D’Urso e l’inquadratura mezzo-busto à la Lilli Gruber, per nascondere quella massa adiposa che non riusciamo a smaltire dal Natale del ’95 da nonna.

Una scheda del browser su Google e l’altra sul traduttore, per arricchire conoscenze e cultura in realtà inesistenti, fingendo di sapere chi sia un Lannister, che la squillo in Pretty Woman era Julia Roberts e non Lory Del Santo, o persino come salutare in swahili per fare bella figura. Insomma per inserire esperienze fittizie in un curriculum altrimenti vuoto.

E subito si parte con una sequela di domande che è sempre la stessa: “Che lavoro fai?”, “Da dove?”, “Che cerchi?”, “Che fai nel tempo libero?” al punto da non sapere se ti sei iscritto ad un sito di incontri o all’Istituto Nazionale di Statistica.

Dopo qualche ora di conversazione, ci si convince che l’interlocutore virtuale dall’altra parte dello schermo sia quell’anima gemella che la vita reale ci ha invece negato, così lanciamo il numero di telefono, tendando la fortuna come il giocatore ai dadi in un Casino di Las Vegas.

La preselezione è superata. Abbiamo un appuntamento che ha strappato il nostro sabato sera all’ennesima puntata di C’è Posta per Te.

Mentre sei in bagno ad estirpare anche l’ultimo bulbo pilifero come Anna Tatangelo le sopracciglia nel 2008, pregusti già l’attesa per questo nuovo volto D&G col corpo da intimo di Calvin Klein che ti parla dallo schermo.

È solo quando scendi in macchina che ti accorgi che il Gabriel Garko sembra più Gabriele Cirilli, che la Jessica Rizzo assomiglia a Jessica Fletcher, e che aveva, del tutto casualmente, dimenticato di dirti di avere dieci anni di più (che nella realtà sembrano almeno dodici e che di fatto sono quindici), mentre tu stai già maledicendo i loro amici fotografi che proprio non perdono il vizio di fare esperimenti con la reflex.

La serata prosegue stancamente, ricordando le ultime quindici uscite, mentre entrambi vi chiedete come mai siano finite più in fretta della carriera di Alberto Tomba nel cinema, quando scopri che crede che Colazione da Tiffany sia un libro di ricette di Benedetta Parodi e che quelle citazioni virtuali arrivavano in realtà da aforismi.it, strascicate tra gerghi dialettali, che giustificano quelle K su WhatsApp che fingevi di non notare.

È in quel momento che capisci che la tua era soltanto una proiezione mentale, e che chi ti sta parlando ha il quoziente intellettivo di Sara Tommasi.

Una serata tutto sommato come tante. Tu sei lì a fissare il volto del tuo interlocutore, e proprio mentre ti convinci che anche Barbra Streisand ha un suo fascino nonostante il nasone, che anche Kate Upton c’ha un filo di pancia, e saresti disposto a soprassedere persino su quei crateri, che eufemisticamente chiama rughe d’espressione, che il filtro “amaro” di instagram aveva nascosto come tasse all’Agenzia delle Entrate, arriva già la sentenza di Mister Braccino corto dell’83, che, con la stessa voglia di pagare di un portoghese a Genova, ti chiede di dividere il conto un attimo prima di dirti (onestamente, s’intende) “non sei il mio tipo”.

Sì, ‘sta divinità di instagram e ‘sto bidet (ignorante) coi capelli, ti ha appena liquidato, e adesso pare sia pure seccato di riaccompagnarti a casa, mentre tu maledici la tua superficialità, giurando a te stesso che è la prima volta che ti lasci abbindolare on-line da un foto che sembrava uno scatto del calendario Maxim.

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Ipnotizzati dagli smartphone come automi: il cartoon di Moby che fa riflettere

Navigando su facebook ho visto un video in bianco e nero cui faceva da colonna sonora un brano del film Il favoloso mondo di Amélie del 2001, Comptine d’un autre été: L’après-midi. Affascinato da questo cortometraggio ho voluto saperne di più, ed ho scoperto che si tratta in realtà del videoclip di Are You Lost In The World Like Me?, dell’artista americano Moby featuring The Void Pacific Choir, primo estratto dall’album These Systems Are Failing.

Un progetto di denuncia, che in realtà non ha riscosso molto successo, arenandosi nella parte centrale di molte classifiche e passando quasi totalmente inosservato.

E dire che il video avrebbe dovuto invece attirare molta attenzione: disegnato come un cartoon in bianco e nero degli anni ’40, il videoclip vede una società letteralmente ipnotizzata dagli smartphone. Uomini e donne che camminano come automi con lo sguardo assorto da un display di poco più di cinque pollici.

Una fotografia (è proprio il caso di dirlo) dei vizi che (in)consciamente fanno ormai parte del nostro vivere quotidiano.Se nel Medioevo al poeta-vate Dante bastava un solo sguardo per interagire per le strade di Firenze con la sua Beatrice, oggi gli risulterebbe più difficile, poiché probabilmente entrambi avrebbero gli occhi bassi sul telefono per controllare notifiche e social.

È un quadro inglorioso quello che dipinge Moby in questo suo lavoro discografico. Samo perennemente proiettati in un altrove che non corrisponde mai al luogo in cui ci troviamo, preferiamo spesso la presenza virtuale a quella reale degli amici con cui possiamo interagire, mentre le nostre emozioni diventano sempre meno sentite e più sintetiche, attraverso lo sterile uso di emojii che non riescono nemmeno lontanamente ad esprimere agli stati d’animo che veramente proviamo.

Tavole sempre più silenziose e sguardi fissi sui nostri onnipresenti dispositivi mobili: conversazioni via chat, selfie per (di)mostrare di essere felici, mentre siamo spesso più impegnati a fotografare una cena piuttosto che a guastarla davvero.

«Ti sei perduto in questo mondo come me?» si chiede arrabbiato un Moby, che diventa un bambino innocente dall’aria smarrita in questo suo cortometraggio.

Siamo più interessati a catturare il momento che non a viverlo pienamente.

Io stesso, qualche settimana fa, giunto per la prima volta nel Teatro San Carlo di Napoli, ho immediatamente avuto l’istinto di alzare lo smartphone e fotografarlo. Non ci ero mai stato e anziché godere della ricchezza di quel luogo, volevo fare qualche scatto. E anche dopo averlo visto incantato per qualche minuto, non ho resistito all’irrefrenabile impulso di “prenderne” un pezzo, pregustando già il momento in cui l’avrei condiviso sui miei canali social.

Facebook, instagram, twitter. Nella clip non c’è uno specifico riferimento ai social-networks, eppure sono proprio questi, inutile prendersi in giro, che hanno cambiato la nostra forma mentis, e ci danno la sensazione che “se non ci sei (on-line, s’intende), non esisti”.

Vite grigie, vacanze da incubo, e persone comuni con un filtro e qualche ritocco possono trasformarsi in vite da copertina, panorami da sogno, bellezze da calendario.

Realtà e finzione spesso si sovrappongono, così come la superficialità con cui scegliamo i nostri partner, passando dal romantico corteggiamento in voga fino alla fine del secolo scorso ad una sorta di casting on-line dove facilmente si passa al candidato successivo, basandosi esclusivamente su di una mera selezione estetica.

In pochi minuti Moby riesce ad affrontare anche il tema del bullismo, mostrando come un momento di divertimento può trasformarsi il giorno seguente in un motivo di scherno caricato on-line, calunnia contemporanea, di rossiniana memoria, che vola come un venticello di smartphone in smartphone.Un senso di solitudine, di vuoto e sconforto sta inghiottendo la nostra società come un buco nero. Persino Cenerentola, in questo nuovo immaginario collettivo, ha appeso le scarpette di cristallo al chiodo e passale sue giornate probabilmente a giocare a Candy Crash, mentre i genitori in sala parto sono più intenti a trasmettere in diretta il momento della nascita che non a godere dell’irripetibile momento di prendere in braccio il proprio figlio e ascoltare il pianto di chi indifeso viene alla vita.

Ogni cosa diventa un pretesto per fotografare, registrare, condividere, eppure ciò che riesce a generare un interesse telematico, paradossalmente crea indifferenza nella vita vera.

INTERNATTUALE

Viviamo in una società che non vuole crescere e invecchiare

Qualche giorno fa, in metropolitana, osservavo una ragazza: sedici anni circa, insieme alle sue amiche si scattava un selfie con la cosiddetta bocca “a culo di gallina”. Una smorfia simpatica a metà strada tra un broncio malizioso e un bacio. Mi è tornato in mente quando persino Laura Pausini su instagram aveva condiviso un’immagine simile alla soglia dei quarant’anni.

Così ho cominciato a riflettere sui comportamenti dell’uomo e sull’età.

Mi sono accorto che persino le donne di cinquant’anni oggi si pongono il problema di un like su facebook come metro di misura per piacere ad un uomo, mentre ci scattiamo foto così filtrate da renderci irriconoscibili, che se dovessimo sparire per Chi l’ha visto? sarebbero ca**i per ritrovarci.

Questa settimana Monica Bellucci su Vanity Fair ha detto di non temere il tempo che passa e che una donna oggi può essere bella anche a 70 anni. E a giudicare Jane Fonda, che di anni invece ne ha 80, è proprio così.

Ma è questo che ci sta accadendo? Viviamo in una società fluida senza tempo dove tutti ci sentiamo eternamente dei ragazzini?

È come se l’uomo volesse fermare la propria età al traguardo dei 30, anche quando quel giro di boa è ormai passato da un pezzo. Prendi Madonna, che continua a saltare giù (letteralmente) dal palco al pari di Lady Gaga o Ariana Grande a circa sessant’anni, quasi a voler continuamente affermare quel primato di mito incorporeo senza tempo; o Cher, che di tour dell’addio ne ha fatti almeno tre, per altrettante decadi, annunciando ogni volta di ritirarsi dalle scene per poi ritornare più photoshoppata e botulinica al grido di uno stagionato “Girl Power”.

Negli anni ’90 Isabella Rossellini ricevette una lettera di licenziamento da Lancôme nel giorno del suo quarantesimo compleanno: paradossalmente troppo vecchia per continuare a sponsorizzare una crema antirughe.

Ma oggi una donna a quarant’anni sembra (ri)vivere una piena pubertà. Lo sa bene forse Lory Del Santo che spesso sceglie partner più giovani o Nicole Kidman che a cinquant’anni suonati non disdegna scene di nudo o in lingerie sfoggiando un corpo filiforme e perfetto al pari di una ventenne.

Anche l’età matrimoniale si è notevolmente alzata, basti pensare che Kate Middleton per le sue nozze da favola ha aspettato i trent’anni, mentre sua suocera, Diana, negli anni ’80 di anni ne aveva appena venti quando sposò l’erede al trono d’Inghilterra, Carlo.

È guardando a questo grande esercito di Wonder Woman che non posso fare a meno di chiedermi se questi siano gli effetti dell’evoluzione della vita o di un’adolescenza che continua perdurare ben oltre l’età adulta, con l’illusoria convinzione che bisturi e computer possano donarci ormai un’eterna giovinezza.

Se Bette Davis in Eva contro Eva nel 1950 era considerata una donna di mezza età e quasi fuori gioco, oggi la vita ricomincia proprio a cinquant’anni. Persino i ruoli per un’attrice si fanno più interessanti con lo scorrere del tempo: l’ha dimostrato la francese Isabelle Huppert, che a sessantatré anni ha ricevuto la sua prima candidatura agli Oscar o la rossa Julianne Moore che la statuetta l’ha vinta a cinquantaquattro anni per il ruolo della linguista affetta da Alzheimer nel 2014.

Persino Maria Ripa di Meana dovrebbe rivedere il titolo della sua famosa biografia e aggiungere almeno altri dieci anni ai suoi primi quaranta, considerati allora il nuovo punto di partenza per una donna.

Anche su facebook il divario tra adolescenti e adulti si è ristretto, e genitori e figli si scoprono a condividere le stesse emozioni e gli stessi link. Sono i social a farci questo o hanno semplicemente reso il tutto più evidente?

Anche i maschi non sono da meno. Se è vero che l’uomo risente in minor misura del tempo che passa e con gli anni acquista in fascino ciò che perde in giovinezza (basti pensare a Sean Connery e Richard Gere), è altrettanto vero che in età matura c’è una voglia di ritornare ragazzini: divorzi improvvisi, compagne più giovani, voglia di paternità in età avanzata. Johnny Deep, dopo anni (non)matrimonio con Vanessa Paradis e due figli, sposa la giovanissima Amber Heard dalla quale si separerà appena due anni dopo.

Flavio Briatore nella sua vita si è affiancato a super top da tutto il mondo: da Naomi Campbell a Heidi Klum, per poi sposare la giovane Elisabetta Gregoraci a quasi sessant’anni.

Alcuni, al pari delle donne, ricorrono persino alla chirurgia plastica con risultati decisamente disastrosi: bocche siliconate, zigomi arcuati, pelle liscissima. Se sulle donne il ritocchino riesce ad avere comunque un plasticoso allure, sul maschio invece sortisce un de-virilizzante effetto che lo fa somigliare più a un manichino che a un vero uomo.

Questa voglia di regredire, di ritornare ad una prestanza fisica che va svanendo, non è solo un fenomeno fisico, ma anche mentale, imprigionando uomini e donne in un loop adolescenziale senza soluzione di continuità. Nel 40% delle cause di divorzio si dà la colpa a WhatsApp: tresche on-line, messaggi visualizzati senza risposta, chat clandestine che si autodistruggono su snapchat. I rapporti si fanno complicati tanto quanto i nuovi modi di comunicare, e ad ogni passo per esprimere virtualmente i propri pensieri e le proprie emozioni paradossalmente si ottiene l’effetto uguale e contrario di minare la comunicazione dal vivo e i rapporti reali.

Siamo andati ben oltre la chat e i siti di incontri dei primi anni 2000, vivendo sentimenti e situazioni che continuano ad alimentare l’anima infantile che è in ognuno di noi.

Un appiattimento mentale che non corrisponde all’anagrafica parabola discendente dell’uomo, che ci trasforma tutti in bambolotti e bamboccioni che non vogliono crescere ma, soprattutto, invecchiare.

INTERNATTUALE

Vivete in diretta sì, ma nella vita vera, no in un video su facebook

Mutuata dall’app Periscope, la nuova moda imperante in questo momento su facebook è senza dubbio quella del “video in diretta”. Lanciata già alla fine della scorsa primavera, questa nuova funzione è diventata trend soltanto a partire dall’estate, quando tutti, armati di smartphone, hanno cominciato a familiarizzare con l’occhio della telecamera e trasmettere “in diretta” dal posto in cui si trovavano in vacanza. Oltre il selfie, oltre il video pre-registrato, oltre lo stato e lo spesso ingiustificato motivo di dire ciò che si pensa.

La voglia di mostrarsi e (dire di) esserci è sempre più grande, e così si fa sapere agli altri cosa si sta facendo in quel momento, mostrandolo.

Video spesso fatti da soli, lontani da occhi indiscreti che possano scorgerci mentre parliamo con il telefono in mano cercando in vano di sembrare spontanei, e che trasudano di solitudine e voglia di attenzione.

Una nuova forma di esibizionismo, questa, spesso fondata sul nulla, che mostra soltanto la vacuità di monologhi monosillabici fondamentalmente inutili, rivolti ad una silenziosa platea virtuale cui interessa ancora meno, per di più stizzita dalle tante notifiche rosse che ogni giorno inondano il telefono cellulare e il proprio profilo facebook per segnalare che Tizio o Caio stanno trasmettendo ora in diretta.

Lo streaming è l’ultimo desolante e desolato tentativo della società contemporanea di affermare la propria presenza in una comunità che continua ad avere soltanto voglia di dire e ben poca di ascoltare, nell’affollata stanza virtuale dei social in cui tutti parlano con smanie di protagonismo ma sono in pochi quelli che riescono soprattutto a sentire l’altro.

Poca empatia, ma anche tanta solitudine. Si desidera ostentare un benessere psico-fisico che spesso non c’è, mostrando il panorama da sogno o la città figa con il monumento alle spalle, quando la sola cosa lampante in una persona che trova il tempo di riprendere se stessa per le strade del mondo, è quella malcelata disperazione che prova inutilmente a trovare consolazione in una lista per lo più di semplici contatti.

Già, contatti. Perché facebook, da oltre dieci anni ormai, ha totalmente inflazionato la parola “amicizia” che vola di bocca in bocca al primo “aggiunto” per caso con un touch distratto sul display del proprio tablet. “Siamo amici su facebook” si sente ripetere più spesso, come se questo bastasse da solo a creare un legame reale che spesso invece non va oltre qualche like o commento, verso quello che è fondamentalmente lo sconosciuto di turno.

facebook-live-video-streaming-celebritiesTrasmettiamo in diretta per lo stesso motivo per cui gli uomini primitivi scrivevano sulle pareti delle caverne, per dire di esserci stati, per raccontare una quotidianità fatta di niente, e un vuoto nel cuore che vorremmo riempire attirando l’attenzione di “quella persona”, rivolgendoci invece ad un popolo che non ci conosce e a cui interessa ancora meno farlo. Sconosciuti in una lista troppo ampia di nomi creata soltanto per appagare il nostro narcisismo, per promuovere la propria attività o pagina, senza però considerare veramente gli altri, asserendo, implicitamente, di essere migliori di quelli che abbiamo “tra gli amici”.

Un esibizionismo orizzontale che trasforma ognuno di noi in una telecamera puntata in confessionali di fortuna dove proviamo a comunicare senza il reale desiderio di dire qualcosa, ma solo la narcisistica voglia di farsi guardare e sperare di essere visti per come vorremmo e non per come siamo realmente.

Puntiamo il dito contro Tiziana C., che ha fatto l’errore di diffondere on-line un momento intimo della sua vita privata, ma non ci accorgiamo che ci rendiamo complici di questa pornografia del nulla, che toglie soltanto emozione e spontaneità ai nostri momenti, a quella vita che dovremmo vivere ogni giorno e non riprendere dal cellulare.

Un concerto da uno spalto troppo distante, una serata in discoteca in un gruppo di amici appaiati, una passeggiata per stradine scoscese e isolate. Si trasmette in diretta perché, in una società fatta soltanto di immagine, io ho qualcosa da dire che dire non è, nell’inutile tentativo di rendere interessante una vita scialba, che non vorrei vivere ma che riprendendo mi illudo che sembri migliore. Sì, perché si dice che i momenti felici non hanno foto, e probabilmente nemmeno video in diretta. E allora smettetela di riprendere la vostra vita come se foste Belén Rodriguez: vivete in diretta sì, ma nella vita vera, no su facebook.

INTERNATTUALE

Presuntuosi, superficiali e ignoranti: ecco com’è la generazione ’90 secondo twitter

Guardando la trasmissione dei Wind Music Awards ieri sera, ho commentato la serata lanciando nell’etere qualche tweet con l’hashtag ufficiale del programma, scatenando, evidentemente, le ire dei fan di Fabri Fibra con il commento seguente: «Percepisci il degrado di un paese quando passi dal cantautorato di Fabrizio De André al rap di Fabri Fibra».

Il mio non voleva di certo essere un raffronto di quelli che di fatto sono due generi completamente diversi, quanto una metafora musicale dettata dall’assonanza del nome di due cantanti di due generazioni e, soprattutto, due epoche diverse, che cantano, ognuno nel suo personalissimo modo, la società che si trovano a rappresentare nei loro testi.

Immediate le polemiche, prive di alcun fondamento esegetico-sociologico riferito al tweet, di chi, elegantemente, ha scritto testualmente di “non capirci un cazzo”, forte del fatto di essere donna e pertanto meritare rispetto a priori senza avere l’onere di doverne portare a propria volta.

Ciò che mi ha sorpreso non è tanto la pretesa sessista di essere rispettata, quanto l’arrogarsi il diritto di essere maleducata e volgare, e se a farlo è fondamentalmente una ragazzina che firma il suo nick con 92, presumibilmente la propria data di nascita, significa la sconfitta per un’intera generazione, che non ha alcuna coscienza né conoscenza della vita e per questo pensa di essere tenuta a non riconoscerla, e ad essere al contempo rispettata come se questo fosse un diritto ereditario acquisito.

Non un semplice scontro verbale tra tifoserie, quelle del cantautore Fabrizio De André e del rapper Fabri Fibra, ma quello di un’intera generazione, nata agli inizi degli anni ’90 che mostra poca educazione, una ostentata ignoranza generale e poca conoscenza della lingua italiana, di cui nemmeno si vergogna.

Una generazione che vive nel mito dell’eterna giovinezza, prolungata dai filtri di retrica e quelli di snapchat, e che considera “vecchi” tutti gli altri. Una (neo) gioventù bruciata immemore di un James Dean che probabilmente nemmeno conosce, che si arroga il diritto di essere maleducata e sgarbata, pretendendo ciononostante rispetto su basi del tutto inesistenti.

I post-adolescenti italiani di oggi, i ventenni, sono spesso ignoranti, e subiscono passivamente programmi televisivi quali reality e serie televisive trash, vantandosi della propria ignoranza.

I loro idoli sono Fabri Fibra, calciatori e “veline” di dubbio talento, generando fenomeni social con click sul computer che hanno soltanto l’inconscia capacità di guardare video su YouTube e spendendo giornate a commentare post su facebook.

Non distinguono un verbo essere da una congiunzione nemmeno per sbaglio, né adoperano correttamente il verbo avere, ma non per questo rinunciano a dire la loro, sbagliando, forti di quella gioventù cui continuano ad attingere, ignari che presto dovranno pagarne un salato conto.

Altri invece, come quelli che guardano il dito di chi invece indica loro la luna, hanno posto l’accento sui due generi musicali degli artisti, tentando goffamente di difendere il proprio idolo senza reali conoscenze, né tanto meno un’adeguata preparazione scolastica o un nutrito bagaglio di cultura personale. Si appigliano qua e là casualmente a ragionamenti vacui che non riescono a reggere, abbandonando stancamente la conversazione per mancanza di veri argomenti di cui interloquire.

L’italiano non solo non lo sanno scrivere correttamente, ma ne hanno anche una bassa comprensione del testo.

Queste generazioni, nate a metà degli anni ’90, e cresciute con le fiction sui boss di Garko o le puntate di Uomini e Donne, vivono beatamente nella convinzione di potersi atteggiare a “tronisti” facendosi foto allo specchio in abiti pacchiani in bagni sciatti o selfie con lo smartphone con bocche a culo di gallina, e pensano che basti un tatuaggio con carattere in Old English e una frase da cioccolatino per sentirsi fighi.

Ossessionati da idoli spesso senza talento, i loro tweet, quando non sono autoreferenziali come una campagna politica, oscillano tra l’acido e il demente, e si alternano a foto photoshoppate quanto quelle della D’Urso sulle copertine dei suoi libri. Si concentrano sul malessere di amori finiti o su rapporti malsani, trascurando tutto il resto.

Naturalmente è errato generalizzare, per fortuna ci sono oasi felici e ragazzi in gamba che sono un vero e proprio vanto per la propria generazione e per il nostro Paese, tuttavia molti altri corrispondono tristemente e amaramente a quello che è una vera e propria forma mentis, uno stile di vita che si tramuta in comportamento patologico.

È una fotografia desolata e desolante quella che emerge da twitter di questa generazione che venera cantanti che si chiamano come un anime giapponese e i One Direction, e che invece avrebbe potuto rappresentare il degno ricambio generazionale di chi ha già subito un’Italia avida, quel giusto riscatto che i “vecchi” non avranno mai.

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La (finta) Signora dei Quartieri Alti: ritratto semiserio di una realtà tragicomica

Nell’upper est side di ogni città c’è tutto un popolo di nuovi ricchi. Sono quelli che abitano la collina dei Quartieri Alti, da sempre quartiere-bene della città. Gente agiata, non nativa del posto, che vive in case di un discreto lusso, e che probabilmente si crede depositaria dei patrizi romani solo perché nel proprio palazzo c’è il portiere. E come gli antichi è fondamentalmente rimasta legata all’arcaica figura dello schiavo, quello che, una volta acquistato al mercato, gli deve devozione e obbedienza vita natural durante, adempiendo silenziosamente ai loro bisogni e irrazionali capricci senza nulla a pretendere.

A reggere questo gioco di immedesimazione sono soprattutto le (finte) Signore dei Quartieri Alti. Donne scialbe senza alcun talento, se non l’ingiustificata botta di culo di aver sposato l’uomo abbiente, quello “giusto”, che le mantiene. Si credono superiori solo per qualche proprietà fortuitamente loro intestata ai fini di aggirare il fisco e, forti delle loro “divisioni dei beni”, si credono in botti di ferro, così, con smanie à la Naomi Campbell, trattano il loro aiuto domestico con disprezzo. Perché la (finta) Signora dei Quartieri Alti la collaboratrice domestica ce l’ha, ma non vuole pagarla. Non tanto perché in realtà non può permettersela, quanto perché la ritiene una subalterna-e-basta, e deve renderle la vita difficile lamentando ogni cosa.

Sì, perché la (finta) Signora dei Quartieri Alti vive nella concezione di potersela tirare soltanto perché sfoggia delle tamarrissime scarpe Armani con logo in vista e piumino rigorosamente Moncler, perché lei quei quattro spicci non suoi li deve fa’ vede’, si deve capire subito che è una che i soldi ce li ha. La (finta) Signora dei Quartieri Alti parla con la puzza sotto al naso, come se avesse appena calpestato dello sterco di cavallo, e guarda il mondo che la circonda di sottecchi, con quell’occhietto disgustato un po’ a mezzaluna.

Millanta appuntamenti e cose da fare, quando il solo impegno della giornata è trasformare ossigeno in anidrite carbonica.

Ha l’appuntamento fisso dalla manicure e dal parrucchiere, e se ne va in giro con le unghie smaltate di bordeaux, la bocca arancio-alba-autunnale e il capello mogano, in acconciature laccate più rigide di una merda seccata al sole.

La (finta) Signora dei Quartieri Alti finge di interessarsi agli approfondimenti politici in TV e con quell’aria da radical chic si schiera a favore del proletariato, pulendosi la coscienza compilando un bollettino alla posta per adozioni a distanza di cui non sa nemmeno la collocazione geografica.

In realtà la (finta) Signora dei Quartieri Alti è soltanto una smunta casalinga di provincia, che passa le giornate a sfogliare riviste e seguire telenovelas in attesa della canasta del sabato con le amiche. Crede nell’autoaffermazione del sé, ma cerca gli agganci giusti per porre rimedio all’inettitudine di figli cresciuti nella bambagia.

Vecchia strappona botulinica o mummia rugosa non importa: tra le sue spese mensili c’è sempre la crema antiage filler-effetto-lifting, così come la bottiglia di Chanel COCO Noir in cui si immerge per lasciare la scia della sua ricchezza nei negozi in cui ostenta orgogliosa sotto al braccio la Louis Vuitton, quella finta, perché ricca sì, ma fino ad un certo punto…

Spesso solo diplomata, ha interrotto gli studi a metà non tanto perché non è capace di aprire un libro, quanto perché trova più comoda la cultura di seconda mano, quella della televisione di sinistra, con cui si rincretinisce quotidianamente, o dell’amico intellettualoide del marito a cena, che ripeterà ai tè con le amiche come il pappagallo Portobello con aria da diva.

Perché la (finta) Signora dei Quartieri Alti sa bene che ciò che conta è apparire, benché bastino trenta secondi appena, per capire che la sua non è vera cultura, ma una conoscenza mnemonica come la poesia che ripeteva da bambina ai parenti a Natale, e che la sua classe è pari a quella di Ezio Greggio vestito da donna a C’è posta per Te.

Care (finte) nobildonne dei quartieri alti, la classe non è una qualità ereditaria che vi viene trasmessa con il cambio di residenza. La vera classe si vede. Come la sua assoluta mancanza.

 

ARTICOLO GOLIARDICO, mera opera di fantasia scritta per strappare un sorriso al lettore. Personaggi e luoghi citati sono invenzioni dell’autore e hanno lo scopo di conferire veridicità alla narrazione. Qualsiasi analogia con fatti, luoghi e persone, vive o defunte, è assolutamente casuale.
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Sui social perdiamo la prospettiva di noi stessi

Se fino agli inizi degli anni 2000 avevamo bisogno dei reality per spiare le vite degli altri e dei pseudo-famosi, con la diffusione di facebook e di tutti i social, siamo noi ad esserci (in)consapevolmente trasformati in protagonisti di uno show virtuale. Post, foto, link, tag e video diventano strumenti di propaganda di un’immagine, la nostra, sempre più lontana dalla realtà. Sorrisi da Mentadent, volti da BB Cream e corpi statuari da fanghi d’alga Guam, aiutati da Photoshop, filtri e app per raggiungere una perfezione irreale. Persino il nostro pensiero è sintetico: si sfoggia una cultura in realtà inesistente, si ostenta un’arguzia fatta di citazioni di libri mai letti e di film mai visti. Una recita che, senza nemmeno accorgerci, si trasforma in un vero e proprio lavoro. E allora eccolo l’esercito di chi va in palestra passando più tempo a sollevare iPhone allo specchio che pesi al bilanciere, delle pseudo-modelle e starlette ritoccate fino al midollo che si credono Bianca Balti, di quelli che quando mangiano sushi si sentono food blogger o persino chi va ad una inaugurazione e si fa foto da tappeto rosso con fare da divo hollywoodiano. Perché, se “l’essenziale è invisibile agli occhi”, sovvertendo ogni logica, ciò che conta non è più quello che sei, ma chi dimostri di essere on-line.

Condividiamo link di sensibilizzazione contro la povertà, la violenza sulle donne, la difesa degli animali e l’ambiente per sentirci migliori. Ma siamo pronti all’invettiva, a scagliarci in acerrime diatribe verbalmente violente per un nonnulla, mentre nella vita vera, quella che spesso dimentichiamo, se un mendicante invoca la nostra pietas ci voltiamo con indifferenza dall’altra parte fingendo di non vedere.

Twittiamo cattiverie per aumentare follower e inventiamo esperienze lavorative, o vere e proprie professioni, per alzare la visualizzazione su LinkedIn.

Figli del qualunquismo protetti dall’anonimato e dalla discrezione dei display, trasformiamo le sedie dalle quali scriviamo in tribune politiche o sportive: onorevoli e CT della nazionale, teoricamente abili a risolvere problemi di cui in realtà sappiamo poco.

Foto-dipendenti, trasformiamo pranzi e cene di Natale in veri e propri reportage fotografici. Selfie-maniac dagli sguardi languidi e pose sensual. Per alcuni persino le espressioni del volto sono sempre le stesse, perpetuando una irrefrenabile voglia di farsi vedere pur non avendo nulla da mostrare. Gare di “like” e commenti per appagare un vacuo senso di vanità, la sensazione di sentirsi in cima alla piramide social(e). Importanti, ammirati. Alimentiamo un ego che ha sempre più fame di se stesso, e ci divora lentamente come un buco nero.

Sedicenti leader in un popolo, quello della rete, fatto per lo più di gregari, dove sono pochi quelli che riescono veramente a distinguersi, mentre la maggior parte segue stancamente ciò che fanno gli altri, in un replicato gioco di imitazioni in cui vince chi si sente più omologato alla massa. Lo faccio perché è “trendy”, come colorare le proprie immagini profilo a sostegno di cause di cui si conosce poco o nulla.

Nasce il cyberbullismo, la frecciatina via post, si ripetendo dinamiche nate sui banchi di scuola e che si perpetuano continuando a farci sentire dei liceali, con amici fidati e nemici giurati, prolungando un’adolescenza digitale che ritarda quel naturale passaggio all’età adulta, e perdendo la vera prospettiva di noi stessi.

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Il primo appuntamento nell’era di internet: ecco com’è conoscersi dopo la chat

Nell’era di internet il primo appuntamento è spesso il seguito di una primigenia conoscenza virtuale. È un po’ come un colloquio di lavoro: superata la prima preselezione fotografica, con scatti dell’estate a Scauri dell’’85, col ritocco fotografico in stile Vogue, o il filtrino instagram di turno con cui i bruchi diventano farfalle, ha inizio questo primo colloquio virtuale. Spesso via Skype, con tanto di webcam HD attiva, le luci giuste da far concorrenza a Barbara D’Urso a Pomeriggio Cinque e le inquadrature da notiziario televisivo per nascondere quella massa adiposa che non riusciamo a smaltire dal Natale del ’95 dalla nonna, e via. Una scheda del browser su Google e l’altra sul traduttore, per arricchire conoscenze e cultura in realtà inesistenti, fingendo di sapere chi sia un Lannister, che la squillo in Pretty Woman era Julia Roberts e non Lory Del Santo, o persino come salutare in swahili per fare bella figura. Insomma per inserire esperienze fittizie in un curriculum altrimenti vuoto.

E subito si parte con una sequela di domande che è sempre la stessa: “Che lavoro fai?”, “Da dove?”, “Che cerchi?”, “Che fai nel tempo libero?” al punto da non sapere se ti sei iscritto ad un sito di incontri o all’Istituto Nazionale di Statistica.

Dopo qualche ora di conversazione, ci si convince che l’interlocutore virtuale dall’altra parte dello schermo sia quell’anima gemella che la vita reale ci ha invece negato, così lanciamo il numero di telefono, tendando la fortuna come il giocatore ai dadi in un Casino di Las Vegas.

La preselezione è riuscita, abbiamo un appuntamento che ha strappato il nostro sabato sera all’ennesima puntata di C’è Posta per Te.

Mentre sei in bagno ad estirpare anche l’ultimo bulbo pilifero da zone non consone, come Anna Tatangelo con le sopracciglia nel 2008, pregusti già l’attesa per questo nuovo volto D&G col corpo da intimo di Calvin Klein che ti parla dallo schermo.

È solo quando scendi in macchina che ti accorgi che il Gabriel Garko sembra più Gabriele Cirilli, che la Jessica Rizzo sembra in realtà Jessica Fletcher, che aveva, accidentalmente ovvio, dimenticato di dirti di avere dieci anni di più (che nella realtà sembrano almeno dodici e di fatto sono quindici), e tu maledici i loro amici fotografi che non perdono il vizio di fare esperimenti con la reflex.

La serata prosegue stancamente, ripercorrendo le ultime quindici uscite, mentre entrambi vi chiedete come mai siano tutte finite più in fretta della carriera di Alberto Tomba nel cinema, quando scopri che crede che Colazione da Tiffany sia l’ultimo libro di Benedetta Parodi e che quelle citazioni virtuali arrivavano da aforismi.it, tra gerghi dialettali che giustificano quelle K su WhatsApp cui fingevi di non badare, e tu capisci che la tua era soltanto una proiezione mentale, e che chi ti sta parlando ha il quoziente intellettivo di Sara Tommasi.

Una serata tutto sommato come tante. Tu sei lì a fissare il volto del tuo interlocutore, e proprio mentre ti convinci che anche Barbra Streisand ha un suo fascino nonostante il nasone, e che persino la Bellucci c’ha un po’ di pancia, e sei disposto a soprassedere persino su quei crateri, che eufemisticamente chiami rughe, che il filtro “amaro” di instagram aveva nascosto come tasse non pagate all’Agenzia delle Entrate, arriva già la sentenza di Mister Braccino corto dell’83, che, con la stessa voglia di pagare di un portoghese a Genova, ti chiede di dividere il conto un attimo prima di dirti (onestamente, s’intende) “non sei il mio tipo”.

Sì, ‘sta divinità di instagram e ‘sto bidet (ignorante) coi capelli, ti ha appena liquidato, e adesso pare sia pure seccato di ritornare a casa con te, mentre tu ti maledici, giurando a te stesso che è la prima volta che ti lasci abbindolare on-line da un foto che sembra uno scatto del calendario Maxim.

INTERNATTUALE

I trentenni di oggi: ecco che fine ha fatto la (nuova) “generazione 1000 euro”

Cresciuta tra anime giapponesi e serial americani, la generazione nata a metà degli anni ’80 rappresenta i trentenni spaesati di oggi che non sanno quale strada prendere. Convinti di poter diventare qualsiasi cosa, si sono inconsapevolmente trasformati in un esercito di studenti universitari, figli di un’altra generazione cui quel diritto allo studio era stato negato, e adesso sono fuori corso ingabbiati in Facoltà spesso organizzate male, per ricevere un titolo che potrà al massimo arredare casa come un complemento IKEA.

Social media manager, PR, fotografi. I fortunati si cimentano in professioni improvvisate, seguendo l’andazzo di un mercato, quello del lavoro, saturo e traballante, alla perenne ricerca di nuove figure e un modo per reintegrare chi negli anni è stato rimpiazzato da un automatismo informatico-virtuale.

Si impara l’arte del sopravvivere senza troppe prospettive e possibilità. Tra questi una piccola élite di blogger, youtubers e instagrammers che, con fortuna, abilità e qualche “spintarella”, è riuscita a crearsi una attività in rete che, cavalcando l’onda del successo “social”, ha saputo trasformare in professione cinematografica, televisiva, editoriale: Willwoosh, Francesco Sole, Chiara Ferragni sono soltanto alcuni di questa cerchia di personaggi che hanno saputo attrarre l’attenzione della gente e dei media e fare dei loro contenuti veri e propri punti di riferimento per ridere, per motivarsi, per seguire la moda e le tendenze del momento.

Ma la maggior parte invece finisce, a dispetto di lauree, capacità e titoli di studio, per arrabattarsi facendo i camerieri, i baristi o finendo a servire panini nei fast food. Chi proprio non vuole arrendersi è costretto a fuggire: Germania, come i propri nonni e padri tra gli anni ’70 e ’80, ma, soprattutto, Inghilterra. È questa la nuova “terra promessa” degli italiani, dove spiaggiarsi come immigrati clandestini in cerca di dignità. Abbandonando case, famiglie, affetti, alla disperata ricerca di quelle opportunità che l’Italia proprio non riesce ad offrire.

Cervelli in fuga o manodopera sottopagata. È questo il binomio che caratterizza le due facce di una generazione senza futuro, certo, ma anche senza presente, imprigionata controvoglia in un limbo di eterni teenagers con i soldi in tasca che mamma e papà, mortificati, provano a dare incoraggiandoli a crederci ancora.

Derisi da un governo che dovrebbe concretamente pensare al futuro dei suoi cittadini, i giovani sono bollati come “Bamboccioni”, “Choosy”, “vigliacchi che fuggono”. I politici italiani, tra il faceto e l’ingiuria, giustificano così l’inefficacia del governo, mettendo un’etichetta sulla loro incapacità di operare concretamente contro una crisi che costringe spesso i (non più) ragazzi a vivere ancora a carico delle famiglie, sentendosi un peso e un senso di frustrazione, impotenti dinanzi all’impossibilità di interrompere un circolo vizioso senza soluzione di continuità, che li porterà ad arrendersi o partire.

Gli intraprendenti provano a mettere in pratica ciò che per anni hanno imparato su quei computer che si diffondevano a metà degli anni ’90, improvvisandosi professionisti provetti dei settori più disparati: grafici, fotografi, addetti stampa. Software, macchine semi-professionali e internet spesso consentono di raggiungere un buon livello, o quantomeno passabile, per una manciata di euro fino al prossimo lavoro occasionale, ledendo di fatto anche quella categoria di liberi professionisti che vede decrescere le commissioni per una manciata di spiccioli, con grande svalutazione economica del proprio operato.

Spulciare giornali e siti di job hunting si trasforma essa stessa in un vero e proprio lavoro. Consegnare curriculum a mano, elemosinando un posto, diventa inutile, l’immissione infatti si fa sempre più on-line, e inviare lettere di presentazione, PDF e mail è come lanciare una sonda spaziale nell’universo sperando che giunga a destinazione.

Grazie al “Progetto Giovani” il Governo Renzi ha sì fatto incrementare le assunzioni degli under 29, ma senza una reale garanzia sul futuro, danneggiando chi decide di farsi letteralmente sottopagare legalmente, lavorando ben oltre l’orario stabilito, e al contempo quei trentenni rimasti fuori da una fetta di mercato del lavoro, benché di fatto lavoro “nero”.

Generazione 1000 euro la chiamava Massimo Venier nel suo film omonimo del 2009, ritrovando in quella somma il massimo cui i giovani potevano ambire fino a qualche anno fa. Ma, tra crisi finanziaria e riduzioni dell’organico, anche quella cifra diventa un traguardo irraggiungibile, finendo, sempre più spesso, per lavorare per meno di 500 euro al mese tutto il giorno in un call center.

Diminuiscono le nascite e diventano più sporadici i matrimoni. Anche i sentimenti e la voglia di genitorialità sono provati dal caro fitti e mutui, che riducono i conviventi a coinquilini che si dividono le spese per andare avanti, o a restare eterni fidanzatini.

Il posto fisso è ormai un’utopia di pochi, e anche sottoporre la propria domanda di assunzione presso aziende pubbliche è come intraprendere un inutile iter di cui non si comprendono i criteri di valutazione, con bandi truccati e raccomandazioni dei soliti noti che scoraggiano persino il più meritevole, che, inesorabilmente, prepara le valigie sperando di trovare altrove ciò che qui gli è stato negato.

Insomma nel nuovo millennio persino fare il commesso da Feltrinelli si è trasformato in una vera e propria posizione cui ambire come anni fa lo era il posto in banca: sogni che cambiano di una generazione, tutta italiana, completamente alla deriva.