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Nell’Antica Pompei emerge il prezioso altare del culto dei Lari

Uno scorcio del Giardino Incantato rimerso a Pompei durante i lavori di scavo a ridosso di Porta Vesuvio

Continua a riservare grandi sorprese Pompei, la città sommersa dal Vesuvio, protagonista qualche settimana fa dell’ultimo speciale di Alberto Angela su raiuno. Sommersa dalla furia del vulcano campano nel 79 d.C., la città cominciò a riemergere solo nel XIX secolo grazie alle prime campagne di scavo borboniche.

Da allora sono emersi negli anni affreschi, mosaici e sculture che ci hanno restituito un’immagine più nitida che mai, facendone “la più viva delle città morte”.

Ultimo grande regalo che il Parco Archeologico di Pompei ci ha fatto è un altare per il culto dei Lari. Si tratta di spiriti protettori degli antenati defunti che, secondo la tradizione romana, vegliavano sulla famiglia.

Ce ne parla in anteprima esclusiva l’ANSA, dove è possibile vedere le prime immagini dello straordinario rinvenimento. Sull’altare è raffigurata anche una coppia di serpenti, un pavone e degli animali in lotta con un cinghiale.

La scoperta è stata fatta nella Regio V di Pompei, e rappresenta un vero e proprio “giardino incantato”, e si inserisce nel consolidamento dei lavori del Grande progetto Pompei: «Questi straordinari ritrovamenti che continuano a regalare grandi emozioni, rientrano nel più vasto intervento di manutenzione, quello della messa in sicurezza dei

Uno scorcio del Giardino Incantato rimerso a Pompei durante i lavori di scavo a ridosso di Porta

fronti di scavo – ha detto Massimo Osanna, direttore degli scavi – che sta interessando i circa 3 km di fronti che delimitano l’area non scavata di Pompei».

In linea con il gusto del tempo, interno ed esterno si confondono in una raffigurazione che porta la natura all’interno dell’antica domus, dove scorgiamo uccelli che volano, un pozzo, una grande vasca colorata e il ritratto di un uomo con la testa di cane, che ai più potrebbe ricordare il culto egizio di anubi: «Una stanza meravigliosa ed enigmatica – commenta Osanna – che ora dovrà essere studiata a fondo».

Il rinvenimento rappresenta ad oggi il più grande Larario del mondo romano, e presenta ancora i resti carbonizzati delle offerte fatte a queste divinità.

Nulla però è dato sapere su chi fosse il proprietario della opulenta domus romana, ma rappresenta senza dubbio un affascinante enigma per gli studiosi.

Le foto sono dell’ANSA, scattate per l’occasione da Ciro Fusco.

Qui il link per la gallery completa.

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L’Art Nouveau di Alphonse Mucha a Bologna fino al 20 gennaio

Inizia oggi, sabato 29 settembre, e si concluderà il prossimo 20 gennaio 2019, la grande retrospettiva dedicata ad Alphonse Mucha, uno dei massimi esponenti dell’Art Nouveau. L’imponente retrospettiva, che raccoglie ben 80 opere (di cui 27 esposte per la prima volta in Italia), trova spazio nelle sale settecentesche di Palazzo Pallavicini a Bologna, le stesse che nel 1770 accolsero l’enfant prodige Wolfgang Amadeus Mozart che vi si esibì appena quattordicenne.

manifesto per Gismonda, 1895

Curata da Tomoko Sato, la rassegna è organizzata dalla Mucha Foundation, e cercherà di offrire al visitatore uno sguardo inedito sulle opere e la poetica dell’artista, diventato famoso nella Parigi di fin-de-siècle.

Ceco di origine, Mucha è stato soprattutto un pittore, scultore, ma oggi lo definiremmo anche illustratore e maestro della comunicazione: nel corso della sua carriera infatti cartelloni teatrali per la diva Sarah Bernhardt e immagini pubblicitarie con donne eleganti, definendo quello che fu chiamato le style Mucha. Nato nel 1860, ha anticipato di quasi un secolo il concetto warholiano che coniugava arte, comunicazione e produzione in serie: «Sono stato felice di essere coinvolto in una forma d’arte destinata alla gente e non ai soli salotti eleganti – dirà lo stesso Mucha dei suoi cartelloni pubblicitari – Arte poco costosa, accessibile al grande pubblico e che ha trovato dimora nelle abitazioni più povere così come nei circoli più influenti».

Colorate e vivaci, le sue composizioni si sono sempre distinte per l’eleganza, e la capacità di mescolare grazia femminile alla bellezza della natura, non dimenticando mai motivi floreali, fitomorfi e riferimenti a mondi fantastici.

Questa mostra sembra particolarmente interessante perché pone al centro del percorso di visita la bellezza come aspetto teorico, indagandone ed eviscerando questo concetto nel corso delle sale espositive, raggruppate per argomenti tematici. Si susseguono così Donne-Icone e MuseLe Style Mucha-Un linguaggio visivoBellezza-Il potere dell’ispirazione.

Ad aprire il percorso di visita Gismonda, primo vero manifesto teatrale realizzato per l’attrice Bernhardt, che qui ricorda una dea bizantina, raffigurata quasi come su di un vetro di una cattedrale. È proprio da quel famoso 1 gennaio 1895 che Mucha ricevette molte lodi, la sua fama crebbe e gli furono commissionati molti cartelloni pubblicitari, e la stessa Bernhardt, colpita dal successo di quella raffigurazione, offrì all’artista un contratto per produrre tutte le scenografie e i costumi di scena, oltre che i manifesti, di tutte le sue produzioni teatrali.

Ma il suo non fu mai un lavoro statico, ma una perenne ricerca verso nuove forme, che questa mostra indaga, fino ai suoi studi per la decorazione dell’allora nuovo Municipio di Praga o il manifesto per la mostra Epopea Slava, che si tenne a Praga e Brno in occasione del decimo anniversario della nascita della sua Cecoslovacchia.

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A Cuma riemerge una tomba del II secolo a.C. perfettamente conservata

È una Campania ancora da scoprire, quella che qualche giorno fa ci ha restituito una spettacola tomba, oggetto di studio degli archeologi, rinvenuta nell’antica necropoli di Cuma, città ad ovest di Napoli.

A fare la scoperta Priscilla Munzi, ricercatrice del Centre Jean Bérard (CNRS – École française de Rome) e Jean-Pierre Brun, professore del Collège de France, che da quasi vent’anni lavorano all’interno del Parco Archeologico dei Campi Flegrei, sulla costa tirrenica, proprio di fronte all’Isola di Ischia.

Nuova tomba scoperta nel parco archeologico dei Campi Flegrei. Per gentile concessione E. Lupoli, Jean Bérard Centre (CNRS/École française de Rome)

Secondo le fonti storiche questa è considerata come la più antica colonia greca in Occidente, fondata dai greci provenienti da Eubea intorno alla metà dell’VIII secolo a.C.

Importantissima la scoperta di questa tomba, la cui datazione risale al II secolo a.C., le cui pitture conservano perfettamente la scena di un banchetto.

Tematica, quella del banchetto, che ritorna di frequente. Proprio nell’ambiente magnogreco vale ricordare la ben più nota Tomba del Tuffatore, risalente al 480 a.C., che alla raffigurazione del defunto che si tuffa idealmente nel mondo dei morti, vede affiancata scene simposiali con dieci uomini adagiati sui tipici triclini con aria festante.

Il simposio era un momento conviviale in cui solo gli uomini bevevano discorrendo, intrattenendosi in conversazioni colte, e che faceva seguito proprio al momento del banchetto.

Nuova tomba scoperta nel parco archeologico dei Campi Flegrei. Per gentile concessione E. Lupoli, Jean Bérard Centre (CNRS/École française de Rome)

Entrambi i momenti, quello del banchetto e quello del simposio, grande fortuna conoscono in ambiente etrusco, che adatta e fa propri questi modelli, rielaborandoli a seconda della sensibilità del contesto in cui erano recepiti, non è insolita la scena del banchetto, che ritorna anche nell’arte etrusca, i cui esempi più noti sono La tomba della Caccia e della Pesca e la Tomba del Frontoncino (entrambe a Tarquinia).

Una scoperta, quella di Cuma, che pone al centro l’importanza archeologica di quest’area, e che meriterebbe da parte delle amministrazioni locali, maggior attenzione per renderne più agevole la fruizione, con migliori collegamenti su gomma e una maggiore promozione, per quello che è un patrimonio unico al mondo.

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Tutte le mostre da non perdere della stagione d’arte 2018-2019

Messi da parte fenicotteri e infradito (o quasi), siamo pronti per gli impegni e, soprattutto, i grandi eventi culturali di questo autunno. Anche quello 2018-2019 si preannuncia come un calendario ricchissimo di mostre da non perdere, che da nord a sud animeranno la stagione culturale italiana.

Si comincia da Asti, il prossimo 27 settembre quando a Palazzo Mazzetti partirà CHAGALL Colore e magia. 150 opere di uno degli artisti più amati del XIX secolo, che arriva per la prima volta nel Comune di Asti, siglando una nuova sinergia con la società Arthemisia, dopo la tappa di Seul. Dipinti, disegni, acquerelli e incisioni saranno così visibili fino al 3 febbraio 2019.

E sempre più spazio e rilevanza acquista l’arte contemporanea nelle agende degli organizzatori, che quest’anno portano ben due mostre dedicate all’Artista contemporaneo per antonomasia, Andy Warhol. La prima, a Palazzo Albergati di Bologna, s’intitola Andy Warhol & Friends New York degli anni ’80, e dal prossimo 29 settembre fino al 24 febbraio 2019 vede 150 opere non solo dell’artista newyorkese ma di alcuni dei suoi più stretti amici, collaboratori e artisti influenzati dalla sua opera: da Francesco Clemente a Keith Haring, da Julian Schnabel a Jeff Koons.

La seconda mostra, intitolata semplicemente Andy Warhol, avrà invece sede nel complesso del Vittoriano a Roma dal 3 ottobre nell’Ala Brasini saranno esposti 170 lavori che cercheranno di riassumere la produzione artistica di Warhol. Dalle iconiche serigrafie dedicate ai personaggi del tempo alle Campbell’s Soup.

Ancora arte contemporanea, ancora New York. Nell’Ala Brasini del Vittoriano ci sarà anche Pollock e la scuola di New York dal 10 ottobre arriveranno importanti lavori del maestro dell’astrattismo dalle più prestigiose collezioni: dal Whitney Museum di New York: Jackson Pollock, Mark Rothko, Willem de Kooning, Franz Kline e tanti altri autori della scuola newyorkese.

Molto attesa al Palazzo delle Arti di Napoli la retrospettiva su ESCHER che dal 1° novembre al prossimo 22 aprile 2019. Oltre alle opere del noto incisore olandese ci sarà anche un’ampia selezione di lavori a lui ispirati che dalla pubblicità al cinema sono stati influenzati dalle sue visionarie grafiche.

Nelle Sale Palatine della Galleria Sabauda dei Musei Reali di Torino dal 16 novembre arriva invece Van Dyck Pittore Di Corte. 50 opere suddivise in quattro sezioni mostreranno al pubblico il prestigio di uno dei pittori più influenti d’Europa, che nel corso della sua opera ha ritratto principi, regine, sir e nobildonne del suo tempo.

Dopo lo straordinario successo di Caravaggio, a Palazzo Reale di Milano arriverà Picasso Metamorfosi. Dal 18 ottobre fino al prossimo 17 febbraio 2019 si indagherà l’origine dell’ispirazione del visionario artista spagnolo che ha rivoluzionato il mondo dell’arte. La rassegna, in cinque macro sezioni, indagherà quelle forme classiche che Picasso ha reinventato nella sua perenne ricerca della bellezza.

Al Museo della Permanente di Milano dal 4 ottobre al 30 gennaio 2019 arriva invece una immersive experience proprio su Caravaggio. Caravaggio esperienza immersiva è questo il titolo della mostra multimediale che proietterà il visitatore dentro i capolavori del maestro milanese cui è tributata per il secondo anno di seguito una rassegna. Cuffie bineurali, videomapping e proiettori daranno vita ai quadri dell’artista per realizzare una mostra “impossibile”.

Sempre a ottobre, ma dal 12, al Museo Civico Archeologico di Bologna arriva Hokusai, Hiroshige – Oltre l’onda, con disegni e immagini dei maestri giapponesi.

Tanti gli artisti, tanti gli stili, tante le epoche con cui alimentare la propria sede di cultura. Questi i primi appuntamenti da segnare nelle vostre agende di arte.

Ma continuate a seguire internettuale attraverso i canali social, continuate a seguirmi su instagram (@marianocervone) per prendere ispirazione e continuare a ricercare la bellezza.

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Le domeniche gratuite educano alla “cultura del museo”

Musei, ingressi gratis e abolizioni. È questo il tema del giorno tra gli amanti dell’arte, da quando il neo-ministro alla cultura, Alberto Bonisoli, ha suggerito dalla Biblioteca Nazionale di Napoli la possibilità di una abolizione degli ingressi al museo la prima domenica del mese.

Immediate le reazioni di chi, favorevole, pensa sia un bene questo cambiamento, come Cecilie Hollberg, direttrice delle Gallerie dell’Accademia di Firenze, che raggiunta da SkyTG24 ha lamentato anche la carenza di personale e l’enorme sforzo per sostenere flussi maggiori nelle giornate gratuite, a chi, come l’ex Ministro della Cultura, Dario Franceschini, autore di questa iniziativa, pensa che la loro eliminazione sia un grave errore.

E in effetti questo un grave errore lo sarà, o almeno lo sarebbe, visto che si pensa ad una eliminazione sì, ma dopo l’estate.

Ed ha anche corretto il tiro Bonisoli, che definisce fake news la voce di una abolizione totale delle domeniche gratuite, e che tiene a precisare di voler dare più autonomia e scelta alle singole realtà museali e parchi archeologici: «La gratuità nei #musei? – twitta – non solo resterà ma sarà aumentata. Questo è un nostro impegno» ha detto il ministro, allegando un video in cui ha spiegato di voler “adattare le regole alle singole specificità, perché Milano non è Pompei – aggiunge – e idealmente [la gratuità] sarà pure aumentata attraverso un’operazione di valorizzazione intelligente si riesca a rendere più fruibile quello che è il nostro enorme patrimonio».

Dati alla mano, l’introduzione delle domeniche al museo, dal 2014, ha contribuito ad una crescita dei musei di oltre il 50%, con un grande ritorno di immagine e l’avvicinamento di persone all’arte tradizionalmente lontane dall’ambiente museale.

Da nord a sud sono tanti quelli che intendono mantenere attivo l’accesso gratuito. Da Giuseppe Sala, sindaco di Milano, che intende andare avanti per la gioia di vedere così tanti visitatori nei musei milanesi, al sindaco di Ercolano, Ciro Buonajuto, che ha detto: «Grazie alla Domenica al Museo, negli ultimi tre anni e mezzo migliaia di famiglie hanno potuto scoprire Ercolano».

Secondo una prima analisi effettuata dall’AGI oggi, nel quinquennio successivo all’introduzione delle domeniche gratuite ad opera del ministro Franceschini, i visitatori dei musei sono cresciuti del 53%, con una crescita dei visitatori totali paganti del 36,4%.

È vero, potrebbero essere molti altri i fattori e le concause che hanno portato a questo esponenziale aumento dei flussi, perché correlation doesn’t imply causation, però va riconosciuto a questa riforma il merito di aver avvicinato gli italiani al loro straordinario patrimonio artistico.

E, numeri alla mano, un merito Franceschini ce l’ha davvero. Se si considerano tutti gli altri casi che danno diritto ad entrare gratis (età, insegnanti, giornalisti, studenti d’arte ecc.) chi ha usufruito dell’accesso gratuito ai musei è comunque una quota minoritaria rispetto a chi avrebbe già diritto ad un accesso omaggio e, a fronte dei 10.9 milioni di ingressi gratuiti nella prima domenica del mese, di fatto solo 3.5 milioni hanno effettivamente beneficiato dell’esenzione del biglietto.

Insomma un piccolo specchietto delle allodole, potremmo bonariamente definirlo, che ha contribuito finora ad una maggiore fruizione dei musei e dei luoghi d’arte, e ha saputo rendere più vicine e vive opere di inestimabile valore, e luoghi che nell’immaginario collettivo sono spesso percepiti come antiquati e polverosi, contribuendo invece alla loro scoperta, e incentivandone la visita anche nel corso dell’anno, pagando.

Sì, perché è questo che ha fatto Dario Franceschini, ha implicitamente educato gli italiani alla “cultura del museo”, che è diventato una più che valida alternativa allo scialbo giro nel centro commerciale del fine settimana. E se è giusta l’osservazione di chi pensa che non sia necessariamente questo il target di visitatore medio da attrarre, è altrettanto vero che una visita al museo, gentilmente offerta dallo stato italiano, (di)mostra che c’è un mondo altro, e può rappresentare un input alla crescita della persona, al suo benessere psicofisico, alla sua formazione culturale, e può senza dubbio alimentare quel sacro fuoco di una passione che ti accompagna tutta la vita.

TELEVISIONE

Il genio indiscusso di Picasso nella serie del National Geographic

Lo so, lo so, in questi giorni vi sto parlando tanto di cinema e televisione. Ma in attesa dei grandi eventi culturali d’autunno, e delle mie prossime scoperte e visite di cui scriverò nei prossimi giorni, volevo parlarvi di Picasso. No, non il pittore, o almeno non solo.

Da qualche giorno sono letteralmente addicted della seconda stagione di Genius, incentrata, appunto, sulla figura di Picasso. Una serie antologica prodotta da National Geographic, e andata in onda proprio sul network del noto magazine scientifico quest’anno. Se la prima serie ha visto Geoffrey Rush nei panni di Albert Einstein, la seconda serie invece ha visto il debutto televisivo di Antonio Banderas nei panni del noto artista spagnolo in età adulta.

Antonio Banderas in Genius

In dieci puntate si ripercorre non soltanto la vita dell’artista che ha segnato con i suoi quadri l’arte del XX secolo, ma anche le fasi più importanti dell’evoluzione della stessa arte. I mecenati che l’hanno scoperti, i galleristi che hanno acquistato i suoi dipinti, i primi esperimenti cubisti e la loro accoglienza nei salotti intellettuali del tempo.

Una serie che intrattiene, appassiona, e restituisce il tormento della creatività dietro la genialità di chi ha avuto il coraggio di rompere con la tradizione pittorica del passato, scomponendo la prospettiva, a lungo ossessione degli artisti, scomponendo l’uso dei colori, delle forme, della realtà stessa.

Bellissimi i momenti di creazione di alcune delle opere più famose, come Les demoiselles d’Avignon e Guernica, manifesti di una rottura con il passato e strumenti di ribellione anche contro la politica.

Molto bello il cast, che vede affiancate a Banderas attrici quali la francese Clémence Poésy, volto noto ai fan della saga di Harry Potter (ma recuperate il suo Guerra e Pace del 2007 con il nostro Alessio Boni), che qui interpreta Françoise Gilot, compagna di Picasso dagli anni ’40 agli anni ’50, la britannica Samantha Colley, che dà anima e corpo a Dora Maar, una delle muse (e amanti) dell’artista. Da segnalare, nei panni dello scrittore Max Jabo, l’attore T.R. Knight, noto soprattutto per il suo ruolo di George O’Malley nella serie Grey’s Anatomy.

La seconda stagione di Genius fa la gioia di chi come me ama la storia dell’arte, e ama quelle biografie di uomini straordinari che con la tenacia, il talento e la genialità hanno avuto la forza di credere in se stessi e realizzare un sogno. Quello di diventare geni indiscussi.

ART NEWS

Storia della Cappella dei Pontano. Il 5 luglio 2018 a Napoli

La Cappella dei Pontano a Napoli è uno dei gioielli dell’architettura rinascimentale italiana. Se a questo si aggiunge che si trova proprio nel cuore del centro storico della città, patrimonio dell’UNESCO, allora si comprende perché parliamo di questo monumento implicitamente riconosciuto dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura.

Posta tra Via dei Tribunali e l’antica Via del Sole, questo piccolo tempio sorge proprio su quello che era il decumano maggiore dell’antica Neapolis, dove si erige la Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta.

Completata proprio nell’anno della scoperta delle Americhe, nel 1492, è stata fortemente voluta dall’umanista naturalizzato napoletano Giovanni Pontano, originario di Perugia, che fu a servizio dei sovrani di aragonesi nella capitale del Mezzogiorno, prima con Alfonso Duca di Calabria, poi con Alfonso II di Napoli.

La scelta del luogo non fu casuale, poiché si trovava proprio a due passi dalla casa dell’umanista napoletano, dove oggi sorge la Scuola Diaz.

Pontano volle dedicare questo monumento alla Vergine e a San Giovanni Evangelista, per dedicarla alla memoria della moglie, Adriana Sassone, morta il 1 marzo del 1490.

Incerta l’attribuzione del disegno, che vorrebbe tra gli architetti Andrea Ciccione (forse artefice anche della Chiesa di Sant’Anna dei Lombardi a Napoli), Giovanni Giocondo, il più probabile, anch’egli proprio a servizio degli aragonesi (e attivo nel cantiere della Villa di Poggioreale) o Francesco di Giorgio Martini, con il quale invece si noterebbero delle analogie con i capitelli con foglie d’acanto della Chiesa di Santa Maria delle Grazie a Crotone.

La cappella è stata restaurata poi tre secoli dopo per volontà di Carlo di Borbone, nel 1792.

Dall’esterno appare come un blocco unico di piperno grigio, ed è ad oggi un modello di eleganza e purezza stilistica.

La facciata è decorata da lesene e capitelli.

Sia le facciate esterne che quelle interne presentano delle antiche iscrizioni latine e greche, tipiche della cultura dell’epoca, con motti e detti classici, che inducono alla virtù e all’elevazione dello spirito umano.

Le otto grandi epigrafi interne esprimono invece il dolore per la perdita della moglie e dei figli.

Di grande interesse (riproposto da me più volte sul mio canale instagram il pavimento maiolicato, che riproduce stemmi e motivi decorativi, riproducendo tra l’altro il nome latino della moglie, Adriana Saxona.

Sull’altare maggiore si trova invece l’affresco di una Madonna col Bambino e i santi Giovanni Battista e Giovanni Evangelista forse di Francesco Cicino, coevo autore vissuto tra il XV e il XVI secolo.

Sapevate che questo gioiello poteva essere distrutto?

Se vi interessa approfondire la storia, non solo artistica, di questo pregiato monumento napoletano, l’appuntamento è per il 5 luglio 2018 alle ore 19.00 nell’adiacente Cappella del Santissimo Salvatore, a ridosso della Chiesa della Pietrasanta in Piazzetta Pietrasanta a Napoli, in Piazzetta Pietrasanta 17 – 80138 Napoli.

Dove il Dottor Raffaele Iovine, Presidente della Fondazione Pietrasanta, insieme a Gianpasquale Greco e Lucio Carlevalis, con la partecipazione di Monsignor De Gregorio, ne ripercorreranno non solo la storia, ma ricorderanno anche un episodio poco conosciuto della storia dell’arte.

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Napoli: la Cappella di Santa Maria dei Pignatelli restituita alla città dopo mezzo secolo

Chiusa al pubblico da oltre mezzo secolo, la Cappella Pignatelli è finalmente restituita al pubblico. Già inserita nel calendario di eventi del Maggio dei Monumenti appena concluso, questa chiesa, situata proprio tra Piazzetta Nilo e Via San Biagio dei Librai a Napoli, apre le sue porte grazie ad un restauro e, soprattutto, alla volontà di recupero dell’Università partenopea Suor Orsola Benincasa.

Divenuta negli anni persino un deposito di sedie, la cappella entra adesso nel progetto Centro Storico di Napoli-Sito Unesco, che la riporta così all’originario splendore.

La Cappella di Santa Maria dei Pignatelli, questo il nome completo, fu costruita nel XIV secolo per la famiglia Pignatelli di Toritto, come cappella privata annessa all’omonimo palazzo. Restaurata e ampliata tra il 1477 e 1736, vede i suoi interni affrescati nel XVIII secolo da Fedele Fischetti, pittore, tra l’altro della Reggia di Capodimonte e del Palazzo Reale a Napoli. Il pittore napoletano realizza l’Assunta sull’altare maggiore.

Al suo interno, a sinistra, c’è il sepolcro di Carlo Pignatelli, realizzato dallo scultore Angelo Aniello Fiore.

Sull’altare della cappellina c’era anche un dipinto dello spagnolo Bartolomè Ordonez, oggi posto nel Museo di Capodimonte.

L’Università Suor Orsola Benincasa è divenuta proprietaria dell’immobile negli anni ’90, a seguito di una donazione della famiglia Pignatelli.

Il restauro è stato reso possibile grazie al finanziamento europeo del Grande Progetto Centro Storico di Napoli-Sito Unesco, attuato dal Comune di Napoli.

La cappella sarà finalmente restituita al pubblico lunedì 25 giugno alle ore 18.00, quando, dopo cinquant’anni d’oblio, potrà avere inizio una nuova vita per questo piccolo gioiello rinascimentale.

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Ritrovata la testa dell’Afrodite di Doidalsas nel Parco di Ostia Antica

Come molti, ho trascorso il sabato sera a guardare Ulisse. Contrariamente a quanto il mio profilo instagram possa suggerire, il mio weekend l’ho trascorso in compagnia di Alberto Angela, che ha realizzato una bellissima puntata (prima di due) su Roma e sul sottosuolo romano. Nell’episodio, che vi linko qui nel caso ve lo foste perso, si faceva riferimento a quante sorprese può ancora riservare il sottosuolo.

A giudicare dalla scoperta di qualche giorno fa c’è da dire che è proprio vero.

Venerdì scorso è stata rinvenuta infatti una testa di Afrodite sepolta dal terreno all’interno del Parco Archeologico di Ostia Antica.

Immediatamente, data l’acconciatura dei capelli, si è pensato a Afrodite di Doidalsas o comunque ad una musa. A ipotizzarlo sono state le archeologhe Mariarosaria Barbera, direttrice del Parco, e Cinzia Morelli, senza escludere nessun’altra possibilità.

Se l’ipotesi fosse confermata, si tratterebbe dell’opera dello scultore del III secolo a.C., che avrebbe ritratto la dea al bagno, con capelli raccolti sulla sommità del capo e uno chignon appoggiato sulla nuca.

Potrebbe naturalmente trattarsi di una replica di età romana del celebre modello greco cui si è ispirato l’artista.

Il fortuito ritrovamento è avvenuto a seguito di ordinari lavori di manutenzione nei terreni di riporto di epoca post-classica.