ART NEWS

Tutte le mostre da non perdere della stagione d’arte 2018-2019

Messi da parte fenicotteri e infradito (o quasi), siamo pronti per gli impegni e, soprattutto, i grandi eventi culturali di questo autunno. Anche quello 2018-2019 si preannuncia come un calendario ricchissimo di mostre da non perdere, che da nord a sud animeranno la stagione culturale italiana.

Si comincia da Asti, il prossimo 27 settembre quando a Palazzo Mazzetti partirà CHAGALL Colore e magia. 150 opere di uno degli artisti più amati del XIX secolo, che arriva per la prima volta nel Comune di Asti, siglando una nuova sinergia con la società Arthemisia, dopo la tappa di Seul. Dipinti, disegni, acquerelli e incisioni saranno così visibili fino al 3 febbraio 2019.

E sempre più spazio e rilevanza acquista l’arte contemporanea nelle agende degli organizzatori, che quest’anno portano ben due mostre dedicate all’Artista contemporaneo per antonomasia, Andy Warhol. La prima, a Palazzo Albergati di Bologna, s’intitola Andy Warhol & Friends New York degli anni ’80, e dal prossimo 29 settembre fino al 24 febbraio 2019 vede 150 opere non solo dell’artista newyorkese ma di alcuni dei suoi più stretti amici, collaboratori e artisti influenzati dalla sua opera: da Francesco Clemente a Keith Haring, da Julian Schnabel a Jeff Koons.

La seconda mostra, intitolata semplicemente Andy Warhol, avrà invece sede nel complesso del Vittoriano a Roma dal 3 ottobre nell’Ala Brasini saranno esposti 170 lavori che cercheranno di riassumere la produzione artistica di Warhol. Dalle iconiche serigrafie dedicate ai personaggi del tempo alle Campbell’s Soup.

Ancora arte contemporanea, ancora New York. Nell’Ala Brasini del Vittoriano ci sarà anche Pollock e la scuola di New York dal 10 ottobre arriveranno importanti lavori del maestro dell’astrattismo dalle più prestigiose collezioni: dal Whitney Museum di New York: Jackson Pollock, Mark Rothko, Willem de Kooning, Franz Kline e tanti altri autori della scuola newyorkese.

Molto attesa al Palazzo delle Arti di Napoli la retrospettiva su ESCHER che dal 1° novembre al prossimo 22 aprile 2019. Oltre alle opere del noto incisore olandese ci sarà anche un’ampia selezione di lavori a lui ispirati che dalla pubblicità al cinema sono stati influenzati dalle sue visionarie grafiche.

Nelle Sale Palatine della Galleria Sabauda dei Musei Reali di Torino dal 16 novembre arriva invece Van Dyck Pittore Di Corte. 50 opere suddivise in quattro sezioni mostreranno al pubblico il prestigio di uno dei pittori più influenti d’Europa, che nel corso della sua opera ha ritratto principi, regine, sir e nobildonne del suo tempo.

Dopo lo straordinario successo di Caravaggio, a Palazzo Reale di Milano arriverà Picasso Metamorfosi. Dal 18 ottobre fino al prossimo 17 febbraio 2019 si indagherà l’origine dell’ispirazione del visionario artista spagnolo che ha rivoluzionato il mondo dell’arte. La rassegna, in cinque macro sezioni, indagherà quelle forme classiche che Picasso ha reinventato nella sua perenne ricerca della bellezza.

Al Museo della Permanente di Milano dal 4 ottobre al 30 gennaio 2019 arriva invece una immersive experience proprio su Caravaggio. Caravaggio esperienza immersiva è questo il titolo della mostra multimediale che proietterà il visitatore dentro i capolavori del maestro milanese cui è tributata per il secondo anno di seguito una rassegna. Cuffie bineurali, videomapping e proiettori daranno vita ai quadri dell’artista per realizzare una mostra “impossibile”.

Sempre a ottobre, ma dal 12, al Museo Civico Archeologico di Bologna arriva Hokusai, Hiroshige – Oltre l’onda, con disegni e immagini dei maestri giapponesi.

Tanti gli artisti, tanti gli stili, tante le epoche con cui alimentare la propria sede di cultura. Questi i primi appuntamenti da segnare nelle vostre agende di arte.

Ma continuate a seguire internettuale attraverso i canali social, continuate a seguirmi su instagram (@marianocervone) per prendere ispirazione e continuare a ricercare la bellezza.

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ART NEWS

Le domeniche gratuite educano alla “cultura del museo”

Musei, ingressi gratis e abolizioni. È questo il tema del giorno tra gli amanti dell’arte, da quando il neo-ministro alla cultura, Alberto Bonisoli, ha suggerito dalla Biblioteca Nazionale di Napoli la possibilità di una abolizione degli ingressi al museo la prima domenica del mese.

Immediate le reazioni di chi, favorevole, pensa sia un bene questo cambiamento, come Cecilie Hollberg, direttrice delle Gallerie dell’Accademia di Firenze, che raggiunta da SkyTG24 ha lamentato anche la carenza di personale e l’enorme sforzo per sostenere flussi maggiori nelle giornate gratuite, a chi, come l’ex Ministro della Cultura, Dario Franceschini, autore di questa iniziativa, pensa che la loro eliminazione sia un grave errore.

E in effetti questo un grave errore lo sarà, o almeno lo sarebbe, visto che si pensa ad una eliminazione sì, ma dopo l’estate.

Ed ha anche corretto il tiro Bonisoli, che definisce fake news la voce di una abolizione totale delle domeniche gratuite, e che tiene a precisare di voler dare più autonomia e scelta alle singole realtà museali e parchi archeologici: «La gratuità nei #musei? – twitta – non solo resterà ma sarà aumentata. Questo è un nostro impegno» ha detto il ministro, allegando un video in cui ha spiegato di voler “adattare le regole alle singole specificità, perché Milano non è Pompei – aggiunge – e idealmente [la gratuità] sarà pure aumentata attraverso un’operazione di valorizzazione intelligente si riesca a rendere più fruibile quello che è il nostro enorme patrimonio».

Dati alla mano, l’introduzione delle domeniche al museo, dal 2014, ha contribuito ad una crescita dei musei di oltre il 50%, con un grande ritorno di immagine e l’avvicinamento di persone all’arte tradizionalmente lontane dall’ambiente museale.

Da nord a sud sono tanti quelli che intendono mantenere attivo l’accesso gratuito. Da Giuseppe Sala, sindaco di Milano, che intende andare avanti per la gioia di vedere così tanti visitatori nei musei milanesi, al sindaco di Ercolano, Ciro Buonajuto, che ha detto: «Grazie alla Domenica al Museo, negli ultimi tre anni e mezzo migliaia di famiglie hanno potuto scoprire Ercolano».

Secondo una prima analisi effettuata dall’AGI oggi, nel quinquennio successivo all’introduzione delle domeniche gratuite ad opera del ministro Franceschini, i visitatori dei musei sono cresciuti del 53%, con una crescita dei visitatori totali paganti del 36,4%.

È vero, potrebbero essere molti altri i fattori e le concause che hanno portato a questo esponenziale aumento dei flussi, perché correlation doesn’t imply causation, però va riconosciuto a questa riforma il merito di aver avvicinato gli italiani al loro straordinario patrimonio artistico.

E, numeri alla mano, un merito Franceschini ce l’ha davvero. Se si considerano tutti gli altri casi che danno diritto ad entrare gratis (età, insegnanti, giornalisti, studenti d’arte ecc.) chi ha usufruito dell’accesso gratuito ai musei è comunque una quota minoritaria rispetto a chi avrebbe già diritto ad un accesso omaggio e, a fronte dei 10.9 milioni di ingressi gratuiti nella prima domenica del mese, di fatto solo 3.5 milioni hanno effettivamente beneficiato dell’esenzione del biglietto.

Insomma un piccolo specchietto delle allodole, potremmo bonariamente definirlo, che ha contribuito finora ad una maggiore fruizione dei musei e dei luoghi d’arte, e ha saputo rendere più vicine e vive opere di inestimabile valore, e luoghi che nell’immaginario collettivo sono spesso percepiti come antiquati e polverosi, contribuendo invece alla loro scoperta, e incentivandone la visita anche nel corso dell’anno, pagando.

Sì, perché è questo che ha fatto Dario Franceschini, ha implicitamente educato gli italiani alla “cultura del museo”, che è diventato una più che valida alternativa allo scialbo giro nel centro commerciale del fine settimana. E se è giusta l’osservazione di chi pensa che non sia necessariamente questo il target di visitatore medio da attrarre, è altrettanto vero che una visita al museo, gentilmente offerta dallo stato italiano, (di)mostra che c’è un mondo altro, e può rappresentare un input alla crescita della persona, al suo benessere psicofisico, alla sua formazione culturale, e può senza dubbio alimentare quel sacro fuoco di una passione che ti accompagna tutta la vita.

TELEVISIONE

Il genio indiscusso di Picasso nella serie del National Geographic

Lo so, lo so, in questi giorni vi sto parlando tanto di cinema e televisione. Ma in attesa dei grandi eventi culturali d’autunno, e delle mie prossime scoperte e visite di cui scriverò nei prossimi giorni, volevo parlarvi di Picasso. No, non il pittore, o almeno non solo.

Da qualche giorno sono letteralmente addicted della seconda stagione di Genius, incentrata, appunto, sulla figura di Picasso. Una serie antologica prodotta da National Geographic, e andata in onda proprio sul network del noto magazine scientifico quest’anno. Se la prima serie ha visto Geoffrey Rush nei panni di Albert Einstein, la seconda serie invece ha visto il debutto televisivo di Antonio Banderas nei panni del noto artista spagnolo in età adulta.

Antonio Banderas in Genius

In dieci puntate si ripercorre non soltanto la vita dell’artista che ha segnato con i suoi quadri l’arte del XX secolo, ma anche le fasi più importanti dell’evoluzione della stessa arte. I mecenati che l’hanno scoperti, i galleristi che hanno acquistato i suoi dipinti, i primi esperimenti cubisti e la loro accoglienza nei salotti intellettuali del tempo.

Una serie che intrattiene, appassiona, e restituisce il tormento della creatività dietro la genialità di chi ha avuto il coraggio di rompere con la tradizione pittorica del passato, scomponendo la prospettiva, a lungo ossessione degli artisti, scomponendo l’uso dei colori, delle forme, della realtà stessa.

Bellissimi i momenti di creazione di alcune delle opere più famose, come Les demoiselles d’Avignon e Guernica, manifesti di una rottura con il passato e strumenti di ribellione anche contro la politica.

Molto bello il cast, che vede affiancate a Banderas attrici quali la francese Clémence Poésy, volto noto ai fan della saga di Harry Potter (ma recuperate il suo Guerra e Pace del 2007 con il nostro Alessio Boni), che qui interpreta Françoise Gilot, compagna di Picasso dagli anni ’40 agli anni ’50, la britannica Samantha Colley, che dà anima e corpo a Dora Maar, una delle muse (e amanti) dell’artista. Da segnalare, nei panni dello scrittore Max Jabo, l’attore T.R. Knight, noto soprattutto per il suo ruolo di George O’Malley nella serie Grey’s Anatomy.

La seconda stagione di Genius fa la gioia di chi come me ama la storia dell’arte, e ama quelle biografie di uomini straordinari che con la tenacia, il talento e la genialità hanno avuto la forza di credere in se stessi e realizzare un sogno. Quello di diventare geni indiscussi.

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Storia della Cappella dei Pontano. Il 5 luglio 2018 a Napoli

La Cappella dei Pontano a Napoli è uno dei gioielli dell’architettura rinascimentale italiana. Se a questo si aggiunge che si trova proprio nel cuore del centro storico della città, patrimonio dell’UNESCO, allora si comprende perché parliamo di questo monumento implicitamente riconosciuto dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura.

Posta tra Via dei Tribunali e l’antica Via del Sole, questo piccolo tempio sorge proprio su quello che era il decumano maggiore dell’antica Neapolis, dove si erige la Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta.

Completata proprio nell’anno della scoperta delle Americhe, nel 1492, è stata fortemente voluta dall’umanista naturalizzato napoletano Giovanni Pontano, originario di Perugia, che fu a servizio dei sovrani di aragonesi nella capitale del Mezzogiorno, prima con Alfonso Duca di Calabria, poi con Alfonso II di Napoli.

La scelta del luogo non fu casuale, poiché si trovava proprio a due passi dalla casa dell’umanista napoletano, dove oggi sorge la Scuola Diaz.

Pontano volle dedicare questo monumento alla Vergine e a San Giovanni Evangelista, per dedicarla alla memoria della moglie, Adriana Sassone, morta il 1 marzo del 1490.

Incerta l’attribuzione del disegno, che vorrebbe tra gli architetti Andrea Ciccione (forse artefice anche della Chiesa di Sant’Anna dei Lombardi a Napoli), Giovanni Giocondo, il più probabile, anch’egli proprio a servizio degli aragonesi (e attivo nel cantiere della Villa di Poggioreale) o Francesco di Giorgio Martini, con il quale invece si noterebbero delle analogie con i capitelli con foglie d’acanto della Chiesa di Santa Maria delle Grazie a Crotone.

La cappella è stata restaurata poi tre secoli dopo per volontà di Carlo di Borbone, nel 1792.

Dall’esterno appare come un blocco unico di piperno grigio, ed è ad oggi un modello di eleganza e purezza stilistica.

La facciata è decorata da lesene e capitelli.

Sia le facciate esterne che quelle interne presentano delle antiche iscrizioni latine e greche, tipiche della cultura dell’epoca, con motti e detti classici, che inducono alla virtù e all’elevazione dello spirito umano.

Le otto grandi epigrafi interne esprimono invece il dolore per la perdita della moglie e dei figli.

Di grande interesse (riproposto da me più volte sul mio canale instagram il pavimento maiolicato, che riproduce stemmi e motivi decorativi, riproducendo tra l’altro il nome latino della moglie, Adriana Saxona.

Sull’altare maggiore si trova invece l’affresco di una Madonna col Bambino e i santi Giovanni Battista e Giovanni Evangelista forse di Francesco Cicino, coevo autore vissuto tra il XV e il XVI secolo.

Sapevate che questo gioiello poteva essere distrutto?

Se vi interessa approfondire la storia, non solo artistica, di questo pregiato monumento napoletano, l’appuntamento è per il 5 luglio 2018 alle ore 19.00 nell’adiacente Cappella del Santissimo Salvatore, a ridosso della Chiesa della Pietrasanta in Piazzetta Pietrasanta a Napoli, in Piazzetta Pietrasanta 17 – 80138 Napoli.

Dove il Dottor Raffaele Iovine, Presidente della Fondazione Pietrasanta, insieme a Gianpasquale Greco e Lucio Carlevalis, con la partecipazione di Monsignor De Gregorio, ne ripercorreranno non solo la storia, ma ricorderanno anche un episodio poco conosciuto della storia dell’arte.

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Napoli: la Cappella di Santa Maria dei Pignatelli restituita alla città dopo mezzo secolo

Chiusa al pubblico da oltre mezzo secolo, la Cappella Pignatelli è finalmente restituita al pubblico. Già inserita nel calendario di eventi del Maggio dei Monumenti appena concluso, questa chiesa, situata proprio tra Piazzetta Nilo e Via San Biagio dei Librai a Napoli, apre le sue porte grazie ad un restauro e, soprattutto, alla volontà di recupero dell’Università partenopea Suor Orsola Benincasa.

Divenuta negli anni persino un deposito di sedie, la cappella entra adesso nel progetto Centro Storico di Napoli-Sito Unesco, che la riporta così all’originario splendore.

La Cappella di Santa Maria dei Pignatelli, questo il nome completo, fu costruita nel XIV secolo per la famiglia Pignatelli di Toritto, come cappella privata annessa all’omonimo palazzo. Restaurata e ampliata tra il 1477 e 1736, vede i suoi interni affrescati nel XVIII secolo da Fedele Fischetti, pittore, tra l’altro della Reggia di Capodimonte e del Palazzo Reale a Napoli. Il pittore napoletano realizza l’Assunta sull’altare maggiore.

Al suo interno, a sinistra, c’è il sepolcro di Carlo Pignatelli, realizzato dallo scultore Angelo Aniello Fiore.

Sull’altare della cappellina c’era anche un dipinto dello spagnolo Bartolomè Ordonez, oggi posto nel Museo di Capodimonte.

L’Università Suor Orsola Benincasa è divenuta proprietaria dell’immobile negli anni ’90, a seguito di una donazione della famiglia Pignatelli.

Il restauro è stato reso possibile grazie al finanziamento europeo del Grande Progetto Centro Storico di Napoli-Sito Unesco, attuato dal Comune di Napoli.

La cappella sarà finalmente restituita al pubblico lunedì 25 giugno alle ore 18.00, quando, dopo cinquant’anni d’oblio, potrà avere inizio una nuova vita per questo piccolo gioiello rinascimentale.

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Ritrovata la testa dell’Afrodite di Doidalsas nel Parco di Ostia Antica

Come molti, ho trascorso il sabato sera a guardare Ulisse. Contrariamente a quanto il mio profilo instagram possa suggerire, il mio weekend l’ho trascorso in compagnia di Alberto Angela, che ha realizzato una bellissima puntata (prima di due) su Roma e sul sottosuolo romano. Nell’episodio, che vi linko qui nel caso ve lo foste perso, si faceva riferimento a quante sorprese può ancora riservare il sottosuolo.

A giudicare dalla scoperta di qualche giorno fa c’è da dire che è proprio vero.

Venerdì scorso è stata rinvenuta infatti una testa di Afrodite sepolta dal terreno all’interno del Parco Archeologico di Ostia Antica.

Immediatamente, data l’acconciatura dei capelli, si è pensato a Afrodite di Doidalsas o comunque ad una musa. A ipotizzarlo sono state le archeologhe Mariarosaria Barbera, direttrice del Parco, e Cinzia Morelli, senza escludere nessun’altra possibilità.

Se l’ipotesi fosse confermata, si tratterebbe dell’opera dello scultore del III secolo a.C., che avrebbe ritratto la dea al bagno, con capelli raccolti sulla sommità del capo e uno chignon appoggiato sulla nuca.

Potrebbe naturalmente trattarsi di una replica di età romana del celebre modello greco cui si è ispirato l’artista.

Il fortuito ritrovamento è avvenuto a seguito di ordinari lavori di manutenzione nei terreni di riporto di epoca post-classica.

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Il primo altare di San Pietro si trova a Napoli

Napoli riesce a riservare sempre delle sorprese anche a chi come me la conosce bene o sta imparando a conoscerla. Potrà capitarvi infatti, percorrendo Corso Umberto I, di imbattervi nella Chiesa di San Pietro ad Aram.

Questa basilica è nota perché, secondo la tradizione, custodirebbe l’Ara Petri, l’altare dell’apostolo Pietro, primo pontefice della cristianità, dal quale, durante la sua venuta a Napoli, avrebbe convertito i primi cristiani.

Un reperto, una vera e propria reliquia, questa, importantissima per la comunità, ed un nuovo primato per la città di Napoli che dunque nella storia sarebbe stata anche importante centro di culto cristiano.

Secondo la tradizione infatti Pietro, proveniente da Antioca e diretto a Roma, avrebbe fatto una sosta a Napoli. Qui avrebbe incontrato una donna di nome Candida, pagana, gravemente ammalata, che implorò il santo di guarirla. Pietro riuscì a compiere il miracolo e la donna allora lo condusse da un certo Aspreno, ammalato anch’egli che, grazie al vicario di Cristo, riuscì a trovare la salvezza.

I due pagani si convertirono così al cristianesimo, e fu tanto l’ardore che Pietro nominò Aspreno primo vescovo di Napoli.

La cosiddetta Ara Petri, dove San Pietro avrebbe pregato e celebrato, sarebbe stata custodita da Aspreno prima in una piccola edicola, e poi all’interno della stessa basilica dove ancora oggi è visibile.

la Chiesa di San Pietro ad Aram a Napoli

L’altare si trova nel vestibolo della chiesa, in quello che è di fatto l’ingresso principale della basilica, ed è sormontato da un affresco rinascimentale e da un grande baldacchino, addossato ad una parete.

L’accesso alla basilica è attraverso un ingresso secondario, una piccola porticina in legno e vetro che quasi nasconde le dimensioni di questo monumentale edificio, e dà sul lato lungo della navata centrale. Si prova un vero e proprio senso di smarrimento, osservandone la cupola, il biancore delle sue pareti, l’estensione, lo straordinario organo a canne che troneggia dall’alto della cantoria dell’altare maggiore.

Un coro di frati fa da sottofondo a questo complesso di grande suggestione, dove un tempo sorgeva una costruzione paleocristiana, in cui si celebrava il culto delle anime del Purgatorio, particolarmente sentito a Napoli se si considera l’omonima Chiesa delle Anime del Purgatorio ad Arco o lo stesso Cimitero delle Fontanelle.

Al complesso era originariamente annesso un chiostro, demolito verso la metà del XIX secolo, durante il “Risanamento” della città, per fare spazio al Rettifilo (Corso Umberto I). Il chiostro era uno degli esempi di architettura rinascimentale partenopea, di cui oggi parte delle colonne dell’ambulacro furono trasferite nella Chiesa di Sant’Aspreno al Porto.

Il piccolo altare è stato il cuore della cristianità partenopea, dove l’apostolo ha dato inizio al suo lungo percorso di evangelizzazione che porterà alla fondazione della Santa Romana Chiesa. È in questo luogo che l’apostolo celebrò le prime messe rinnovando il culto dell’eucarestia, e dando inizio alla canonizzazione di quella che sarà la liturgia.

La Basilica di San Pietro ad Aram ospita tra gli altri delle bellissime opere di Luca Giordano.

Mi stupisce che un luogo di tale importanza spirituale sia distante anni luce dalle folle oceaniche che invece investono altri e ben più noti luoghi e, benché apprezzi la pace interiore che solo un posto come questo sa dare, mi dispiace notare che sia per lo più ignoto al grande pubblico.

La Chiesa è di certo un sito da scoprire e riscoprire, non solo per sentirsi più vicini alla conversione e rinascita spirituale e cristiana, ma per restare affascinati da così tanta ieratica bellezza.

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L’arte per le strade di Montesanto a Napoli

L’arte contemporanea ha ridefinito il concetto stesso di arte, che sempre più spesso esce dal biancore asettico delle pareti dei musei, per amalgamarsi sempre più spesso nel tessuto paesaggistico e urbano. Se sul Lago d’Iseo ne è stato un esempio Christo, con la sua colossale opera, The Floating Piers, che ha portato sulle acque del Sebino una passerella gialla lunga circa 3 chilometri, a Napoli, anni addietro, in principio furono le stazioni della metropolitana a farsi installazioni e vere e proprie attrazioni turistiche e veri e propri musei gratuiti per i viaggiatori, portando artisti del calibro di Kounnelis e Pistoletto.

Da oggi però il capoluogo partenopeo potrà vantare anche un altro progetto d’arte contemporanea, che entra a far parte direttamente del tessuto urbano.

È con questa premessa che parte il progetto MontesantoArte promosso dalla Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee-Museo Madre, realizzato in collaborazione con Quartiere Intelligente.

Quattro artiste hanno creato delle opere site-specific per l’omonimo quartiere di Montesanto.

Mariangela BrunoFrancesca BorrelliElena Mazzi e Valentina Miorandi, quattro donne, tutte under 35.

Le opere, che turisti e redisenti potranno ammirare sono The Dot della Bruno, installazione luminosa posta sul tetto di Quartiere Intelligente.

Francesca Borrelli ha invece creato Fern‘s Bookcase, che prova ad unire il mondo della cultura a quello della natura.

Elena Mazzi ha invece pensato una performance live dal titolo Karaoke. A che serve parlà si nisciuno te dà aurienza realizzando un confronto diretto con gli abitanti del quartiere.

Mentre Valentina Miorandi ha immaginato un video, seguito di Conkè delle Drifters, duo composto dalla Miorandi e da Sandrine Nicoletta Chatelain, che è stato realizzato in collaborazione con la comunità di Montesanto.

Un progetto, questo, che avvicina l’arte alla strada e alle persone che la abitano.

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Gli igers e i blogger di Napoli al museo MADRE per Pompei@Madre

Vedere una mostra di archeologia all’interno di un museo d’arte contemporanea, è già di per sé un evento eccezionale. Avere la possibilità di vederla, guidati dal direttore in persona, è la quintessenza del voyeuristico piacere cui un amante della storia dell’arte possa ambire.

Vi avevo già parlato di Pompei@Madre, la straordinaria mostra allestita dal Museo d’Arte contemporanea Donna Regina, noto ai più con l’acronimo di MADRE, che terrà banco nelle sale del Palazzo Donnaregina a Napoli fino al prossimo 30 aprile.

L’occasione è stata uno speciale #InstameetPompeiMadre, organizzato sabato 17 marzo dal museo in collaborazione con igersnapoli, che ha riunito gli instagrammer napoletani e non solo, e i blogger che, come me, si occupano (anche) di arte. Accompagnati dal Direttore Andrea Viliani, abbiamo fatto una visita esclusiva all’interno di questa bellissima esposizione, che ha messo in dialogo l’archeologia alla contemporary art.

Smartphone innanzitutto, ma anche reflex, compatte e, sì, persino qualche analogica. Ognuno nel suo personalissimo modo, vuole catturare un pezzo di mostra o di museo, e raccontarlo attraverso i propri canali social e le proprie pagine on-line.

Una giornata che ha messo a dura prova la resistenza delle batterie dei nostri dispositivi, e ha dato libero sfogo alla smania di fotografare ogni pezzo o allestimento di una mostra che ha letteralmente incantati.

Varchiamo idealmente quella che è stata concepita come una Domus Contemporanea. Ed è proprio una porta quella che vediamo al centro del colorato atrio, in cui i sgargianti colori caldi dell’opera di Daniel Buren fanno da sfondo al “negativo” in gesso della porta di una casa dell’antica Pompei. Una felice intuizione con cui l’allora soprintendente, Giuseppe Fiorelli, nella metà del XIX secolo aveva portato alla luce corpi e oggetti dalla devastata terra pompeiana, che altrimenti noi contemporanei non potremmo vedere. E così proprio come quei calchi in gesso dei tanti pompeiani che trovarono la morte in quella terribile eruzione del Vesuvio del 79 d.C., anche molti altri oggetti hanno impresso la loro impronta tra la cenere e i lapilli che coprirono la cittadina romana 2000 anni fa.

Entusiasta quanto emozionato, il direttore ci introduce alla mostra: «La novità della nostra mostra è che vuole essere un modo per guardare il tempo – dice – e a quella “materia archeologica” che non è qualcosa che rimarrà in eterno. Ma cambierà».

Sono soprattutto questi gli oggetti fortemente voluti da Viliani in questa esposizione, quelli feriti, compromessi, che portano addosso le cicatrici del tempo e di un evento che li ha inevitabilmente segnati, e talvolta cambiati, per sempre: «La nostra idea, che questa mostra lancia – ci tiene a sottolineare Viliani – è che la materia archeologica pompeiana distrutta, può diventare materia per la creazione di nuove opere d’arte se affidate ad artisti contemporanei».

Sì, perché Pompei@Madre rappresenta la volontà di sconfiggere il pregiudizio sul contemporaneo, guardandolo attraverso ciò che per molti è considerato classico, dimostrando che tutto è stato contemporaneo e forse lo è ancora: «Contemporaneo – prosegue Viliani – è il modo di guardare le cose» proprio come seppe fare l’archeologo e studioso Salvatore Settis, quando scrisse il futuro del classico, introducendo quel concetto di resilienza, quella capacità di adattamento e sopravvivenza che caratterizza oggi gli oggetti e la città stessa di Pompei.

Risaliamo le scalinate di Palazzo Donnaregina, ascoltando la voce del direttore che echeggia negli ambienti del museo. Siamo rapiti, mentre ci avviciniamo in quelli che dovevano essere gli ambienti circostanti della casa, come topolini con il pifferaio magico.

Un triclinio, un tavolo, lampade dalle forme falliche. Oggetti d’uso quotidiano che qui acquistano una valenza nuova, una coscienza storica, dove tutto si fa nostalgia ed ogni cosa diventa arte e suggestione, perfettamente incastonati tra i trasgressivi affreschi di Francesco Clemente e le sue maioliche della site specific Ave Ovo, che celebra i simboli di Napoli e quelli della sua infanzia.

Un pavimento “a canestro”, in cui tessere a mosaico colorate, si intrecciano, dialoga con i due cerchi bicolore di Sol Lewitt, 10000 lines, tratteggiati, appunto, da diecimila linee di uguale lunghezza in ordine sparso. Non sono stati realizzati dall’artista americano, scomparso nel 2007, ma secondo sue precise istruzioni, perché, questo il concetto rivoluzionario, per il minimalista Lewitt, che concepita l’arte “as idea”, come qualcosa di riproducibile seguendo delle indicazioni precise, proprio come nell’antica Pompei, quando un pavimento di tal pregio era semplicemente realizzato da una maestranza che aveva acquisito la tecnica dal suo predecessore.

E quasi ci sembra di calpestarlo, quel pavimento pompeiano che affacciava sul mare, e sentiamo quasi la brezza marina e l’aria salina del golfo.

Bellissimo il dialogo non solo artistico, ma spirituale, è proprio il caso di dirlo, con l’opera Spirits di Rebecca Horn, l’artista tedesca che con i suoi teschi e i suoi specchi aveva omaggiato la città di Napoli, il culto per le anime pezzentelle, che trova adesso in alcune lapidi antropomorfe la naturale prosecuzione a ritroso nel tempo di questo ciclo che da sempre caratterizza la città e i suoi abitanti, in un gioco di suoni, luci e ombre, sospese tra la vita e la morte.

Le sale si susseguono una dietro l’altra, e i reperti dell’antica città alle falde del Vesuvio si alternano alle installazioni e opere delle collezioni permanenti. Il nostro percorso, questo vero e proprio cammino iniziatico tra antichi ritrovamenti e lavori recenti, si chiude con un’olla. Un vaso panciuto, dalla particolare pigmentazione verde, punteggiata da schizzi bianchi e blu, e dai colori caldi del collo. Sembra incrostato, a metà tra un reperto di un relitto sott’acqua e un’opera espressionista.

«Questa è la nostra Grace Kelly!» esclama il direttore con orgoglio, indicando questo antico vaso che cattura completamente la nostra attenzione, mentre Viliani prosegue un elenco di nomi di dive dagli anni ’50 ad oggi, che possano meglio incarnare l’iconico significato che questo pezzo ha per l’intera mostra.

È incredibile pensare che non c’è un artista dietro questo avveniristico “design”, o che forse il suo artefice è il Vesuvio. Sì, lo stesso ritratto da Andy Warhol, giunto in queste sale direttamente da Capodimonte. Il Vesuvio, la cui furia distruttrice ha sepolto e conservato un’intera città, che con i suoi lapilli incandescenti, la sua cenere, la sua violenza, ha colorato questo paiolo con la stessa forza di Jackson Pollock, rendendola di diritto un’opera d’arte contemporanea. Senza tempo.

ART NEWS

Scoperto nei fondali di Napoli l’antico porto all’ombra di Castel dell’Ovo

Oggi leggo su alcuni siti una notizia che io avevo appreso la scorsa settimana.

Venerdì 9 marzo infatti avevo preso parte, con vero interesse e piacere, a L’Archeologia subacquea nel Golfo di Napoli, fra passato e prospettive per il futuro, all’Università degli Studi di Napoli Federico II, secondo appuntamento di un ciclo di conferenze sulla Magna Grecia, che si propone di approfondire tematiche e problematiche legate al mondo dell’archeologia e dello scavo archeologico.

Una presentazione, questa, che non solo ci ha parlato con onestà delle difficoltà cui va incontro l’archeologo contemporaneo: trovare i finanziamenti per le campagne di scavo, ottenere i permessi legati al contesto urbano, riuscire ad estrarre dalla terra informazioni e reperti; ma ci ha anche aggiornato sulle recenti campagne legate al panorama partenopeo, e mai aggettivo fu più appropriato.

Le scoperte infatti riguardano proprio l’isolotto di Megaride, dove oggi sorge Castel dell’Ovo, luogo mitico in cui, secondo la leggenda, la Sirena Partenope, rifiutata da Ulisse, avrebbe trovato la morte. Qui originava la primigenia Palepolis, il nucleo più antico di ciò che sarà per i greci la città “nuova”, Neapolis.

Ad introdurre il panorama campano è stato il Dottor Rosario Santanastasio, geo-archeologo, che ci ha ampiamente spiegato i fenomeni sismici, eruttivi e di bradisismo che hanno caratterizzato il territorio, portando all’attuale morfologia, caratterizzandone anche il materiale, il tufo giallo, di cui la Campania, e Napoli in particolare, sono ricche, e che senza dubbio ha fortemente inciso sugli insediamenti ma anche sulla costruzione delle strutture della vecchia e della nuova città greco-romana.

A parlare invece delle recenti scoperte, che hanno interessato il lungomare di Napoli, è stato l’archeologo subacqueo e operatore tecnico subacqueo Filippo Avilia, scopritore tra l’altro della corvetta borbonica “Flora”. Lo studioso applica la tecnica del mare all’archeologia e viceversa, e ci parla così del ritrovamento di quattro tunnel sommersi, e una strada larga all’incirca tre metri che reca ancora i segni dei carri che la attraversavano. Una lunga trincea per soldati che proteggevano probabilmente l’originario approdo dell’antica città di Napoli: «Fra la prima galleria crollata e la seconda – spiega Avilia – c’è una trincea che le collega, alta circa un metro e mezzo e larga altrettanto. Un camminamento, che ricorda molto quelli della prima guerra mondiale».

Lungo quest’area ritroviamo inoltre dei massi, depositati a mo’ di protezione di questo passaggio.

Per il Dottor Avilia il condizionale è d’obbligo, in quanto, tiene a precisare, si tratta di una scoperta recente che è ancora in fase di studio.

Il rinvenimento è avvenuto all’ombra, letteralmente, del Castel dell’Ovo. Nei fondali alla destra della fortezza napoletana infatti, ad appena sei metri di profondità, si sono calati i sottomarini finanziati dalla IULM di Milano.

Ma questa, pare, sarà soltanto la prima parte di una spedizione archeologica che a maggio riprenderà, di cui gli studi potrebbero aprire anche un nuovo scenario nel panorama turistico di Napoli, allargando l’offerta con con visite esclusive nei fondali della città.

Orientato ad una “musealizzazione” anche il Soprintendente dei Beni Archeologici di NapoliLuciano Garella, che pensa infatti ad un modo per valorizzare al meglio queste scoperte e renderle fruibili a quel grande pubblico di studiosi o semplici appassionati, creando un vero e proprio filone turistico subacqueo. D’altronde gli stessi Santanastasio e Avilia hanno spiegato all’unisono che ciò che preme anche al semplice cittadino, in vista di nuovi scavi, è se questi potranno portare anche un beneficio economico-lavorativo all’intera comunità.

La scoperta contribuisce senza dubbio a ridefinire quelli che erano gli originari confini del lungomare di Napoli, e getta le basi per una nuova immagine del primo nucleo di fondazione. Orgoglioso l’autore di questi rilievi, l’archeologo Mario Negri, che in merito ha detto: «È una scoperta che apre un nuovo scenario della ricostruzione della vecchia struttura di Palepolis».