ART NEWS

Dentro Caravaggio, mostra epocale a Palazzo Reale a Milano dal 29 settembre

Si intitola Dentro Caravaggio, e non sarà una semplice mostra, ma un evento unico e irripetibile che metterà insieme, per la prima volta, ben 18 opere del maestro milanese provenienti dai più importanti musei italiani e del mondo. Tra gli enti che impreziosiranno la mostra con i loro prestigiosi prestiti, sono ben due le gallerie napoletane: il Palazzo Zevallos-Stigliano, con quello che è considerato l’ultimo quadro del maestro, Il Martirio di Sant’Orsola, e il Museo di Capodimonte, che custodisce invece la Flagellazione di Cristo, dipinta da Caravaggio per la cappella della famiglia De Franchis nella Chiesa di San Domenico Maggiore a Napoli.Queste due opere, insieme a quelle di Galleria degli UffiziPalazzo Pitti e Fondazione Longhi a Firenze, e a quelle della Galleria Doria PamphiljMusei CapitoliniGalleria Nazionale d’Arte Antica-Palazzo CorsiniGalleria Nazionale d’Arte Antica-Palazzo Barberini di Roma e molti altri, adorneranno le sale di Palazzo Reale a Milano.

Caravaggio, Martirio di Sant’Orsola, Palazzo Zevallos-Stigliano. Napoli

Dal Metropolitan Museum of Art di New York, che in Italia ha già portato i Musici (a Napoli fino a luglio), arriverà invece la Sacra famiglia con San Giovannino, la National Gallery di Londra presterà la sua Salomé con la testa del Battista, mentre il Museo Montserrat di Barcellona sarà presente con il suo San Girolamo.

Ma sarebbe prolisso, e forse un po’ noioso, fare uno sterile elenco completo dei tanti musei che prendono parte a questa rassegna, che aprirà le sue porte al pubblico il prossimo 29 settembre, giorno in cui cade anche il 446esimo compleanno del maestro italiano, e che farà di Milano, casa natale dell’artista, capitale dell’arte rinascimentale fino al 28 gennaio 2018.

La mostra è interessante perché insieme alle opere, saranno esposte anche le rispettive immagini radiografiche, che consentiranno al pubblico di seguire di ogni opera la concezione iniziale che ne ha avuto Caravaggio fino alla realizzazione finale: «Sono emerse così – afferma in merito la curatrice Rossella Vodret – alcune costanti nelle modalità esecutive di Caravaggio, ma sono venuti anche alla luce elementi esecutivi inaspettati e finora del tutto sconosciuti: dagli strati di pittura sono affiorate una serie di immagini nascoste. Inoltre è stato sfatato il mito che Caravaggio non abbia mai disegnato, dacché sono apparsi tratti di disegno sulla preparazione chiara utilizzata nelle opere giovanili».

Grazie a una serie di riflettografie e radiografie, che penetrano in diversa misura sotto la superficie pittorica, si è potuto seguire il procedimento creativo di Caravaggio, quelli che sono stati pentimenti, rifacimenti, aggiustamenti nell’elaborazione della composizione dell’immagine.

Emblematico è il San Giovannino di Palazzo Corsini, dove le analisi della tela hanno mostrato la presenza del simbolo iconografico dell’agnello che successivamente è stato eliminato.

Dal 2009 infatti il MiBACT, in collaborazione con la Soprintendenza Speciale per il Polo Museale Romano e con l’Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro, promuove una approfondita ricerca sulla tecnica pittorica di Caravaggio.

Organizzata e prodotta da Comune di Milano-CulturaPalazzo Reale e MondoMostre Skira, la mostra vede la collaborazione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, che trova gli allestimenti dello Studio Cerri & Associati.

Per quanto concerne le attività diagnostiche e l’esposizione partner è il Gruppo Bracco.

A corredare ulteriormente le sale di Palazzo Reale, alcuni preziosi documenti dall’Archivio di Stato di Roma e di Siena, che andranno meglio a raccontare l’esperienza umana e artistica di Caravaggio.

Curata dalla Vodret, coadiuvata da un prestigioso comitato scientifico presieduto da Keith Christiansen, la mostra ruota essenzialmente intorno a due cardini: le indagini diagnostiche e le nuove documentazioni critiche fatte sulle opere di Caravaggio, e le nuove ricerche documentarie che hanno  riscritto la cronologia giovanile dell’artista..

Un evento che idealmente si propone di riprodurre la prima epocale mostra sull’opera di Caravaggio del Novecento, a cura di Roberto Longhi, che nel 1951, proprio a Palazzo Reale a Milano, consentì all’Italia e al mondo di riscoprire l’immortale arte di Caravaggio.

ART NEWS

Caravaggio, la forza delle Sette Opere di Misericordia a Napoli

Non ero mai stato al Pio Monte della Misericordia, il che è già un delitto per un napoletano, se a questo aggiungiamo che sono uno studioso ed un appassionato d’arte, la pena allora diventa addirittura capitale.

Sito in Via Tribunali, 253 a due passi dal Duomo, il Pio Monte, nato come ente benefico della città per aiutare gli oppressi e i bisognosi, custodisce uno dei Caravaggio di miglior fattura, le Sette Opere di Misericordia. Un’opera cardine nella lunga pagina della storia dell’arte, che segnerà un punto di rottura con la pittura precedente dell’artista milanese, e rappresenterà un vero e proprio punto di riferimento per tutti gli artisti del Sud Italia.

Qui bisogna considerare anche lo stato d’animo con cui Caravaggio dipinge l’opera. Accusato dell’omicidio di un uomo avvenuto durante una rissa, è costretto a fuggire da Roma a Napoli per evitare la pena di morte. Lontano dai suoi modelli e modelle abituali, dalle sue amicizie, dall’influenza che via via aveva acquisito nella Capitale e dai committenti romani, l’artista deve aver vissuto un senso di isolamento, solitudine e frustrazione. Le sue opere si fanno più cupe, quasi a riflettere questo suo sentimento da esiliato cui manca la madre patria, la tavolozza dei colori si spegne, abbracciando uno spettro terroso e meno brillante. Oggi Roma-Napoli può apparirci come una breve distanza, di un’ora appena di treno, ma ai tempi erano due mondi lontani e culturalmente molto diversi.

Tra la fine del 1606 e gli inizi del 1608 sono tante le opere che l’autore realizza. Da una Giuditta che decapita Oloferne a una Sacra Famiglia con San Giovanni battista, da Salomè con la testa del Battista a una prima versione di Davide con la testa di Golia.

Di questa vasta produzione soltanto due sono i dipinti rimasti a Napoli: le Sette Opere di Misericordia che, secondo un documento esposto all’interno della quadreria del Pio Monte, non deve essere spostato per nessun motivo né venduto per alcuna cifra, e la Flagellazione di Cristo di fatto di proprietà della Chiesa di San Domenico Maggiore ma custodito al Museo di Capodimonte.

Il terzo, quello che è considerato l’ultimo dipinto di Caravaggio, Il martirio di Sant’Orsola, è stato commissionato da Marcantonio Doria, di una nobile famiglia di Genova, ed è oggi custodito nella Galleria di Palazzo Zevallos a Napoli.

Caravaggio, Sette Opere di Misericordia

Le Sette Opere di Misericordia corporali, sono state commissionate da Luigi Carafa-Colonna, esponente della famiglia che protesse la fuga di Caravaggio nella città di Partenope, nonché membro della Congregazione del Pio Monte della Misericordia.

Trovarsi faccia a faccia con una delle opere più note di Caravaggio è una vera sfida, poiché si guarda l’opera eppure non si finisce mai di coglierne, tra le caratteristiche luci ed ombre tanto amate dall’artista, sfumature, scorci, volti che ci appaiono quasi all’improvviso. Come lo storpio, in basso a sinistra, che emerge dal buio: curare gli infermi, la stessa opera che rappresenta anche l’uomo nudo di spalle, di michelangiolesca memoria, vestito da un buon samaritano che con la spada divide il suo mantello, vestire gli ignudi.

È un quadro colto quello del pittore milanese, i cui riferimenti si rifanno anche alla storiografia romana di Valerio Massimo, autore del I sec. a.C., che ci racconta nei suoi Factorum et dictorum memorabilium di Cimone, condannato a morte per fame in carcere fu nutrito dal seno della figlia Pero, e per questo motivo graziato dai magistrati che fecero erigere in quello stesso luogo un tempio della Dea Pietà. Qui l’episodio è visto nella duplice veste di visitare i carcerati e, allo stesso tempo, dar da mangiare agli affamati.

Il pallore dei piedi di quello che presumibilmente è un cadavere ci ricordano di seppellire i morti, mentre un uomo che beve dalla mascella di un asino, memore del racconto biblico di Sansone, che ricorda di dar da bere agli assetati.

Infine l’ultimo, ospitare i pellegrini, è simboleggiato da un uomo con una conchiglia sul cappello, simbolo del pellegrinaggio verso Santiago de Compostela, e da un altro che gli indica un punto verso l’esterno, forse una locanda dove riposare o la sua stessa casa.

Un chiaro scuro netto, una rottura con il passato che segnerà tutta l’opera successiva di Caravaggio rendendolo autore immortale e maestro del vero, così bello da perdonare quasi una cattiva illuminazione che non rende perfettamente percepibile l’opera quasi in uno stato di penombra. È soltanto grazie ad un altorilievo, progetto per non-vedenti, che è possibile scorgere alcuni dettagli del quadro e scoprire che quello che dal basso appare uno sfregio della tela (in basso a sinistra), è in realtà la spada che riluce dell’uomo che taglia le sue vesti.

Una scena concitata senza un vero e proprio punto focale, che suscitò molto scalpore per le possenti braccia degli angeli, che irrompono nella parte alta del quadro, sorreggendo la Madonna con il bambino che nella sua composizione ricorda molto la Madonna della Seggiola di Raffaello Sanzio. L’ombra delle apparizioni celesti è proiettata sulla prigione, chiaro segno di una concreta presenza anche nella vita terrena dell’Uomo.

ART NEWS

Il Museo Archeologico di Napoli riapre la Sezione Epigrafica

Lo scorso 30 maggio il Museo Archeologico Nazionale di Napoli ha inaugurato la Sezione Epigrafica, frutto di una attenta selezione, punta dell’iceberg di un patrimonio museale ben più ricco, ha ritrovato finalmente nuova dignità espositiva.

Una sezione non facile, questa, se si considera che i reperti qui esposti sono spesso appannaggio dei soli studiosi, citati già tradotti in volumi e ricerche scientifiche.

Dal marmo al tufo, dalla pietra al bronzo, le epigrafi esposte, antiche iscrizioni in latino e greco, osco, raccontano di leggi o di una quotidianità che qui si fa curiosità postuma.Scenografico l’allestimento che unisce ai faretti, supporti in ferro e acciaio, che colmano il vuoto dei frammenti, riproponendone altezze e misure così come dovevano apparire in origine.

Leggerle tutte sarebbe impossibile, così come leggerne le approfondite didascalie a corredo che talvolta traducono altre invece spiegano più ampiamente il significato.

Fregi di templi, iscrizioni funerarie, ma anche affreschi provenienti da Pompei. La storia, ma anche tante storie, scorrono davanti ai miei occhi nella sala sotterranea, estensione naturale della bellissima sezione egizia inaugurata lo scorso anno, cui è collegata attraverso una passerella.

Dalla lingua greca ai popoli italici, passando per Roma e la romanizzazione. Un percorso lungo secoli, che arriva fino a Pompei e che va ad arricchire e completare la già preziosa offerta del noto museo napoletano.

Continua dunque il processo di trasformazione che sta portando il museo nel nuovo millennio, mutandolo in agguerrito competitor dei più grandi e blasonati musei europei, e che ne fa un punto di riferimento su scala globale per il mondo greco-romano.

Un allestimento che si propone di avvicinare cittadini e visitatori a questo patrimonio unico al mondo, che trova la sua carta vincente nei preziosi reperti provenienti dall’antica cittadina romana all’ombra del Vesuvio.

Un percorso che – come ricorda Carmela Capaldi, docente dell’Università Federico II che ha collaborato alla realizzazione di questa nuova sezione – era già stato inaugurato nel 1994, completato in parte nel 2000 e che trova oggi il suo ideale e più ragionato compimento.Ordinata cronologicamente, la sezione parte dall’arrivo dei greci sulle coste campane, dal loro alfabeto mutuato dai fenici fino alle popolazioni italiche.

All’ingresso della sala una moderna carta geografica che ripercorre questo percorso, mostrando visivamente il processo di colonizzazione che ha portato alla nascita della scrittura, di queste testimonianze senza tempo, della storia stessa della nostra civiltà.

LIFESTYLE

Alla scoperta di Amalfi, tra mare e suggestioni arabeggianti

Un viaggio ad Amalfi non può che iniziare con un autobus. Se le corriere avevano un fascino d’altri tempi, oggi gli autobus della SITA sono forse meno affascinanti, ma altrettanto suggestivo è il loro percorso che fiancheggia la costa. Vedute a strapiombo sul mare, e vicoletti stretti al limite del brivido per chi è seduto vicino al finestrino, che avrà così modo di vedere le delicate manovre dei pullman che si intrecciano come in una folcloristica danza.

Quello via terra però è un percorso che, in un weekend festivo, con partenza da Napoli, può anche impiegare fino a tre ore di viaggio. Ma non pesa il tragitto a dispetto degli affollatissimi bus, tra le risate dei bagnanti del posto in cerca di una spiaggia non troppo affollata, e le parlate dei forestieri attoniti che guardano l’intensità del mare blu e i paesini scoscesi, cercando di rubare uno scatto al volo con lo smartphone.

dal profilo instagram @marianocervone

Nel cuore di Amalfi è letteralmente impossibile non visitare il Duomo. Imponente struttura in marmo chiaro e scuro, anch’essa arrampicata come la città che la ospita, che mostra una chiara influenza bizantina negli intrecci marinareschi di funi e longobarda nei motivi floreali, a spirale e le figure animalesche. Ultimo baluardo architettonico di ciò che doveva rappresentare questa città quando insieme a Genova, Venezia e Pisa era una repubblica marinara nel X secolo.

Costruito nel 987 d.C. vede un lungo processo di trasformazione e ampliamento che vede i lavori protrarsi fino al 1900, portando la struttura alla conformazione odierna.

Dedicato a Sant’Andrea apostolo, di cui custodisce le reliquie, il duomo trova il suo cuore pulsante nel chiostro del paradiso. Varcando la soglia d’ingresso, si ha subito la sensazione di trovarsi in uno dei paesi dell’Africa nord occidentale, come il Marocco, tra le alte palme all’interno delle mura bianchissime, le linee ondeggianti della struttura, il ninfeo e la straordinaria policromia del campanile che si staglia contro il cielo azzurro.

È una sensazione di pace quella che provo, e la meraviglia per queste forme orientali è così forte che quasi mi aspetto di sentire la voce modulata del muezzin che ricorda ai musulmani il richiamo alla preghiera.

Chiostro del Paradiso, Duomo di Amalfi (instagram)

Pochi frammenti marmorei di stile cosmatesco sono gli ultimi silenziosi testimoni di una decorazione passata che doveva apparire molto ricca di colori, di oro, di dettagli. Anche il cristianesimo che è giunto qui è di influenza greca, come mostrano le croci con le braccia uguali o le immagini dei santi, in cui l’impronta giottesca sposa un gusto esotico, che non è riuscito a sottrarsi, nei secoli, all’iconoclastia, i cui frammenti superstiti fanno ipotizzare l’importazione del culto dei Santi Cosma e Damiano.Il primo ambiente interno è quello del Museo Diocesano, dove sono esposti alcuni dei paramenti sacri tra i più antichi d’Europa, come la preziosissima mitra, decorata con migliaia di perline e uno straordinario calice.

Si discende lungo la cripta, dove l’austerità della sala del tesoro cede il passo all’opulento barocco che adorna le reliquie di Sant’Andrea, ritratto in una bellissima statua bronzea. È risalendo la cripta che i visitatori restano piacevolmente stupiti scoprendo la ricchezza delle forme barocche, le cui colonne antiche sono state decorate da marmi commessi. Sull’altare maggiore troneggia una bellissima copia da Mattia Preti, che raffigura Sant’Andrea apostolo. Una magnificenza che trova il massimo compimento nella decorazione del soffitto.

All’uscita, mentre scendo le scale del duomo, scorgo una bellissima e sorridente sposa in posa per le foto di rito, e dal suo sorriso comprendo che è proprio in questa terra di limoneti e coloratissime ceramiche, dove il profumo dolciastro del gelsomino ti inebria, che abita la vera felicità.

il cuoppo della Pescheria CICA ad Amalfi

Proseguo il mio cammino inoltrandomi per le stradine di questa piccola cittadina, districandomi tra le botteghe di porcellane tipiche e bottiglie di limoncello, ma è il profumo del fritto della Pescheria Cica che cattura la mia attenzione, dove il pescato fresco si trasforma in squisito quanto caratteristico cuoppo le cui diverse tipologie, come in un fast food di qualità, prendono il nome dalle località limitrofe. Il risultato è uno street-food godibile, una frittura asciutta, profumata, saporita. Zeppoline tradizionali, zeppoline di granchio, pezzetti di baccalà, patatine fritte. I sapori del mare trasformano persino il gusto po’ aspro di uno spicchio dei caratteristici limoni in uno squisito frutto da mordere dal sapore un po’ acre.

Mi dirigo a Ravello, località prediletta dalla First Lady Jackie Kennedy negli anni ’60, e ancora si sente la magia glamour delle estati di quegli anni.

Scelgo Villa Rufolo, appartenuta, secondo la leggenda, al commerciante Landolfo Rufolo, protagonista tra l’altro di una delle novelle del Decamerone di Boccaccio.

Passò di mano in mano a diversi proprietari, fino a giungere a metà del 1800 a Francis Neville Reid, che comprese già l’enorme potenziale della struttura allora in uno stato di decadenza, e la restaurò riportandola agli antichi splendori.

Anche qui, come al duomo, scorgo nelle forme architettoniche e nei giochi del giardino, delle suggestive influenze orientali, tipiche del sud Italia.

Un giardino che rievoca suggestioni arabeggianti, che mi rimandano alla Sicilia, con padiglioni che conservano una maestosa decadenza, intervallata da una vegetazione di verdeggianti palme e piante.

Non riesco a godere del giardino inferiore, il cui spazio è occupato dai preparativi per il noto Ravello Festival, la rassegna concertistica che per tutta l’estate accompagna visitatori e turisti, rievocando idealmente la visita del compositore Richard Wagner nella villa, cui si ispirò per il giardino di Klingsor nel secondo atto del suo Parsifal.

Per il ritorno a casa scelgo un percorso di circa due chilometri, che collega l’altopiano di Ravello con la costa di Amalfi, seguendo le indicazioni attraversando scorci, paesaggi e paesi come Atrani, con le sue chiese barocche al tramonto e i suoi biancheggianti vicoli, sospeso tra case di gusto ellenico e panorami mozzafiato.

Un bagno al tramonto, tra acque cristalline e le strida dei gabbiani, prima di fare ritorno con un traghetto della TravelMar, che mi riporta a Salerno. E intanto mi godo il sole che si inabissa nelle acque, con il vento tra i capelli, prima di ritornare al mio treno che mi riporterà a Napoli.

Ciao Amalfi, terra di sole e felicità.

Sul mio profilo instagram il racconto fotografico completo del mio soggiorno ad Amalfi

ART NEWS

Napoli: la mostra “i Tesori Nascosti” di Sgarbi prorogata fino al 20 luglio

Rivelazione dello scorso inverno, la mostra i Tesori Nascosti, a cura di Vittorio Sgarbi sarà prorogata fino al prossimo 20 luglio. Lo ha anticipato il Mattino di Napoli qualche settimana fa: data la grande affluenza di pubblico e la richiesta a gran voce di chi invece non sarebbe riuscito a vederla durante la stagione calda, si è deciso di estenderla ancora per quasi due mesi. La chiusura originaria, infatti, fissata per il 28 maggio, è sembrata troppo corta per i tanti potenziali visitatori che, in vista dell’estate, volevano vedere le oltre 150 opere che compongono questo interessante percorso di storia dell’arte.

Vittorio Sgarbi è riuscito a mettere insieme opere (ingiustamente ritenute) minori, di autori maggiori, tutte appartenenti a fondazioni, collezioni e collezionisti privati, tra cui il fondo Cavallini-Sgarbi dello stesso curatore e critico d’arte.

Oltre ai tre artisti enfatizzati dal sottotitolo, Tino Di Camaino, Caravaggio e Gemito, attivi nella città di Partenope e che legano maggiormente questa esposizione a Napoli, tanti altri artisti compongono un percorso antologico che mette insieme autori come Mattia Preti, Luca Giordano, Guercino, Ribera, ma anche grandi artisti dell’arte contemporanea e metafisica come Giorgio De Chirico, De Pisis, Morandi.

i Tesori Nascosti di Vittorio Sgarbi (Galleria del ‘900)

Pitture, certo, ma anche sculture come quelle del milanese Wildt e De Luca.

Concepita inizialmente per EXPO Milano 2015 la mostra si è spostata a Salò, arricchendosi di nuove opere e autori per la tappa napoletana.

Suggestivo scrigno di questi tesori è la Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta, a Napoli, chiusa a pubblico per oltre vent’anni e utilizzata nel tempo come officina, è essa stessa tesoro nascosto che, per l’occasione, è stata restituita al pubblico nella veste elegante di pinacoteca del XIX secolo. Pareti bordeaux e dipinti disposti a metà tra percorso museale e sontuosa galleria privata, fanno da cornice al bellissimo pavimento opera della famiglia Massa (la stessa che ha maiolicato il Chiostro di Santa Chiara a Napoli). Chi entra per la prima volta ha probabilmente la sensazione di varcare una nuova dimensione, in cui svaniscono i contorni della Basilica confondendosi con quelli di una eccezionale quadreria.

una foto della sala della mostra da @marianocervone (instagram)

Visitare la mostra è un vero e proprio percorso esperienziale oltre che artistico: la Basilica infatti si trova nel cuore del centro storico della città, già riconosciuto universalmente come patrimonio dell’UNESCO, e per raggiungerla si dovrà passeggiare tra i profumi delle creazioni dei maestri pasticceri e quelle degli artigiani della pizza di Gino Sorbillo, ascoltando gli artisti di strada che portano la loro voce, i loro strumenti, la loro energia per le folcloristiche stradine.

Grazie ad una applicazione (disponibile gratuitamente per iOS e per Android) sarà possibile ascoltare la voce dello stesso Sgarbi, che guiderà lungo il percorso, una lectio privata con un maestro d’eccezione.

Prosegue dunque, per la gioia degli studenti universitari il lunedì universitario, giorno in cui ogni studente, esibendo un qualsiasi documento che attesti la frequenza a qualsiasi facoltà per l’anno corrente, può entrare in mostra pagando soltanto 5€ a fronte dei 12 del biglietto intero.

I Tesori Nascosti rappresenta un’antologia di storia dell’arte, le cui pagine vanno dalla metà del 1200, con opere giottesche appartenute persino a Gabriele D’Annunzio fino ad arrivare ai bellissimi nudi del Novecento di Eugenio Viti.

Sgarbi è riuscito a comporre una mostra che spazia sapientemente dal medioevo al rinascimento, passando per i paesaggisti dell’ottocento napoletano e le avanguardie di inizio secolo. Sono davvero tanti gli autori messi insieme dal noto critico d’arte italiano, che ha portato nel capoluogo campano un evento unico come non se ne vedevano da un po’.

Per maggiori informazioni:

www.itesorinascosti.it

ART NEWS

Art Déco, viaggio nei ruggenti anni. A Forlì fino al 18 giugno

Un viaggio, quello della mostra Art Deco – gli anni ruggenti in Italia, che, come un vivido racconto, proietta lo spettatore in un’altra dimensione spazio-temporale. Stampe, ma anche suppellettili, preziosi monili, passando per arredi d’epoca, automobili e treni. Sì, perché quello di Art Deco, ai Musei di San Domenico a Forlì fino al prossimo 18 giugno 2017, è la fastosa rievocazione dei primi del Novecento, quando tutto era lusso, raffinata ricerca di una bellezza colta e di un gusto che avrebbe segnato per molti decenni a venire di quel design, primigenio antesignano dell’inconfondibile stile italiano.

Lungo il percorso espositivo trova spazio anche una mastodontica Isotta Fraschini di tipo 8b, di un intenso blu cobalto, appartenuta a Gabriele D’Annunzio. Questa autovettura, che poteva sfrecciare ad una velocità di ben 150 chilometri orari, fu ribattezzata Traù dal poeta vate, in omaggio alla città martire della Dalmazia.

Lusso sempre, comunque e ovunque. Lo dimostrano gli sfarzosi arredi del Côte d’Azur Pullman Express, lussuosissimo treno francese che percorse la costa azzurra dal 1929 al 1939, accogliendo il passeggero di prima classe su comode poltrone, pregiati tavoli in legno, lampade e vetri con putti vendemmianti, e che tante stampe d’epoca ha ispirato per la sua promozione.

Tante le influenze che hanno ispirato le opere e le manifatture dell’epoca, che mostrano un’Italia compatta che avanza verso il progresso e una propria visione del futuro: dalle evidenti ascendenze orientali delle porcellane di Ginori al gusto classico delle anfore di Gio Ponti.

Uomini eleganti e donne alla moda. Non si può non pensare al Grande Gatsby lungo il percorso, con jazzistici preludi sonori dell’audioguida, che ricreano l’atmosfera mondana del ventennio, e gli ambiziosi progetti che l’architetto milanese per antonomasia, Piero Portaluppi, disegnò con grande ironia per la città di New York, di cui restano soltanto schizzi e modelli.

È una figura ambivalente quella dell’uomo che emerge da questa rassegna, ora atleta virile ora efebo aggraziato e un po’ dandy, così come le sensuali donne dagli sguardi languidi, come l’iconica Turandot del poster di Leopoldo Metlicovic del 1926.

Ma non è un caso invece che sia il conturbante volto di Wally Toscanini il manifesto-simbolo di questa grande esposizione, poiché incarna perfettamente l’essenza regale e ribelle di questo secolo: figlia del noto compositore Arturo, Wally è stata ritratta da Alberto Martini come una giovane regina di Saba, con il viso contornato di gioielli e perle, adagiata su di una chaise longue con un bellissimo abito di seta gialla. Questo grandioso pastello era stato commissionato dall’amante della donna, il conte Emanuele Castelbarco, sposato e di diciotto anni più grande, che ricorse a tale espediente per incontrare segretamente la giovane durante le ore di posa. I due, su suggerimento di Gabriele D’Annunzio, presero la cittadinanza ungherese, affinché il conte divorziasse e fosse libero di sposare la giovane e bella Toscanini.

I ruggenti anni ’20 sono vicini a noi contemporanei più di quanto il loro mito intramontabile non suggerisca già, con una piccola dose di trasgressione, gli amori clandestini e il loro inconfondibile stile Art Déco.

ART NEWS

Gli orsi di Paola Pivi per l’Art Week alla Rinascente di Milano

Ha un retrogusto anni ’90 qualche lavoro del nuovo progetto site specific che Paola Pivi ha realizzato per LaRinascente a Milano. Un’opera insolita che, in occasione della Art Week e del Salone Internazionale del Mobile, allestirà le vetrine del noto department store che affacciano su Piazza Duomo.

I am tired of eating fish, questo il titolo del concept, a cura di Cloe Piccoli, che vede dei variopinti orsi, alla scrivania o danzare tra colorati sfondi di oggetti d’uso quotidiano, occupare le otto grandi vetrine dello store milanese.

Un universo surreale, quello della Pivi, che nel 1999 ha anche vinto un Orso d’Oro alla Biennale di Venezia, che proietterà i passanti in un mondo governato da leggi dell’assurdo, dove tutto è capovolto e dove ogni cosa può succedere.

Tanti i riferimenti al mondo dell’arte e, inevitabilmente, a quel design squisitamente italiano e milanese in particolare, ma anche al lifestyle e al tempo libero, passando per la natura e il mondo del business.

Il progetto trasforma le vetrine dei Grandi Magazzini Milanesi in vere e proprie gallerie d’arte pubbliche.

Too Late, 1,2, cha, cha, cha, I love my ZiziI and I must stand for artI am a professional bear, I am busy today, Bad Idea: ognuno degli orsi ha un nome che è il frammento di una storia sospesa in un contesto non specificato e in un tempo imprecisato.

Un evento di grande arte contemporanea, che entra di diritto tra gli appuntamenti da non perdere, e gratuiti per giunta, dei “fuori salone” milanesi, che porta l’arte, è proprio il caso di dirlo, tra la gente in piazza.

La Pivi è una acclamata artista italiana nel mondo, che ha esposto le sue opere tra l’altro al MoMA di New York, alla Tate Gallery di Londra, ma anche a Francoforte e Shangai, e arriva con questa rassegna per la prima volta nel capoluogo lombardo, portando i suoi amati orsi dell’artista, vero marchio di fabbrica della sua poetica.

Dalla performance alla fotografia, passando per la scultura, sono tante le tecniche attraverso le quali l’artista esprime se stessa.

Quotate tra i 120 e i 230mila euro, ha realizzato anche alcune opere per la Fondazione Trussardi ai Magazzini di Porta Genova a Milano.

Il progetto per la Rinascente invece si compone prevalentemente di sculture e installazioni, che originano un allucinante mondo onirico, sospeso tra riflessione e lucida follia.

LIBRI

Le storie segrete di cinquanta famosissimi capolavori dell’arte

Cosa sappiamo veramente delle opere d’arte più famose al mondo? La Gioconda, La ragazza con l’orecchino di perla, ma anche Notte Stellata, l’Urlo di Munch o il bacio di Klimt. Celebrati talvolta anche dall’arte contemporanea, sono quadri famosissimi al punto da tramutarsi in vere e proprie icone della cultura pop mondiale raffigurate in ogni dove: dai calendari alle agende, dalle cartoline ai gadget più disparati, passando per le cover degli smartphone e arrivando persino alle emojii di WhatsApp.

Capolavori della storia dell’arte la cui fama gli ha dato una vita propria, che trascende il nome dell’artista che le ha create e la propria epoca, acquisendo una modernità senza tempo.

Eviscerati da qualsiasi tecnologia, riprodotti su qualsiasi superficie e riproposti in ogni salsa, questi dipinti sono costantemente sotto gli occhi di tutti. Ma quanto ne sappiamo davvero a riguardo?

A questa domanda ha provato a rispondere Lauretta Colonnelli che arriva in libreria con Cinquanta Quadri – i dipinti che tutti conoscono. Davvero? Come suggerisce il sottotitolo, la giornalista del Corriere della sera si domanda e ci domanda se li conosciamo veramente, e presenta al pubblico una selezione di cinquanta tra i dipinti più “usurati”, raccontandone storia, aneddoti, curiosità, segreti e notizie su opere che tutti vediamo, ma che, molto probabilmente, pochi conoscono.

Un esempio su tutti i due angioletti “imbronciati”, spesso visti da soli, fanno in realtà parte della Madonna Sistina di Raffaello.

Erroneamente creduta una tela, la Gioconda è invece un olio su tavola (di pioppo), che lo stesso Leonardo Da Vinci portò con sé alla corte di Francesco I cui la vendette durante il suo soggiorno.

I noti volti dei due Duchi di Urbino (che di recente ho visto agli Uffizi), dipinti da Piero Della Francesca nascondono un segreto: sono stati ritratti di profilo in quanto il committente, Federico da Montefeltro, si sfigurò parte del viso durante un torneo, e aveva chiesto all’artista di ritrarlo soltanto dal profilo buono, il sinistro.

Spesso sfondo dei desktop dei nostri laptop, La Notte Stellata di Van Gogh fu dipinta dall’artista olandese all’interno del manicomio di Saint Remy in Provenza (Francia). Pennellate vigorose e violente, date probabilmente durante i suoi momenti di follia, che hanno reso immortale la campagna sottostante che l’artista vedeva dalle grate della finestra della sua stanza.

Ma sono davvero tante le opere che sono mostrate sotto una luce nuova, di una conoscenza che va al di là della mera percezione visiva.

Quadri che custodiscono in sé storie segrete che, con questo volume, vengono adesso rivelate. A tutti.

Il libro è edito da Edizioni Clichy. Per maggiori informazioni:

www.edizioniclichy.it

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Il 25 e 26 marzo tornano le Giornate FAI: i luoghi da scoprire a Napoli

È un traguardo importante quello delle Giornate FAI di quest’anno, che giungono al loro venticinquesimo anniversario, festeggiando, come di consueto, la primavera appena iniziata.

Sono tanti gli appuntamenti che il prossimo weekend, il 25 e il 26 marzo, porteranno i tesserati e non alla scoperta di nuovi luoghi da tutelare, ricercando al contempo nuovi sostenitori di questa nobile associazione che dal 1975 contribuisce, senza scopi di lucro, a salvaguardare il patrimonio artistico-culturale e ambientale italiano.

Un tempo per lo più appannaggio del nord Italia, oggi sono tantissimi i luoghi del cuore FAI dislocati in tutta la penisola. Tanti i vantaggi per i soci, che possono beneficiare di sconti e convenzioni anche in altre strutture e realtà culturali di tutto il Paese.

Le Giornate di Primavera del FAI sono un appuntamento irrinunciabile per chi vuole conoscere meglio il territorio, ma anche nuovi paesaggi e monumenti da valorizzare.

Come il Museo Civico Gaetano Filangieri. Fondato nel 1882 dal Principe di Satriano, Gaetano Filangieri, il museo ha sede nello storico Palazzo Como risalente al XV secolo, che rappresenta una rara testimonianza a Napoli dell’architettura rinascimentale. Un tripudio di manufatti, che vanno dalle maioliche a alle porcellane, passando per mobili, dipinti e stoffe, raccontano la città, seguendo un criterio e un gusto espositivo squisitamente ottocentesco.

È invece un mio luogo del cuore quello del Chiostro dei Santi San Marcellino e Festo e dell’omonima Chiesa, cui sono da sempre particolarmente legato. Un complesso conventuale del VII secolo che è oggi sede dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, e i bellissimi (non mi stancherò mai di dirlo) musei di scienze naturali, quello di Paleontologia, Zoologia, Antropologia e Mineralogia. Bellissima la decorazione interna ad opera di Vanvitelli e uno straordinario pavimento maiolicato, dove oggi si trova il museo di paleontologia, ad opera della bottega della famiglia Massa, la stessa del Chiostro di Santa Chiara.

Le Giornate di Primavera di quest’anno saranno anche l’occasione per scoprire il Conservatorio di Musica di San Pietro a Majella, a due passi dal centro storico della città, il Museo della Ceramica Duca di Martina, con una bellissima collezione, tra le tante, di porcellane cinesi, all’interno della Villa Floridiana al Vomero e i laboratori artistici del Teatro San Carlo.

In Piazzetta Sant’Andrea delle Dame sarà possibile visitare l’omonimo complesso monastico fondato da quattro nobildonne nel 1584, figlie del notaio Pascandolo, che lo fecero costruire a spese della propria famiglia.

Ma le Giornate del FAI sono anche un’occasione unica, ed esclusiva per tutti i soci, di visitare luoghi come la bellissima Villa Rosebery, uno dei massimi esempi di architettura neoclassica a Napoli, con vista sul mare, noché una delle residenze del Presidente della Repubblica Italiana.

I tesserati FAI potranno vedere anche il Parco Letterario di Nisida, ricordando, nel suggestivo isolotto scrittori classici come Omero, con una visita da “Ciceroni in erba”: saranno gli studenti dei licei  “Duca degli Abruzzi”, “Galilei”, “Gentileschi”, “Sannazaro”, “Umberto I” a guidare infatti i visitatori alla scoperta delle bellezze naturali e letterarie del parco.

Infine voglio segnalare un altro ingresso esclusivo per i possessori di una tessera FAI, quello del Castel Capuano, anche noto come Tribunale della Vicaria a Napoli, manco a dirlo in Via Tribunali, risalente al XVI secolo. Durante la dominazione dei Viceré a Napoli, fu adattato alla nuova funzione di tribunale, eliminando tutte quelle strutture squisitamente militari, per rendero un luogo adatto ad ospitare il Sacro Regio Consiglio, la regia Camera della Sommaria, la Gran Corte Civile e Criminale della Vicaria e il tribunale della Zecca.

Per una lista completa di tutti i luoghi aperti durante questo weekend non solo a Napoli e in Campania, ma in tutta Italia, vi rimando al sito ufficiale:

www.giornatefai.it

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Colosseo. Un’icona: duemila anni di storia, a Roma fino al 7 gennaio 2018

Dall’avvio dei lavori nel 69 d.C. sotto l’imperatore Vespasiano al film Lo chiamavano Jeeg Robot del 2016, passando per le settecentesche raffigurazioni del Gran Tour e la PopArt romana di Olivo Barbieri. È davvero grandiosa, come l’opera che celebra appunto, la mostra che ripercorre i duemila anni del Colosseo, storia che è allo stesso tempo anche quella del nostro paese e della nostra cultura.

Colosseo Olivo Barbieri - internettuale
il Colosseo di Olivo Barbieri

Parte oggi fino al prossimo 7 gennaio 2018, Colosseo. Un’icona, straordinaria rassegna, all’interno dello stesso Anfiteatro Flavio, che si propone di mostrare anche aspetti inediti o poco noti di uno dei monumenti italiani più famosi e visitati al mondo.

Forma ellittica, 52 metri di altezza, 188 metri di “lunghezza” (asse maggiore) per 156 di “larghezza” (l’asse minore), per una superficie complessiva di 3357 metri cubi, che poteva ospitare fino a 73.000 persone, e che oggi invece accoglie oltre sei milioni di visitatori l’anno. Sono solo alcuni dei numeri di questo straordinario edificio, che ha visto nei secoli non solo i gladiatori, ma anche attività commerciale, residenziale e religiosa che caratterizzò la sua vita durante il Medioevo.

Con la riscoperta del mondo classico, anche il Colosseo esercita un grande fascino sulla società rinascimentale, ispirando architetti e pittori. Luogo di martirio, nel Cinquecento diventa simbolico teatro della Via Crucis.

Con la ripresa degli ideali dell’Antica Roma e l’ideale prosecuzione di ciò che fu l’Impero, nel ventennio fascista diventa ideologico proscenio del potere.

Roman Holiday
La locandina del film Vacanze Romane, 1953

È con i primi film peplum, i primi kolossal in costume, che il monumento entra nell’immaginario collettivo di tutto il mondo: da Quo vadis? con una giovanissima Sophia Loren a Mangia Prega Ama, passando per La Dolce Vita e La Grande Bellezza sono tanti i film che hanno celebrato Roma, e il Colosseo, sul grande schermo. Lo dimostra un film-documento, a cura di Silvana Palumberi per Rai Teche negli anni 2000, con una photogallery dei film selezionati, ma anche il filmato Nuovo Cinema Colosseo, corto che in 23 minuti raccoglie i più importanti film cui il Colosseo ha fatto da sfondo: dal Gladiatore a Vacanze Romane, da La commare a Roma di Fellini.

La rassegna si articola in dodici sezioni ordinate cronologicamente che, come capitoli di un libro, riassumono le tante vite dell’anfiteatro romano, con modelli, studi, disegni, dipinti. Come il Colosseo che Carlo Lucangeli realizzò tra il 1790 e il 1812.

Colosseo di Lucangeli - internettuale
il Colosseo di Carlo Lucangeli, 1790-1812

Tanti i materiali, esposti qui per la prima volta, che ricostruiscono la vita medievale del monumento romano, per un insieme complessivo di centocinquanta opere e filmati rari, ottenuti grazie alla sinergia con l’Istituto Luce, Cinecittà, a cura di Giorgio Gosetti e Lorenza Micarelli – e la Casa del Cinema.

Curata da Rossella Rea, Serena Romano e Riccardo Santangeli Valenzani, con progetto di allestimento di Francesco Cellini e Maria Margarita Segarra Lagunes, la rassegna è promossa dalla Soprintendenza Speciale per il Colosseo e l’area archeologica centrale di Roma, con Electa, che per l’occasione pubblica anche The Colosseum Book, volume che propone alcuni dei tanti itinerari alla scoperta della fortuna post-antica dell’anfiteatro, con un’ampia raccolta di immagini a corredo, ma anche tante pagine letterarie che lo hanno celebrato e ne hanno fatto una vera icona senza tempo dell’arte e dell’archeologia italiana nel mondo.