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Ritrovata la testa dell’Afrodite di Doidalsas nel Parco di Ostia Antica

Come molti, ho trascorso il sabato sera a guardare Ulisse. Contrariamente a quanto il mio profilo instagram possa suggerire, il mio weekend l’ho trascorso in compagnia di Alberto Angela, che ha realizzato una bellissima puntata (prima di due) su Roma e sul sottosuolo romano. Nell’episodio, che vi linko qui nel caso ve lo foste perso, si faceva riferimento a quante sorprese può ancora riservare il sottosuolo.

A giudicare dalla scoperta di qualche giorno fa c’è da dire che è proprio vero.

Venerdì scorso è stata rinvenuta infatti una testa di Afrodite sepolta dal terreno all’interno del Parco Archeologico di Ostia Antica.

Immediatamente, data l’acconciatura dei capelli, si è pensato a Afrodite di Doidalsas o comunque ad una musa. A ipotizzarlo sono state le archeologhe Mariarosaria Barbera, direttrice del Parco, e Cinzia Morelli, senza escludere nessun’altra possibilità.

Se l’ipotesi fosse confermata, si tratterebbe dell’opera dello scultore del III secolo a.C., che avrebbe ritratto la dea al bagno, con capelli raccolti sulla sommità del capo e uno chignon appoggiato sulla nuca.

Potrebbe naturalmente trattarsi di una replica di età romana del celebre modello greco cui si è ispirato l’artista.

Il fortuito ritrovamento è avvenuto a seguito di ordinari lavori di manutenzione nei terreni di riporto di epoca post-classica.

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Il primo altare di San Pietro si trova a Napoli

Napoli riesce a riservare sempre delle sorprese anche a chi come me la conosce bene o sta imparando a conoscerla. Potrà capitarvi infatti, percorrendo Corso Umberto I, di imbattervi nella Chiesa di San Pietro ad Aram.

Questa basilica è nota perché, secondo la tradizione, custodirebbe l’Ara Petri, l’altare dell’apostolo Pietro, primo pontefice della cristianità, dal quale, durante la sua venuta a Napoli, avrebbe convertito i primi cristiani.

Un reperto, una vera e propria reliquia, questa, importantissima per la comunità, ed un nuovo primato per la città di Napoli che dunque nella storia sarebbe stata anche importante centro di culto cristiano.

Secondo la tradizione infatti Pietro, proveniente da Antioca e diretto a Roma, avrebbe fatto una sosta a Napoli. Qui avrebbe incontrato una donna di nome Candida, pagana, gravemente ammalata, che implorò il santo di guarirla. Pietro riuscì a compiere il miracolo e la donna allora lo condusse da un certo Aspreno, ammalato anch’egli che, grazie al vicario di Cristo, riuscì a trovare la salvezza.

I due pagani si convertirono così al cristianesimo, e fu tanto l’ardore che Pietro nominò Aspreno primo vescovo di Napoli.

La cosiddetta Ara Petri, dove San Pietro avrebbe pregato e celebrato, sarebbe stata custodita da Aspreno prima in una piccola edicola, e poi all’interno della stessa basilica dove ancora oggi è visibile.

la Chiesa di San Pietro ad Aram a Napoli

L’altare si trova nel vestibolo della chiesa, in quello che è di fatto l’ingresso principale della basilica, ed è sormontato da un affresco rinascimentale e da un grande baldacchino, addossato ad una parete.

L’accesso alla basilica è attraverso un ingresso secondario, una piccola porticina in legno e vetro che quasi nasconde le dimensioni di questo monumentale edificio, e dà sul lato lungo della navata centrale. Si prova un vero e proprio senso di smarrimento, osservandone la cupola, il biancore delle sue pareti, l’estensione, lo straordinario organo a canne che troneggia dall’alto della cantoria dell’altare maggiore.

Un coro di frati fa da sottofondo a questo complesso di grande suggestione, dove un tempo sorgeva una costruzione paleocristiana, in cui si celebrava il culto delle anime del Purgatorio, particolarmente sentito a Napoli se si considera l’omonima Chiesa delle Anime del Purgatorio ad Arco o lo stesso Cimitero delle Fontanelle.

Al complesso era originariamente annesso un chiostro, demolito verso la metà del XIX secolo, durante il “Risanamento” della città, per fare spazio al Rettifilo (Corso Umberto I). Il chiostro era uno degli esempi di architettura rinascimentale partenopea, di cui oggi parte delle colonne dell’ambulacro furono trasferite nella Chiesa di Sant’Aspreno al Porto.

Il piccolo altare è stato il cuore della cristianità partenopea, dove l’apostolo ha dato inizio al suo lungo percorso di evangelizzazione che porterà alla fondazione della Santa Romana Chiesa. È in questo luogo che l’apostolo celebrò le prime messe rinnovando il culto dell’eucarestia, e dando inizio alla canonizzazione di quella che sarà la liturgia.

La Basilica di San Pietro ad Aram ospita tra gli altri delle bellissime opere di Luca Giordano.

Mi stupisce che un luogo di tale importanza spirituale sia distante anni luce dalle folle oceaniche che invece investono altri e ben più noti luoghi e, benché apprezzi la pace interiore che solo un posto come questo sa dare, mi dispiace notare che sia per lo più ignoto al grande pubblico.

La Chiesa è di certo un sito da scoprire e riscoprire, non solo per sentirsi più vicini alla conversione e rinascita spirituale e cristiana, ma per restare affascinati da così tanta ieratica bellezza.

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L’arte per le strade di Montesanto a Napoli

L’arte contemporanea ha ridefinito il concetto stesso di arte, che sempre più spesso esce dal biancore asettico delle pareti dei musei, per amalgamarsi sempre più spesso nel tessuto paesaggistico e urbano. Se sul Lago d’Iseo ne è stato un esempio Christo, con la sua colossale opera, The Floating Piers, che ha portato sulle acque del Sebino una passerella gialla lunga circa 3 chilometri, a Napoli, anni addietro, in principio furono le stazioni della metropolitana a farsi installazioni e vere e proprie attrazioni turistiche e veri e propri musei gratuiti per i viaggiatori, portando artisti del calibro di Kounnelis e Pistoletto.

Da oggi però il capoluogo partenopeo potrà vantare anche un altro progetto d’arte contemporanea, che entra a far parte direttamente del tessuto urbano.

È con questa premessa che parte il progetto MontesantoArte promosso dalla Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee-Museo Madre, realizzato in collaborazione con Quartiere Intelligente.

Quattro artiste hanno creato delle opere site-specific per l’omonimo quartiere di Montesanto.

Mariangela BrunoFrancesca BorrelliElena Mazzi e Valentina Miorandi, quattro donne, tutte under 35.

Le opere, che turisti e redisenti potranno ammirare sono The Dot della Bruno, installazione luminosa posta sul tetto di Quartiere Intelligente.

Francesca Borrelli ha invece creato Fern‘s Bookcase, che prova ad unire il mondo della cultura a quello della natura.

Elena Mazzi ha invece pensato una performance live dal titolo Karaoke. A che serve parlà si nisciuno te dà aurienza realizzando un confronto diretto con gli abitanti del quartiere.

Mentre Valentina Miorandi ha immaginato un video, seguito di Conkè delle Drifters, duo composto dalla Miorandi e da Sandrine Nicoletta Chatelain, che è stato realizzato in collaborazione con la comunità di Montesanto.

Un progetto, questo, che avvicina l’arte alla strada e alle persone che la abitano.

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Gli igers e i blogger di Napoli al museo MADRE per Pompei@Madre

Vedere una mostra di archeologia all’interno di un museo d’arte contemporanea, è già di per sé un evento eccezionale. Avere la possibilità di vederla, guidati dal direttore in persona, è la quintessenza del voyeuristico piacere cui un amante della storia dell’arte possa ambire.

Vi avevo già parlato di Pompei@Madre, la straordinaria mostra allestita dal Museo d’Arte contemporanea Donna Regina, noto ai più con l’acronimo di MADRE, che terrà banco nelle sale del Palazzo Donnaregina a Napoli fino al prossimo 30 aprile.

L’occasione è stata uno speciale #InstameetPompeiMadre, organizzato sabato 17 marzo dal museo in collaborazione con igersnapoli, che ha riunito gli instagrammer napoletani e non solo, e i blogger che, come me, si occupano (anche) di arte. Accompagnati dal Direttore Andrea Viliani, abbiamo fatto una visita esclusiva all’interno di questa bellissima esposizione, che ha messo in dialogo l’archeologia alla contemporary art.

Smartphone innanzitutto, ma anche reflex, compatte e, sì, persino qualche analogica. Ognuno nel suo personalissimo modo, vuole catturare un pezzo di mostra o di museo, e raccontarlo attraverso i propri canali social e le proprie pagine on-line.

Una giornata che ha messo a dura prova la resistenza delle batterie dei nostri dispositivi, e ha dato libero sfogo alla smania di fotografare ogni pezzo o allestimento di una mostra che ha letteralmente incantati.

Varchiamo idealmente quella che è stata concepita come una Domus Contemporanea. Ed è proprio una porta quella che vediamo al centro del colorato atrio, in cui i sgargianti colori caldi dell’opera di Daniel Buren fanno da sfondo al “negativo” in gesso della porta di una casa dell’antica Pompei. Una felice intuizione con cui l’allora soprintendente, Giuseppe Fiorelli, nella metà del XIX secolo aveva portato alla luce corpi e oggetti dalla devastata terra pompeiana, che altrimenti noi contemporanei non potremmo vedere. E così proprio come quei calchi in gesso dei tanti pompeiani che trovarono la morte in quella terribile eruzione del Vesuvio del 79 d.C., anche molti altri oggetti hanno impresso la loro impronta tra la cenere e i lapilli che coprirono la cittadina romana 2000 anni fa.

Entusiasta quanto emozionato, il direttore ci introduce alla mostra: «La novità della nostra mostra è che vuole essere un modo per guardare il tempo – dice – e a quella “materia archeologica” che non è qualcosa che rimarrà in eterno. Ma cambierà».

Sono soprattutto questi gli oggetti fortemente voluti da Viliani in questa esposizione, quelli feriti, compromessi, che portano addosso le cicatrici del tempo e di un evento che li ha inevitabilmente segnati, e talvolta cambiati, per sempre: «La nostra idea, che questa mostra lancia – ci tiene a sottolineare Viliani – è che la materia archeologica pompeiana distrutta, può diventare materia per la creazione di nuove opere d’arte se affidate ad artisti contemporanei».

Sì, perché Pompei@Madre rappresenta la volontà di sconfiggere il pregiudizio sul contemporaneo, guardandolo attraverso ciò che per molti è considerato classico, dimostrando che tutto è stato contemporaneo e forse lo è ancora: «Contemporaneo – prosegue Viliani – è il modo di guardare le cose» proprio come seppe fare l’archeologo e studioso Salvatore Settis, quando scrisse il futuro del classico, introducendo quel concetto di resilienza, quella capacità di adattamento e sopravvivenza che caratterizza oggi gli oggetti e la città stessa di Pompei.

Risaliamo le scalinate di Palazzo Donnaregina, ascoltando la voce del direttore che echeggia negli ambienti del museo. Siamo rapiti, mentre ci avviciniamo in quelli che dovevano essere gli ambienti circostanti della casa, come topolini con il pifferaio magico.

Un triclinio, un tavolo, lampade dalle forme falliche. Oggetti d’uso quotidiano che qui acquistano una valenza nuova, una coscienza storica, dove tutto si fa nostalgia ed ogni cosa diventa arte e suggestione, perfettamente incastonati tra i trasgressivi affreschi di Francesco Clemente e le sue maioliche della site specific Ave Ovo, che celebra i simboli di Napoli e quelli della sua infanzia.

Un pavimento “a canestro”, in cui tessere a mosaico colorate, si intrecciano, dialoga con i due cerchi bicolore di Sol Lewitt, 10000 lines, tratteggiati, appunto, da diecimila linee di uguale lunghezza in ordine sparso. Non sono stati realizzati dall’artista americano, scomparso nel 2007, ma secondo sue precise istruzioni, perché, questo il concetto rivoluzionario, per il minimalista Lewitt, che concepita l’arte “as idea”, come qualcosa di riproducibile seguendo delle indicazioni precise, proprio come nell’antica Pompei, quando un pavimento di tal pregio era semplicemente realizzato da una maestranza che aveva acquisito la tecnica dal suo predecessore.

E quasi ci sembra di calpestarlo, quel pavimento pompeiano che affacciava sul mare, e sentiamo quasi la brezza marina e l’aria salina del golfo.

Bellissimo il dialogo non solo artistico, ma spirituale, è proprio il caso di dirlo, con l’opera Spirits di Rebecca Horn, l’artista tedesca che con i suoi teschi e i suoi specchi aveva omaggiato la città di Napoli, il culto per le anime pezzentelle, che trova adesso in alcune lapidi antropomorfe la naturale prosecuzione a ritroso nel tempo di questo ciclo che da sempre caratterizza la città e i suoi abitanti, in un gioco di suoni, luci e ombre, sospese tra la vita e la morte.

Le sale si susseguono una dietro l’altra, e i reperti dell’antica città alle falde del Vesuvio si alternano alle installazioni e opere delle collezioni permanenti. Il nostro percorso, questo vero e proprio cammino iniziatico tra antichi ritrovamenti e lavori recenti, si chiude con un’olla. Un vaso panciuto, dalla particolare pigmentazione verde, punteggiata da schizzi bianchi e blu, e dai colori caldi del collo. Sembra incrostato, a metà tra un reperto di un relitto sott’acqua e un’opera espressionista.

«Questa è la nostra Grace Kelly!» esclama il direttore con orgoglio, indicando questo antico vaso che cattura completamente la nostra attenzione, mentre Viliani prosegue un elenco di nomi di dive dagli anni ’50 ad oggi, che possano meglio incarnare l’iconico significato che questo pezzo ha per l’intera mostra.

È incredibile pensare che non c’è un artista dietro questo avveniristico “design”, o che forse il suo artefice è il Vesuvio. Sì, lo stesso ritratto da Andy Warhol, giunto in queste sale direttamente da Capodimonte. Il Vesuvio, la cui furia distruttrice ha sepolto e conservato un’intera città, che con i suoi lapilli incandescenti, la sua cenere, la sua violenza, ha colorato questo paiolo con la stessa forza di Jackson Pollock, rendendola di diritto un’opera d’arte contemporanea. Senza tempo.

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Scoperto nei fondali di Napoli l’antico porto all’ombra di Castel dell’Ovo

Oggi leggo su alcuni siti una notizia che io avevo appreso la scorsa settimana.

Venerdì 9 marzo infatti avevo preso parte, con vero interesse e piacere, a L’Archeologia subacquea nel Golfo di Napoli, fra passato e prospettive per il futuro, all’Università degli Studi di Napoli Federico II, secondo appuntamento di un ciclo di conferenze sulla Magna Grecia, che si propone di approfondire tematiche e problematiche legate al mondo dell’archeologia e dello scavo archeologico.

Una presentazione, questa, che non solo ci ha parlato con onestà delle difficoltà cui va incontro l’archeologo contemporaneo: trovare i finanziamenti per le campagne di scavo, ottenere i permessi legati al contesto urbano, riuscire ad estrarre dalla terra informazioni e reperti; ma ci ha anche aggiornato sulle recenti campagne legate al panorama partenopeo, e mai aggettivo fu più appropriato.

Le scoperte infatti riguardano proprio l’isolotto di Megaride, dove oggi sorge Castel dell’Ovo, luogo mitico in cui, secondo la leggenda, la Sirena Partenope, rifiutata da Ulisse, avrebbe trovato la morte. Qui originava la primigenia Palepolis, il nucleo più antico di ciò che sarà per i greci la città “nuova”, Neapolis.

Ad introdurre il panorama campano è stato il Dottor Rosario Santanastasio, geo-archeologo, che ci ha ampiamente spiegato i fenomeni sismici, eruttivi e di bradisismo che hanno caratterizzato il territorio, portando all’attuale morfologia, caratterizzandone anche il materiale, il tufo giallo, di cui la Campania, e Napoli in particolare, sono ricche, e che senza dubbio ha fortemente inciso sugli insediamenti ma anche sulla costruzione delle strutture della vecchia e della nuova città greco-romana.

A parlare invece delle recenti scoperte, che hanno interessato il lungomare di Napoli, è stato l’archeologo subacqueo e operatore tecnico subacqueo Filippo Avilia, scopritore tra l’altro della corvetta borbonica “Flora”. Lo studioso applica la tecnica del mare all’archeologia e viceversa, e ci parla così del ritrovamento di quattro tunnel sommersi, e una strada larga all’incirca tre metri che reca ancora i segni dei carri che la attraversavano. Una lunga trincea per soldati che proteggevano probabilmente l’originario approdo dell’antica città di Napoli: «Fra la prima galleria crollata e la seconda – spiega Avilia – c’è una trincea che le collega, alta circa un metro e mezzo e larga altrettanto. Un camminamento, che ricorda molto quelli della prima guerra mondiale».

Lungo quest’area ritroviamo inoltre dei massi, depositati a mo’ di protezione di questo passaggio.

Per il Dottor Avilia il condizionale è d’obbligo, in quanto, tiene a precisare, si tratta di una scoperta recente che è ancora in fase di studio.

Il rinvenimento è avvenuto all’ombra, letteralmente, del Castel dell’Ovo. Nei fondali alla destra della fortezza napoletana infatti, ad appena sei metri di profondità, si sono calati i sottomarini finanziati dalla IULM di Milano.

Ma questa, pare, sarà soltanto la prima parte di una spedizione archeologica che a maggio riprenderà, di cui gli studi potrebbero aprire anche un nuovo scenario nel panorama turistico di Napoli, allargando l’offerta con con visite esclusive nei fondali della città.

Orientato ad una “musealizzazione” anche il Soprintendente dei Beni Archeologici di NapoliLuciano Garella, che pensa infatti ad un modo per valorizzare al meglio queste scoperte e renderle fruibili a quel grande pubblico di studiosi o semplici appassionati, creando un vero e proprio filone turistico subacqueo. D’altronde gli stessi Santanastasio e Avilia hanno spiegato all’unisono che ciò che preme anche al semplice cittadino, in vista di nuovi scavi, è se questi potranno portare anche un beneficio economico-lavorativo all’intera comunità.

La scoperta contribuisce senza dubbio a ridefinire quelli che erano gli originari confini del lungomare di Napoli, e getta le basi per una nuova immagine del primo nucleo di fondazione. Orgoglioso l’autore di questi rilievi, l’archeologo Mario Negri, che in merito ha detto: «È una scoperta che apre un nuovo scenario della ricostruzione della vecchia struttura di Palepolis».

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Raffaello, l’eco del mito tra passato e futuro. A Bergamo fino al 6 maggio

La mia visita a Bergamo inizia con un viaggio in treno molto suggestivo, che comprende uno scambio a Lecco. Il treno regionale è di quelli dalle ampie vetrate, attraverso le quali, come al cinema, scorgo panorami innevati come nell’Orient Express.

È tanta la gioia che mi rende felice come un bambino, questo viaggio, già prima di giungere alla mia meta, l’Accademia Carrara.

Raffaello e L'eco del mito mostra Accademia Carrara Bergamo 2018 (Mariano Cervone instagram) - internettuale
Mariano Cervone da instagram @marianocervone

Una salita per una ripida funicolare e un dedalo di stradine di acciottolato lombardo mi portano da Raffaello. L’occasione è la mostra L’Eco del Mito, una mostra che si ripropone di indagare l’influenza che il maestro urbinate ha avuto già sui suoi contemporanei e su tutti quei raffaelleschi che hanno provato a portarne avanti l’eredità artistica.

Raffaello nasce a Urbino, la città ideale di Federico da Montefeltro. Un ambiente, quello del centro Italia, in cui il maestro urbinate recepisce e fa sue le prime contaminazioni, sotto le vestigia del suo maestro Perugino.

Un percorso di storia dell’arte che svela quanto Raffaello, negli anni della formazione, si sia lasciato influenzare anche dal Pinturicchio, come racconta il Vasari nelle sue Vite o, come naturale che sia, è stato influenzato anche dal padre, il pittore Giovanni de’ Santi, nella cui bottega apprese le tecniche di disegno e pittura.

Sono molti i prestiti di questa esposizione, dalla Galleria Corsini di Firenze alla National Gallery di Londra, dal Louvre alla Pinacoteca di Brera. Molti dipinti arrivano da fondazioni private, precluse al pubblico, ed è dunque un’occasione unica per confrontare le opere raffaellesche con i suoi contemporanei e successori.

Dal Perugino eredita il gusto di colori morbidi, volti ieratici, la volumetria dei tessuti.

Nel cosiddetto Libretto Veneziano, appunti di studio scritti probabilmente da un suo allievo, ritroviamo i viaggi di studio.

Matita nera e penna su carta. Sono questi gli strumenti con cui sono ritratti uomini illustri e vedute di Urbino, che cedono il passo agli studi anatomici e la bronzistica greco-romana.

Raffaello mi appare in tutto il suo splendore, in una sua Madonna con bambino benedicente. Gli occhi lievemente sferici, la sacralità dei loro volti sereni.

Alcune opere ritornano per la prima volta insieme dopo la loro realizzazione: Nicola da Tolentino resuscita due colombe, il Miracolo degli Impiccati e Nicola da Tolentino soccorre un fanciullo che annega. Frammenti della Pala Baronci, realizzata dal magister nel 1500.

È evidente l’influenza giottesca nel miracolo delle colombe: un momento ritratto all’interno di una camera da letto, cui manca la quarta parete come una scenografia teatrale, vede il santo disteso al centro della scena in gesto benedicente.

In San Michele e il Drago Raffaello ricorda il pittore olandese Hieronymus Bosch, con figure mostruose e scene apocalittiche che si ispirano alla Divina Commedia dantesca: colori vibranti e la forza nei movimenti concitati rendono la dinamicità della scena.

Il percorso è un’ascesi artistica straordinaria, con un allestimento in tessuto molto bello.

Manifesto di questo evento è il suo San Sebastiano, ritratto dall’artista come un giovane uomo alla moda, raccolto in una contemplazione privata, intima, con grande attenzione per le lussuose e lavorate vesti, e per quella freccia, che si fa strumento di Dio, tenuta tra le dita quasi come una penna. Il maestro urbinate sfugge l’iconografia tradizionale, ed è qui messo in relazione con Pinturicchio e Perugino, con una bellissima Maddalena, un San Sebastiano e una Elisabetta Gonzaga.

Uno dei momenti più emozionanti di questa rassegna è ritrovarsi faccia a faccia con La Fornarina, vera e propria icona della storia dell’arte italiana, al pari della Gioconda vinciana. Sorride con sguardo languido, ed è solo ammirandola da vicino che mi accorgo di una velata sensualità, e malizia dei suoi gesti.

Non solo la sua opera, ma anche la sua figura di artista è rimasta viva nei posteri. Lo dimostra il ritratto di un Raffaello intento a dipingere la Madonna della Seggiola di Dionigi Faconti, ma anche nei ritratti immaginari di Cesare MussiniFelice Schiavone, che raccontano l’amore tra l’artista e la sua amata, dimostrando quanto questo legame alla fine del ‘700 era già entrato nella leggenda.

L’ultima sezione di questo grandioso excursus d’arte è dedicato alla storia dell’arte contemporanea. Ed è qui, che con grande sorpresa e gioia, posso ammirare addirittura un Picasso.

Un’eco, quello di Raffaello, che si riverbera nel passato e nel futuro, in ciò che c’è stato prima e in ciò che, dopo la sua morte, prosegue. Per sempre.

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Napoli, scoperto un nuovo tratto dell’Acquedotto del Serino

Se amate le escursioni e i percorsi sotterranei, c’è un nuovo tratto che potrete visitare a Napoli.

Qualche giorno fa infatti, l’associazione Celanapoli, che si occupa di studiare il sottosuolo nell’area a nord dell’antica Neapolis, ha annunciato una scoperta che va ad ampliare l’offerta di visite nel ventre della città.

È stato scoperto infatti un nuovo tratto dell’acquedotto Augusteo del Serino: «Un rinvenimento ed una identificazione – hanno detto in merito i responsabili dell’associazione dalle pagine ANSA – che arricchisce di un prezioso tassello il complesso paesaggio dell’area già caratterizzata dall’imponente necropoli ellenistica».

Il nuovo tratto dell’acquedotto Augusteo presentato dall’associazione Celanapoli (ANSA)

Si tratta di una grandiosa opera di ingegneria idraulica, che si ritrova a circa venti metri sotto l’attuale quota stradale, e lunga circa 220 metri.

Il tratto presenta ben sette pozzi di areazione. La sua presenza era già stata segnalata da diverse fonti tra il VI e il XIX secolo.

Questo percorso, che si trova tra la zona dei Ponti Rossi ed il Rione Sanità, era stato finora erroneamente identificato come un tratto del Carmignano, opera risalente al 1600.

Già noto durante il secondo conflitto bellico, veniva utilizzato come camminamento che collegava le diverse cavità sotterranee della città, che nel corso della Seconda Guerra Mondiale furono convertite come rifugi antiaerei.

Celanapoli consente ai suoi visitatori di vedere un itinerario alternativo dei più noti accessi al sottosuolo di Napoli, che va da Porta San Gennaro e attraversa il Borgo dei Vergini e il Rione Sanità.

La scoperta rappresenta senza dubbio una novità nel già variegato panorama partenopeo, ed è sicuramente interessante rivivere non soltanto le suggestioni della Napoli greco-romana, ma anche per conoscerne una più recente e particolareggiata storia del secondo ‘900.

Per maggiori informazioni, vi rimando al sito ufficiale:

www.celanapoli.it

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Salvador Dalí al Palazzo delle Arti di Napoli dal 1 marzo

Il sospetto, e la speranza, era già venuto qualche settimana fa, quando abbiamo visto per strada dei misteriosi cartelli rossi con la faccia furbetta di Salvador Dalí, in una sua iconica immagine in bianco e nero.

Nessun titolo, nessuna data, nessuna dicitura per una furba strategia di marketing che intendeva, ed è riuscita con successo, a suscitare la curiosità dei napoletani per settimane, prima dell’annuncio di qualche giorno fa.

Come molti avevano già ipotizzato, l’evento riguarda il Palazzo delle Arti di Napoli, che dal 1 marzo al 10 giugno 2018, ospiterà Io Dalí.

Una mostra che si propone di ripercorrere la carriera di Dalí, dalla nascita del mito all’immortalità di un artista, scomparso nel 1989, più vivo che mai. La poetica delle sue opere, ma anche il personaggio eccentrico un po’ sopra le righe, ne fanno un artista sempre attuale.

Per la prima volta in Italia l’esposizione indagherà anche la Vita segreta del controverso maestro del surrealismo.

Dipinti, disegni, ma anche video, fotografie e riviste ripercorreranno la carriera e la vita di Dalí.

I visitatori avranno così modo di notare come è nato il personaggio dell’artista catalano che ha senza dubbio contribuito alla diffusione delle sue opere.

Un’esposizione fondamentale per chi vuole conoscere la forte personalità del genio.

Fortemente voluta dal Comune di Napoli – Assessorato alla Cultura e al Turismo, la mostra vede la collaborazione della Fundació Gala-Salvador Dalí ed è co-organizzata con C.O.R. Creare Organizzare Realizzare.

Curatori dell’esposizione Laura Bartolomé e Lucia Moni per la Fundació Gala-Salvador Dalí e da Francesca Villanti, direttore scientifico di C.O.R. Creare Organizzare Realizzare.

Il percorso si avvale della consulenza scientifica di Montse Aguer, direttrice dei Musei Dalí e di Rosa Maria Maurell.

Info:
www.mostradalinapoli.it

(il sito sarà online a partire dalla data d’inaugurazione della mostra)
Tel. 081.7958601 – 06.85353031 – info@mostradalinapoli.it
Prevendite:
www.etes.it – Tel.081.5628040

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Rubens e Brueghel al Museo Diocesano di Napoli fino al 30 aprile

Quello di Donnaregina è l’esempio di quanto le architetture non rispondono sempre alle esigenze museali. Mi perdo nel percorso del Complesso Monumentale del Museo Diocesano a Napoli, eppure camminando mi accorgo che è stato concepito, forse, per suscitare meraviglia e stupore.

L’occasione, per vedere questo museo, è un incontro speciale, quello con Rubens e Brueghel e la bellissima Madonna col Bambino in una ghirlanda di fiori, nelle sale, anzi nel bellissimo coro, del complesso fino al prossimo 30 aprile.

I due artisti sono soltanto gli ultimi, in ordine cronologico, ad aggiungersi alla lista di opere illustri, ospitate dal Donnaregina, tra le quali il Salvator Mundi di Leonardo Da Vinci (recentemente venduto per oltre 450 milioni di euro).

L’opera di Rubens rispondeva alle esigenze della Riforma, che vietava la rappresentazione della Vergine e dei Santi, e così l’artista fotografa un momento di intima maternità: il bambino sembra muovere i primi passi, mentre la Vergine lo sostiene, guardandolo con tenerezza e amore, quasi presagendo il destino della Croce. È una scena affettuosa, quella che dipinge il pittore tedesco, contribuendo alla diffusione del barocco e di questo nuovo linguaggio figurativo nell’Europa del nord.

I fiori di Brueghel sono il realistico motivo decorativo, con cui il pittore olandese risponde invece al gusto dei collezionisti del tempo, ponendo la Vergine all’interno di una ghirlanda floreale. I suoi fiori possono quasi essere toccati, tant’è il loro realismo, e potrebbero fuoriuscire dalla cornice con vivida verosimiglianza. Colori sgargianti, ombreggiature, dettagli che anticipano la fotografia, ma anche quella mise-en-scène floreale di quelli che oggi, nell’epoca 2.0, chiamiamo florist. Una composizione equilibrata, allegra, ma al tempo stesso austera e celebrativa, enfatizzata ulteriormente dal fondo scuro della tavola, che fa da cornice al dipinto ottagonale di Rubens.

Versioni analoghe a questo dipinto, le ritroviamo nelle collezioni del Louvre a Parigi e al museo del Prado a Madrid.

La Madonna e il bambino non guardano lo spettatore, che si ritrova ad osservare l’intimo legame tra una madre e il suo bambino ancora in fasce.

È tenero lo sguardo della Madonna, che osserva la figura stante del bambino.

È solo percorrendo le sale di Donnaregina che si comprende perché è davvero monumentale questo museo.

Le sale si illuminano al ritmo dei miei passi sul pavimento.

È straordinario osservare la ricchezza di queste collezioni che emergono dal buio come apparizioni mistiche. Pittori napoletani o attivi a Napoli tra il X secolo e il 1800, che hanno reso omaggio alla sacralità. De Matteis, Vaccaro, Solimena, Tommaso De Vivo sono solo alcuni dei tanti nomi che affollano il percorso dell’immensa collezione permanente, raccontando, ognuno a proprio modo la storia dell’arte partenopea. Madonne, Santi, racconti biblici o evangeli, dipinti e ritratti che si ispirano alle agiografie ufficiali o apocrife.

Chiesa Santa Maria Donnaregina Vecchia, affreschi Coro delle Monache

Le sale sono silenziose e quasi respiro la sacralità di quella che doveva essere l’originaria clausura di Donnaregina Nuova, sede nel XVII secolo delle Clarisse, che vollero costruire una chiesa barocca che maggiormente rispondesse al gusto del tempo, annettendo l’antica chiesa gotica, che oggi prende il nome di Donnaregina Vecchia, alla zona della clausura.

Trovo particolarmente tenere un Compianto sul Cristo morto di Andrea Vaccaro, che rende la disperazione della Vergine e il dolore della Maddalena.

Molti degli artisti napoletani di queste collezioni sono ignoti o seguaci di altri maestri partenopei: dai caravaggeschi che avevano ben recepito l’opera di Caravaggio, che a Napoli ha lasciato le Sette Opere di Misericordia, ai seguaci di altri artisti partenopei che hanno fatto propri gli stili di artisti maggiori e i dettami del gusto del tempo.

Il museo è anche un florilegio di paramenti sacri e finissimi reliquiari e ostensori di metalli nobili e pietre preziose, che ancora raccontano lo sfarzo e la ricchezza di questo luogo.

Proseguo il mio percorso dirigendomi verso l’ingresso di Chiesa di Santa Maria Donnaregina Vecchia, le cui origini risalirebbero addirittura al 780 d.C. Qui c’è il ciclo di affreschi risalente al XIV secolo più grande di Napoli. Un ciclo scampato miracolosamente ad un incendio, i cui pigmenti, come nell’antica Pompei, sono diventati rossicci, mantenendo però intatte le scene del vecchio e del nuovo testamento, con la vita e la passione di Gesù.

All’interno della Chiesa di Santa Maria Donnaregina Vecchia trova posto il sepolcro di Maria D’Ungheria.

Il Complesso è oggi anche sede di stagioni concertistiche, ed è un prezioso scrigno di grandi e meravigliosi tesori. Un’antologia di autori partenopei, per scoprire le storie e la storia della cristianità attraverso la grande arte napoletana.

ART NEWS

Raffaello e l’eco del mito, Bergamo anticipa le celebrazioni della morte del maestro

Raffaello Sanzio, San Sebastiano

Nel 2020 saranno esattamente cinquecento anni dalla morte di Raffaello Sanzio, che morì prematuramente a Roma a soli trentasette anni. Se un film, Il Principe delle Arti (di cui vi ho parlato qui) lo ha celebrato lo scorso anno al cinema, una mostra a Bergamo anticipa le iniziative per le celebrazioni del maestro urbinate.

Raffaello e l’eco del mito è questo il titolo della rassegna, che da oggi, 27 gennaio, fino al 6 maggio porterà all’Accademia Carrara sessanta opere, provenienti da importanti prestiti nazionali e internazionali, ma anche da prestigiose collezioni private.

L’intero progetto scientifico che ha dato origine a questo evento, ruota intorno al San Sebastiano di Raffaello, capolavoro giovanile del pittore rinascimentale, che fa parte oggi delle raccolte della Carrara. Da qui si muovono diverse sezioni che indagano gli anni della formazione e dei maestri che hanno influito sulla sua arte come Perugino, Pinturicchio, Giovanni Santi, Luca Signorelli.

Raffaello Sanzio, Madonna con il Bambino (Madonna Diotallevi)

Una significativa raccolta di opere invece racconta i primi anni, quelli che vanno dal 1500 al 1505, e infine la straordinaria influenza che in pochi anni di attività questo straordinario artista ha avuto sulle nuove generazioni, raccontate in due sezioni: la prima ottocentesca, di cui La Fornarina (in prestito dalle Gallerie Nazionali di Arte Antica di Roma Palazzo Barberini) si fa simbolo e fonte di ispirazioni per autori del diciannovesimo secolo, come mostrano gli esempi in mostra delle opere di Giuseppe Sogni, Francesco Gandolfi, Felice Schiavoni, Cesare Mussini. La seconda dedicata ad artisti contemporanei che al maestro continuano a ispirarsi.

Dalla Madonna Diotallevi di Berlino alla Croce astile dipinta del Museo Poldi Pezzoli, dal Ritratto di giovane di Lille al Ritratto di Elisabetta Gonzaga degli Uffizi, fino al San Michele del Louvre. Sono 14 le opere i capolavori che testimoniano l’originalità nell’innovare i coevi canoni linguistici e la straordinaria espressione artistica.

Una mostra che ricompone per la prima volta la Pala Colonna, le cui parti provengono dal Metropolitan Museum of Art di New York, dalla National Gallery di Londra e dall’Isabella Stewart Gardner di Boston.

Raffaello Sanzio, La Fornarina

A cura di a cura di Maria Cristina Rodeschini, Emanuela Daffra e Giacinto Di Pietrantonio, la mostra è realizzata grazie alla Fondazione Accademia Carrara in collaborazione con GAMeC – Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo e in coproduzione con Marsilio Electa.

Per maggiori informazioni:

www.raffaellesco.it