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I 10 musei italiani preferiti dagli utenti di TripAdvisor

Anno che va, classifica che trovi. Dicembre, tempo di bilanci e, spesso, anche classifiche. Quali sono state le mete più visitate del 2017? Ecco una top ten, secondo gli utenti di TripAdvisor, dei luoghi più visti negli ultimi dodici mesi. Per chi vuole scoprire i musei più visti e per chi invece vuole prendere spunto per i propri viaggi.

Museo Egizio di Torino (da wikipedia)

Al primo posto si classifica quest’anno il Museo Egizio di Torino. Con quasi un milione di visitatori l’anno, 37.000 pezzi dislocati su 60.000 metri quadri è senza dubbio il museo più importante, dopo quello del Cairo, sull’Antico Egitto, e di certo quello più apprezzato dagli utenti del sito di viaggi, di cui scrivono, e con giusta causa, “Full immersion nell’Antico Egitto”.

Gallerie degli Uffizi, corridoio piano superiore (da wikipedia)

Ci spostiamo a Firenze. Al secondo posto infatti è la Galleria degli Uffizi, la seconda scelta dei viaggiatori. Anch’io quest’anno ho avuto il piacere postando su instagram alcune immagini. Botticelli e la Nascita di Venere e Raffaello Sanzio sono di certo il manifesto di questo nostro vanto italiano, ma sono tantissimi gli artisti, da Giotto a Tiziano, da Veronese a Tintoretto, passando per PontormoBronzinoCaravaggio e tantissimi altri.

“Averla vista in foto è nulla in confronto al trovarsi di fronte a questa magnifica scultura” sono queste le parole di qualcuno che ha visto per la prima volta il David di Michelangelo, scultura-principe delle Gallerie dell’Accademia a Firenze, che in questa classifica, tutta italiana, sono al terzo posto dei siti preferiti.

Quarto posto per la Galleria Borghese a Roma. A destare interesse è soprattutto la vasta collezione di opere di Caravaggio. Ce ne sono ben sei, tra cui il Fanciullo con canestro di frutta, il Bacchino Malato e la Madonna dei Palafrenieri.

“Tutta la storia del Cristianesimo a disposizione”, qualcuno ha scritto. In realtà c’è molto di più nelle sale dei Musei Vaticani che, a dispetto delle quotidiane file chilometriche per entrare (nel 2015 sono stati visitati da ben sei milioni di visitatori), sono la quinta preferenza del sito di travel.

C’è anche il Museo Nazionale di Castel Sant’Angelo in questa classifica, che io ho avuto il privilegio di scoprire in uno dei miei tanti soggiorni romani. Location fugace del film Mangia Prega Ama, dove Julia Roberts scorge una bellissima Roma al tramonto dalle sue terrazze, il museo è noto per il suo “passetto” che lo lega allo Stato del Vaticano, ed è stato protagonista anche del romanzo di Dan Brown, Angeli e Demoni.

Non solo arte e archeologia. In questa classifica c’è anche il Museo Nazionale del Cinema. 700.000 visite lo scorso anno, il museo, che si trova all’interno della Mole Antonelliana a Torino, ha aperto al pubblico nel 1953. Sono ben 3200 i metri quadri dedicati alla settima arte, che è raccontata attraverso un’ampia biblioteca, poster e manifesti di film e, naturalmente, una collezione di pellicole.

Una classifica trasversale quella degli utenti del sito, che va da Nord al Sud del nostro paese e che annoverano anche il Collezione Peggy Guggenheim a Venezia. All’interno del Palazzo Venier dei Leoni, il museo fa parte della Solomon R. Guggenheim Foundation e tra le sue collezioni vanta quelle di artisti come PicassoDuchampChagallDalì e molti altri.

Ritorniamo a Torino per il Museo Nazionale dell’Automobile. Confesso che questa per me è una sorpresa. Mi aspettavo solo musei d’arte e di archeologia, e invece scopro con piacere che l’interesse dei visitatori va dai dipinti ai motori. Il museo torinese, è uno dei musei dell’automobile più importanti al mondo. I suoi spazi sono visibili anche attraverso Google Maps e la funzione Street View, e contiene mezzi di trasporto che vanno da carrozze di fine Settecento ad auto degli anni 2000.

E c’è anche un po’ di Napoli in questa classifica. Ultimo, ma non ultimo, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, ormai noto anche con il suo acronimo, MANN, che chiude questo decalogo del web. Il museo conta una importantissima collezione archeologica e tra i suoi fiori all’occhiello può vantare una Sezione Egizia, di recente ristrutturazione, che è seconda in Italia soltanto al Museo Egizio di Torino. Dalla statuaria greca agli affreschi Pompeiani è una pagina in pietra di storia dell’arte.

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Da Picasso a Frida Kahlo, il ricco calendario delle mostre a Milano nel 2018

Fine anno, tempo di bilanci. Come ormai mia consuetudine, in questo periodo parlo o anticipo le mostre da non perdere che vedremo in Italia.

Presentato ieri dal sindaco Giuseppe Sala e dall’assessore alla cultura Filippo Del Corno, a Palazzo Reale di Milano, il ricco calendario di eventi che vedrà coinvolta la capitale lombarda nei prossimi dodici mesi.

Mi ero già precedentemente occupato della mostra su Frida Kahlo che arriva a Milano dopo il grande successo di mostre precedenti in Italia che hanno portato ad una vera e propria riscoperta della donna e dell’artista messicana, ed è soltanto il primo dei tanti nomi illustri cui saranno dedicate delle esposizioni che vanno da Picasso a Paul Klee, da Giovanni Boldini ad Albrecht Durer. Ed è proprio quest’ultimo che inaugura la nuova stagione di Palazzo Reale. Quando sarà chiusa la (più che felice) parentesi su Caravaggio, dal prossimo 21 febbraio al 24 giugno 2018 arriverà l’artista tedesco.

Al MuDeC invece ci sarà il primitivismo di Paul Klee, dal 26 settembre 2018 al 27 gennaio 2019.

Giovanni Boldini arriverà invece al GAM con una selezione di trenta opere, dal prossimo 16 marzo al 17 giugno 2018.

A raccogliere la pesante eredità di Caravaggio per il 2018 sarà Pablo Picasso. Il pittore spagnolo arriverà nelle sale di Palazzo Reale dal 18 ottobre 2018 al 17 febbraio 2019 con una monumentale personale che comprende 350 opere tra i suoi più grandi capolavori. E della quale, senza dubbio, vi parlerò più avanti.

Frida Kahlo, come vi avevo già anticipato in un precedente post, arriva dal prossimo 1 febbraio 2018 al 3 giugno con oltre 100 opere che troveranno posto nelle sale del MuDeC, un’ampia retrospettiva che il Museo delle Culture di Milano ha deciso di dedicare a questa artista controcorrente che ha saputo imporsi anche per la sua personalità.

Ma il Palazzo Reale della capitale lombarda continua ad essere uno dei grandi luoghi dell’Arte per il prossimo anno, che dall’8 marzo al 2 settembre 2018 ospiterà le opere di Pierre Auguste RenoirClaude MonetPaul CézanneHenri MatissePablo Picasso e Paul Klee, con una collettiva che mette a confronto stili, tecniche e contenuti del XX secolo.

Il Novecento italiano sarà invece ben rappresentato da una interessante collettiva al Castello Sforzesco dal 23 marzo al 1 luglio 2018 che metterà insieme i nomi dei più grandi Maestri del XX secolo: da Boccioni a Modigliani, da Carrà a De Chirico, passando per Pistoletto e Fontana.

Durante l’evento, per ingolosire stampa e visitatori, sono stati anticipati anche alcuni dei nomi che faranno parte di eventi culturali e mostre per il 2019, che già si preannuncia, al pari del prossimo anno, molto ricco: Ingresde La TourDe Chirico e De Pisis sono soltanto alcuni degli artisti ai quali, certamente, se ne andranno ad aggiungere molti altri.

Nel 2019, in occasione del V centenario dalla morte di Leonardo Da Vinci, sarà riaperta la Sala delle Asse del Castello Sforzesco, che celebra così la scomparsa del maestro dell’umanesimo italiano: «Una proposta ricca, articolata e coraggiosa – ha così commentato Sala il ricco calendario di eventi – perché crediamo che con la cultura si mangi e che insistere su questa offerta culturale importante sia giusto sia per i cittadini che per chi viene a visitare Milano».

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Vittorio Sgarbi presenta il Museo della Follia, a Napoli fino al 27 maggio

Quella del Museo della Follia, nuova mostra di Vittorio Sgarbi a Napoli dal 3 dicembre fino al 27 maggio, non è una mostra, ma un viaggio introspettivo attraverso gli stati dell’animo umano. La follia non è intesa soltanto nella sua accezione di perdita del senno, ma è libertà di spirito, che si fa a volte avanguardia, capacità di andare oltre il

Goya, Una santa monaca guarisce una giovane inferma

mondo conosciuto, oltre il sensibile, percependo ciò che gli altri non vedono. Come Goya che, intossicato dal mercurio, ha dipinto una Una santa monaca guarisce una giovane inferma quasi cieco, forse come messaggio di speranza per la propria guarigione dell’anima, ma soprattutto del corpo.

Molti degli artisti esposti in mostra erano considerati folli, altri invece, artisti, lo sono diventati tra le mura degli istituti in cui erano reclusi. Tutti erano in realtà dei sognatori. È il caso di Antonio Ligabue, che nelle campagne emiliane, di cui era originario, immaginava leoni e tigri, giraffe e animali esotici. Un mondo onirico in cui l’artista vuole dimostrare che la natura è bella nella sua imperfetta bruttezza, nel leone che caccia la gazzella o un insetto scuro che cammina tra la danza di due coloratissimi galli. Una natura disarmonica, come lo erano i suoi autoritratti, così simili a quelli di un altro artista visionario, Van Gogh, con il quale ha in comune pennellate dense di colore, stemperate direttamente sulla tela.

Un percorso fatto di camere, reali e immaginarie, in cui gli oggetti di uso quotidiano sono impressi della vita di chi li ha posseduti, si fanno silenziosi narratori di mondi e di menti, di ciò che era prima, della quotidianità di luoghi ora abbandonati. Gli stessi che il visitatore vede nelle fotografie di Fabrizio Sclocchini, che immortala gli assenti: mura consunte, letti arrugginiti, Madonne e crocifissi che parlano di chi li ha abitati. C’è persino un presepe crollato, ultimo baluardo di una fede in una vita altra, traslata nell’attaccamento al possesso di oggetti senza valore.

Lorenzo Alessandri, Gioconda modella inveroconda (Surfanta)

Il visitatore attraversa anche le camere immaginarie del surrealista Lorenzo Alessandri, quelle del Surfanta, immaginario hotel in cui ritrae Gioconde transessuali e vizi, o quelle del naïf Carlo Zinelli, che disegna uomini e crocifissi, colorando ogni centimetro del foglio bianco con un horror vacui che è paura del tempo, di cui ne diventa inconscia scansione.

Il tempo, tema ricorrente in queste prigioni dell’anima, che senti dal ticchettio di una sveglia senza lancette. Istanti di giorni tutti uguali eppure diversi. Diversi da artista ad artista, da paziente a paziente: chi lotta contro la cura, chi si rende complice della terapia scegliendo il proprio supplizio o chi riesce a trovare la sua dimensione, raccontando quel micro-mondo di pensieri e immagini che riversava con più o meno consapevolezze nelle proprie opere.

Bacon, Head

Bellissime le opere di Bacon, il quale, incapace di disegnare un sorriso, ha immortalato un urlo. Silenzioso quanto forte nella sua informe bocca, in questa espressione sfuggente che esprime strazio, dolore, rabbia. Ma di certo non lascia indifferenti.

Un percorso di ampio respiro, che alterna pittura, scultura e videoinstallazioni, mescolando con maestria arte moderna e contemporanea, indagando la mente che è spazio interiore e posto fisico, deputato a quell’igiene mentale che spesso era chiusura all’altro, chiusura al diverso.

Gli allestimenti scuri sospendono il visitatore in uno spazio amorfo e atemporale, dove l’arte e la realtà si confondono, in un ambiente a metà tra museo e manicomio, dove è stato ricreato anche un OPG, gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari.

La rassegna è allestita all’interno della Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta in Via Tribunali, dove è stata presentata dal Professor Sgarbi, dai suoi autori, insieme allo psicologo Raffaele Morelli, al Monsignor De Gregorio rappresentante della Curia che ha permesso di fare della Chiesa un luogo di cultura.

Tra gli autori della rassegna l’artista Cesare Inzerillo, presente con delle sue opere sul tema, Sara Pallavicini, Giovanni C. Lettini e Stefano Morelli.

Bellissima la serie di foto stereoscopiche, tratte da vecchie foto in bianco e nero che acquisiscono una profondità di immagine che proietta lo spettatore in questi ambienti. Ma sono tante le sorprese, i video, le installazioni e gli audio che i visitatori avranno modo di scoprire.

Dipinti, luoghi, oggetti. E poi ci sono loro, i “matti”, i tanti volti dalle cartelle cliniche di uomini e donne ritenuti folli, delle loro espressioni straziate dal dolore o da trattamenti sperimentali senza reali fondamenti scientifici, ma spesso frutto di preconcette idee di una società non ancora avvezza al cambiamento.

Anche Maradona trova posto in questa esposizione, con una serie di radiografie del suo piede durante un’azione e la foto di un suo piede. L’ex calciatore del Napoli è provocatoriamente è incluso nella mostra come un contemporaneo Caravaggio dalla vita dissoluta, ma dalla indiscussa genialità. La mano de Dios di una sua storica partita di Maradona è oggi venerata dai tifosi così come gli storici dell’arte apprezzano le pennellate delle Madonne del maestro della pittura rinascimentale italiana.

Bellissimo il gesto dell’ex calciatore del Napoli che ha deciso di devolvere il compenso per legare il suo nome all’evento all’Ospedale Pausilipon.

C’è anche un corno gigante, portafortuna per antonomasia, le cui radici affondano nella mitologia greca, che omaggia Napoli, originario simbolo di immortalità inteso da popolo partenopeo come scaramantica capacità di sconfiggere il male e propiziare la buona sorte.

un’opera dell’artista Cesare Inzerillo

Una follia che arriva fino allo stesso Cesare Inzerillo, e alle mummie della sua serie Tutti santi, a quel nano alato che, come un decomposto Icaro, sogna di volare ma non ci riesce. Sì, Follia come morte, che rende tutti santi, tutti uguali, come quella Livella dell’amato Totò. Ma follia anche di chi cerca irrazionalmente la morte, quale fuga dalle miserie e guai della propria esistenza. Follia come mancanza delle persone care e, proprio come Astolfo che sulla luna cercò il proprio senno, artisti come Silvestro Lega provano a ritrovare il loro nell’arte.

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Restaurato il balcone di Giulietta: la storia, i film, le curiosità

Chiuso dallo scorso 23 ottobre per dei lavori di restauro, il Balcone di Giulietta, uno dei monumenti più noti e visitati della città di Verona, è stato finalmente restituito al pubblico in tutto il suo splendore da qualche giorno.

Leslie Howard e Norma Shearer in Romeo e Giulietta (1936)

È bello per i romantici come me pensare che nella nota casa veronese si siano amati i due sfortunati amanti della tragedia Shakespeariana, Romeo e Giulietta. Ma, diciamoci la verità, sappiamo che quella del famoso drammaturgo inglese era un’opera di pura invenzione.

Ma allora perché a Verona si dice che sia proprio quella la casa di Giulietta? Me lo sono chiesto anche io e così, dopo qualche ricerca, ho scoperto che effettivamente sono esistite a Verona le famiglie Montecchi e Capuleti, ma, per l’esattezza si tratta di Cappelletti, che avrebbero vissuto proprio in quella dimora situata in Piazza Erbe durante gli anni della permanenza di Dante a Verona.

Ce lo dice uno stemma, situato sulla chiave di volta dell’arco che dà accesso al cortile della casa.

Per quanto riguarda i Montecchi invece, si sa che erano una famiglia di mercanti, militanti nei ghibellini, effettivamente impegnata nelle sanguinose lotte di presa di potere contro la famiglia guelfa dei Sambonifacio.

Francesco Hayez, L’ultimo bacio di Giulietta e Romeo (1823)

Non ci sono dunque documentazioni che attestino una effettiva rivalità con la famiglia dei Capuleti, o meglio dei Cappelletti, ma in compenso, entrambe le famiglie sono citate dallo stesso Dante nella Divina Commedia, nel VI canto del Purgatorio, vera e propria invettiva del poeta fiorentino contro i disordini in Italia, che nei versi 105-107 dice:

Vieni a veder Montecchi e Cappelletti,
Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:
color già tristi, e questi con sospetti!

Tra il XIV e il XV secolo la Casa di Giulietta ospita la famiglia Capello, che probabilmente prende il nome dalla dimora stessa, esercitando la professione di farmacisti fino al 1400.

Passa il tempo e cambia la destinazione d’uso, trasformandosi in un albergo, e subendo nella struttura diversi rimaneggiamenti tra il XVII e il XVIII secolo. Soltanto l’originaria torre pare risalire al XIII secolo e dunque alla parte più antica, benché anch’essa abbia subito non poche trasformazioni.

Alla fine dell”800 la casa appariva come un casermone popolare di chiara impronta nord-italiana, con una lunga balconata con ringhiera in ferro che percorreva tutta la facciata interna e rappresentava anche un camminamento.

La casa di Giulietta come appariva alla fine dell’Ottocento (immagine wikipedia)
La casa di Giulietta negli anni ’40 (immagine wikipedia)

L’idea del balcone arriva tra la fine degli anni ’30 e gli inizi degli anni ’40, quando Antonio Avena, storico italiano e direttore del museo civico veronese, ispirandosi ad un film hollywoodiano di quegli anni con Leslie Howard, che a sua volta si rifaceva al noto quadro di HayezL’ultimo bacio dato a Giulietta da Romeo, decise di avviare dei fantasiosi lavori di ristrutturazione, affinché la casa potesse effettivamente coincidere con quella che ormai si era diffusa nell’immaginario collettivo.

Il balcone di Giulietta infatti è in realtà un antico sarcofago scaligero, assemblato insieme ad alcuni resti marmorei che risalirebbero al XIV secolo.

Balcone di Giulietta

Oggi il sito è uno dei monumenti più famosi di Verona. Sono tanti i giovani innamorati e fidanzati che accorrono alla casa di Giulietta per trovare o testimoniare l’amore, con lettere a sfondo amoroso lasciate sul muro dell’andito della casa, e per fare il rito propiziatorio di toccare il seno alla statua in bronzo di Giulietta posta nel cortile: «Il balcone di Giulietta – ha detto il sindaco Federico Sboarina in merito al restauro – è senza dubbio il nostro monumento turistico più visitato e conservarlo in tutto il suo splendore è doveroso anche nei confronti delle migliaia di turisti che ogni anno vengono ad ammirarlo».

Amanda Seyfried in una scena del film Letters to Juliet (2010) mentre attacca al muro la sua lettera

I lavori hanno interessato sia la parte statica, sia quella dei materiali, che sono stati esaminati con specifiche tecniche di conservazione. Grazie a questo intervento, che ha permesso la pulitura di tutto il balcone, sigillando alcune lesioni dello stesso e il consolidamento di alcune pietre in tufo, i visitatori potranno adesso ammirarlo in tutto il suo splendore. A protezione è stata applicata su tutta la superficie, compreso il piano di calpestio, un materiale impermeabile, per preservare questo splendore ritrovato.

Non so voi, ma mi emoziona molto l’idea di vedere (e conto di farlo quanto prima) questo luogo che, benché sia una sorta di quinta teatrale ispirato ad una storia di pura fantasia, rappresenta oggi il tempio dell’amore per antonomasia, ed è permeato di quel romanticismo e quella fede incrollabile che ci dà la certezza che l’anima gemella esiste per tutti, bisogna soltanto crederci intensamente.

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La Basilica dello Spirito Santo, tempio della spiritualità a Napoli

La Basilica dello Spirito Santo è una Chiesa monumentale che si trova in Via Toledo a Napoli, ed è uno dei motivi per i quali io ho follemente amato la mostra L’Esercito di Terracotta, di cui vi ho parlato qualche giorno fa.

La storia della sua costruzione è di grande fascino, perché vede intrecciarsi e sovrapporsi tre corpi di fabbrica: la Chiesa, iniziata poco prima del 1562 su approvazione di Papa Pio IV, del Conservatorio delle Povere Fanciulle e del Banco. Tutti gli edifici, che finirono col confluire in un’unica struttura, furono voluti dalla Confraternita dei Bianchi (Real Compagnia ed Arciconfraternita dei Bianchi dello Spirito Santo) che poi prese il nome dello Spirito Santo, cui oggi la chiesa è dedicata.

La confraternita di quelli che erano “pii napoletani” decise così di costruire una chiesetta nei pressi del Palazzo del Duca di Monteleone.

Basilica dello Spirito Santo, navata centrale (immagine da wikipedia)

Il progetto originario del Conservatorio delle Povere Fanciulle prevedeva una rigida bipartizione costituita dalla chiesa, ai lati della quale, a lato destro e al lato sinistro, c’erano i due cortili corrispondenti l’uno al Conservatorio delle Fanciulle Povere, l’altro invece al Conservatorio delle Figlie delle Prostitute, il cui requisito fondamentale per accedervi era essere illibate.

In questo periodo storico tanta importanza ha la musica, soprattutto per la buona educazione delle fanciulle e delle nobildonne. Lo dimostrano i tanti ritratti dedicati a Santa Cecilia, patrona della musica, e alle donne che si dilettavano nella musica come la famosa Suonatrice di Liuto dell’artista fiammingo Vermeer.

Tuttavia a causa dei lavori di ampliamento della strada, voluti dal Vicerè, Duca d’Alcalà, la venne demolita, così da ampliare la strada che collegava Via Medina allo Spirito Santo.

Ma la chiesa fu subito ricostruita nello stesso periodo lungo l’asse principale di Via Toledo, oggi punto nevralgico di tutta la città, senza dubbio tra le vie più note (è qui che si trova la famosa stazione Toledo della Linea1 della metropolitana), nonché uno dei punti di riferimento per lo shopping. Qui i confratelli avevano acquistato un terreno ben più grande.

A progettare la nuova chiesa fu l’architetto Pignaloso Carafo di Cava de’ Tirreni e Giovanni Vincenzo Della Monica, mentre le maestranze che affrescarono la cupola furono opera di Luigi Rodriguez, Giovan Bernardo Azzolino e Giulio dell’Oca, dei quali però oggi non resta traccia a causa del cattivo stato di conservazione.

Basilica dello Spirito Santo, cupola (immagine da wikipedia)

Il complesso fu poi ampliato a partire dal 1758 su un progetto di Mario Gioffredo, architetto, ingegnere e incisore detto il “Vitruvio napoletano”, scelto da Luigi Vanvitelli. Questo ne farà uno dei capolavori dell’architetto napoletano che, ben oltre il manierismo barocco, farà di quest’opera un capolavoro del neoclassicismo.

È impressionante l’altezza, il senso di spiritualità che si prova varcando l’ingresso. Si è avvolti da un mistico silenzio, e da una forte sensazione di contatto con il divino. Sono bellissimi i marmi policromi che ho intravisto durante la mostra, così come la cupola con la luce che permeava dall’alto, accentuando questo senso di maestosità.

A testimoniare la primitiva costruzione ci sono ancora tanti marmi e dipinti, tra cui il portale della facciata e le acquasantiere collocate all’entrata che risalgono al tardo Cinquecento inizio Seicento.

Con le sue mastodontiche colonne corinzie della navata centrale, e il biancore dei suoi interni che modulano la luce naturale che entra dalle aperture superiori, la Basilica può essere considerata un vero e proprio tempio della spiritualità.

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Il mistero degli Etruschi, lunedì 30 ottobre alle 21.10 su RaiStoria

Quella degli Etruschi, al pari di ben più note civiltà, è senza dubbio una cultura che affascina e continua ad affascinare. Non soltanto per quell’aura di mistero che aleggia intorno ai luoghi e gli oggetti rinvenuti, ma anche per la loro forma e la loro elevata fattura.

Mi ci sono voluti ben due moduli universitari per conoscerla, e chissà quanti ancora per scoprirne le tante scoperte e campagne di scavo che ancora sono fatte.

Già i Medici nel ‘500 ne avevano scoperto la suggestione, anticipando di secoli quello che poi si trasformerà in antiquariato e vera passione per il passato. Cosimo I infatti si faceva chiamare Magnus Dux Etruriae, riscoprendo le originarie radici etrusche di Firenze e della Toscana in genere. Ma tale passione proseguì anche nel XIX secolo con Carlo Alberto di Savoia che per il Castello di Racconigi volle un Gabinetto Etrusco per ricevere ministri e alti dignitari.

Quelli del XIX secolo e del XIX sono gli anni del collezionismo, delle spedizioni archeologiche, della scoperta del passato. Nasce e si diffonde il mistero etrusco, con la scoperta delle prime tombe e la decifrazione di una scrittura oscura.

Ma se come me siete affascinati da questa civiltà, l’occasione per farlo con una nuova produzione arriva lunedì 30 ottobre alle 21.10 su RaiStoria (canale 54 del digitale terrestre) con una puntata della nuova serie di Viaggio nella bellezza completamente dedicata alla Fortuna degli Etruschi. Storia e cultura con interviste degli archeologi e ricercatori, ma anche direttori di musei che proveranno a raccontare la storia senza sensazionalismi e misteri tipici di certa televisione.

Soddisfatto il ministro della cultura, Dario Franceschini, che non solo approva, ma invita le reti generaliste a trasmettere in prima serata o sotto forma di spot arte e cultura.

Nell’attesa che tale proposta possa trasformarsi in realtà, va detto, per dovere di cronaca, che la rete ammiraglia RAI ci ha pensato e ci sta pensando da qualche anno. Non è possibile non citare Passaggio a Nord Ovest  e Stanotte a… (la prossima pare sarà a Pompei) di e con Alberto Angela, Superquark con Piero Angela, vero punto di riferimento per scienza e cultura, e MERAVIGLIE. La penisola dei tesori, nuovo programma di Alberto Angela che racconterà il patrimonio dell’UNESCO italiano in tre o quattro puntate, spaziando dalla Valle dei Templi di Agrigento ad Assisi, dalla Reggia di Caserta ai Trulli di Alberobello, passando per il Castel dell’Ovo.

Nel frattempo invece la direttrice di RaiStoria, Silvia Calandrelli, ha confermato che proseguirà il connubio Rai Mibact per aiutare gli italiani a conoscere le meraviglie paesaggistiche e storico-artistiche del suo Paese, cercando di fare da sprone e stimolo per il turismo: «Avremo appuntamenti infiniti come infinito è davvero il patrimonio di questo paese» ha detto.

Firmata da Massimiliano Griner, la puntata in onda il prossimo lunedì vede la regia di Marzia Marzolla e Matteo Bardelli e spazierà da Museo Nazionale di Villa Giulia a Roma (più importante museo etrusco nel mondo per collezioni) alle necropoli di Tarquinia, Cerveteri e Vetulonia.

Il documentario ricostruirà i templi etruschi, molto diversi da quelli greci, con le loro parti in legno e terracotta, e le influenze con le culture del Mediterraneo, ma anche la stessa Grecia e il Medio Oriente.

La puntata potrà poi essere rivista sulla piattaforma streaming della rai www.raiplay.it

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Picasso, intimo e segreto dal 10 novembre a Palazzo Ducale a Genova

È un Picasso intimo, diverso dai dipinti che abbiamo visto finora esposti nei musei e nelle mostre del nostro paese e del mondo. Se le ultime mostre dell’artista spagnolo hanno visto l’esposizione delle sue opere più o meno celebri, Picasso. Capolavori dal Museo Picasso di Parigi mette insieme oltre 50 opere selezionate, appunto, dal Museo Picasso di Parigi.

Paul dessinant (1923)
Olio su tela, 130 x 97 cm
Musée National Picasso-Paris, Parigi
© Succession Picasso, by SIAE 2017

Opere dalle quali Picasso non si era mai voluto separare, e che aveva dipinto per suo diletto, da custodire e condividere con una ristretta élite di conoscenti e parenti.

Les Baigneuses (estate 1918)
Olio su tela, 27 x 22 cm
Musée National Picasso-Paris, Parigi
© Succession Picasso, by SIAE 2017

Proseguono per i musei italiani i festeggiamenti del centenario del viaggio dell’artista nel nostro Paese. Giunto in Italia nel 1917, Picasso ne rimase particolarmente colpito. La commedia dell’arte e la pittura italiana maturarono nell’artista di Malaga un momento di svolta, che lo avvicineranno a quello che è convenzionalmente chiamato “periodo neoclassico”. Influenze di questo soggiorno che sarà indelebile per la vita e la carriera del pittore, si possono riscontrare nelle sue opere dei primi anni ’20. Opere, queste, che prendono le distanze dall’astrattismo che caratterizza la sua prima produzione, e lo avvicinano ad un nuovo senso dell’immagine più asciutto, con volumi monumentali e composizioni molto più equilibrate.

Allestita a Palazzo Ducale a Genova, dal prossimo 10 novembre fino al 6 maggio 2018, la mostra porterà idealmente il pubblico italiano all’interno delle case-atelier che si sono succedute nella vita di Picasso, e che lo ispireranno ognuna nel suo personalissimo modo.

Per restituire un’immagine degli ambienti in cui si muoveva il pittore, le opere

Autoportrait (autunno 1906)
Olio su tela, 65 x 54 cm
Musée National Picasso-Paris, Parigi
© Succession Picasso, by SIAE 2017

a lui più care e i luoghi che le hanno ispirate, la rassegna raccoglie anche numerose fotografie, conducendo il pittore lungo il percorso dell’artista catalano, percorrendo le fasi dei vari stili reinventati dal pittore e che dal ‘900 agli anni ’70 caratterizzeranno le fasi salienti della sua intera carriera.

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Dentro Caravaggio, a Palazzo Reale fino al prossimo 28 gennaio

Iniziata lo scorso 29 settembre, Dentro Caravaggio è un’antologica che si propone di ripercorrere la carriera del noto pittore lombardo in maniera inedita. A Palazzo Reale a Milano fino al prossimo 28 gennaio, la mostra ha messo insieme ben venti delle opere maggiori dell’artista provenienti dai più importanti musei italiani e del mondo, mostrandone al contempo, e per la prima volta, gli esami diagnostici ai raggi X.

Non potevo esimermi dal seguire il flusso degli oltre 70.000 visitatori che, ad oggi, hanno già prenotato il biglietto d’ingresso per quello che è un vero e proprio evento d’Arte e di cultura del capoluogo lombardo.

Un’audioguida, inclusa nel biglietto, si concentra soprattutto sulla tecnica con la quale Caravaggio ha realizzato ogni singola opera: preparazioni bianche, scure o rosse diventano parte delle tele realizzate per lo più a risparmio, dove un Caravaggio povero, ma già famoso, dipinge, anzi, illumina soltanto ciò che desidera mostrare all’osservatore, incidendo con la spatola dettagli che talvolta non realizzerà mai, mentre alle parti in penombra e alle zone scure l’arduo compito di rappresentare un’indefinita quanto immaginifica scena come in un teatro-libro di ronconiana memoria.

I dipinti raccontano tacitamente la vita di un artista talentuoso e bellicoso, irascibile, che ai salotti mondani preferisce sbronzarsi in osteria tra prostitute e delinquenti, e coinvolto spesso in risse e duelli che lo porteranno a fuggire a Napoli prima e in Sicilia poi, fino a Malta trovando la morte lungo il cammino di ritorno a casa, come un tragico eroe omerico a soli trentanove anni.

La devozione per le figure, per lo più religiose, si sovrappone a volte ad una iconografia pagana, come dimostrano i torsi atletici e possenti dei due San Giovanni Battista, l’uno delle Gallerie Nazionali di Arte Antica di Roma, ritratto in meditazione come un novello Galata morente, con tutta la dignità e il vigore di un eroe epico che trova la salvezza nella fede, l’altro, oggi al Nelson-Atkins Museum of Art di Kansas City, più cupo, immerso in una natura oscura e simbolica.

Tratti, rimaneggiamenti, che mostrano un Caravaggio spesso in conflitto con sé stesso e con ciò che voleva rappresentare davvero, e che trova la consacrazione quando riuscirà a spogliarsi di quei timori che i sotto-strati di pittura celano e conservano: come dimostra la figura dominante dell’angelo di spalle che campeggia al centro della scena del Riposo durante la fuga in Egitto, ingrandito fino a diventare il vero protagonista del dipinto, o l’uomo di spalle nell’Incoronazione di spine di Prato.

Personaggi secondari, spesso di spalle, chinati, addirittura proni, che sovversivamente diventano i silenziosi protagonisti di una naturale quotidianità che Merisi cattura anticipando la fotografia. Lo conferma il famoso (auto)ritratto del Ragazzo morso da un ramarro, dove il soggetto pronto per mettersi in posa per farsi ritrarre è invece paradossalmente catturato in un improvviso momento di disequilibrio compositivo, di paura per quel morso che gli porta a ritrarre la mano e aggrottare le sopracciglia in un’espressione buffa, che strappa quasi un sorriso allo spettatore che vede il quadro. Un momento concitato, come quel cambio di rotta della mano sinistra, prima dipinta accanto al viso del ragazzo e poi lasciata così come oggi noi tutti la vediamo, sospesa in secondo piano.

Le opere sfilano una ad una al centro delle grandi sale di Palazzo Reale che quasi scompare nella penombra delle luci soffuse e dagli ampi pannelli che ospitano i quadri, dietro i quali, proprio come un gioco in negativo, si nascondono degli LCD che mostrano video-installazioni degli esami ai raggi X cui sono state sottoposte, rivelando piccole modifiche in corso d’opera o ripensamenti, censure o vere e proprie sostituzioni dei personaggi ritratti, giungendo persino a svelare opere precedenti, come una Madonna orante nascosta sotto la Buona Ventura Capitolina, destinate a rimanere nascoste sotto gli strati di pittura che altrimenti l’occhio umano non vedrebbe mai.

A chiudere un percorso straordinario sono ben due i dipinti napoletani che prendono parte a questa rassegna: la flagellazione di Cristo del Museo di Capodimonte e Il Martirio di Sant’Orsola delle Gallerie d’Italia, che dal 30 novembre diventerà protagonista assoluto di L’ultimo Caravaggio. Eredi e nuovi maestri, alle omologhe Gallerie d’Italia milanesi fino all’8 aprile.

Una mostra, questa, che getta nuove basi per gli studi caravaggeschi, e di cui comprendi l’importanza solo quando ti ritrovi faccia a faccia con la Madonna di Loreto (o dei Pellegrini), portata nelle sale direttamente dalla Basilica di Sant’Agostino in Campo Marzio a Roma; dinanzi al volto di una delle tante prostitute che Michelangelo Merisi ha reso immortali nelle fattezze delle maddalene, di eroine e di Vergini oggi note in tutto il mondo, osservi una realtà fatta di imperfezioni, di unghie sporche, di persone di spalle e pose sbagliate, una realtà fatta di le luci e di ombre, le stesse che Caravaggio ha saputo cogliere nelle sue opere senza tempo.

Per maggiori informazioni:

www.caravaggiomilano.it

ART NEWS

La Cattedrale di Pozzuoli, avveniristico Tempio di Augusto sopravvissuto alle fiamme

La Cattedrale di Pozzuoli è oggi un amalgama di fede, arte e, sì, anche tecnologia. Distrutto da un disastroso incendio nel 1964, questo luogo di culto è risorto letteralmente dalle sue ceneri come l’Araba Fenice.

Chi mi segue sui miei canali social, e instagram in particolare, se ne sarà già accorto: questa estate sono stato a Pozzuoli, e non potevo non fare un salto nello storico Rione Terra, per vedere questo avveniristico luogo, a metà strada tra una chiesa e un tempio.

Sì, perché se c’è un lato “positivo” in un incendio che ha divorato parte della originaria struttura barocca, è quello di aver riportato alla luce l’antico Tempio di Augusto, su cui è stata costruita in epoca successiva la cattedrale.

La cattedrale sorge oggi sulla sommità del Rione Terra, e con molta probabilità rappresentava la parte più alta dell’antica Puteoli, che portò i greci a costruirvi un Capitolium della città, tempio dedicato alla Triade Capitolina Giove, Giunone, Minerva più volte rimaneggiato e riedificato fino all’età Augustea.

Il tempio fu costruito per volere di Lucio Calpurnio che volle dedicarlo all’Imperatore Augusto, come si evince da una iscrizione, che incaricò l’architetto Lucio Cocceio Aucto, probabilmente nel 194 a.C.

In età augustea i puteolani decisero di dedicare il tempio al patrono, Procolo, tra la fine del V e gli inizi del VI secolo.

È nel XVII secolo che la cattedrale comincia ad assumere le connotazioni architettoniche che ancora si intravedono. Durante l’età della controriforma il vescovo Martín de León y Cárdenas volle adeguarlo ai nuovi dettami, incaricando l’architetto Bartolomeo Picchiatti con la consulenza artistica di Cosimo Fanzago. Un intervento che si concluse nel 1647.

Artemisia Gentileschi, San Gennaro nell’Anfiteatro di Pozzuoli

Il duomo, secondo il nascente gusto barocco, fu arricchito di tele che narravano la vita della città, tra cui gli episodi della vita di San Gennaro che qui trovò la morte, ad opera della pittrice Artemisia Gentileschi, che lo ritrae proprio nell’Anfiteatro di Pozzuoli mentre doma le bestie che avrebbero invece dovuto divorarlo. Ma sono tanti i pittori degni di nota che fanno di questo luogo un vero e proprio museo e scrigno di opere d’arte.

Un grande incendio si sviluppò dal tetto in legno in incannucciato durante la notte tra il 16 e il 17 maggio del 1964, generando un calore tale che calcinò persino i muri.

Le tele ivi custodite furono portate per sicurezza nel Museo di Capodimonte e nel Museo di San Martino a Napoli. Ma se l’incendio rappresentò una pagina triste della storia dell’arte, esso consentì di vedere e scoprire la struttura originaria del tempio, che si pensava demolita per far spazio all’odierna cattedrale.

Oggi grazie ad una futuristica visione architettonica antico, moderno e contemporaneo convivono in un edificio che accosta grandi vetrate, che provano a restituire l’idea dell’antico tempio augusteo, e le colonne corinzie in parte stuccate che fuoriescono dalle pareti della cattedrale.

In parte musealizzata, oggi è rappresenta uno dei restauri più suggestivi e meglio riusciti al mondo, con passerelle in vetro che consentono di scorgere l’originaria struttura augusea, in parte ancora coperta, e la magnificenza di una cattedrale che, come San Gennaro con le belve nell’anfiteatro, sopravvive ancora a dispetto delle fiamme che lo divorarono più di mezzo secolo fa.

ART NEWS

Gallerie degli Uffizi a Firenze, il biglietto aumenta del 60%

Dal 1 marzo 2018 entrare alle Gallerie degli Uffizi costerà 20 euro a fronte degli attuali 8.

A quanto pare il noto museo fiorentino sta cambiando il sistema tariffario, con biglietti più cari nella stagione più alta e l’introduzione di tessere nominative annuali, che partiranno questo settembre.

Il piano è stato presentato ieri dal direttore delle Gallerie, Eike Schmidt. Dal prossimo anno una visita al museo da marzo a ottobre costerà il 60% in più, mentre da novembre a febbraio il biglietto costerà 12, oltre il 30% dell’attuale ticket.

A questi prezzi va aggiunto il sovrapprezzo di 4,50 € per l’accesso alle mostre.

Invariati invece i 4 euro per i costi di prenotazione.

Il direttore asserisce che questo sistema servirà a gestire meglio i flussi, sia tra le singole strutture che fra i periodi dell’anno.

Secondo un comunicato del Ministero dei Beni Culturali, gli Uffizi nel 2016 sono ancora al terzo posto, dopo il Colosseo e Pompei, dei musei italiani più visitati, con oltre 2.000.000 di visitatori l’anno.

I giornali parlano di questa nuova strategia museale come di una “rivoluzione fiorentina”, ma lo è davvero o soltanto un’involuzione che porta ad una cultura più elitaria?

Un aumento del costo del biglietto nella stagione alta rappresenta certo un maggior introito per il museo, ma è senza dubbio una pistola alla tempia del visitatore che accorre a Firenze, città d’Arte italiana per antonomasia, per apprezzarne le sue innumerevoli bellezze e opere in primavera estate.

Da qualche anno sono tante le gratuità introdotte per quanti vogliono avvicinarsi al mondo dell’arte: da 18APP, bonus per i neo-diciottenni che possono spendere anche nei musei statali, all’ingresso gratuito per gli insegnanti che, oltre a 500 € l’anno da spendere in cultura, possono così entrare nei musei del nostro paese senza pagare, senza contare gli studenti delle accademie e delle facoltà artistiche. Se a tutto questo aggiungiamo anche le prime domeniche del mese con ingresso gratuito per tutti, sarà facile capire quanto lo Stato stia investendo e abbia già investito affinché i cittadini possano avvicinarsi con più facilità al mondo dell’arte e della cultura.

Se il motivo di questo aumento è un maggior incremento delle entrate per le Gallerie degli Uffizi, non poteva il MiBACT attingere dalle casse dell’erario, eliminando qualche “gratuità extra” aggiunta di recente, anziché permettere questo esponenziale aumento del ticket d’entrata?

Se consideriamo un pagamento d’ingresso di circa 6 € (facendo una media approssimativa tra ticket interi e riduzioni) e lo confrontiamo con il dato reso disponibile dallo stesso sito dei beni culturali, possiamo stimare per gli Uffizi un guadagno lordo di circa 12.000.000 di euro l’anno, cifra che, sebbene del tutto arbitraria e totalmente approssimativa, non tiene comunque conto di stime e ricavi del bookshop, con la vendita di cataloghi, gadget e souvenir, e l’onerosa caffetteria/ristorante.

Un uomo sui trenta, precario, mediamente realizzato, che vuole regalare un weekend a Firenze alla propria metà, coetanea e senza sconti, si ritroverà così a pagare 40 euro per il solo accesso alle Gallerie, escluse mostre temporanee al loro interno, e cioè il costo di un pernottamento in un B&B tre stelle, o due coperti in un ristorante gourmet, incidendo del 20% sul viaggio e soggiorno.

Se lo scopo di tale aumento è quello di ridurre il contatto con le opere da parte di troppi calori, effluvi, polveri e pulviscoli epiteliali allora la mission è senza dubbio raggiunta; ma se la speranza è quella che un così alto e improvviso rincaro dei prezzi lasci inalterato il rapporto degli italiani con l’arte e le gallerie fiorentine, fallisce tragicamente.

L’Italia non garantisce un’economia tale ai propri cittadini da lasciarli liberi di spendere 20 euro senza rimpianti o ansie da quarta settimana del mese.