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Il 25 e 26 marzo tornano le Giornate FAI: i luoghi da scoprire a Napoli

È un traguardo importante quello delle Giornate FAI di quest’anno, che giungono al loro venticinquesimo anniversario, festeggiando, come di consueto, la primavera appena iniziata.

Sono tanti gli appuntamenti che il prossimo weekend, il 25 e il 26 marzo, porteranno i tesserati e non alla scoperta di nuovi luoghi da tutelare, ricercando al contempo nuovi sostenitori di questa nobile associazione che dal 1975 contribuisce, senza scopi di lucro, a salvaguardare il patrimonio artistico-culturale e ambientale italiano.

Un tempo per lo più appannaggio del nord Italia, oggi sono tantissimi i luoghi del cuore FAI dislocati in tutta la penisola. Tanti i vantaggi per i soci, che possono beneficiare di sconti e convenzioni anche in altre strutture e realtà culturali di tutto il Paese.

Le Giornate di Primavera del FAI sono un appuntamento irrinunciabile per chi vuole conoscere meglio il territorio, ma anche nuovi paesaggi e monumenti da valorizzare.

Come il Museo Civico Gaetano Filangieri. Fondato nel 1882 dal Principe di Satriano, Gaetano Filangieri, il museo ha sede nello storico Palazzo Como risalente al XV secolo, che rappresenta una rara testimonianza a Napoli dell’architettura rinascimentale. Un tripudio di manufatti, che vanno dalle maioliche a alle porcellane, passando per mobili, dipinti e stoffe, raccontano la città, seguendo un criterio e un gusto espositivo squisitamente ottocentesco.

È invece un mio luogo del cuore quello del Chiostro dei Santi San Marcellino e Festo e dell’omonima Chiesa, cui sono da sempre particolarmente legato. Un complesso conventuale del VII secolo che è oggi sede dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, e i bellissimi (non mi stancherò mai di dirlo) musei di scienze naturali, quello di Paleontologia, Zoologia, Antropologia e Mineralogia. Bellissima la decorazione interna ad opera di Vanvitelli e uno straordinario pavimento maiolicato, dove oggi si trova il museo di paleontologia, ad opera della bottega della famiglia Massa, la stessa del Chiostro di Santa Chiara.

Le Giornate di Primavera di quest’anno saranno anche l’occasione per scoprire il Conservatorio di Musica di San Pietro a Majella, a due passi dal centro storico della città, il Museo della Ceramica Duca di Martina, con una bellissima collezione, tra le tante, di porcellane cinesi, all’interno della Villa Floridiana al Vomero e i laboratori artistici del Teatro San Carlo.

In Piazzetta Sant’Andrea delle Dame sarà possibile visitare l’omonimo complesso monastico fondato da quattro nobildonne nel 1584, figlie del notaio Pascandolo, che lo fecero costruire a spese della propria famiglia.

Ma le Giornate del FAI sono anche un’occasione unica, ed esclusiva per tutti i soci, di visitare luoghi come la bellissima Villa Rosebery, uno dei massimi esempi di architettura neoclassica a Napoli, con vista sul mare, noché una delle residenze del Presidente della Repubblica Italiana.

I tesserati FAI potranno vedere anche il Parco Letterario di Nisida, ricordando, nel suggestivo isolotto scrittori classici come Omero, con una visita da “Ciceroni in erba”: saranno gli studenti dei licei  “Duca degli Abruzzi”, “Galilei”, “Gentileschi”, “Sannazaro”, “Umberto I” a guidare infatti i visitatori alla scoperta delle bellezze naturali e letterarie del parco.

Infine voglio segnalare un altro ingresso esclusivo per i possessori di una tessera FAI, quello del Castel Capuano, anche noto come Tribunale della Vicaria a Napoli, manco a dirlo in Via Tribunali, risalente al XVI secolo. Durante la dominazione dei Viceré a Napoli, fu adattato alla nuova funzione di tribunale, eliminando tutte quelle strutture squisitamente militari, per rendero un luogo adatto ad ospitare il Sacro Regio Consiglio, la regia Camera della Sommaria, la Gran Corte Civile e Criminale della Vicaria e il tribunale della Zecca.

Per una lista completa di tutti i luoghi aperti durante questo weekend non solo a Napoli e in Campania, ma in tutta Italia, vi rimando al sito ufficiale:

www.giornatefai.it

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Colosseo. Un’icona: duemila anni di storia, a Roma fino al 7 gennaio 2018

Dall’avvio dei lavori nel 69 d.C. sotto l’imperatore Vespasiano al film Lo chiamavano Jeeg Robot del 2016, passando per le settecentesche raffigurazioni del Gran Tour e la PopArt romana di Olivo Barbieri. È davvero grandiosa, come l’opera che celebra appunto, la mostra che ripercorre i duemila anni del Colosseo, storia che è allo stesso tempo anche quella del nostro paese e della nostra cultura.

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il Colosseo di Olivo Barbieri

Parte oggi fino al prossimo 7 gennaio 2018, Colosseo. Un’icona, straordinaria rassegna, all’interno dello stesso Anfiteatro Flavio, che si propone di mostrare anche aspetti inediti o poco noti di uno dei monumenti italiani più famosi e visitati al mondo.

Forma ellittica, 52 metri di altezza, 188 metri di “lunghezza” (asse maggiore) per 156 di “larghezza” (l’asse minore), per una superficie complessiva di 3357 metri cubi, che poteva ospitare fino a 73.000 persone, e che oggi invece accoglie oltre sei milioni di visitatori l’anno. Sono solo alcuni dei numeri di questo straordinario edificio, che ha visto nei secoli non solo i gladiatori, ma anche attività commerciale, residenziale e religiosa che caratterizzò la sua vita durante il Medioevo.

Con la riscoperta del mondo classico, anche il Colosseo esercita un grande fascino sulla società rinascimentale, ispirando architetti e pittori. Luogo di martirio, nel Cinquecento diventa simbolico teatro della Via Crucis.

Con la ripresa degli ideali dell’Antica Roma e l’ideale prosecuzione di ciò che fu l’Impero, nel ventennio fascista diventa ideologico proscenio del potere.

Roman Holiday
La locandina del film Vacanze Romane, 1953

È con i primi film peplum, i primi kolossal in costume, che il monumento entra nell’immaginario collettivo di tutto il mondo: da Quo vadis? con una giovanissima Sophia Loren a Mangia Prega Ama, passando per La Dolce Vita e La Grande Bellezza sono tanti i film che hanno celebrato Roma, e il Colosseo, sul grande schermo. Lo dimostra un film-documento, a cura di Silvana Palumberi per Rai Teche negli anni 2000, con una photogallery dei film selezionati, ma anche il filmato Nuovo Cinema Colosseo, corto che in 23 minuti raccoglie i più importanti film cui il Colosseo ha fatto da sfondo: dal Gladiatore a Vacanze Romane, da La commare a Roma di Fellini.

La rassegna si articola in dodici sezioni ordinate cronologicamente che, come capitoli di un libro, riassumono le tante vite dell’anfiteatro romano, con modelli, studi, disegni, dipinti. Come il Colosseo che Carlo Lucangeli realizzò tra il 1790 e il 1812.

Colosseo di Lucangeli - internettuale
il Colosseo di Carlo Lucangeli, 1790-1812

Tanti i materiali, esposti qui per la prima volta, che ricostruiscono la vita medievale del monumento romano, per un insieme complessivo di centocinquanta opere e filmati rari, ottenuti grazie alla sinergia con l’Istituto Luce, Cinecittà, a cura di Giorgio Gosetti e Lorenza Micarelli – e la Casa del Cinema.

Curata da Rossella Rea, Serena Romano e Riccardo Santangeli Valenzani, con progetto di allestimento di Francesco Cellini e Maria Margarita Segarra Lagunes, la rassegna è promossa dalla Soprintendenza Speciale per il Colosseo e l’area archeologica centrale di Roma, con Electa, che per l’occasione pubblica anche The Colosseum Book, volume che propone alcuni dei tanti itinerari alla scoperta della fortuna post-antica dell’anfiteatro, con un’ampia raccolta di immagini a corredo, ma anche tante pagine letterarie che lo hanno celebrato e ne hanno fatto una vera icona senza tempo dell’arte e dell’archeologia italiana nel mondo.

ART NEWS

L’Art Déco, l’amore per il lusso e la modernità in mostra a Sogliano al Rubicone

per BROWSER e DESK queste tre foto titolo L'Art Deco' nella collezione Parenti
Vogue, Collezione Parenti

Dopo Caravaggio, la moda museale del momento è sicuramente l’Art Déco. Sono ben due, tutte in territorio romagnolo, le rassegne dedicate allo stile che negli anni ’20 ha segnato un’epoca, rappresentando, ancora oggi, una fonte di ispirazione per architetti e artisti di ogni decennio a venire.

Fino al prossimo 16 luglio, al Museo di Arte PoveraSogliano al Rubicone (in provincia di Forlì-Cesena), sarà infatti possibile ammirare Art Deco nella collezione Parenti. Moda e pubblicità nell’epoca dorata successiva al Liberty, questo il titolo della rassegna che mette insieme l’ampia Collezione Parenti, oltre 300 opere.

Sono molto legato a questi luoghi, chi mi segue su instagram lo sa bene.

Lavori grafici dal tratto inconfondibile, che raccontano una smodata passione per il lusso, una ricerca estetica del bello, esprimendo la gioia per la vita e la voglia di godersela in quelli che erano gli anni ruggenti, che ambivano soprattutto alla modernità. Automobili certo, ma anche abiti dal taglio moderno, per donne che iniziavano ad emanciparsi dal semplice ruolo di mogli e madri, ma anche una velata ricerca di sensualità e piacere.

art-deco-museo-di-arte-povera-sogliano-al-rubicone-internettualeLa mostra incontra un’altra importante rassegna su questo stile, quella dei  Musei di San Domenico a Forlì fino al prossimo 18 giugno.

All’interno di Palazzo Marcosanti i visitatori potranno ammirare le opere allestite, che raccontano la fioritura di una creatività che si diffuse presto in tutta Europa, e che in Italia ebbe una notevole influenza non soltanto negli stili architettonici, ma anche nelle arti decorative e nell’industria, rappresentando un germe di quello che fu la fioritura del design italiano.

ART NEWS

Storia e fede nelle Catacombe di San Gennaro a Napoli

Una visita alle Catacombe di San Gennaro a Napoli è un’esperienza spirituale per un napoletano. Se fatta in notturna poi, con tanto di aperitivo, può diventare un conviviale evento mondano da condividere con gli amici. È quello che è successo venerdì 3 marzo, durante una delle tante visite serali organizzata dalla Cooperativa La Paranza, che si occupa del sito archeologico dal 2010.

È caldo e accogliente l’ambiente del ticket office, a metà tra un lounge bar, con sedute e divani vintage, e un moderno bazar, dove sono esposti gadget e libri sulla città di Napoli e i suoi sotterranei.

L’aperitivo dura poco, per noi forse arrivati un po’ troppo all’ultimo minuto, che in silenzio ascoltiamo il consiglio del personale di mangiare in fretta prima che cominci la visita del primo turno. Mangiamo e beviamo in piedi, appoggiandoci ad una delle botti-tavolino. Siamo attoniti e impazienti di scoprire il sotto.

Birra alla spina, artigianale diceva l’evento sui social, e fritto di terra. Pretesti culinari per ingannare l’attesa facendo quattro chiacchiere, distendendo magari le tensioni di una giornata di lavoro.

La visita ha inizio dopo un po’. È una tiepida serata di marzo, il cielo è terso e, a dispetto delle luci della città che rischiarano la collina di Capodimonte, s’intravedono anche le stelle incamminandosi verso l’ingresso dell’antico cimitero paleocristiano.

Ci addentriamo all’interno, dove i gradini di pietra sono sostituiti a mano a mano da una scala di vetro, e improvvisamente siamo catapultati nel II secolo. E quasi sembra di respirare la sacralità della terra di Napoli, avvolti dal profumo del tufo giallo, scavato nella collina per dar vita a questi luoghi.

A differenza delle anguste catacombe di Roma, quelle di San Gennaro sono ampie e ariose, illuminate dalla luce del giorno quanto suggestive al chiaro di luna.

I loro ambienti non ci raccontano soltanto di un’epoca, ma ci parlano al contempo di una inedita storia del santo patrono della città, San Gennaro, appunto, che va oltre il miracolo che ogni 19 settembre si rinnova all’interno del Duomo.

catacombe-di-san-gennaro-napoli-internettualeÈ così che, grazie ad Anna, la nostra guida per la serata, impariamo che dopo la costruzione, sulla tomba di Agrippino, di quella che è una vera e propria basilica cimiteriale, Giovanni I, primo vescovo di Napoli, fa trasportare le spoglie di San Gennaro, che vengono collocate nella parte inferiore della cripta. Scopriamo che, oltre a quello noto del 19 settembre, il santo compie il miracolo di sciogliere il sangue nelle ampolle del Duomo anche il sabato che precede la prima domenica di maggio (e negli otto giorni successivi) e il 16 dicembre.

Secondo la leggenda San Gennaro, durante le persecuzioni a Nola incontra il perfido giudice Timoteo, il quale prima ordina che sia gettato in una fornace, dalla quale il Santo esce illeso così come le sue vesti, ragion per cui diverrà patrono di Napoli per l’ideale capacità di opporsi alla forza lavica del Vesuvio, poi successivamente viene portato nell’anfiteatro di Pozzuoli, affinché sia sbranato dalle fiere, le quali però una volta dentro si inchinano in gesto di reverenza.

Sono bellissimi gli affreschi che decorano le volte delle, dove si può ammirare un unicum come la raffigurazione delle tre virtù teologali che costruiscono un palazzo con pietre dopo averle bagnate in acqua: le pietre rappresentano i cristiani che, una volta battezzati, fanno parte del muro della cristianità.

Oggi le catacombe non contengono più le reliquie di San Gennaro, eppure questi luoghi trasudano della sua presenza, nelle tombe più costose di chi voleva essere sepolto accanto al santo per avvertire, nell’aldilà, una vicinanza non più corporea, ma di anime. È quello che devono aver pensato anche i vescovi, che hanno voluto i loro raffinatissimi arcosolia proprio sulla tomba di San Gennaro.

Il racconto delle Catacombe di Napoli è quello della Napoli stessa: credo e potere, avidità e fede. Una storia millenaria che si perpetua ancora attraverso i suggestivi racconti delle guide, che ci fanno scoprire le nostre radici con un aperitivo alla mano.

ART NEWS, INTERNATTUALE

Museo Egizio di Torino a Catania: ecco perché è un errore parlare di “scippo egizio”

Qualche settimana fa avevo orgogliosamente parlato della “sezione egizia” che il Museo Egizio di Torino avrebbe idealmente aperto a Catania, nel Convento dei Crociferi, consentendo l’esposizione di alcune opere contenute nei depositi, per creare un dialogo tra nord e sud, che non fosse soltanto culturale, ma ideologico, unendo due mondi apparentemente lontani come il nord e il sud del nostro Paese sotto il segno della cultura e del benessere di tutti.

A quanto pare però non è esattamente così. Nei giorni a venire infatti un Comitato ha raccolto oltre 3500 firme on-line contro quello che è stato definito “lo scippo Egizio”.

Obiettivo naturalmente quello di impedire che alcune opere del museo torinese vengano trasportate a Catania, dove, d’accordo con il Ministero dei Beni Culturali, la Fondazione del Museo Egizio in collaborazione con il Comune avrebbero voluto aprire una sorta di sede satellite.

«Dire che i pezzi destinati al prestito non sono esposti ma vengono dai magazzini – ha detto Carlo Comoli, portavoce del comitato – è arrampicarsi sui vetri, ogni grande museo ha reperti nei depositi. Avallare questa operazione significa creare un precedente pericoloso per tutti i grandi musei italiani. L’Egizio è parte dell’identità di Torino, i suoi tesori devono restare qui. La Sicilia, che trabocca di beni culturali, pensi a valorizzarli anziché scippare quelli altrui».

Mi fa sorridere l’idea di Comoli secondo il quale il museo farebbe parte dell’identità di Torino, perché ciò è vero soltanto in parte. Se la costituzione dell’edificio intesa come sede museale e la formazione delle collezioni ivi contenute possono far parte in qualche modo del tessuto cittadino e della sua storia, ciò, per evidenza di cose, non è così per le opere stesse, egiziane, di certo più vicine al territorio siciliano, che non alla fredda terra del Piemonte. Pertanto è ridicolo appellarsi all’identità della città.

Non bisogna dimenticare inoltre che la moda per l’Egitto dilagò in tutta Europa, pertanto non solo a Torino, a partire dal XIX secolo, all’indomani delle campagne napoleoniche nella terra delle piramidi, che portò un nuovo gusto architettonico, ma anche di design oltre che di mero collezionismo di reperti antichi, con particolare attenzione a quelli di provenienza egizia.

Dunque quella dell'”Egitto-mania” torinese non era un fenomeno sviluppatosi nel solo capoluogo piemontese, ha semplicemente portato personalità come Vitaliano DonatiBernardino Drovetti, console generale di Francia durante l’occupazione in Egitto, più vicini alla possibilità di reperire, accumulare e collezionare opere dalle sabbie del Sahara, mettendo insieme 8000 pezzi, acquistati in un secondo momento dal re Carlo Felice, che li unì ad altri reperti collezionati dalla Casa Savoia.

Il Museo Egizio, voluto dal re savoiardo, è dunque l’espressione di una moda, squisitamente europea, che dilagava in quegli anni, e che ha portato anche città come Napoli ad erigere edifici secondo il gusto del momento, come il Mausoleo Schilizzi in stile neo-egizio, o portando nello stesso periodo personalità come Gioacchino Murat a contribuire alla formazione della seconda collezione egizia, dopo Torino, più importante in Italia, oggi custodita ed esposta nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Quella di Torino dunque non è una storia unica che caratterizza la sola città del nord Italia, ma l’espressione più compiuta di un fenomeno diffuso.

È un errore parlare di “scippo egizio” in quanto Catania, con la sua sede egizia di provenienza torinese, diverrebbe un valido vettore per veicolare e incuriosire i turisti a spingersi fino al nord Italia per ammirare le straordinarie collezioni del museo torinese, oltre che a dare la possibilità di ammirare pezzi che altrimenti stazionerebbero nei polverosi depositi del museo e dare un esempio di grande collaborazione tra due identità apparentemente così diverse tra loro.

Con questa apertura nulla è tolto a Torino e al prestigioso Museo Egizio, che rappresenta, e continuerà a rappresentare sempre e a prescindere, un caposaldo, per archeologi o semplici appassionati, dell’Egittologia in Italia e nel mondo. Una sede collaterale a Catania potrebbe invece rappresentare un biglietto da visita per quanti nel sud del paese vogliono saggiare solo una minima parte dell’intero potenziale che il museo invece esprime pienamente.

ART NEWS

Nicca Iovinella, tra arte contemporanea e classicità il 2 marzo al MANN

Il Museo Archeologico Nazionale di Napoli è un museo in continua evoluzione. Prosegue infatti il connubio, felice direi, tra archeologia e arte contemporanea, alzando di volta in volta il livello della qualità. Se finora il MANN ha ospitato nelle sue sale opere contemporanee in dialogo con le collezioni archeologiche, il prossimo evento è una vera e propria performance, per vivere appieno l’arte e il contatto con l’artista.

nicca-iovinnella-iam-mann-museo-archeologico-di-napoli-2017-internettualeSuccederà il 2 Marzo alle 18.30, quando le sale del museo adiacenti al giardino delle camelie si trasformeranno nella scena teatrale di Ancient Freedom, antiche libertà, di (e con) Nicca Iovinella. Una performance che, come la divinità greca Giano, incarna due anime: classica e contemporanea, corporea e digitale, naturale e artificiosa, in perfetta linea con il fil rouge del museo napoletano.

afrodite-venere-mann-museo-archeologico-nazionale-di-napoli-internettualeIl museo diventerà per l’occasione scenario bucolico dove l’artista indagherà temi cari alla sua poetica, come l’affermazione del sé, dell'”abitare”, delle “ferite” di un universo femminile più volte calpestato dalla volontà altrui. Un tema quanto mai attuale, e che diventa la perfetta occasione per festeggiare e celebrare degnamente in anticipo la festa della donna che ricade proprio a marzo.

La performance, che sarà ripresa in diretta, nasce in collaborazione con il Museo Archeologico Nazionale di Napoli e si trasformerà poi in una video-installazione, visibile fino al prossimo 2 aprile, attraverso un proiettore e schermi ad hoc.

Ad accompagnare la mostra un testo critico di Adriana Rispoli, che dice: «Come i grandi personaggi tragici femminili della mitologia – da Didone a Cleopatra, da Cassandra a Medea – Nicca interpreta (è) una donna dilaniata dallo sforzo di vivere e di affrontare le forti contraddizioni dell’animo umano. Indubbiamente Eros e Thanatos si fondono in quest’operazione polisemica, sintesi di un percorso di vita che diventa racconto universale».

La performance che Iovinella proporrà al pubblico dell’archeologico è, in un certo senso, la prosecuzione di I AM, esibizione tenuta dall’artista al Parco dei Camaldoli di Napoli nel 2014. Qui i sentieri di allora si fanno immaginari e immaginifici, i cui passi sono oggi scanditi da un nuovo ritmo, da una nuova consapevolezza, da quel vissuto, diverso da quello di ieri, che inevitabilmente continua ad influenzare il suo lavoro e la sua ricerca.

Una sola costante, due cappi: una corda appesa ad un ramo ed un secondo, invece, alato. Non ci sono particolari artifizi in scena, ma materiali semplici offerti dalla natura: foglie e rami.

Nicca penderà dalla corda, un gesto simbolico che disorienta lo spettatore, lasciandolo sospeso con lei in un groviglio sensoriale tra leggerezza e riflessione.

Durante la performance saranno proiettate su Nicca, vestita completamente di bianco, le figure di alcune delle Veneri acefale conservate all’interno del MANN: un omaggio alla scultura classica del museo, certo, ma anche un tentativo di storicizzare questa performance, che riecheggerà delle sofferenze delle donne, delle loro conquiste nel tempo, della sofferenza che si perpetua ancora dall’Antica Grecia ad oggi.

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Artemisia Gentileschi, l’arte di una donna fino al 7 maggio a Roma

In un’epoca di cancelliere, sindache e prime ministro che hanno conquistato quelle vette fino ad un secolo prima riservate ai soli uomini, è più moderna che mai la mostra su Artemisia Gentileschi a Roma con Artemisia Gentileschi e il suo tempo.

Donna, ma soprattutto pittrice, al pari dei suoi contemporanei uomini, altrettanto potente e vigorosa nelle sue raffigurazioni pittoriche quanto Caravaggio e, talvolta, persino più violenta e vivida. Come dimostrano le due Giuditta e Oloferne. La prima del 1617, vibrante, viva, vivida, cruda; la seconda del 1620 per Cosimo de’ Medici. L’una agli Uffizi a Firenze, l’altra al Museo di Capodimonte a Napoli. Entrambe riunite sotto lo stesso tetto in occasione della monografica sulla pittrice seicentesca organizzata dal Museo di Roma, aperta al pubblico fino al prossimo 7 maggio.

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Giuditta e Oloferne, 1620 – Uffizi (Firenze)

È successo qualche giorno fa, quando le maestranze del museo napoletano e quelle dell’omologo romano, hanno trasportato in sicurezza il dipinto, giunto nella Capitale dal capoluogo partenopeo nella sua cassa in legno.

La potenza pittorica della Gentileschi, la forte espressività dei suoi soggetti, unita alla teatralità delle ambientazioni delle scene, la modulazione della luce ha contribuito alla diffusione del caravaggismo in Italia e a Napoli in particolare, dove l’artista si era trasferita e aveva vissuto in seguito ad uno stupro, la cui onta le avrebbe fatto perdere i favori e i privilegi di artista di cui invece godeva nella sua natia Roma.

Un tentativo di “femminicidio” spirituale, che non è riuscito tuttavia a fermare la creatività, che l’artista ha continuato a dimostrare per tutto il corso della sua vita.

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Giuditta e Oloferne, 1617 – Museo di Capodimonte (Napoli)

Non a caso il racconto biblico di Giuditta e Oloferne, che l’artista ha ritratto per ben due volte con altrettanto vigore, racchiude probabilmente la poetica della Gentileschi stessa, trasformandosi in metafora del trionfo della donna sul genere maschile. Giuditta infatti, donna del popolo ebraico, rimprovera gli anziani del suo popolo di non aver avuto fede nel Dio di Israele, e di non essere stati forti nella lotta contro il Re Oloferne, dal quale invece giunge, facendogli intendere di voler tradire la propria gente. La donna ottiene asilo e il permesso di pregare ogni notte il suo Dio. Una sera Re assiro Oloferne, invaghito della bellezza della donna, la invita al suo banchetto completamente ubriaco nell’intento di abusare di lei. Giuditta riesce così a sottrargli la sua stessa spada e decapitarlo, ritornando nella sua città. Presi dal panico per la morte del proprio condottiero, gli assiri furono messi in fuga dai Giudei.

Una rivincita quella di Giuditta, che si fa riscatto artistico per la stessa Artemisia, che con la sua arte e il suo talento ha dimostrato e continua a dimostrare di essere una donna contemporanea, di straordinario talento e sensibilità, ma, soprattutto, una grande Artista.

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Ritrovato a Casablanca un dipinto del Guercino, rubato in Italia nel 2014

Potrebbe presto ritornare a casa la Madonna coi santi Giovanni Evangelista e Gregorio Taumaturgo di Giovanni Francesco Barbieri detto il Guercino del 1639. Rubata in Italia nel 2014 dalla Chiesa di San Vincenzo a Modena, è stata ritrovata a Casablanca, in Marocco, dalla polizia giudiziaria locale.

A darne notizia è il sito lesiteinfo.com.

L'olio su tela del Guercino "Madonna coi santi Giovanni Evangelista e Gregorio Taumaturgo', datato 1639, in un'immagine tratta dal Web. Il furto notturno del dipinto, dal valore inestimabile, è stato scoperto alle 13 nella chiesa di San Vincenzo in corso Canalgrande a Modena. Era stata esposta fino a pochi giorni fa alla reggia di Venaria Reale di Torino. Il furto del quadro del Guercino dalla chiesa di San Vincenzo a Modena è certamente il più grave subito dal patrimonio artistico diocesano e cittadino negli ultimi decenni. ANSA - WEB +++EDITORIAL USE ONLY +++ NO SALES +++
“Madonna coi santi Giovanni Evangelista e Gregorio Taumaturgo”, 1639 olio su tela, Guercino

A dispetto delle sue notevoli dimensioni, 293 cm per 185 circa, il dipinto è stato portato in Africa, dove sarebbe rimasto finora, portato da tre ricettatori marocchini, uno dei quali avrebbe vissuto a lungo nel nostro paese. Come si legge dal sito francese, i tre avrebbero tentato di rivendere l’opera ad un imprenditore marocchino per 10.000.000 di dirham marocchini, quasi un milione di euro. Riconosciuto il valore dell’opera e la sua importanza, l’imprenditore ha subito denunciato i malviventi, che sono poi stati colti in flagranza di reato.

L’allarme dell’avvenuto furto modenese era stato immediatamente diramato in tutto il mondo, con la speranza di ritrovare quello che da molti è considerato uno dei capolavori dell’arte italiana. Oggi quella speranza ha trovato risposta nella città di Rabat.

Grandissima la sorpresa al ritrovamento della tela in un quartiere popolare della capitale del Marocco, dove probabilmente è stato nascosto per tutto questo tempo.

Sono in corso dunque le procedure di restituzione del dipinto da parte delle autorità marocchine all’Italia, grazie alla collaborazione dell’Ambasciata Italiana in Marocco.

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Il Museo Poldi Pezzoli a Milano, tra Dante e la Storia dell’Arte Italiana

Proseguendo il mio itinerario alla scoperta delle Case Museo di Milano, lo scorso weekend ho avuto il piacere di visitare il Museo Poldi Pezzoli, in Via Manzoni, 12.

Il Museo è un palazzetto nobiliare costruito nel XVII secolo, è stato riadattato dall’architetto Simone Cantoni in stile neoclassico, che lo aveva ampliato con un grande giardino interno all’inglese, ricco di statue e fontane. Gli ultimi lavori risalgono al 1857, quando viene arricchito da una fontana barocca, che va a completare lo scalone monumentale. È questo che mi accoglie all’ingresso e cattura immediatamente la mia attenzione, così come la curiosità che porta immediatamente a domandarmi come mai Gian Giacomo Poldi Pezzoli, proprietario dell’immobile, sentisse l’esigenza di ascoltare il gorgoglio dell’acqua all’interno della sua dimora milanese. Ma è la stessa casa che sembra rispondermi, con questo scrosciare rilassante che sembra darmi il benvenuto.

mariano-cervone-fontana-barocca-museo-poldi-pezzoli-internettualeCompletamente distrutta durante la Seconda Guerra Mondiale, della casa originale restano soltanto delle fotografie, che provano a darci un’idea dei sontuosi interni, mentre i pochi arredi superstiti sono oggi inconsapevoli pezzi del percorso museale, come il mastodontico specchio del Salone Dorato. Sì, perché dal 1851 la Casa, per volontà dello stesso Pezzoli che aveva predisposto un lascito all’Accademia di Brera, diventa ufficialmente un museo.

 museo-poldi-pezzoli-vetri-internettualePasseggiando in ambienti che oggi rievocano volontariamente il Medioevo e Dante, è possibile ammirare la vasta collezione d’arte che Gian Giacomo, morto a 57 anni nel 1879, ha accumulato nel corso della sua breve vita. Tanti gli artisti della storia dell’arte italiana che trovano posto all’interno del museo: da Perugino a Piero della Francesca, da Botticelli a lo Spagnoletto. Un florilegio di autori, cui fa da simbolo, come Monna Lisa al Louvre, il profilo nordico del Ritratto di Giovane Dama di Piero Del Pollaiolo.

mariano-cervone-ritratto-di-giovane-dama-piero-del-pollaiolo-1470-1472-museo-poldi-pezzoli-internettualeParticolarmente interessante è la Sala degli Orologi, dove è possibile ammirare dei capolavori di orologeria meccanica, di ogni forma e foggia, purtroppo fermi, che con le loro lancette fisse sembrano ostinarsi a rimandarci a un’epoca il cui fascino è più vivo che mai.

In linea con la sala dei pizzi, quella delle stoffe c’è la temporanea dedicata a Il Gioiello Italiano del XX secolo, esposizione che ripercorre la creatività del nostro Paese nell’alta gioielleria, con oltre 150 pezzi che vanno dall’Art Déco degli inizi del secolo scorso fino alle multiformi e colorate creazioni degli anni ’80. Tiare, bracciali, orecchini, spille, collane. Un percorso che attraversa il gusto squisitamente italiano del nostro artigianato orafo.

Ma è ampio e variegato il percorso museali, che oltre a dipinti e ori, comprende anche una suggestiva Sala delle armi, con armature che guardano il visitatore come un esercito di cavalieri invisibili, e spade che fanno riflettere sulle diverse tipologie e tecniche di combattimento.

museo-poldi-pezzoli-sala-degli-orologi-internettualeUna pagina di storia, non solo della città di Milano, ma dell’intero paese.

Molto bella la terrazza al primo piano dell’edificio, che quasi sembra suggerire la creazione di un caffè letterario, dove invitare i visitatori a disquisire d’arte sorseggiando tè.

Per uno studente di storia dell’arte come me è entusiasmante trovarsi dinanzi a tante opere note, intraviste soltanto attraverso le fotografie di un libro. Il Poldi Pezzoli è un piacevole ritorno a un’epoca di grande fermento culturale di cui dovremmo ricordare più spesso di esserne i discendenti.

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Napoli arriva a Lussemburgo grazie al Museo Archeologico

Spot pubblicitari in metropolitana, un’app e persino un videogioco. Il Museo Archeologico Nazionale di Napoli è lanciatissimo nel promuovere la sua rinnovata immagine. Un vero e proprio processo di rebranding, come lo definirebbero gli addetti del marketing, che da qualche anno sta portando lo storico museo partenopeo a proiettarsi in un settore, quello del mercato culturale, sempre più competitivo. Merito, soprattutto, del direttore Paolo Giulierini che, tra incontri letterari, musicali, grandi mostre ed eventi, sta notevolmente alzando il livello qualitativo dell’offerta dell’Archeologico. A questi si aggiunge adesso un prestito d’eccezione che porta il nome del museo a Lussemburgo.

L’Erma di Socrate del museo napoletano, simbolo della libertà di pensiero, sarà infatti la prima opera italiana ad essere esposta nel Palazzo della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, che già custodisce capolavori di storia dell’arte e dell’archeologia provenienti da tutto il mondo.

Il pezzo è un ritratto in marmo bardiglio di Luni, che risale al III sec. A.C., recentemente restaurata. La scultura faceva parte della collezione dell’antiquario Fulvio Orsini, lasciata in eredità ai Farnese.

Il prestito, arrivato ieri, 9 febbraio, avrà una durata di almeno 18 mesi, e rientra nel progetto OBVIA di diffusione dell’immagine del MANN.

La scultura sarà accolta oggi con una cerimonia ufficiale presieduta dal Giudice italiano prof. Antonio Tizzano, vice presidente della Corte.