TELEVISIONE

Ad Halloween tremate: le streghe son tornate!

Ti accorgi che stai davvero invecchiando quando iniziano a fare remake e reboot di serie che guardavi da ragazzino. Quest’anno, giusto in tempo per Halloween, sono due i serial che si rifanno a vecchie serie televisive degli anni ’90. Su Netflix infatti è arrivata la prima stagione di Sabrina, vita da strega che per l’occasione diventa Le terrificanti avventure di Sabrina, mentre sul network americano CW ha fatto il suo debutto Charmed. Ma dimenticate gatti parlanti e zie pasticcione o il Potere del Trio.

Le due serie infatti ritornano con protagoniste e toni decisamente diversi rispetto al passato, indagando storie che qui si fanno a tinte fosche. Sabrina Spellman, che tutti ricorderanno per Melissa Joan Hart, è qui interpretata dalla giovane Kiernan Shipka, vive ancora con le sue zie Ilda e Zelda, che hanno però un’agenzia di pompe funebri proprio sul retro della loro casa di famiglia.

Kiernan Shipka in Le Terrificanti avventure di Sabrina

Qui la giovane streghetta deve compiere 16 anni, e ricevere il suo “battesimo oscuro”, rinunciando per sempre alla sua metà umana scrivendo il suo nome nel libro oscuro della Bestia. Ma farlo per la ragazza non è facile, perché significherebbe rinunciare all’amore di Harvey, suo coetaneo umano e compagno di liceo, il quale, dichiarandole il suo amore, le ha appena reso questa terribile decisione più difficile.

È da qui che parte la storia, tratta in origine dal fumetto di Roberto Aguirre-Sacasa, e che noi ricordavamo grazie alla sit-com che ebbe ben sette stagioni.

E se la serie Netflix mantiene almeno i (nomi dei) personaggi, i millennials dovranno dimenticare le iconiche sorelle Halliwell, ricordato dai più come quello che fu il ritorno televisivo post-Beverly Hills 90210 di Shannen Doherty e il quasi debutto di Holly Marie Combs e Alyssa Milano che con questa produzione trovarono la fama internazionale.

Streghe, in originale Chamred, mantiene intatto quel mix di ironia, magia e azione, ritrovando però tre protagoniste completamente diverse per storia e, persino, per etnia. Se molti, alla notizia di questo reboot, speravano in un coinvolgimento delle tre interpreti originali, così non è stato, e la storia, anche se per molti aspetti simile, è completamente diversa. Qui infatti le sorelle… Vera, alla morte della loro mamma, vedono bussare alla porta Macy, che dice di essere una loro sorella, anzi, sorellastra. Scenario, questo, che riporta alla quarta stagione della serie originale, con l’ingresso di Rose McGowan al posto della Doherty. E se persino la casa è sulla falsariga dell’iconica architettura originale, anche la città è cambiata, da San Francisco all’immaginaria Hilltown.

Anche la caratterizzazione dei personaggi è molto diversa: la sorella di mezzo è dichiaratamente omosessuale e con tanto di compagna, la sorella più piccola ha il potere della telepatia e non della premonizione, mentre due sorelle sono ispaniche, una afro-caraibica.

Simile il pilot, che vede la scoperta casuale dei propri poteri e il combattimento con il primo demone.

Melonie Diaz, Sarah Jeffery e Madeleine Mantock sono le tre streghe che hanno l’arduo compito di farci dimenticare delle originali sorelle Halliwell, raccogliendo l’eredità non facile di una serie che, insieme a Desperate Housewives, vanta il primato del più alto numero di stagioni, ben otto, con un cast di protagoniste completamente

Alyssa Milano, Holly Marie Combs, and Shannen Doherty in Charmed (1998)

femminile. Per farsi un’idea basti pensare che persino l’iconico cult degli anni ’70, Charlie’s Angels, si fermò a quota cinque.

Ma se Sabrina, prodotta da Netflix, riesce a convincere nonostante i toni più dark, e può contare su di una seconda stagione già confermata, per Charmed (per la quale noi italiani dobbiamo aspettare raidue la prossima estate) è difficile immaginare un lungo futuro pari a quello del suo predecessore.

In entrambi i casi una sola cosa è certa: per questo Halloween, tremate. Le streghe son tornate!

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INTERNATTUALE, LIFESTYLE

Starbucks Milano: caffè, design e tradizione italiana. Ecco perché vale la pena andarci

Una nuova multinazionale fa il suo ingresso nel mercato italiano, e tutti a puntare il dito sulla nostra perdita di identità. Starbucks ha aperto ufficialmente le sue porte al pubblico a Milano, diventando così il primo store nel nostro Paese e, pare, secondo i bene informati non sarà l’ultimo.

Da sempre paradiso di frappuccini e muffin, da quando nel lontano 1971 Howard Schultz diede il nome del primo ufficiale di coperta di Moby Dick al primo store di Seattle, in origine fondato da tre studenti universitari.

Da allora Starbucks si è trasformato in un marchio di successo esportato in tutto il mondo: da New York a Parigi, dall’Inghilterra all’India, rivoluzionando il modo di bere caffè e creando un vero e proprio standard.

Bibitoni da sorseggiare lentamente durante la mattinata, stringendo tra le mani bicchieroni di carta, è questo nell’immaginario di noi europei, e probabilmente di tutto il resto del mondo, un’immagine simbolo del sogno americano.

Ultimi Paesi in cui la bella sirena del caffè tostato approda sono proprio l’Italia e l’Uruguay. Ma attenzione: a differenza di altre catene giunte nel nostro Paese da anni che con i loro prodotti hanno esportato anche il proprio stile, basti pensare a McDonald’s o Burger King, in cui ogni punto vendita è uguale all’altro, la storica catena di caffè americana qui arriva con una Starbucks Reserve Roastery, come a Seattle e a Shangai, una vera e propria sede di torrefazione del caffè lasciata a vista dei clienti, che vuole contribuire a rendere quello del caffè un momento esperienziale.

Sede deputata a questo importante debutto milanese è Palazzo Broggi, meglio noto come il Palazzo delle Poste in Piazza Cordusio 3. L’edificio fu costruito in occasione del rifacimento della piazza alla fine del XIX secolo, e faceva parte di un piano regolatore con cui si riorganizzava e ristrutturava la zona tra Piazza Duomo e il Castello Sforzesco.

A progettare il palazzo l’architetto che gli diede il nome, Luigi Broggi, e fu inaugurato nel 1901. La facciata è in stile umbertino, declinazione italiana del neo-barocco, corrente eclettica che mette insieme elementi gotici e barocchi originari del Rinascimento. Un’architettura che ben potrebbe ricordare i palazzi ottocenteschi newyorkesi. Tuttavia gli architetti non hanno ceduto al fascino di fare di questa sede un’omologa statunitense, bensì hanno deciso di rendere omaggio alla città e alla nazione che li ospita. A cominciare dal design, che non poteva che essere stiloso nella capitale del design italiano, con influenze anni ’70, marmi che richiamano i colori del Duomo di Milano e luci che vogliono ricordare invece il Castello Sforzesco.

Qui tutto ruota intorno ad un bancone bakery che sforna prodotti del panificio Princi di Milano.

The “clacker board” is shown at the Starbucks Reserve Roastery in Milan, Italy on Sunday, August 02, 2018. (Joshua Trujillo, Starbucks)

Ma non è bastato questo omaggio all’Italia, e alla sua tradizione, ai benpensanti che hanno commentato la diretta facebook di Corriere che mostrava i locali per la prima volta. Spiriti patriottici che inneggiano al caffè italiano (e alcuni al caffè napoletano addirittura, benché siamo in terra lumbard), mostrando un alto senso civico e nazionalista.

Molti hanno invocato il “bar sotto casa”, gridando al caro vecchio espresso.

Eppure è lecito chiedersi se tutte queste persone abbiano sempre preferito il pescato italiano al sushi, i mobili di Cantù all’IKEA, le Geox alle Nike.

La verità, che ci piaccia o no, è che le multinazionali e i franchising esistono, e spesso generano nel nostro Paese più lavoro di quanto imprenditori e aziende italiane non facciano: questa sede infatti offre lavoro a 300 persone.

Qui non si vuole insegnare a noi italiani a bere, né tantomeno fare, il caffè. Questa è una catena che viene nel nostro Paese in punta di piedi, con umiltà, senza imporre né esportare frappuccini e muffin per i quali è diventato famoso, ma ha deciso di presentarsi con un concept unico nel suo genere, ambendo quasi a diventare sede divulgativa, mostrando il processo di tostatura di quei chicchi che danno origine a quella miracolosa miscela nera, fondamentale per i nostri momenti di pausa, unendo il design e quel senso di lusso squisitamente italiano e milanese in particolare (qui un caffè costa 1.80 € mentre uno americano 3.5 €).

E nella patria dell’Happy Hour il bar del piano alto non poteva che essere dedicato all’aperitivo. Perché qui non c’è ostentazione del marchio o dei cappuccini giganti. Starbucks Milano si fa momento esperienziale, per scoprire che oltre il nero bollente di una tazza di caffè c’è tutto un mondo, genuinamente italiano.

LIFESTYLE

Chiara Ferragni, storia della principessa della moda e del suo matrimonio da favola

Chiara Ferragni aveva capito subito le potenzialità del web, e lo aveva capito quasi un decennio fa quando app e social non erano così democratici. Era il 2009 quando aprì un blog, The Blonde Salad (l’insalata della bionda, letteralmente) dove parlava della sua vita e di ciò che amava, ma soprattutto dove parlava di moda. Sì, perché tutto per Chiara Ferragni è iniziato in questo modo: indossando abiti e facendosi fotografare dall’allora fidanzato Riccardo Pozzoli.

Chiara Ferragni in un abito pre-nuziale di Prada

Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti: una linea di scarpe nel 2010, ospite degli MTV TRL Awards, guest judge nella trasmissione statunitense Project Runway condotta da Heidi Klum. Merito, forse, di madre natura che le ha donato una innegabile bellezza, per lei che è bionda, magra e con gli occhi azzurri; o merito della sua intuizione, che le ha fatto abbandonare gli studi di Giurisprudenza alla Bocconi di Milano, per dedicarsi anima e corpo ad un sogno, o merito anche del suo perfetto inglese con cui sin dagli esordi parlava ai suoi lettori, poi follower, e che l’ha portata negli anni a diventare addirittura testimonial per brand internazionali come Pantene, Swarovski, Pomellato, affermando non solo il gusto di fashion blogger, prima italiana nota in tutto il mondo, ma anche le sue innate qualità di modella.

Oggi Chiara, che è nata a Cremona trentuno anni fa, si divide tra Milano e Los Angeles, ed ha messo su un piccolo impero da oltre 10 milioni di euro l’anno, dividendo la sua fortuna con gli amici di sempre, oggi parte inscindibile dello staff TBS Crew.

Chiara Ferragni The Ferragnez Fedez matrimonio wedding Dior dress Maria Grazia Chiuri - internettuale
Chiara Ferragni con il papà Marco

La bella bionda è passata dal blog ad instagram, raccontando quotidianamente la sua vita con foto, stories seguite da 14 milioni di utenti. Lo share di un Festival di Sanremo su raiuno, per intenderci. Tutti i giorni.

Una strategia di marketing vincente, la sua, che ha puntato tutto sullo storytelling personale, facendo della personalità la carta vincente, ma anche della chiacchierata storia con il cantante italiano Fedez, al quale è legata da due anni ormai, o della nascita del primo figlio lo scorso 19 marzo, Leone Lucia, che tanti follower e like in più le ha fatto guadagnare in questi mesi.

E non poteva mancare un matrimonio faraonico, organizzato rigorosamente sotto le attente telecamere degli smartphone che ne hanno documentato ogni istante: dall’addio al nubilato a Ibiza con tutta la redazione del suo blog on-line, con hashtag #ChiaraTakesIbiza, al fatidico Sì, in un sontuoso abito haute couture Dior by Maria Grazia Chiuri, che si è probabilmente ispirata agli abiti di Grace Kelly e Kate Middleton, proponendo un corpetto a manica lunga completamente lavorato ed una gonna in tulle che ha riservato poi la (non proprio) sorpresa di diventare un mini-dress-pantaloncino.

Chiara Ferragni con Angelo Tropea

Quando lo sposo e gli ospiti della coppia sono volati su di un aereo customizzato Alitalia, dalla Lombardia alla scoperta di Noto, in Sicilia, terra d’origine della mamma di lei, Marina Di Guardo. La coppia per l’occasione si è ribattezzata The Ferragnez, con tanto di logo, mossa un po’ hollywoodiana con cui gli sposi si sono immersi nell’opulenza di un matrimonio al Sud dell’Italia, e forse in una strategia che punta all’internazionalizzazione dei due.

A dispetto dell’Italia e dell’italianità espressa, anche il Sì è stato un po’ “statunitense”, pronunciato in un giardino nella bellissima Dimora delle Balze, dove gli sposi, circondati da fiori, si sono scambiati reciprocamente le promesse che sono già citazione Chiara Ferragni The Ferragnez Fedez matrimonio wedding Alitalia aereo Leone Lucia - internettualesenza tempo sul web: «Non ho bisogno che il mondo mi ami – ha detto la fashion blogger – perché ci sei tu».

Insomma una promessa che per un istante ha messo da parte il patinato quanto un po’ finto mondo del web e della fotografia, ed ha evidenziato il fatto che i sentimenti, quelli veri, non passano attraverso i social, e che a dispetto dell’amore di milioni di persone è solo quello dell’unica persona speciale del cuore che conta veramente.

secondo abito Dior, con il brano di Fedez scritto per la Ferragni e i simboli della loro storia e del loro amore.

Sembra quasi la storia di una contemporanea Cenerentola, quella di Chiara Ferragni, che anziché perdere la scarpetta se n’era disegnata una collezione di grido tutta sua, che non ha aspettato il principe azzurro che la salvasse, ma ha afferrato con coraggio diadema e scettro diventando prima una principessa della moda, e poi ha coronato il suo sogno d’amore. Perché in questa favola moderna non ci sono dame svenevoli e principi su destrieri bianchi, ma una ragazza di successo che ha creduto in se stessa, ed ha fatto della felicità e l’amore gli amuleti contro tutte le avversità, ed ha sposato il suo principe per vivere per sempre felici e contenti.

Auguri!

 

ART NEWS

Le bellezze tra Napoli e Caserta discriminate dalla guida Feltrinelli

In questi giorni non si fa altro che parlare del caso della Guida Feltrinelli su Napoli, Italia del Sud e isole, che definisce l’entroterra partenopeo a nord del capoluogo “poco attraente”, liquidandolo come, cito testualmente, “una distesa di sobborghi poco entusiasmanti”. Non mi dilungherò sul fatto che chi scrive ha aggiunto con nonchalance che questa parte del territorio è quasi tutta dominata dalla camorra o che è definito, a suo dire, addirittura triangolo della morte. Una persona che scrive con tanta superficialità di un territorio, è senza dubbio poco (in)formata, e si è ritrovata suo malgrado a riempire pagine senza le necessarie conoscenze che chi vuole redigere un prontuario per orientare i visitatori dovrebbe doverosamente avere.

Sono 23 i chilometri che separano la città metropolitana di Napoli e Caserta, e innumerevoli i paesi e le frazioni che custodiscono all’interno dei loro “sobborghi poco entusiasmanti” tesori di inestimabile valore.

Non starò qui ad elencarli tutti, ma voglio citarne alcuni per sopperire alla totale mancanza di informazione che la guida (non) ha dato di questi territori.

È quasi superfluo menzionare, come ha fatto il nostro disinformato giornalista, la Reggia di Caserta, che tra i suoi primati vanta quello di essere la residenza reale più grande al mondo per estensione.

complesso paleocristiano di Cimitile

E allora basta spostarsi di poco a nord di Napoli, a Cimitile, che tra le sue meraviglie vanta lo straordinario Complesso Paleocristiano di San Felice. Dedicato ai santi Felice e Paolino, l’edificio fu costruito tra il 484 e il 523, e conta numerosi affreschi e mosaici con fondo oro e azzurro. Il campanile invece è datato tra il XII e il XIII secolo, a pianta quadrata, si trova tra la parte occidentale dell’abside e l’ingresso.

Salendo, nell’area dell’avellinese, c’è Avella, che tra i tuoi tesori può vantare il bellissimo Castello di Avella o di San Michele. Domina l’intera città dal promontorio su cui è stato costruito. Si tratta di una roccaforte longobarda, costruita nel VI secolo e dedicata all’Arcangelo Michele. Costruita per controllare il territorio, ha subito numerosi attacchi, tra cui quello dei saraceni nell’883.

Duomo di Sant’Agata dei Goti

La storia di Sant’Agata dei Goti attraversa la storia antica, passando dall’epoca romana all’alto medioevo, dal periodo normanno a quello angioino, passando per il feudalesimo. In un intricato gioco di dominazioni, distruzioni e ricostruzioni, che hanno portato all’edificazione di monumenti straordinari. Uno su tutti il Duomo. Fondato nel 970, ricostruito nell’arco del XII secolo, è stato più volte rimaneggiato a seguito dei danneggiamenti dovuti al terremoto del 1688. Bellissimo il portale in stile romanico con capitelli corinzi e caratteristiche foglie di acanto.

Famoso in tutta la Campania per il suo caratteristico mercatino di Natale, il paesino di Limatola nel beneventano, vede sorgere sul suo promontorio che sovrasta tutta la cittadina il bellissimo Castello di Limatola. Costruito dai Normanni, nel rinascimento si trasformò da fortezza militare a dimora signorile, pur mantenendo le originarie caratteristiche difensive. Dal 2010 è un albergo ristorante, ed offre il suggestivo fascino di vivere e abitare nella Storia.

Anfiteatro Santa Maria Capua Vetere

A nord di Caserta, a Capua, sono tanti i monumenti che potrei elencare e fare una scelta è davvero difficile, non solo perché l’Abbazia Benedettina, quella di Abbazia di Sant’Angelo in Formis, che è considerata uno dei monumenti medievali più importanti di tutto il Sud Italia, ma anche perché sono davvero tantissimi i monumenti e i complessi religiosi di pregio, che meriterebbero pagine e pagine. Tra questi il bellissimo Anfiteatro Campano o Capuano, sito a Santa Maria Capua Vetere, che per dimensioni è secondo soltanto al Colosseo di Roma, e che probabilmente ispirò il monumento più noto di Roma, essendo, quello capuano, il primo anfiteatro del mondo romano, servendo da modello per tutti gli altri. Fu anche sede di una prima e molto nota scuola di gladiatori, e fu il luogo dal quale Spartaco nel 73 a.C. guidò la famosa rivolta.

E infine non posso non citare Carditello, con la sua omonima Reale Tenuta di Carditello, appartenuta ai Borbone. Architetto di questa magione fu Francesco Collecini, allievo e collaboratore di Luigi Vanvitelli. In stile neoclassico, la tenuta fu costruita per volontà di Carlo di Borbone, e trasformata poi in casino di caccia per volontà di Ferdinando IV di Borbone. Con i suoi scaloni monumentali, affreschi, il parco è una vera e propria residenza reale, che offre ai visitatori l’eleganza e l’essenza della dinastia borbonica.

Reale Tenuta di Carditello

La mia, imprecisa e sommaria “guida”, è naturalmente solo un modo per dire ai lettori della guida Feltrinelli, che l’entroterra campano non è un far west desolato abitato da camorristi con il grilletto facile come lo ha frettolosamente immaginato il disinformato giornalista, ma è un florilegio di epoche, monumenti e costruzioni che raccontano di un hinterland artisticamente vivo e culturalmente stimolante.

Fate attenzione dunque alle guide che scegliete in libreria, spesso redatte con precisi scopi propagandistici, atte ad evidenziare la bellezza dei soliti luoghi e a nascondere tutto quanto di bello un territorio può svelare.

Fate ricerche, prima di visitare un posto, anche solo su wikipedia per farvi una sommaria idea, andate su YouTube, informatevi, ma soprattutto non siate semplici viaggiatori, ma cacciatori di bellezza.

tutte le immagini sono prese da wikipedia.
ART NEWS, LIBRI

2500 anni di storia del Centro Antico di Napoli. Giovedì 19 luglio alla “Pietrasanta”

Prosegue il ciclo di appuntamenti alla Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta a Napoli. Dopo il successo della conferenza teatralizzata di qualche settimana fa, quando il Dottor Raffaele Iovine, presidente dell’Associazione Pietrasanta, insieme a Gianpasquale Greco e Lucio Carlevalis ha rievocato la storia della Cappella Pontano, si bissa giovedì 19 luglio dalle ore 17.30 con un nuovo appuntamento da non perdere. L’occasione questa volta è la presentazione del nuovo volume di Italo Ferraro, Centro Antico (Oikos edizioni). Un libro, questo, che indaga 2500 anni di storia che hanno interessato la città di Napoli: dalla formazione della città dai Greci, passando per le dominazioni che si sono susseguite nei secoli. Dai romani alla Napoli ducale, dagli angioini agli aragonesi. Un centro antico, quello di Napoli, che si è rinnovato pur restando sempre uguale a se stesso. Gli stessi assi, quelli dei cardi e dei decumani, hanno accolto nel loro ventre mode urbanistiche e influenze culturali continuando a preservare quell’impianto che è rimasto immutato nel tempo.

Ma il volume di Italo Ferraro pone l’accento anche sulla recente costituzione della Città Metropolitana e dei suoi 94 comuni che comprendono luoghi di straordinaria bellezza e indiscusso fascino: le isole di Capri, Ischia, Procida, ma anche la Provincia di Salerno e l’Agro nocerino-sarnese.

Una tavola rotonda cui partecipa con grande entusiasmo Monsignor Vincenzo De Gregorio, rettore della Basilica della Pietrasanta, che insieme ad un ricchissimo parterre di ospiti disquisiranno con il Dottor Iovine dei cambiamenti topografico-culturali che hanno interessato e interessano l’area del centro storico di Napoli.

Con loro, tra gli altri, il direttore del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, Paolo Giulierini, reduce da uno straordinario successo che ha aperto un dialogo tra l’Ermitage di San Pietroburgo e il MANN, il docente federiciano e urbanista il Professor Francesco Coppola, che coordinerà il dibattito, e il Presidente della Fondazione Morra nonché direttore del Museo Nitsch, Peppe Morra.

L’incontro si propone di mettere in luce un lungo processo di fusione e integrazione che ha portato alla formazione del centro antico così come lo conosciamo noi oggi, e vuole porre l’accento su quelle connessioni, ancora oggi purtroppo latenti, che sono esistite tra i vari territori e epoche, sollecitando una serie di riflessioni e di approfondimenti che riguardano Napoli innanzitutto e il suo centro antico.

ART NEWS

Storia della Cappella dei Pontano. Il 5 luglio 2018 a Napoli

La Cappella dei Pontano a Napoli è uno dei gioielli dell’architettura rinascimentale italiana. Se a questo si aggiunge che si trova proprio nel cuore del centro storico della città, patrimonio dell’UNESCO, allora si comprende perché parliamo di questo monumento implicitamente riconosciuto dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura.

Posta tra Via dei Tribunali e l’antica Via del Sole, questo piccolo tempio sorge proprio su quello che era il decumano maggiore dell’antica Neapolis, dove si erige la Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta.

Completata proprio nell’anno della scoperta delle Americhe, nel 1492, è stata fortemente voluta dall’umanista naturalizzato napoletano Giovanni Pontano, originario di Perugia, che fu a servizio dei sovrani di aragonesi nella capitale del Mezzogiorno, prima con Alfonso Duca di Calabria, poi con Alfonso II di Napoli.

La scelta del luogo non fu casuale, poiché si trovava proprio a due passi dalla casa dell’umanista napoletano, dove oggi sorge la Scuola Diaz.

Pontano volle dedicare questo monumento alla Vergine e a San Giovanni Evangelista, per dedicarla alla memoria della moglie, Adriana Sassone, morta il 1 marzo del 1490.

Incerta l’attribuzione del disegno, che vorrebbe tra gli architetti Andrea Ciccione (forse artefice anche della Chiesa di Sant’Anna dei Lombardi a Napoli), Giovanni Giocondo, il più probabile, anch’egli proprio a servizio degli aragonesi (e attivo nel cantiere della Villa di Poggioreale) o Francesco di Giorgio Martini, con il quale invece si noterebbero delle analogie con i capitelli con foglie d’acanto della Chiesa di Santa Maria delle Grazie a Crotone.

La cappella è stata restaurata poi tre secoli dopo per volontà di Carlo di Borbone, nel 1792.

Dall’esterno appare come un blocco unico di piperno grigio, ed è ad oggi un modello di eleganza e purezza stilistica.

La facciata è decorata da lesene e capitelli.

Sia le facciate esterne che quelle interne presentano delle antiche iscrizioni latine e greche, tipiche della cultura dell’epoca, con motti e detti classici, che inducono alla virtù e all’elevazione dello spirito umano.

Le otto grandi epigrafi interne esprimono invece il dolore per la perdita della moglie e dei figli.

Di grande interesse (riproposto da me più volte sul mio canale instagram il pavimento maiolicato, che riproduce stemmi e motivi decorativi, riproducendo tra l’altro il nome latino della moglie, Adriana Saxona.

Sull’altare maggiore si trova invece l’affresco di una Madonna col Bambino e i santi Giovanni Battista e Giovanni Evangelista forse di Francesco Cicino, coevo autore vissuto tra il XV e il XVI secolo.

Sapevate che questo gioiello poteva essere distrutto?

Se vi interessa approfondire la storia, non solo artistica, di questo pregiato monumento napoletano, l’appuntamento è per il 5 luglio 2018 alle ore 19.00 nell’adiacente Cappella del Santissimo Salvatore, a ridosso della Chiesa della Pietrasanta in Piazzetta Pietrasanta a Napoli, in Piazzetta Pietrasanta 17 – 80138 Napoli.

Dove il Dottor Raffaele Iovine, Presidente della Fondazione Pietrasanta, insieme a Gianpasquale Greco e Lucio Carlevalis, con la partecipazione di Monsignor De Gregorio, ne ripercorreranno non solo la storia, ma ricorderanno anche un episodio poco conosciuto della storia dell’arte.

ART NEWS

Storia del Museo Ginori: ascesa, caduta e rinascita del museo di Sesto fiorentino

Se la bellezza è una necessità, allora nutrila con stile. È così che recita il sito web ufficiale di Richard-Ginori, storico marchio di produzione ceramica, che ha fatto di una squisita ricerca estetica la propria vocazione, sin dal lontano 1735, votando il proprio nome ad un’Arte diventata già icona.

Sinonimo di eccellenza italiana, oggi il brand, Richard-Ginori, è noto ed apprezzato in tutto il mondo. Fondato dal marchese Carlo Ginori, è suo il merito di aver dato origine alla Manifattura della porcellana di Doccia.

Sin dai primi anni di attività, Ginori decise di destinare alcuni locali al pianterreno della Villa Ginori di Doccia alla raccolta di modelli, ceramiche e terre formatesi nel primo periodo di vita della fabbrica.

Ben consapevole dell’alta qualità delle proprie porcellane e del loro significato artistico, già nel 1754 Ginori dimostrò la precisa volontà di una loro musealizzazione, creando un’apposita Galleria in cui esporre queste opere.

A poco più di un secolo dalla sua fondazione, la Ginori fu acquisita dalla milanese Soc. Ceramica Richard, diventando il marchio che oggi tutti conosciamo. L’originario nucleo delle raccolte storiche restò nei depositi della Villa di Doccia, cui negli anni si aggiunsero nuovi oggetti di proprietà Richard-Ginori.

Il progetto dell’attuale museo è dell’architetto toscano Pier Niccolò Berardi e Fabio Rossi. Le collezioni comprendevano l’originario lascito Ginori che si arricchì dei pezzi realizzati dopo la fusione con la Richard.

Richard-Ginori 1735 lottatori ceramica porcellana biscuit Museo Doccia Sesto fiorentino Vaso ad orcino Gio Ponti, Prospettica - internettuali
Giò Ponti

Inaugurato nel 1965 ha tristemente chiuso le sue porte al pubblico nel maggio del 2014, mentre la fabbrica delle pregiate porcellane era già stata acquistata all’asta nel 2013 dalla maison di moda Gucci.

Di grande valore la collezione del museo, che comprende statue e statuine di pregevole fattura di ispirazione michelangiolesca, con corpi vigorosi e nudi eroici, o rinascimentale, riproducendo opere come il Ratto delle Sabine del Giambologna, o ottocentesche, impresse nella porcellana lucida e finissima o l’elegante e opaca biscuit.

La Richard-Ginori vede tra le sue collezioni delle sue ultime creazioni anche le decorazioni del designer milanese Giò Ponti, che caratterizzò i primi anni ’20, rileggendo alla propria maniera l’Art Déco.

Lo scorso 27 novembre il museo è stato finalmente comprato dallo Stato Italiano, attraverso il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, con conseguente lascito della collezione che è stata così utilizzata per il pagamento delle tasse attraverso opere d’arte.

Ed è proprio da questa acquisizione che parte la ventiquattresima edizione di Artigianato e Palazzo, cui parteciperò e di cui vi parlerò, nella quale è stata allestita la Mostra Principe dedicata proprio alla Richard-Ginori. Durante i quattro giorni della rassegna, che si terranno al Giardino Corsini a Firenze, saranno infatti raccolti fondi per la riapertura del museo, identitario dell’arte e della pregiata manifattura fiorentina.

INTERNATTUALE

La Gaiola a Napoli: storia dell’isola maledetta che abitò anche Virgilio

A Napoli primavera fa rima con Gaiola. Con l’arrivo della stagione degli amori e i primi caldi, gli adolescenti e gli studenti che marinano la scuola, ma anche tutti coloro che vogliono rubare qualche raggio di sole in anticipo hanno un solo rituale: andare alla Gaiola.

Situata di fronte alla costa di Posillipo, l’Isola della Gaiola, oggi è parte del Parco Archeologico di Posillipo, dove è possibile visitare anche l’omonimo Parco Sommerso della Gaiola.

Il piccolo isolotto, vera e propria quinta teatrale di uno scenario marino da sogno, è ascritto anche negli annali della storia. Sulle sue coste infatti si schiantò il sommergibile Giacinto Pullino, che comportò la cattura del tenente di vascello Nazario Sauro, che trovò così la morte.

E proprio la morte o la sventura sarà un tema ricorrente su queste piccole isole collegate tra loro solo da un ponticello incuneato tra gli scogli, dove oggi sorge la villa che Filippo Negri fece costruire nel 1874, che la rivendette a seguito del suo fallimento.

Da questo momento la villa continuerà a passare di mano in mano, portando un triste destino ai suoi proprietari.

Negli anni ’20 è lo svizzero Hans Braun, proprietario dell’immobile, che viene ritrovato morto e avvolto in un tappeto. Anche la moglie non ebbe sorte migliore. Di lì a poco infatti annegò, attraversando il mare con la seggiovia che la collegava alla terraferma.

Negli anni ’30 anche un collegio di orfanelli trova la morte nelle acque della Gaiola, mentre erano in barca per una gita.

La villa passa così nelle mani di Otto Grunback, che muore d’infarto proprio durante un suo soggiorno nella villa. La stessa sorte tocca anche all’industriale farmaceutico Maurice-Yves Sandoz, morto suicida in un manicomio in Svizzera per aver saputo del fallimento della sua azienda. Non era vero, ma l’industriale non lo ha mai saputo.

Successivo proprietario della villa un altro industriale, dell’acciaio questa volta, il barone Paul Karl Langheim, il quale fu trascinato sul lastrico dai festini e dagli efebi di cui amava circondarsi.

Ma sono tanti anche i nomi noti che l’hanno abitata, da Norman Douglas, scrittore inglese autore di Terra delle Sirene, a Giuseppe Paratore, senatore della Repubblica Italiana, passando per Gianni Agnelli che subì la morte di molti familiari, tra cui quella del figlio Edoardo, e Jean Paul Getty, il cui nipote, Jean Paul Getty III (come racconta anche l’ultima pellicola di Ridley Scott, Tutti i soldi del mondo) fu rapito a Roma dalla ‘drangheta, e subì, durante i lunghi mesi di prigionia, l’amputazione dell’orecchio. La maledizione della villa sembra aver seguito il nipote di Getty fino in America, dove anni dopo ebbe problemi celebrali in seguito a una overdose di droga.

Rilevata la villa, Gianpasquale Grappone vede fallire la sua società di assicurazioni, Lloyd Centauro, nel 1978.

Messa all’asta, l’isola diventa definitivamente proprietà della Regione Campania, ponendo fine, o forse è più corretto dire “sospendendo” la maledizione.

Ma quale sarebbe il motivo di tanta negatività?

Nel 1960 Paratore avrebbe rinvenuto nei fondali dell’isola il volto di una Gorgone, un affresco di muro datato, secondo un esperto dell’epoca, II secolo d.C. e questa sarebbe una delle origini della maledizione. Il senatore, inorridito dalla raffigurazione lo avrebbe fatto murare nella villa sulla terraferma.

Ma secondo una tesi molto più accreditata, e diffusa, la colpa sarebbe tutta di Virgilio. Sì, il poeta dell’Eneide, che tanta parte della sua vita avrebbe trascorso nella città di Napoli, secondo alcuni biografi si sarebbe avvicinato al neopitagorismo, una corrente filosofica molto diffusa in Magna Grecia, e nell’antica Neapolis sua colonia.

Ad accreditare tale tesi ci sarebbe anche, nel 1700, la frequentazione di questo posto da parte del Principe di SanseveroRaimondo De Sangro, grande estimatore del poeta latino, che qui vi giungeva con la carrozza e i cavalli per fare dei rituali esoterici.

Sul piccolo isolotto della Gaiola, il poeta avrebbe infatti fondato la sua scuola, la cosiddetta Scuola di Virgilio, dove il poeta-mago avrebbe (condizionale d’obbligo) praticato arti magiche e fatto pozioni che ne avrebbero inquinato le acque intorno e l’aura, dando origine alla maledizione che contribuisce perpetuarne il fascino.

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Il primo altare di San Pietro si trova a Napoli

Napoli riesce a riservare sempre delle sorprese anche a chi come me la conosce bene o sta imparando a conoscerla. Potrà capitarvi infatti, percorrendo Corso Umberto I, di imbattervi nella Chiesa di San Pietro ad Aram.

Questa basilica è nota perché, secondo la tradizione, custodirebbe l’Ara Petri, l’altare dell’apostolo Pietro, primo pontefice della cristianità, dal quale, durante la sua venuta a Napoli, avrebbe convertito i primi cristiani.

Un reperto, una vera e propria reliquia, questa, importantissima per la comunità, ed un nuovo primato per la città di Napoli che dunque nella storia sarebbe stata anche importante centro di culto cristiano.

Secondo la tradizione infatti Pietro, proveniente da Antioca e diretto a Roma, avrebbe fatto una sosta a Napoli. Qui avrebbe incontrato una donna di nome Candida, pagana, gravemente ammalata, che implorò il santo di guarirla. Pietro riuscì a compiere il miracolo e la donna allora lo condusse da un certo Aspreno, ammalato anch’egli che, grazie al vicario di Cristo, riuscì a trovare la salvezza.

I due pagani si convertirono così al cristianesimo, e fu tanto l’ardore che Pietro nominò Aspreno primo vescovo di Napoli.

La cosiddetta Ara Petri, dove San Pietro avrebbe pregato e celebrato, sarebbe stata custodita da Aspreno prima in una piccola edicola, e poi all’interno della stessa basilica dove ancora oggi è visibile.

la Chiesa di San Pietro ad Aram a Napoli

L’altare si trova nel vestibolo della chiesa, in quello che è di fatto l’ingresso principale della basilica, ed è sormontato da un affresco rinascimentale e da un grande baldacchino, addossato ad una parete.

L’accesso alla basilica è attraverso un ingresso secondario, una piccola porticina in legno e vetro che quasi nasconde le dimensioni di questo monumentale edificio, e dà sul lato lungo della navata centrale. Si prova un vero e proprio senso di smarrimento, osservandone la cupola, il biancore delle sue pareti, l’estensione, lo straordinario organo a canne che troneggia dall’alto della cantoria dell’altare maggiore.

Un coro di frati fa da sottofondo a questo complesso di grande suggestione, dove un tempo sorgeva una costruzione paleocristiana, in cui si celebrava il culto delle anime del Purgatorio, particolarmente sentito a Napoli se si considera l’omonima Chiesa delle Anime del Purgatorio ad Arco o lo stesso Cimitero delle Fontanelle.

Al complesso era originariamente annesso un chiostro, demolito verso la metà del XIX secolo, durante il “Risanamento” della città, per fare spazio al Rettifilo (Corso Umberto I). Il chiostro era uno degli esempi di architettura rinascimentale partenopea, di cui oggi parte delle colonne dell’ambulacro furono trasferite nella Chiesa di Sant’Aspreno al Porto.

Il piccolo altare è stato il cuore della cristianità partenopea, dove l’apostolo ha dato inizio al suo lungo percorso di evangelizzazione che porterà alla fondazione della Santa Romana Chiesa. È in questo luogo che l’apostolo celebrò le prime messe rinnovando il culto dell’eucarestia, e dando inizio alla canonizzazione di quella che sarà la liturgia.

La Basilica di San Pietro ad Aram ospita tra gli altri delle bellissime opere di Luca Giordano.

Mi stupisce che un luogo di tale importanza spirituale sia distante anni luce dalle folle oceaniche che invece investono altri e ben più noti luoghi e, benché apprezzi la pace interiore che solo un posto come questo sa dare, mi dispiace notare che sia per lo più ignoto al grande pubblico.

La Chiesa è di certo un sito da scoprire e riscoprire, non solo per sentirsi più vicini alla conversione e rinascita spirituale e cristiana, ma per restare affascinati da così tanta ieratica bellezza.

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Visita virtuale alla Galleria Borbonica di Napoli

Quando si parla della Napoli sotterranea, molti immaginano il noto accesso in Via dei Tribunali a due passi da Piazza San Gaetano. Se questo sito è stato il primo ad offrire la possibilità di visitare le viscere della città, di certo negli anni non è stato l’unico, né può definirsi “l’originale”, considerando che si tratta di una parte di storia che accomuna a grandi linee tutto il sottosuolo del capoluogo partenopeo.

Tra gli accessi sotterranei più belli e suggestivi c’è infatti la Galleria Borbonica. Alle spalle di Piazza del Plebiscito a Napoli, offre la possibilità di percorrere un tratto che arriva fino al cuore della nota piazza napoletana.

L’ho scoperta soltanto qualche anno fa. Ne avevo sentito parlare, conoscevo già gli interessanti progetti di moda e teatrali che da qualche anno animano luogo, ma mi sono spinto soltanto a discendervi dopo aver visto la bellissima puntata di Ulisse che Alberto Angela ha in parte dedicato a questo sito, e al percorso che include addirittura una falda acquifera.

La novità che riguarda oggi la Galleria Borbonica è che sarà visitabile anche dal web. Un progetto che, grazie alla tecnologia 3D Voyager, ha ricreato un tour virtuale. Un lavoro durato circa due anni che ha visto l’impiego di oltre 24.000 fotografie, e che rende visitabile il tunnel attraverso smartphone, PC e tablet.

Il costo per fare tutto questo è di 3€, con i quali il visitatore (virtuale) acquista un ticket che gli darà un accesso di 7 giorni per percorrere cunicoli, gallerie e vasche sotterranee.

Una certosina ricostruzione tridimensionale che include un’audio guida che accompagnerà il visitatore, munito virtualmente di una torcia, nella visita di un sito che si vuole far conoscere in tutto il mondo.

Se volete farvi un’idea di ciò che la rete potrà offrire, ecco un video con la presentazione del progetto: