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La Capannina, storia di un’Italia che cambia al ritmo dell’estate di Forte dei Marmi

Ci sono alcuni rituali che vanno inderogabilmente rispettati, come quello di rivedere ogni estate Sapore di mare. Impossibile non associare a questo film La Capannina, storico locale di Forte dei Marmi, in cui si muovono le vicende dei protagonisti.

Dagli anni ’60 ad oggi La Capannina continua ad essere per la provincia di Lucca e non solo un vero e proprio must estivo. La sua lunga storia la ripercorre oggi Gherardo Guidi, storico patron del locale, che in un volume, Così ho sedotto la notte, parla di come è riuscito a portare mostri sacri dello spettacolo come Mike Bongiorno, Little Tony e Gino Paoli.

Nato nel 1929, era poco più di un capanno usato da un falegname come deposito per gli attrezzi, che l’albergatore Achille Franceschi (il nome completo infatti è La Capannina di Franceschi) utilizzò per servire bevande, accompagnandosi ad un grammofono a manovella.

Il locale è accolto con grande successo e immediatamente frequentato da famiglie dell’alta nobiltà come Rucellai, Della Gherardesca, Rospigliosi, Sforza, ma anche intellettuali del tempo come Ungaretti, Montale, Primo Levi e Leonida Rapaci che qui venivano per l’aperitivo prima del tramonto.

In poco tempo La Capannina si trasforma così in un ritrovo dell’Italia che veniva qui a trascorrere le vacanze.

Il locale è stato completamente ridisegnato da Maurizio Tempestini a seguito di un incendio che nel 1939 lo distrusse completamente.

Sono tanti gli artisti che passano qui negli anni del boom economico: da Patty Pravo a Ray Charles, da Edith Piaf a Peppino Di Capri, passando per Gloria Gaynor e Fred Bongusto.

La Capannina ha avuto la capacità di condensare tutto il nostro Paese, ivi inclusi industriali come Marzotto, Moratti, Barilla e gli Agnelli.

È proprio tra gli anni ’60 e ’70 che il locale è ceduto da Franceschi a Gherardo e Carla Guidi, che hanno mantenuto intatta la struttura così com’era nel dopoguerra.

Il locale è stato anche location del film Abbronzatissimi nel 1991.

È la storia di un’Italia che cambia quella de La Capannina, testimone inconsapevole delle mode e dei costumi: nella musica, nelle auto dei clienti che hanno stazionato lì davanti, nell’evolvere insieme alle nuove esigenze di mercato, mutandosi da locale estivo a discoteca e punto di ritrovo aperto tutto l’anno.

La Capannina di Franceschi è un’emozione. E per comprenderlo basta dare un’occhiata all’ampia galleria delle foto storiche del locale, per guardare con nostalgia di un’epoca che non ritorna ma che non è mai passata.

Guidi l’ha fatto in un incontro moderato dal conduttore notturno per eccellenza, Gigi Marzullo, durante il quale parla degli esordi della “Sirenetta” di Castelfranco di Sotto, attraversando negli anni ’70 Firenze e Bologna. Un’attività professionale di scouting, che lo ha portato alla ricerca di orchestre che fossero sempre migliori, nuovi cantautori e divi che animassero le serate. E a giudicare dai nomi che è riuscito ad agganciare nel tempo c’è riuscito: da Renato Zero a Amanda Lear, tutti sono passati a La Capannina almeno una volta.

Gli anni del boom sono gli ’80, che portano il film di Carlo Vanzina del 1983 con un cast stellare, passando per i contest di bellezza e il lancio dei rapper.

Una storia che racconta al tempo stesso anche la storia del nostro paese, attraverso il mondo dello spettacolo e gli uomini e le donne che hanno fatto e fanno spettacolo: da Alba Parietti a Valeria Marini, da Belen Rodriguez ai nuovi idoli dei giovanissimi come Fedez, J-Ax e Rovazzi.

ART NEWS

Caravaggio, la forza delle Sette Opere di Misericordia a Napoli

Non ero mai stato al Pio Monte della Misericordia, il che è già un delitto per un napoletano, se a questo aggiungiamo che sono uno studioso ed un appassionato d’arte, la pena allora diventa addirittura capitale.

Sito in Via Tribunali, 253 a due passi dal Duomo, il Pio Monte, nato come ente benefico della città per aiutare gli oppressi e i bisognosi, custodisce uno dei Caravaggio di miglior fattura, le Sette Opere di Misericordia. Un’opera cardine nella lunga pagina della storia dell’arte, che segnerà un punto di rottura con la pittura precedente dell’artista milanese, e rappresenterà un vero e proprio punto di riferimento per tutti gli artisti del Sud Italia.

Qui bisogna considerare anche lo stato d’animo con cui Caravaggio dipinge l’opera. Accusato dell’omicidio di un uomo avvenuto durante una rissa, è costretto a fuggire da Roma a Napoli per evitare la pena di morte. Lontano dai suoi modelli e modelle abituali, dalle sue amicizie, dall’influenza che via via aveva acquisito nella Capitale e dai committenti romani, l’artista deve aver vissuto un senso di isolamento, solitudine e frustrazione. Le sue opere si fanno più cupe, quasi a riflettere questo suo sentimento da esiliato cui manca la madre patria, la tavolozza dei colori si spegne, abbracciando uno spettro terroso e meno brillante. Oggi Roma-Napoli può apparirci come una breve distanza, di un’ora appena di treno, ma ai tempi erano due mondi lontani e culturalmente molto diversi.

Tra la fine del 1606 e gli inizi del 1608 sono tante le opere che l’autore realizza. Da una Giuditta che decapita Oloferne a una Sacra Famiglia con San Giovanni battista, da Salomè con la testa del Battista a una prima versione di Davide con la testa di Golia.

Di questa vasta produzione soltanto due sono i dipinti rimasti a Napoli: le Sette Opere di Misericordia che, secondo un documento esposto all’interno della quadreria del Pio Monte, non deve essere spostato per nessun motivo né venduto per alcuna cifra, e la Flagellazione di Cristo di fatto di proprietà della Chiesa di San Domenico Maggiore ma custodito al Museo di Capodimonte.

Il terzo, quello che è considerato l’ultimo dipinto di Caravaggio, Il martirio di Sant’Orsola, è stato commissionato da Marcantonio Doria, di una nobile famiglia di Genova, ed è oggi custodito nella Galleria di Palazzo Zevallos a Napoli.

Caravaggio, Sette Opere di Misericordia

Le Sette Opere di Misericordia corporali, sono state commissionate da Luigi Carafa-Colonna, esponente della famiglia che protesse la fuga di Caravaggio nella città di Partenope, nonché membro della Congregazione del Pio Monte della Misericordia.

Trovarsi faccia a faccia con una delle opere più note di Caravaggio è una vera sfida, poiché si guarda l’opera eppure non si finisce mai di coglierne, tra le caratteristiche luci ed ombre tanto amate dall’artista, sfumature, scorci, volti che ci appaiono quasi all’improvviso. Come lo storpio, in basso a sinistra, che emerge dal buio: curare gli infermi, la stessa opera che rappresenta anche l’uomo nudo di spalle, di michelangiolesca memoria, vestito da un buon samaritano che con la spada divide il suo mantello, vestire gli ignudi.

È un quadro colto quello del pittore milanese, i cui riferimenti si rifanno anche alla storiografia romana di Valerio Massimo, autore del I sec. a.C., che ci racconta nei suoi Factorum et dictorum memorabilium di Cimone, condannato a morte per fame in carcere fu nutrito dal seno della figlia Pero, e per questo motivo graziato dai magistrati che fecero erigere in quello stesso luogo un tempio della Dea Pietà. Qui l’episodio è visto nella duplice veste di visitare i carcerati e, allo stesso tempo, dar da mangiare agli affamati.

Il pallore dei piedi di quello che presumibilmente è un cadavere ci ricordano di seppellire i morti, mentre un uomo che beve dalla mascella di un asino, memore del racconto biblico di Sansone, che ricorda di dar da bere agli assetati.

Infine l’ultimo, ospitare i pellegrini, è simboleggiato da un uomo con una conchiglia sul cappello, simbolo del pellegrinaggio verso Santiago de Compostela, e da un altro che gli indica un punto verso l’esterno, forse una locanda dove riposare o la sua stessa casa.

Un chiaro scuro netto, una rottura con il passato che segnerà tutta l’opera successiva di Caravaggio rendendolo autore immortale e maestro del vero, così bello da perdonare quasi una cattiva illuminazione che non rende perfettamente percepibile l’opera quasi in uno stato di penombra. È soltanto grazie ad un altorilievo, progetto per non-vedenti, che è possibile scorgere alcuni dettagli del quadro e scoprire che quello che dal basso appare uno sfregio della tela (in basso a sinistra), è in realtà la spada che riluce dell’uomo che taglia le sue vesti.

Una scena concitata senza un vero e proprio punto focale, che suscitò molto scalpore per le possenti braccia degli angeli, che irrompono nella parte alta del quadro, sorreggendo la Madonna con il bambino che nella sua composizione ricorda molto la Madonna della Seggiola di Raffaello Sanzio. L’ombra delle apparizioni celesti è proiettata sulla prigione, chiaro segno di una concreta presenza anche nella vita terrena dell’Uomo.

ART NEWS, INTERNATTUALE

La Sirenetta imbrattata di rosso: tutti gli atti vandalici alla statua di Copenaghen

È stata completamente verniciata di rosso, La Sirenetta di Copenaghen, scultura-simbolo della Danimarca, che dal 1913 accoglie i viaggiatori all’interno del porto. La statua fu voluta e commissionata da Carl Jacobsen, figlio del fondatore della nota birra Carlsberg, il quale, rimasto affascinato da una trasposizione teatrale (balletto) della nota favola di Hans Christian Andersen, dove una donna per metà pesce si innamora di un umano, commissionò una statua celebrativa a Edvard Eriksen nel 1909. A fare da modella Eline, moglie dello scultore.

Alta poco più di un metro, è una statua in bronzo del peso di 175 kg.

Quella di oggi purtroppo non è il primo atto vandalico che può annoverare la piccola sirenetta. Già nel 1964 infatti, alcuni attivisti del movimento situazionista, movimento anarchico politico e artistico, tra cui l’artista danese Jørgen Nash, segarono e rubarono la testa della statua, che non fu mai più rinvenuta e dovette dunque essere sostituita da una copia.

Il 22 luglio 1984 invece fu la volta del braccio destro, quello con cui la sinuosa figura della sirena si poggia sullo scoglio su cui idealmente aspetta. Quest’ultimo però per fortuna fu riconsegnato non senza imbarazzo dai due giovani vandali.

Nel 1990 ci fu un nuovo tentativo di decapitazione della statua, che provocò un solco di circa 18 cm nel collo della sirena. Si decise dunque di sostituirla in blocco, e rimpiazzarla con una statua identica che fosse un unico blocco di metallo lavorato.

Ma nel 1998, esattamente il 6 gennaio, la testa della statua è nuovamente rimossa. Restituita in forma anonima sarà poi ricollocata al suo posto circa un mese dopo.

Non è la prima volta che viene imbrattata di vernice, è già successo più volte nel corso degli anni e, l’11 settembre del 2003, è stata addirittura sradicata dal suo scoglio, forse, con una piccola carica di dinamite.

ART NEWS

Napoli: la mostra “i Tesori Nascosti” di Sgarbi prorogata fino al 20 luglio

Rivelazione dello scorso inverno, la mostra i Tesori Nascosti, a cura di Vittorio Sgarbi sarà prorogata fino al prossimo 20 luglio. Lo ha anticipato il Mattino di Napoli qualche settimana fa: data la grande affluenza di pubblico e la richiesta a gran voce di chi invece non sarebbe riuscito a vederla durante la stagione calda, si è deciso di estenderla ancora per quasi due mesi. La chiusura originaria, infatti, fissata per il 28 maggio, è sembrata troppo corta per i tanti potenziali visitatori che, in vista dell’estate, volevano vedere le oltre 150 opere che compongono questo interessante percorso di storia dell’arte.

Vittorio Sgarbi è riuscito a mettere insieme opere (ingiustamente ritenute) minori, di autori maggiori, tutte appartenenti a fondazioni, collezioni e collezionisti privati, tra cui il fondo Cavallini-Sgarbi dello stesso curatore e critico d’arte.

Oltre ai tre artisti enfatizzati dal sottotitolo, Tino Di Camaino, Caravaggio e Gemito, attivi nella città di Partenope e che legano maggiormente questa esposizione a Napoli, tanti altri artisti compongono un percorso antologico che mette insieme autori come Mattia Preti, Luca Giordano, Guercino, Ribera, ma anche grandi artisti dell’arte contemporanea e metafisica come Giorgio De Chirico, De Pisis, Morandi.

i Tesori Nascosti di Vittorio Sgarbi (Galleria del ‘900)

Pitture, certo, ma anche sculture come quelle del milanese Wildt e De Luca.

Concepita inizialmente per EXPO Milano 2015 la mostra si è spostata a Salò, arricchendosi di nuove opere e autori per la tappa napoletana.

Suggestivo scrigno di questi tesori è la Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta, a Napoli, chiusa a pubblico per oltre vent’anni e utilizzata nel tempo come officina, è essa stessa tesoro nascosto che, per l’occasione, è stata restituita al pubblico nella veste elegante di pinacoteca del XIX secolo. Pareti bordeaux e dipinti disposti a metà tra percorso museale e sontuosa galleria privata, fanno da cornice al bellissimo pavimento opera della famiglia Massa (la stessa che ha maiolicato il Chiostro di Santa Chiara a Napoli). Chi entra per la prima volta ha probabilmente la sensazione di varcare una nuova dimensione, in cui svaniscono i contorni della Basilica confondendosi con quelli di una eccezionale quadreria.

una foto della sala della mostra da @marianocervone (instagram)

Visitare la mostra è un vero e proprio percorso esperienziale oltre che artistico: la Basilica infatti si trova nel cuore del centro storico della città, già riconosciuto universalmente come patrimonio dell’UNESCO, e per raggiungerla si dovrà passeggiare tra i profumi delle creazioni dei maestri pasticceri e quelle degli artigiani della pizza di Gino Sorbillo, ascoltando gli artisti di strada che portano la loro voce, i loro strumenti, la loro energia per le folcloristiche stradine.

Grazie ad una applicazione (disponibile gratuitamente per iOS e per Android) sarà possibile ascoltare la voce dello stesso Sgarbi, che guiderà lungo il percorso, una lectio privata con un maestro d’eccezione.

Prosegue dunque, per la gioia degli studenti universitari il lunedì universitario, giorno in cui ogni studente, esibendo un qualsiasi documento che attesti la frequenza a qualsiasi facoltà per l’anno corrente, può entrare in mostra pagando soltanto 5€ a fronte dei 12 del biglietto intero.

I Tesori Nascosti rappresenta un’antologia di storia dell’arte, le cui pagine vanno dalla metà del 1200, con opere giottesche appartenute persino a Gabriele D’Annunzio fino ad arrivare ai bellissimi nudi del Novecento di Eugenio Viti.

Sgarbi è riuscito a comporre una mostra che spazia sapientemente dal medioevo al rinascimento, passando per i paesaggisti dell’ottocento napoletano e le avanguardie di inizio secolo. Sono davvero tanti gli autori messi insieme dal noto critico d’arte italiano, che ha portato nel capoluogo campano un evento unico come non se ne vedevano da un po’.

Per maggiori informazioni:

www.itesorinascosti.it

INTERNATTUALE

Addio a Laura Biagiotti, donna di classe che ha portato il suo stile nel mondo

Oggi ci ha lasciati una delle firme italiane più note al mondo, Laura Biagiotti. Conosciuta in America come Regina del Cashmere, inizia la sua attività di designer di moda sotto l’egida di Roberto Capucci prima e Rocco Barocco, per poi fondare la casa di moda che porta il suo nome agli inizi degli anni ’70. Romana di nascita, presenta la sua prima a Firenze, e subito cattura l’attenzione della stampa e di quel pubblico femminile che immediatamente apprezza le sue creazioni e la sua idea di una donna-bambola, estremamente delicata e aggraziata.

promo del profumo ROMA

In occasione di una sua sfilata a Pechino nel 1988, lancia ROMA, fragranza, per lei, che incarna l’essenza dello stile italiano nel mondo. Bisognerà aspettare qualche anno, il 1992, affinché il profumo sia declinato nella sua versione maschile, ROMA per Uomo. Un’essenza di gusto orientale, boisè, più vigorosa, ma al tempo stesso elegante. Il profumo per lui è opera di Domitille Michalon, noto “naso” che ha lavorato tra gli altri con Versace, Ferragamo e Hugo Boss solo per citarne alcuni.

Anche la confezione, così come la fragranza femminile creata dalla stessa Laura, è stata disegnata dalla stilista in collaborazione con il designer tedesco Peter Schmidt, creando due bottiglie che da subito diventano una vera e propria icona nel mondo della moda e del beauty, richiamando le rovine dell’antica capitale dell’impero romano: una colonna spezzata per lei, un abbozzo di tempio con colonne e scanalature per lui, che si colorano di ambra per la donna e di una leggera doratura per l’uomo, rinchiuse nel loro tradizionale vetro satinato.

Il disegno, racconterà poi la Biagiotti, è ispirato ad una colonna del cortile del suo ufficio romano.

I sentori della mirra, dell’ambra, della vaniglia e del patchouli si fondono con le essenze floreali del gelsomino, della rosa, del mughetto e del garofano, mentre nell’uomo il fondo del cedro, del sandalo e del muschio incontra il profumo pungente del pompelmo rosa e del mandarino.

Laura Biagiotti resterà una donna di straordinario gusto e sensibilità, che ha mutato anche in fragranza l’essenza dello stile italiano, portando la sua inconfondibile classe in tutto il mondo.

Ciao, Laura!

INTERNATTUALE

Fidget Spinner: origine e storia del gioco diventato mania

A metà tra passato e futuro, forse stanchi di tanta tecnologia, la moda del momento per i giovanissimi si chiama Fidget Spinner, non una nuova app con cui giocare sul proprio telefonino, ma un vero e proprio giocattolo che sta facendo dilagare in Italia una nuova mania.

Si tratta di una sorta di triscele con un cuscinetto d’aria, intorno al quale ruotano tre pesi, che possono così girare velocemente. Il suo movimento allevierebbe lo stress. Prodotto in una vasta gamma di materiali che vanno dalla plastica al titanio, la sua funzione era in realtà quella di aiutare persone con deficit dell’attenzione, problemi di concentrazione o autismo permettendo di scaricare la tensione nervosa e lo stress.

Sebbene sia stato inventato negli anni ’90 ha trovato la popolarità solo quest’anno, con la pubblicazione di un articolo su Forbes nel dicembre del 2016 in cui il giornalista James Plafke lo indica come il giocattolo must-have del 2017.

Divisi gli studiosi tra chi riconosce i benefici di questa trottolina e chi pensa che si tratti soltanto di una ulteriore distrazione, così come le scuole che ne hanno consentito l’introduzione in classe e quelle che invece hanno deciso di bannare il gioco dalle proprie mura.

Ad inventare il giochino del momento una donna, l’ingegnere Catherine Hettinger, che ne avrebbe depositato il brevetto nel 1993 schedandolo come spinning toy (giocattolo girevole). L’idea sarebbe venuta in risposta a dei ragazzini che in Israele lanciavano pietre contro la polizia, affinché scaricassero in qualche modo la tensione e “promuovere la pace”.

Tuttavia secondo un’intervista che la Hettinger ha rilasciato al Guardian, avrebbe inventato il giocattolo poiché affetta da miastenia, un grave disturbo immunitario che causa una debolezza muscolare, che le impediva persino di raccogliere i giocattoli di sua figlia. Con questo gioco invece riusciva ad intrattenerla.

Ma quali sono le manie che si sono susseguite negli anni tra i giovanissimi?

In principio furono le molle colorate. Chi è stato un bambino negli anni ’90 come me se le ricorderà bene: enormi molle di plastica dai colori sgargianti e fluo che i ragazzini si divertivano a far oscillare ammirando ipnoticamente le sfumature che cambiavano veloci. Poi fu la volta delle palline clic clac, a loro volta mutuate direttamente dagli anni ’70: due palline, legate da due diversi fili che partivano dalla stessa base che, se agitate correttamente, non facevano altro che incontrarsi e spingersi originando uno ticchettio, clic clac appunto. Poi fu la volta del Tamagotchi (che personalmente non ho mai amato): cambiano i tempi e con le prime agende elettroniche e palmari, antesignano di tutti gli snake e videogiochi per smartphone vari c’era lui, il Tamagotchi, un videogiochino dalla forma ovoidale, che consisteva in una specie di animaletto virtuale che si doveva curare, nutrire, crescere pena la morte.

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Un’ultima cena da 1 milione di euro da Eataly per Leonardo Da Vinci

Fondata nel 2004, la catena Eataly si è trasformata in poco più di dieci anni in un vero e proprio punto di riferimento nell’Italia e nel mondo per la vendita e somministrazione di prodotti alimentari squisitamente italiani. Molto più di un semplice ristorante-supermaket, ma un rappresentante di quella italianità culinaria di alta qualità. Dalla prima apertura a Torino, i suoi punti vendita si dislocano oggi da nord a sud del nostro paese: da Milano a Bari, passando per Forlì (dove ho avuto la possibilità di fotografare la bellissima piazza Saffi) a Roma. Ma i suoi store hanno varcato anche i confini, dal Giappone al Brasile, dalla Danimarca alla Turchia, solcando persino i mari con ben due ristoranti di bordo sulle prestigiose navi da crociera Costa Divina e Costa Preziosa.

Non c’era brand migliore dunque per finanziare il restauro de L’ultima cena, opera del 1498 del maestro Leonardo Da Vinci.

Ne parlo con piacere non soltanto come cliente convinto e contento di un brand che rende grande l’Italia nel mondo, esaltando ed esportando i suoi saperi e sapori, ma anche, e forse soprattutto, da appassionato di storia dell’arte, che è felice di sapere che la catena di Oscar Farinetti destinerà ben 1 milione di euro al recupero di un’opera che, per sua stessa natura, ha sempre subito un po’ troppo l’incuria del tempo.

I bombardamenti della seconda guerra mondiale distrussero parzialmente il refettorio del convento Domenicano di Santa Maria delle Grazie a Milano dove l’opera si trova, la quale miracolosamente si salvò, protetta appena da una cresta di volta, restando alla mercé degli agenti atmosferici per giorni.

L’affresco, di 460 cm per 880, è stato dipinto con tempera grassa, il suo ultimo restauro risale ormai al 1977.

Eataly è il solo privato a far parte di questa grande operazione di recupero, che intende donare al capolavoro di Da Vinci almeno cinquecento anni in più, puntando ad aumentare il quasi mezzo milione di visitatori l’anno, con una media di 1300 visitatori al giorno che, involontariamente, contribuiscono al suo deterioramento portando particelle e polveri nell’ambiente in cui si trova.

Un restauro, questo, che si propone di guardare anche alle nuove tecnologie, e che permetterà l’introduzione di 10 metri cubi di aria pulita, contro gli attuali 3500, all’interno del refettorio.

La conclusione di questi lavori, già iniziati, è prevista per il 2019, anno in cui coinciderà anche il cinquecentenario dalla morte del grande maestro del rinascimento italiano.

Anche il Ministero dei Beni Culturali stanzierà 1.200.000 euro in tre anni: «Questo restauro avviene con risorse pubbliche e con un impegno del privato – ha commentato il ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini – segno che un passo avanti è stato fatto anche in settori dove in Italia siamo più indietro».

Questa sinergia infatti mostra quanto il ministro della cultura continui ad incentivare e promuovere la cooperazione, tra due settori, quello pubblico e quello privato, apparentemente lontani, per la salvaguardia del nostro patrimonio storico-artstico: «Credo sia giusto per un’azienda mettere a disposizione una parte dei propri ricavi per un progetto così. Lo facciamo non perché vogliamo vendere di più – fa subito eco Oscar Farinetti – almeno per i prossimi 500 anni l’umanità non si perderà questa cena».

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Al Museo del Bargello a Firenze una mostra sulle porcellane Richard Ginori

Nata per volontà del marchese Carlo Ginori nel 1735, l’omonima fabbrica di prestigiose porcellane sorse in una villa di sua proprietà a Doccia (oggi Sesto Fiorentino), trasformandosi in breve tempo in una delle più raffinate manifatture europee. I discendenti del marchese continueranno ad occuparsene fino al 1896, quando il marchio si fonderà con la milanese Richard, dando origine a quella che oggi è Richard Ginori.

Maniffattura di Doccia (Gaspero Bruschi).Venere dei Medici (dall’antico), porcellana

Una lavorazione di pregio, con decorazioni e disegni originali che troveranno la massima espressione nelle decorazioni pittoriche “a veduta”, ad opera del fiorentino Ferdinando Ammannati, già pittore nella Reale Fabbrica di Re Ferdinando di Borbone, il quale trasferirà a Doccia il gusto neoclassico appreso e apprezzato a Napoli.

Famose le decorazioni con le vedute tipiche del tempo: dalle rovine di Pompei che caratterizzarono l’arte nella metà del ‘700 alternandosi a scene mitologiche, alla raffigurazione di piazze e palazzi di Napoli, Roma e del territorio toscano in genere.

Chi mi conosce sa che amo particolarmente questa fabbrica, a mio avviso tra le più raffinate e belle d’Italia, non solo per la sua produzione ormai storica, ma anche per le porcellane contemporanee dall’intramontabile gusto classico. Oggi alcune di quelle creazioni di pregio sono visibili all’interno del Museo di Capodimonte a Napoli, ma sono felice di segnalare una bellissima iniziativa culturale.

Il Museo Nazionale del Bargello a Firenze inaugurerà il prossimo maggio una mostra sulle statue di porcellana prodotte a Doccia. La fabbrica della bellezza. La manifattura Ginori e il suo popolo di statue, questo il titolo, è la prima rassegna in Italia che pone al centro il noto marchio.

Dal 18 maggio fino al prossimo 1 ottobre 2017 i visitatori potranno ammirare la produzione di sculture prodotte nel primo periodo, che dialogheranno così con le collezioni permanenti del museo, ma anche con una serie di cere, terrecotte e bronzi che le hanno ispirate e ne hanno fatto da modello per la loro realizzazione.

Il percorso si articola in due principali nuclei, che racconteranno la storia di questa fabbrica, la sua nascita e la formazione e la trasformazione di una invenzione di scultura in porcellana.

Ma la mostra non ha soltanto un ruolo culturale, ma anche il compito sociale di porre l’accento sul Museo di Doccia, chiuso dal maggio del 2014, e tentare di scuotere l’opinione pubblica non solo dei i fiorentini, ma di tutti i visitatori, affinché riscoprano il valore di un orgoglio tutto italiano.

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Il 25 e 26 marzo tornano le Giornate FAI: i luoghi da scoprire a Napoli

È un traguardo importante quello delle Giornate FAI di quest’anno, che giungono al loro venticinquesimo anniversario, festeggiando, come di consueto, la primavera appena iniziata.

Sono tanti gli appuntamenti che il prossimo weekend, il 25 e il 26 marzo, porteranno i tesserati e non alla scoperta di nuovi luoghi da tutelare, ricercando al contempo nuovi sostenitori di questa nobile associazione che dal 1975 contribuisce, senza scopi di lucro, a salvaguardare il patrimonio artistico-culturale e ambientale italiano.

Un tempo per lo più appannaggio del nord Italia, oggi sono tantissimi i luoghi del cuore FAI dislocati in tutta la penisola. Tanti i vantaggi per i soci, che possono beneficiare di sconti e convenzioni anche in altre strutture e realtà culturali di tutto il Paese.

Le Giornate di Primavera del FAI sono un appuntamento irrinunciabile per chi vuole conoscere meglio il territorio, ma anche nuovi paesaggi e monumenti da valorizzare.

Come il Museo Civico Gaetano Filangieri. Fondato nel 1882 dal Principe di Satriano, Gaetano Filangieri, il museo ha sede nello storico Palazzo Como risalente al XV secolo, che rappresenta una rara testimonianza a Napoli dell’architettura rinascimentale. Un tripudio di manufatti, che vanno dalle maioliche a alle porcellane, passando per mobili, dipinti e stoffe, raccontano la città, seguendo un criterio e un gusto espositivo squisitamente ottocentesco.

È invece un mio luogo del cuore quello del Chiostro dei Santi San Marcellino e Festo e dell’omonima Chiesa, cui sono da sempre particolarmente legato. Un complesso conventuale del VII secolo che è oggi sede dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, e i bellissimi (non mi stancherò mai di dirlo) musei di scienze naturali, quello di Paleontologia, Zoologia, Antropologia e Mineralogia. Bellissima la decorazione interna ad opera di Vanvitelli e uno straordinario pavimento maiolicato, dove oggi si trova il museo di paleontologia, ad opera della bottega della famiglia Massa, la stessa del Chiostro di Santa Chiara.

Le Giornate di Primavera di quest’anno saranno anche l’occasione per scoprire il Conservatorio di Musica di San Pietro a Majella, a due passi dal centro storico della città, il Museo della Ceramica Duca di Martina, con una bellissima collezione, tra le tante, di porcellane cinesi, all’interno della Villa Floridiana al Vomero e i laboratori artistici del Teatro San Carlo.

In Piazzetta Sant’Andrea delle Dame sarà possibile visitare l’omonimo complesso monastico fondato da quattro nobildonne nel 1584, figlie del notaio Pascandolo, che lo fecero costruire a spese della propria famiglia.

Ma le Giornate del FAI sono anche un’occasione unica, ed esclusiva per tutti i soci, di visitare luoghi come la bellissima Villa Rosebery, uno dei massimi esempi di architettura neoclassica a Napoli, con vista sul mare, noché una delle residenze del Presidente della Repubblica Italiana.

I tesserati FAI potranno vedere anche il Parco Letterario di Nisida, ricordando, nel suggestivo isolotto scrittori classici come Omero, con una visita da “Ciceroni in erba”: saranno gli studenti dei licei  “Duca degli Abruzzi”, “Galilei”, “Gentileschi”, “Sannazaro”, “Umberto I” a guidare infatti i visitatori alla scoperta delle bellezze naturali e letterarie del parco.

Infine voglio segnalare un altro ingresso esclusivo per i possessori di una tessera FAI, quello del Castel Capuano, anche noto come Tribunale della Vicaria a Napoli, manco a dirlo in Via Tribunali, risalente al XVI secolo. Durante la dominazione dei Viceré a Napoli, fu adattato alla nuova funzione di tribunale, eliminando tutte quelle strutture squisitamente militari, per rendero un luogo adatto ad ospitare il Sacro Regio Consiglio, la regia Camera della Sommaria, la Gran Corte Civile e Criminale della Vicaria e il tribunale della Zecca.

Per una lista completa di tutti i luoghi aperti durante questo weekend non solo a Napoli e in Campania, ma in tutta Italia, vi rimando al sito ufficiale:

www.giornatefai.it

INTERNATTUALE

La parola di questo 2017 è “Karma”. Ecco cosa significa

Dalla musica al cinema passando per la parodia sul web, la parola di questo 2017 appena iniziato è sicuramente Karma. Sdoganata dalla vittoria di Francesco Gabbani sul palco dell’Ariston, con il brano Occidentali’s Karma, arriva adesso nelle sale con il film di Elio Germano che s’intitola, manco a dirlo, Questione di Karma.

Ma esattamente che cos’è il karma?

La parola che noi conosciamo come Karma deriva dal termine sanscrito kárman, spesso tradotto con atto, azione, compito, obbligo, nei testi sacri dei popoli arii, i veda, è intesa come atto religioso, rito. Per le religioni e filosofie indiane, è inteso come un agire volto ad un fine capace di attivare un principio causa-effetto, secondo il quale ad ogni azione ne corrisponde una di ritorno da parte del destino. Gli esseri senzienti, nella consapevolezza delle loro azioni, sono in qualche modo responsabili delle conseguenze morali che ne derivano.

Nelle religioni dell’India quali il Brahmanesimo, il Buddhismo, il Giainismo e l’Induismo, il karma vincola gli esseri umani al saṃsāra, dottrina inerente al ciclo della vita, di morte e rinascita.

Il karma è uno dei nuclei intorno al quale ruotano le discipline orientali, e le dottrine induiste in particolare. Esso è fortemente connesso al principio del mokṣa, che indica la salvezza dal perpetuo ciclo delle rinascite, ma anche, affine al nirvāṇa del buddhismo, il raggiungimento di una condizione spirituale superiore.

Il karma, apparentemente scanzonato, cantato da Gabbani all’ultimo Festival di Sanremo altro non è che quel “destino” che l’uomo contemporaneo, l’ormai nota scimmia nuda, squisitamente occidentale, prende con le sue mani, con azioni spesso superficiali, che l’hanno trasformato da animale sociale, di aristotelica memoria, ad animale social. L’uomo di oggi, se dovessimo paragonarlo ad un animale, sarebbe un narcisistico lupo solitario, feroce virtualmente quanto schivo nella vita vera, perennemente riflesso, come lo sfortunato dio greco, in una immagine sempre più lontana dalla realtà. Destinato ad inseguire un ideale di irreale imperfezione, rinchiuso nella solitudine della propria arroganza. Karma.