INTERNATTUALE

Ecco il metodo per essere felici

Forse non lo sapete, ma oggi è la Giornata Internazionale della Felicità. Se siete scettici, come lo ero io qualche anno fa, sappiate che lo scorso anno cadeva addirittura di lunedì! Non oso immaginare chi possa sentirsi davvero felice di lunedì.

È vero, non è facile essere felici, e il più delle volte sarete tentati dal non esserlo, da quel cinismo che si fa smaccato realismo, sfociando talvolta nel pessimismo più nero. Tuttavia, qualche anno fa, oltre allo stracitato Mangia Prega Ama (per il quale Elizabeth Gilberth dovrebbe ormai riconoscermi una percentuale sulle vendite del suo libro), qualche tempo fa ho letto un articolo del New York Times molto interessante.

L’articolo, scritto da Tara Parker-Pope per la rubrica benessere del giornale americano, è un vero e proprio prontuario per la felicità.

Sembra probabilmente banale dirlo, ma non c’è qualcuno o qualcosa che possa rendervi davvero felici.

Spesso desideriamo avere più cose, essere più ricchi, più belli, più amati, e ricerchiamo all’esterno, nel mondo che ci circonda ciò che in realtà manca dentro di noi. Perché queste sono in realtà sensazioni che dobbiamo innanzitutto sentire nella nostra mente, nel nostro cuore, nella nostra anima.

Secondo l’articolo della Parker-Pope infatti, il primo passo è proprio questo: combattere i pensieri negativi con l’ottimismo.

Ognuno di noi ha pensieri negativi. Ne abbiamo di continuo. Siamo più propensi a pensare di poter essere investiti da un’auto che dal vincere alla lotteria: spesso rimuginiamo sulla nostra vita, sulle cose che non vanno, sulle cose che ci mancano, su esperienze brutte fatte nell’arco della nostra esistenza (bullismo a scuola, traumi vari, tradimenti). È intrinseco della nostra specie, fa parte dell’evoluzione: pensare a queste cose per evitarle in futuro. Tuttavia questo non deve precludere un allenamento per la nostra mente a pensare anche in positivo.

Il trucco non sta nel cercare di fermare a tutti i costi i pensieri negativi. Dire a se stessi “Non devo pensarci”, un po’ come faceva Rossella O’Hara che diceva “ci penserò domani”, farà soltanto sì che vi affliggerete ulteriormente per il vostro problema.

“Non ho soldi”, “ho problemi a lavoro”, “Nessuno mi ama” diventeranno soltanto mantra negativi che si ripeteranno in loop come una vera e propria ossessione.

TRATTATI COME UN AMICO:

Spesso, quando un amico ci parla di un suo problema, riusciamo ad essere più obiettivi, perché agiamo a cuor leggero, siamo più distaccati, razionali, e abbiamo una chiara visione del problema. Quando si tratta di noi stessi invece tutto sembra complicarsi. Provate a trattarvi come un amico, e datevi i consigli che dareste ad un vostro amico con lo stesso problema e, soprattutto, seguite il vostro consiglio.

Pensate anche alle tante cose buone che avete fatto, al cammino percorso finora, agli obiettivi raggiunti. Sovvertite il pensiero negativo con un socratico interrogativo: chiedetevi come potreste risolverlo, come mai provate delle sensazioni negative a riguardo, cosa potreste fare per superare un ostacolo. Insomma concentratevi su di una possibile soluzione. È in questo modo che sfiderete il pensiero negativo, e compirete il vostro primo passo verso una vita felice.

RESPIRAZIONE CONTROLLATA:

È scientificamente dimostrato che una buona respirazione apporta benefici anche all’insonnia, stati di stress post-traumatico, deficit dell’attenzione.  Lo stesso film con Julia Roberts del 2010 rende poco ciò che nel romanzo della Gilberth è spiegato più ampiamente. Ma uno dei fondamenti dello yoga è proprio il controllo del respiro (o pranayama). Lo stesso Buddha praticava il controllo del respiro per meditare e raggiungere l’illuminazione.

RISCRIVI LA TUA STORIA:

Una delle più grandi conquiste dell’umanità è la scrittura. Scrivete. Ma non ripercorrete tutto ciò che vi angoscia. È dimostrato che tenere un diario per 15 minuti al giorno può aumentare il vostro livello di felicità e benessere: scrivete dei vostri sogni, di ciò che volete realizzare, di ciò che avete già. Se cercate l’amore, non ricercatelo a tutti i costi come un tesoro da scovare. Lavorate su voi stessi, sul sentirvi in sintonia e in pace con il mondo che vi circonda.

MUOVITI:

Pensate solo all’ottimismo e il buon umore che vi dà un viaggio, una gita fuori porta, uscire anche solo per un gelato. Non fermatevi. Non restatevene chiusi in casa a rimuginare su ciò che non va. Godetevi un giorno di sole, scoprite la bellezza di un museo, camminate tra la gente.

PRATICA L’OTTIMISMO:

Siate ottimisti. Coltivate l’ottimismo. Essere ottimisti non significa ignorare la realtà o avere la testa tra le nuvole, ma significa sperare per il meglio, confidare in quel lavoro che cercate, in quel momento che riuscirete a superare, in quell’amore che senza dubbio troverete. E allora sì, che sarete completamente felici. Dovete soltanto crederci.

E se volete un consiglio pratico per iniziare, provate con un Happiness Jar. Vi racconto cos’è QUI.

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Quell’enigma scritto sulla facciata del Gesù Nuovo a Napoli

Nell’area dove oggi c’è la nota Chiesa del Gesù Nuovo a Napoli sorgeva Palazzo Sanseverino. Progettato e ultimato nel 1470 da Novello da San Lucano per espresso volere di Roberto Sanseverino principe di Salerno, il palazzo era celebre per la bellezza dei suoi interni, le sue sale affrescate, lo splendido giardino.

In breve tempo si era trasformato in un vero e proprio punto di riferimento per la cultura napoletana rinascimentale e barocca.

Nel 1584 il palazzo e annessi giardini furono venduti ai gesuiti, i quali, riadattarono gli spazi tra il 1584 e il 1601 per farne la chiesa che oggi tutti conosciamo, e che prende l’appellativo di “nuovo” per distinguerla dalla chiesa che poi è diventata del Gesù Vecchio.

Oggi il Gesù Nuovo è uno dei monumenti imprescindibili per il visitatore che viene per la prima volta a Napoli. Caratteristica la sua facciata, un tempo facciata del palazzo, costituita da bugne, piccole piramidi, in piperno, aggettanti verso l’esterno molto diffuse nell’architettura del rinascimento del centro e nord Italia.

Chiesa del Gesù Nuovo a Napoli – instagram @marianocervone

Intorno a questo bugnato aleggia una delle leggende che fa di Napoli una città esoterica.

Si credeva infatti che i maestri della pietra napoletana, pipernieri, fossero in grado di caricare di energia positiva la pietra che lavoravano, tenendo così lontani gli influssi negativi.

Le bugne, “a punta di diamante”, recano sopra degli strani segni ai lati, e sono proprio questi che hanno dato luogo alla leggenda, secondo la quale potessero avere una chiave di lettura misterica, occulta.

La leggenda infatti narra che i maestri tramandassero delle conoscenze esoteriche ai loro apprendisti, soltanto oralmente, per far sì che questa pietra fosse caricata di energia positiva, e che dunque tali segni sarebbero il risultato di questo sapere, legati ad arti magiche o comunque alchemico-esoteriche.

Notoriamente la punta, nella tradizione e superstizione napoletana, ha la capacità di “tagliare” il male. La facciata funge dunque da “schermo”, una sorta di protezione, e aveva il compito di convogliare tutte le energie positive e benevole verso l’interno, mantenendo fuori quelle negative.

Ma i maestri costruttori non sarebbero stati così virtuosi e, le pietre segnate non sarebbero state poste correttamente, così da ottenere l’effetto esattamente contrario: il magnetismo dell’edificio avrebbe attirato le negatività, riflettendo le energie positive verso la piazza. Il che sarebbe causa, e in un certo senso spiegherebbe, le sventure del Principe Sanseverino, dalla confisca dei suoi beni alla conseguente vendita del palazzo ai gesuiti, agli incendi subiti dalla chiesa e i ripetuti crolli della cupola, passando per le diverse cacciate dei gesuiti dalla stessa.

Secondo lo storico dell’arte Vincenzo De Pasquale, che ha fatto uno studio nel 2010 insieme ai  i musicologi ungheresi Csar Dors e Lòrànt Réz, i segni sulle bugne sarebbero simboli dell’alfabeto aramaico, identificando note di uno spartito scritto sulla facciata della chiesa, la cui composizione durerebbe all’incirca tre quarti d’ora. Si tratterebbe di un componimento musicale per strumenti a plettro, cui gli studiosi hanno (naturalmente) dato il titolo di Enigma.

Questa interpretazione, tra l’altro molto affascinante, è stata sconfessata da Stanislao Scognamiglio, esperto di ermetismo e simbologia esoterica, che ritiene che i simboli non siano caratteri dell’alfabeto aramaico, bensì possano coincidere la simbologia operativa che i laboratori alchemici hanno utilizzato fino al Settecento.

 

ART NEWS

Caravaggio, la forza delle Sette Opere di Misericordia a Napoli

Non ero mai stato al Pio Monte della Misericordia, il che è già un delitto per un napoletano, se a questo aggiungiamo che sono uno studioso ed un appassionato d’arte, la pena allora diventa addirittura capitale.

Sito in Via Tribunali, 253 a due passi dal Duomo, il Pio Monte, nato come ente benefico della città per aiutare gli oppressi e i bisognosi, custodisce uno dei Caravaggio di miglior fattura, le Sette Opere di Misericordia. Un’opera cardine nella lunga pagina della storia dell’arte, che segnerà un punto di rottura con la pittura precedente dell’artista milanese, e rappresenterà un vero e proprio punto di riferimento per tutti gli artisti del Sud Italia.

Qui bisogna considerare anche lo stato d’animo con cui Caravaggio dipinge l’opera. Accusato dell’omicidio di un uomo avvenuto durante una rissa, è costretto a fuggire da Roma a Napoli per evitare la pena di morte. Lontano dai suoi modelli e modelle abituali, dalle sue amicizie, dall’influenza che via via aveva acquisito nella Capitale e dai committenti romani, l’artista deve aver vissuto un senso di isolamento, solitudine e frustrazione. Le sue opere si fanno più cupe, quasi a riflettere questo suo sentimento da esiliato cui manca la madre patria, la tavolozza dei colori si spegne, abbracciando uno spettro terroso e meno brillante. Oggi Roma-Napoli può apparirci come una breve distanza, di un’ora appena di treno, ma ai tempi erano due mondi lontani e culturalmente molto diversi.

Tra la fine del 1606 e gli inizi del 1608 sono tante le opere che l’autore realizza. Da una Giuditta che decapita Oloferne a una Sacra Famiglia con San Giovanni battista, da Salomè con la testa del Battista a una prima versione di Davide con la testa di Golia.

Di questa vasta produzione soltanto due sono i dipinti rimasti a Napoli: le Sette Opere di Misericordia che, secondo un documento esposto all’interno della quadreria del Pio Monte, non deve essere spostato per nessun motivo né venduto per alcuna cifra, e la Flagellazione di Cristo di fatto di proprietà della Chiesa di San Domenico Maggiore ma custodito al Museo di Capodimonte.

Il terzo, quello che è considerato l’ultimo dipinto di Caravaggio, Il martirio di Sant’Orsola, è stato commissionato da Marcantonio Doria, di una nobile famiglia di Genova, ed è oggi custodito nella Galleria di Palazzo Zevallos a Napoli.

Caravaggio, Sette Opere di Misericordia

Le Sette Opere di Misericordia corporali, sono state commissionate da Luigi Carafa-Colonna, esponente della famiglia che protesse la fuga di Caravaggio nella città di Partenope, nonché membro della Congregazione del Pio Monte della Misericordia.

Trovarsi faccia a faccia con una delle opere più note di Caravaggio è una vera sfida, poiché si guarda l’opera eppure non si finisce mai di coglierne, tra le caratteristiche luci ed ombre tanto amate dall’artista, sfumature, scorci, volti che ci appaiono quasi all’improvviso. Come lo storpio, in basso a sinistra, che emerge dal buio: curare gli infermi, la stessa opera che rappresenta anche l’uomo nudo di spalle, di michelangiolesca memoria, vestito da un buon samaritano che con la spada divide il suo mantello, vestire gli ignudi.

È un quadro colto quello del pittore milanese, i cui riferimenti si rifanno anche alla storiografia romana di Valerio Massimo, autore del I sec. a.C., che ci racconta nei suoi Factorum et dictorum memorabilium di Cimone, condannato a morte per fame in carcere fu nutrito dal seno della figlia Pero, e per questo motivo graziato dai magistrati che fecero erigere in quello stesso luogo un tempio della Dea Pietà. Qui l’episodio è visto nella duplice veste di visitare i carcerati e, allo stesso tempo, dar da mangiare agli affamati.

Il pallore dei piedi di quello che presumibilmente è un cadavere ci ricordano di seppellire i morti, mentre un uomo che beve dalla mascella di un asino, memore del racconto biblico di Sansone, che ricorda di dar da bere agli assetati.

Infine l’ultimo, ospitare i pellegrini, è simboleggiato da un uomo con una conchiglia sul cappello, simbolo del pellegrinaggio verso Santiago de Compostela, e da un altro che gli indica un punto verso l’esterno, forse una locanda dove riposare o la sua stessa casa.

Un chiaro scuro netto, una rottura con il passato che segnerà tutta l’opera successiva di Caravaggio rendendolo autore immortale e maestro del vero, così bello da perdonare quasi una cattiva illuminazione che non rende perfettamente percepibile l’opera quasi in uno stato di penombra. È soltanto grazie ad un altorilievo, progetto per non-vedenti, che è possibile scorgere alcuni dettagli del quadro e scoprire che quello che dal basso appare uno sfregio della tela (in basso a sinistra), è in realtà la spada che riluce dell’uomo che taglia le sue vesti.

Una scena concitata senza un vero e proprio punto focale, che suscitò molto scalpore per le possenti braccia degli angeli, che irrompono nella parte alta del quadro, sorreggendo la Madonna con il bambino che nella sua composizione ricorda molto la Madonna della Seggiola di Raffaello Sanzio. L’ombra delle apparizioni celesti è proiettata sulla prigione, chiaro segno di una concreta presenza anche nella vita terrena dell’Uomo.

INTERNATTUALE

Napoli, poche metro e vagoni affollati: l’altra faccia delle “Stazioni dell’Arte”

Treni sovraffollati e attese lunghissime. In queste settimane c’è un gran parlare in televisione della metropolitana di Roma e del suo cattivo funzionamento, ma io, cittadino del mondo, scorgo con dispiacere che c’è una situazione ben più grave, quella di Napoli, di cui non si parla altrettanto.

A cominciare dall’attesa dei treni della Linea 1 sotto le banchine, lunghissima, dieci minuti in media, con punte di sedici. Se Sliding Doors fosse stato girato nel capoluogo partenopeo, Gwyneth Paltrow nell’attesa tra una corsa e l’altra avrebbe avuto il tempo di rifarsi la messa in piega e cambiare addirittura paese, più di quanto non abbiano fatto i pochi minuti dei treni londinesi nella pellicola originale.

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banchine piene e tempi di attesa lunghi

Pochi controlli. In alcune stazioni (Piscinola, Dante, Museo/Sottopasso Cavour) i varchi sono perennemente aperti e, a dispetto della voce che di tanto in tanto ripete dagli interfoni che i titoli di viaggio di qualsiasi fascia, titolo e durata devono essere convalidati di volta in volta, sono pochi quelli che lo fanno davvero, tra gente che si lancia incauta facendosi impropriamente passare per abbonati (un po’ furbetti).

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un affollatissimo vagone durante le ore 8.40 circa

I vagoni sono affollatissimi. Attraversare la città o semplicemente spostarsi da una zona all’altra si trasforma in un viaggio della speranza, dove non viene garantito nemmeno lo spazio vitale minimo dei passeggeri, costretti a viaggiare stipati come sardine gli uni sugli altri e, spesso, a litigarsi il proprio posto di fortuna (in piedi, naturalmente) indispensabile per reggersi agli appositi sostegni e evitare di respirarsi addosso, tra la maleducazione dei ragazzi che indossano gli zaini, occupando, di fatto, due posti, e di chi invece, incurante di una già tragica situazione, si arroga lo strafottente diritto di voler leggere un libro o un giornale.

Una situazione paradossale e tragicomica per una città che continua orgogliosamente a promuovere le proprie Stazioni dell’Arte, vantando, secondo la critica, il titolo di stazione più bella d’Europa, quella di Toledo, la quale vede viaggiare i suoi passeggeri sempre con maggior disagio, aggravati da corse che saltano e frequenze incostanti.

Nel fine settimana, se da una parte i treni sono sgombri e ci si può finalmente sedere, dall’altra l’attesa è ancora più estenuante e perdere una corsa può significare anche un quarto d’ora di attesa per quella successiva, costringendo i viaggiatori ad anticiparsi di molto sugli orari per raggiungere in tempo le proprie destinazioni. Tutt’altro che comodo.

Se la nostra città è elogiata per la bellezza delle sue stazioni, secondo uno studio le spetta però anche il triste primato di maglia nera per i tempi di attesa. Arrivano a 27 in media i minuti di attesa per un autobus, con picchi di quarantacinque, testati sulla mia pelle, senza nemmeno ricorrere alle diverse applicazioni citate dall’articolo di GQ.

Inutile provare a chiamare al contact center 800 639525 per chiedere informazioni o lamentarsi dei disservizi: il numero, che dovrebbe essere attivo dalle ore 6.15 alle ore 20.15, è invece costantemente staccato, e quando si prova a rintracciare un numero interno dell’azienda, bisogna sottostare all’ironia degli interlocutori che, al danno di non fornire alcune spiegazione, aggiungono la beffa di una malcelata risposta in malo modo.

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passeggeri costretti ad aspettare la corsa successiva

E per una stazione, quella di Toledo, che si fregia del titolo di più bella, ce n’è una, quella di Scampia che può invece fregiarsi di quello di più degradata. Costruita a metà degli anni ’90, la stazione ha visto spostarsi fino a nascondersi del tutto agli occhi dei passeggeri, lo stazionamento degli autobus, che spariscono letteralmente come inghiottiti da buchi neri. All’originaria struttura si è aggiunto uno scheletro d’acciaio e delle scale mobili che avrebbero dovuto collegare la parte di Scampia con la zona alta di Piscinola, ma di fatto mai completate, costringendo i passeggeri non soltanto a fare più strada per raggiungere i treni, ma a camminare su pavimenti decisamente scivolosi in circostanze normali che peggiorano notevolmente nei giorni di pioggia, e di cui i lavori si sono inspiegabilmente fermati, lasciando l’ennesima opera incompiuta nel solo quartiere periferico di Scampia. Viene dunque da chiedersi perché le autorità locali sono disposte a stanziare fior fior di milioni per abbattere le Vele di Scampia e a non impiegarli prima per rendere il trasporto di quegli stessi cittadini più civile al pari delle altre città italiane.

Se la civiltà e la qualità della vita di una città si misura anche dai suoi trasporti, allora Napoli ha decisamente fallito e, a dispetto della bellezza e arte delle proprie stazioni, i cittadini non possono che domandarsi se non sia il caso di investire in treni, corse e macchinisti ciò che in media l’amministrazione spende in architetti stranieri e designer di grido.

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A Palazzo Altemps a Roma il vero volto di Antinoo

antinoo-ritratto-in-due-parti-palazzo-altemps-roma-2016-2017-ludovisi-internettualeIcona dell’antichità giunta fino ai giorni nostri, l’immagine di Antinoo è giunta fino a noi come archetipo di bellezza e di erotismo. Il giovane amato dall’Imperatore Adriano, annegato a soli diciannove anni nelle acque del Nilo, e trasformatosi, per volontà dell’Imperatore romano, in vera e propria divinità venerata da ben tre paesi per altrettante culture e iconografie. Il mito rivive oggi nella mostra Antinoo, ritratto in due parti a Roma.

Ad Antinoo infatti Adriano tributerà un’intera città, Antinopoli, sorta laddove il giovane incontrò la morte.

La sua figura è ritratta come dio egizio, giovane bacco o atleta virile, attraversando stili, epoche, culture.

Tra le opere più celebri che hanno riportato la sua immagine fino ai giorni nostri, l’Antinoo Ludovisi, conservato al Palazzo Altemps del Museo Nazionale Romano è probabilmente tra le più note: folti capelli ricci, carnose labbra imbronciate, occhi incavati, pelle liscissima. Il volto di Antinoo, giovane di origine orientale, ha insolitamente fattezze occidentali.

Deve essere stata questa in parte la scintilla che ha portato gli studiosi dell’Art Institute di Chicago a domandarsi se il busto conservato nel museo romano non corrispondesse in realtà ad un volto che è invece custodito presso il loro museo.

È grazie alla tecnica della scannerizzazione 3D che si è così potuto ottenere un primo confronto virtuale tra le due parti. Un’emozione, che ha portato l’entusiasmo degli studiosi alla stampa 3D dei due pezzi, che gli ha consentito di unirli fisicamente, completando le parti del volto ancora mancanti, con un algoritmo che ha presumibilmente ricostruito il volto per ciò che doveva essere davvero, e non dunque per la versione idealizzata e un po’ posticcia de busto Ludovisi.

antinoo-ritratto-in-due-parti-palazzo-altemps-roma-2016-2017-internettualeNe viene fuori una figura diversa, più orientaleggiante, con il naso vagamente schiacciato e la bocca grande. Lontana da quell’immagine “occidentale” che il ritratto romano ci aveva finora dato. Il confronto, tra le singole parti, quella romana e quella statunitense, e la ricostruzione, visibile in sala, di questo percorso di studi, è una vera emozione per il visitatore. Ci si sente ad un passo dalla storia entrando nella piccola sala del Museo Nazionale Romano, dove questo progetto resterà fino al prossimo 15 gennaio.

Si dice che la mente guardi soltanto ciò che conosce, e allora eccola lì la cicatrice sul volto del Ludovisi, la frattura che segna il punto in cui al busto Altemps è stato incollato il volto con le fattezze di un altro Antinoo, vero e proprio mito nell’antichità e nell’era rinascimentale.

Un’icona che si mostra al pubblico senza la sua maschera idealizzata, né quel canone idealizzato dall’immaginario degli artisti.

Due pezzi, una sola ricostruzione, tante colonne di marmo. È semplice e forse un po’ austero l’allestimento della mostra, eppure efficace, perché ci guida, sul fondo della sala alla scoperta del vero Antinoo, di quel busto ricostruito e strappato alla realtà per circostanza di cose, di quel puzzle, che almeno virtualmente è stato ricostruito e che finalmente i visitatori possono ammirare così come doveva apparire in origine.

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Vermeer a Capodimonte: “la donna con il liuto” fino al 9 febbraio 2017 a Napoli

La prima cosa che salta agli occhi è il nuovo colore della sala del Museo di Capodimonte in cui è esposto Vermeer – Rosso cremisi scuro. Uno sguardo sul futuro, ci dice il direttore Sylvain Bellenger, che annuncia che anche tutte le altre sale abbandoneranno il biancore attuale per ritrovare gli originali colori di quando era una Reggia, e con essi il suo sfarzo, il lusso, i fasti del Regno di Napoli.

vermeer-la-donna-con-il-liuto-museo-di-capodimonte-napoli-internettualeLa sala è piena di giornalisti e blogger e appassionati d’arte. Tutti sono giunti al Museo di Capodimonte per La Donna con il Liuto del pittore fiammingo Vermeer. Un evento, un prestito eccezionale che arriva direttamente dal Metropolitan Museum of New York, e che da domani, 18 novembre, fino al 9 febbraio 2017 sarà esposto nella sala del primo piano del museo partenopeo.

Non si tratta di una mostra improvvisata, questa, ma è il frutto di una grande collaborazione tra il Museo di Capodimonte e i più grandi musei del mondo.

Vermeer, ci racconta Bellenger, è stato dimenticato per oltre tre secoli, e riscoperto da uno studioso francese, una sorte analoga a quella di Caravaggio. La memoria è una cosa fragile, la storia è una cosa fragile, ed eventi come questo devono preservarne il ricordo e perpetuarlo.

Quello della memoria non è il solo punto che l’artista fiammingo ha in comune con Caravaggio, ma i due artisti sono soprattutto dei maestri della luce. Di entrambi non conosciamo alcun disegno preparatorio, non li usavano, ed entrambi fanno della luce la vera grande protagonista della loro arte.

Silenziosa, misteriosa, quella di Vermeer è una pittura fatta di interiorità. La sua suonatrice, ad una più attenta analisi, non è bella, eppure risplende di una pacata intima bellezza, che si fa esteriore, che diventa, osservandola, bellezza formale.

L’artista del XVII secolo proietta l’osservatore dentro la camera oscura della sua arte attraverso la quale catturava il mondo che lo circondava, lo stesso in cui oggi ci permette di entrare.

La donna con il liuto è straordinariamente moderna. Suona, innalza il suo spirito attraverso la musica, forse sogna, come dimostra il suo sguardo rivolto verso la finestra, verso un “altrove” nascosto anche allo spettatore che con lei immagina.

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liuto di Jean Des Moulins, 1644
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carta geografica di Willem Bleau, 1644

Alle spalle della donna una carta geografica traccia le conoscenze scientifiche del tempo, segno tangibile di una società attenta al tempo che cambia. Quella stessa carta la ritroviamo adesso sulla parete sinistra della sala, in una versione di Willem Bleau del 1644. Sulla destra invece trova posto anche un vero liuto, unico attribuibile dai tanti dettagli e dalla pregiata fattura, a Jean Des Moulins, appartenente alle collezioni del Musée Instrumental du Conservatoire di Parigi. Un’opera di riambientazione in cui lo spettatore vive le sensazioni che vanno oltre la vista, che si fanno materiali percezioni del mondo. Il liuto, sottile filo conduttore che lega le New York, Vermeer, Napoli, poiché già tradizione partenopea ed europea in generale.

Nella sala accanto opere contemporanee a Vermeer ritraggono donne dedite all’arte delle sette note. Autoritratto alla spinetta di Sofonisba Anguissola, Santa Cecilia in Estasi del napoletano Bernardo Cavallino, Santa Cecilia al Clavicembalo di Francesco Guarino e Santa Cecilia all’organo e angeli musicanti e cantori di Carlo Sellitto. Capolavori della pittura napoletana, che mostrano quanto quello musicale fosse un tema ricorrente nella pittura italiana del XVII secolo.

Alla presentazione, grazie alla collaborazione con il Conservatorio di Napoli, la stampa ha potuto assistere ad un concerto di voce e strumenti a corda, che hanno permesso ai presenti non soltanto di vivere l’atmosfera del tempo, ma anche il delicato suono del liuto. Suggestioni, suoni, profumi degli strumenti di un’epoca di cui la sala di Capodimonte s’è fatta portale.

Ci si aspetta sempre, da un’opera così nota, che sia anche grande. Invece la prima cosa che colpisce lo spettatore sono le piccole dimensioni del dipinto. Eppure l’emozione di un quadro che ha attraversato l’Oceano per dar vita a qualcosa di unico è intensa. Vedere con i propri occhi i pigmenti di colore, le ombre che, al pari della luce, restituiscono la fotografia di un momento.

Grazie alla Regione Campania non ci sono maggiorazioni sul biglietto di ingresso, il cui costo resta invariato.

Grande novità di questa mostra è il supporto di un’APP. I tempi cambiano e i musei cambiano con loro. Per avvicinare un pubblico giovane, ma anche per dare una più ampia visione dell’opera, il Museo di Capodimonte, in collaborazione con ARM23, ha creato l’app omonima della rassegna, Vermeer a Capodimonte, disponibile per dispositivi iOS e Android. L’applicazione, grazie ad un riconoscimento delle stesse immagini attraverso una scannerizzazione digitale, ci restituirà delle informazioni in realtà aumentata che difficilmente riusciremmo ad avere da soli.

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Università: il 66% dei programmi dei corsi supera la soglia dei 12 CFU

Introdotti nel sistema universitario nel 1999 con il D.M. 509/99, i CFU, credito formativo universitario, sono l’unità di misura della difficoltà, o mole di studio, per ogni singolo esame. Ogni facoltà infatti consente di sostenere la tesi di laurea, o esame finale, al raggiungimento medio di 180 CFU che, a seconda del corso di studio, si suddividono in un indeterminato numero di esami da sostenere.

Ma se l’introduzione dei crediti rappresentava l’adeguamento di un mondo formativo che si evolve insieme ad un’Europa che cambia, sostituendo di fatto il concetto antiquato di “annualità” e “semestralità”, così non era stato per il numero di esami da sostenere e, a dispetto dell’introduzione dei corsi di laurea triennale (o laurea breve), per alcune facoltà sono rimasti letteralmente invariati dal vecchio sistema, oscillando intorno ai 42 esami con un credito formativo per ogni singolo esame molto basso che si aggirava da 4 a, addirittura, 2 CFU al massimo.

Dalla Guida dello Studente ufficiale compare la spiegazione in dettaglio di cosa rappresenti effettivamente 1 CFU, dove si legge che esso è pari a 25 ore di lavoro, il che significava poterli acquisire anche attraverso attività di laboratorio o di tirocinio.

Poco male, dunque, avranno pensato gli studenti, considerando facile o comunque fattibile in un paio di settimane di studio un esame da 4 CFU.

Ma i CFU misurano davvero l’effettivo carico di lavoro richiesto allo studente?

Secondo la Guida dello Studente le ore di lavoro sarebbero mediamente ripartite in un rapporto di 1 a 4: per ogni cinque ore di lezione, esercitazioni, seminari, laboratorio ne dovrebbero corrispondere 20 di studio individuale. Per tanto ad ogni ora in classe ne comporterà 5 di studio a casa.

Con il definitivo aggiornamento delle lauree triennali dagli originari 40-e-passa esami agli attuali 20 dei corsi di studio, si hanno ora esami che in media oscilleranno tra i 6 e i 12 crediti formativi. Per ogni esame dunque gli studenti dovranno lavorare per circa 150/300 ore di cui 30 o 60 di formazione con il docente.

In una giornata di 24ore, escludendo 8 ore di sonno per un benessere psicofisico ideale, e eliminandone altre sei per necessità fisiologiche e di altro tipo, restando in media 10 ore buone di studio al giorno, e dunque un esame da 12 crediti richiederebbe circa 24 giorni effettivi di lavoro, studiandoci per gran parte della giornata.

Se si calcola una media di capacità di studio di circa 30 pagine al giorno, conferendo per assurdo la stessa difficoltà ad ogni tipologia di materia, lo stesso esame da 12 crediti dovrebbe oscillare intorno alle 720 pagine totali, comprese di eventuali dispense, monografie o “parti speciali”, per consentirne lo studio in poco meno di un mese.

Applicando questa tabella di calcolo, crediti per esame, pagine da studiare, ore di studio previste e ore di studio effettive, sono andato a verificare i programmi della facoltà di Archeologia e Storia delle Arti dell’Università agli Studi Federico II, dal sito ufficiale del Dipartimento degli Studi Umanistici, reperendo invece il numero di pagine dei testi da studiare dalla descrizione fisica dei libri dal servizio OPAC o siti come libreriauniversitaria.it.

Avvalendomi della Guida dello Studente 2015/2016, disponibile in PDF, escludendo gli insegnamenti che non riportavano i programmi, ho scoperto che: su 12 programmi osservati, sono soltanto 4 i corsi che si tengono largamente al di sotto della media di pagine stimate per esame (720). Due i corsi da 12 CFU che si aggirano intorno alle 500 pagine (con un risparmio di 220 pagine), mentre sono poco più di 300 quelle per i due da 6 CFU.

Sono ben 8 invece i corsi di studio da 12 CFU che superano largamente la stima (del tutto approssimativa, certo) di 720, superando, spesso più del doppio le pagine totali da studiare, con programmi che sfiorano addirittura le 1500 pagine complessive.

Se si considera che questo è un semplice calcolo statistico, che non tiene conto delle peculiari difficoltà di ogni singolo esame (date da ricordare, nomi da memorizzare, conoscenze pregresse da acquisire), sarà facile comprendere come il 66% dei corsi supera anche più del 206% il numero di pagine che è umanamente possibile studiare in 240 ore, i cui giorni (24) sono stati ricavati calcolando un’alta media di ore di studio (10) escludendo tutte le altre attività di uno studente ivi compresa la vita sociale e le uscite.

A queste difficoltà puramente statistiche, vanno aggiunte varianti di professori troppo esigenti, bocciature, problemi personali e/o familiari che possono fortemente incidere sulla propria carriera universitaria.

È dunque una conseguenza quasi fisiologica per molti degli studenti, che oltre allo studio hanno anche altre attività lavorative e/o sociali, finire tra i 700.000 fuori corso, non riuscendo a completare il percorso di studio entro i tempi stabiliti.

Premesso che è giusto, oltre che doveroso, per gli Atenei italiani formare delle persone che abbiano un livello di conoscenza e preparazione, non solo culturale, altamente competitivo per gli standard europei. Va detto però che bisognerebbe entrare nell’ottica del “sapere fare” e non solo in quella del sapere, e che per alcune nozioni è giusto che si continuino a consultare i libri, anziché apprenderle da uno sterile studio mnemonico che andrà comunque via col tempo. Occorrerebbero dunque programmi più concentrati e snelli. Gli studenti e futuri laureati non devono invecchiare sui libri giungendo sul mercato del lavoro in età avanzata, ma dovrebbero apprendere velocemente quegli strumenti necessari per sapere esattamente come e dove reperire le informazioni che gli servono per essere lavoratori migliori del domani.

INTERNATTUALE

A Firenze le famiglie ricche sono sempre le stesse da 600 anni

Un curioso studio riportato dalle pagine del magazine inglese The Indipendent asserisce che le famiglie benestanti fiorentine sarebbero le stesse che erano ai vertici della società rinascimentale sei secoli fa.

Analizzando infatti i dati del pagamento dei contributi degli abitanti del capoluogo toscano fino al 1427, gli economisti Guglielmo Barone e Sauro Mocetti hanno evidenziato che i fiorentini più abbienti a Firenze nel 2011 hanno gli stessi cognomi dei benestanti di seicento anni prima.

Sono circa novecento i cognomi presenti nei registri fiscali del 1427 che si possono ritrovare ancora oggi, i quali corrispondono a circa 52.000 degli attuali contribuenti fiorentini.

Anche se la natura regionale dei cognomi italiani ci dice che non necessariamente le persone che portano lo stesso cognome siano correlate tra loro, è tuttavia possibile far rientrare tali cognomi nella ricerca, poiché molto probabile che essi siano dei discendenti diretti.

Comparando questi dati, i risultati mostrano che i cambiamenti socio-economici di generazione in generazione a Firenze sono stati minimi, con poche opportunità nell’ambito fiorentino di scalare la gerarchia sociale e di conseguenza anche quella economica.

Secondo l’articolo di Barone e Mocetti, originariamente pubblicato su VoxEU, la bassa mobilità sociale ed economica non soltanto è ingiusta, ma può rappresentare un aspetto svantaggioso per la società in generale: «Le società caratterizzate da un’elevata trasmissione dello status economico-sociale – si legge – non solo hanno più probabilità di essere percepite come “ingiuste”, ma sono meno efficienti in quanto sprecano talenti e competenze di chi proviene dal ceto sociale più basso».

I due economisti italiani hanno inoltre sottolineato l’errore che spesso commettono altri studiosi quando sottovalutano l’effetto dello stato della famiglia di origine, partendo dal presupposto che eventuali vantaggi o svantaggi provenienti dagli antenati sparirebbero entro tre generazioni.

I documenti fiscali hanno invece evidenziato un “pavimento di vetro” che impedirebbe ai ricchi di scendere ad un certo livello della scala socio-economica.

Probabilmente quello di Firenze non è il solo caso di “status ereditario” da parte delle famiglie. La ricerca è stata condotta in questa città in quanto a seguito di una crisi fiscale, i Priori della Repubblica registrarono tutti i cognomi, professione e ricchezza di ogni singolo capofamiglia nel 1427, ma questa relativa unicità dei cognomi italiani non è detto che possa essere applicata altrove per questo tipo di ricerca.

INTERNATTUALE

Non solo l’euro: anche l’inglese ha fatto aumentare il costo della vita. Ecco perché

Fino a metà anni ’90, nell’era che precedeva la “globalizzazione” la vita era di gran lunga molto più semplice. Sì, perché non è soltanto l’euro ad aver notevolmente alzato il costo della vita dal 2002 in poi, ma sono bastati pochi termini anglofoni per dare (nuova) dignità a cose e mestieri, talvolta rivalutandoli del tutto, facendo lievitare parcelle e prezzi di listino.

Se fino agli inizi degli anni 2000 ci si ritrovava al bar sotto casa per l’aperitivo, adesso è soltanto una desinenza utilizzata come parola composta in associazione con altri termini: Aperi-cena, Aperi-cinema, Aperi-mostra.

Happy Hour, espressione, mutuata dal marketing anglosassone, che indica una fascia oraria in cui bar e ristoranti praticano particolari sconti su alcolici e cocktail, che per traslato diventa sinonimo anche del nostro “aperitivo”, giustificando uno Spritz a 7 euro con qualche snack di contorno.

Anche il bar diventa lounge, per indicare una sala interna o all’aperto arredata con divani e poltrone, mentre i ristoranti diventano (dal francese) Bistrot, Brasserie, Boulangerie, ricercando già nel nome un’allure di esclusività.

english flag bandiera inglese union jack 2 - internettualeIl cibo da asporto diventa street-food o, addirittura, finger-food (cibo da tenere in mano) abbinato a buffet (il banchetto nell’era pre-globale), la pasticceria si trasforma in Bakery, mentre dolci e torte diventano dessert e cake. Anche i loro creatori, prima cuochi e pasticceri, sono adesso chef (spesso “stellati”) e cake designer, che si preoccupano del gusto quanto della forma di quelle produzioni che diventano vere e proprie creazioni d’arte. Più elaborata è la loro forma, maggiore sarà il loro costo.

Ma non è soltanto il campo della ristorazione ad aver beneficiato di questa nuova veste internazionale, anche quello dedicato alla cura del personale si evolve: i truccatori sono oggi MakeUp Artist, i parrucchieri Hair Stylist, mentre quella che era la vecchia manicure è oggi la Nail Art. Tutto diventa arte, tutto è vivisezionato in compartimenti stagni professionali che, specializzandosi in un unico campo, alzano il tiro e i loro prezzi.

Il fioraio diventa florist e i suoi mazzolini o fasci che dir si voglia sono delle vere e proprie composizioni di fiori, forme e fragranze, che si fanno insolite e stravaganti.

Da sempre influenzato dalle passerelle internazionali, il mondo della moda è, per definizione, quello del Fashion, con Stylist, ben diverso dallo stilista che è un Fashion Designer, che individua mode e tendenze, abbinando abiti e accessori, e l’image consultant che è il vecchio consulente d’immagine che, in relazione alla propria fisicità, suggerisce ciò che più può valorizzare, manco a dirlo, la propria immagine.

Anche in ambito lavorativo, negli annunci, si ricorre all’inglese per camuffare carenze e inganni: i centralini diventano call center, le telefonate da effettuare out-bound, la vendita è retail e la capacità di gestire autonomamente il lavoro problem solving.

Persino l’ambito matrimoniale si è piegato a questa nuova tendenza e, forte della spinta dell’ultimo matrimonio reale, manco a dirlo inglese, quello del Principe William e Kate Middleton, si parla solo di Wedding, gli organizzatori sono Wedding Planner, il ristorante location.

Anche l’obsoleto arredatore è adesso un moderno Interior Designer. Designer, expert, consultant, personal, work, office. Sono queste le parole chiave che, unite a attività e termini in lingua, contribuiscono a creare la professione e, anche la professionalità, che troppo spesso invece non c’è, così come l’ingiustificata ragione di pagare di più cose che pronunciate nella nostra lingua avrebbero forse meno fascino, ma sarebbero senza dubbio più genuine e vicine alla nostra tradizione, non solo economica.