ART NEWS, INTERNATTUALE

Tutti pazzi per Napoli: dagli spot al cinema, ecco tutte le produzioni in città

È vero, ne ho parlato più volte, ma quando un fenomeno si ripete con così tanta continuità, significa che sta davvero succedendo qualcosa. Napoli, da qualche anno, sta vivendo un momento di grande fioritura mediatica: servizi fotografici, spot televisivi, cinema, fiction, e chi più ne ha più ne metta. Mai come negli ultimi anni c’è stata una così alta concentrazione per il capoluogo di partenope, che ha felicemente fatto da sfondo ad importanti prodotti italiani e, addirittura, internazionali.

Merito probabilmente di quel suo folclore che la rende tanto singolare e diversa dalle altre città del Bel Paese, eppure allo stesso tempo così riconoscibile agli occhi di tutto il mondo che la guarda con meraviglia e stupore.

Dai film d’autore alle commedie, dalla lunga serialità alla réclame, passando per gli shooting di riviste patinate sono tanti i luoghi di Napoli che stanno (ri)emergendo, trovando quella popolarità che dai Fratelli Lumière a Ferzan Özpetek, che lo scorso anno ha girato Napoli Velata, continua ad affascinare con i suoi castelli, le coste, i colori tipici della nostra terra.

Se la maison Dolce&Gabbana ha scelto il capoluogo campano per festeggiare il suo trentennale, quest’anno Domenico Dolce e Stefano Gabbana ritornano con il promo The art of seduction (L’arte della seduzione) per consolidare un sodalizio artistico iniziato ufficialmente con le celebrazioni del 2016, ma che già agli inizi degli anni 2000 aveva portato i due stilisti italiani a scegliere i faraglioni di Capri quale location d’eccezione per lo spot della fragranza Light Blue.

È il Parco della Gaiola il luogo deputato a rappresentare lo spirito della casa di moda, e l’allure di quell’italianità esportato da due stilisti in tutto il mondo.

Qualche anno fa invece è stata la volta delle produzioni RAI, che hanno portato in città I Bastardi di Pizzofalcone (serie tratta dagli omonimi romanzi di Maurizio De Giovanni), la fiction Sirene (sceneggiata da Ivan Cotroneo), Non dirlo al mio capo con Lino Guanciale e Vanessa Incontrada.

Sul fronte internazionale anche la nota serie Sense8, prodotta da Netflix, lo scorso anno aveva scelto Napoli per la sua seconda stagione.

Ma non sono soltanto gli scenari da cartolina di Napoli, quelli che affascinano il grande pubblico: giunta alla sua quarta stagione (ancora in produzione), la serie crime Gomorra, in onda dal 2014, ha fatto conoscere ai più anche la periferia di Napoli, Scampia, e le Vele sfondo delle faide camorristiche del clan dei Savastano, mentre sulle reti di stato è stata portata sugli schermi La cattura di Zagaria, capo clan dei Casalesi, nella seconda stagione di Sotto copertura con Alessandro Preziosi.

Poche settimane fa è stato il regista Alessandro D’Alatri a portare in TV la storia di Angela, figlia di un boss di Secondigliano, che coltiva il sogno di ballare, nel film In punta di piedi.

In queste settimane (e ve ne ho ampiamente parlato anche su instagram) il regista Saverio Costanzo sta girando la serie L’Amica Geniale, tratta dall’omonimo romanzo di Elena Ferrante, che ha portato per le strade e i vicoli di Napoli auto d’epoca e Lambrette.

Più di recente è stato Gianni Amelio a girare il premiatissimo La Tenerezza con Elio Germano e Micaela Ramazzotti, mentre ha voluto l’isola d’Ischia (che ritornerà anche in L’Amica Geniale) il regista Gabriele Muccino per A casa tutti bene, film corale che ha portato in città i più importanti attori del panorama cinematografico italiano contemporaneo.

Non solo D&G. Anche la maison del compianto Hubert de Givenchy aveva scelto Napoli e i suoi scorci per un spot pubblicitario e alcuni servizi promozionali del marchio, che aveva voluto le luci e le ombre dei vicoli del centro storico.

Ma non è solo il patinato mondo della moda che ha scelto Napoli. Marchi come CRAI e Ferrero Rocher, hanno scelto (tra le tante) anche la città di Napoli, il lungomare e le sue piazze monumentali, per ambientare i loro spot, in una dicotomia nord/sud che bene ne ha enfatizzato le sue bellezze.

Pochi giorni fa vi ho invece parlato di Carpisa e del suo bellissimo spot ambientato nel Chiostro di Santa Chiara con il Premio Oscar spagnolo Penelope Cruz.

Sempre nel 2016 anche il divulgatore Alberto Angela ha scelto Napoli quale protagonista di una puntata del suo noto programma Ulisse – Il piacere della scoperta, parlando delle sue bellezze e dei suoi misteri, realizzando un record di oltre due milioni di telespettatori nella prima serata di RaiTre.

Ed è proprio l’arte e la cultura napoletana la protagonista di questo primo trimestre del 2018: il Museo Archeologico Nazionale di Napoli (protagonista anche negli ultimi anni di non poche produzioni) è stato scelto persino come location del videoclip di Sufjan Stevens, colonna sonora del film Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino.

Moda, cinema, pubblicità, ma anche food. Sì, perché persino i programmi di cucina hanno voluto Napoli. In principio, da oltreoceano, è stata la nota chef statunitense Giada De Laurentis (nipote di Dino e Silvana Mangano) che per la prima  stagione di Giada in Italy ha scelto la costiera Amalfitana (e Napoli) per il suo programma di cucina.

La nostra Benedetta Parodi ha invece ambientato alcune puntate a Napoli, portando persino i casting nell’emiciclo vanvitelliano di Piazza Dante, arrivando alla Sonrisa, più nota ormai come Castello delle Cerimonie, per una puntata speciale con il compianto Don Antonio.

Ultimo, solo in ordine cronologico, lo chef Damiano Carrara che, in coppia con Katia Follesa, ha inaugurato la prima edizione di Cake Star – Pasticcerie in sfida, in una puntata dove sono state le note bakery napoletane Carbone, Napolitano e Poppella a contendersi il titolo di miglior pasticceria della città.

Napoli sta vivendo un momento di grande fioritura, mostrando orgogliosamente al mondo la sua arte, la sua bellezza, la sua cultura.

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ART NEWS, TELEVISIONE

Sirene: i luoghi a Napoli dove è stata girata la fiction di raiuno

Tra malintesi, magie e risate, andrà in onda questa sera la prima puntata di Sirene, nuova fiction rai che terrà compagnia i telespettatori di raiuno ancora per altre cinque serate. Le sirene Yara, Marica, Irene e Daria sono arrivate sulla terraferma alla ricerca di Ares, ultimo dei tritoni, promesso sposo di Yara, scappato dai fondali marini per fuggire il dispotismo della fidanzata e rifarsi una nuova vita da essere umano.

A fare da sfondo a questa serie ideata da Ivan Cotroneo, Napoli, città delle sirene per antonomasia, i cui natali sarebbero dati, secondo la leggenda, proprio dalla morte della mitica sirena Partenope.

E quella che vediamo è una Napoli da cartolina, che si presenta al pubblico della prima rete di stato in tutto il suo splendore: solare, positiva, ma al tempo stesso folcloristica e colorata, diversa dai temi cupi con cui viene spesso raccontata in serie poliziesche o di camorra.

Tanti gli scenari da cartolina che avrete sicuramente riconosciuto, dal Maschio Angioino a Castel dell’Ovo, dal Lungomare Caracciolo (dove Yara incontra per la prima volta Salvatore) ai tanti vicoli della città, ma anche Piazza del Gesù e il suo obelisco dedicato all’Immacolata, la Chiesa del Gesù Nuovo e i suoi diamanti in pietra e la Chiesa di Santa Chiara.

Ma per chi non è napoletano o non è mai venuto a Napoli, sarà stato difficile riconoscere alcuni angoli e luoghi meno noti, e allora eccoli, per chi ama il turismo cinematografico a caccia di set e della suggestione che solo il piccolo e grande schermo sanno farci provare.

Luca Argentero all’interno della stazione della Linea1 Toledo

Progettata dall’architetto spagnolo Óscar Tusquets, la stazione della metropolitana di Toledo è stata definita da molti giornali la stazione più bella d’Europa. La sua architettura è un inno al mare e, naturalmente, alla città di Napoli, caratterizzata dai colori della terra che cedono il posto a quelli marini, seguendo l’esatto livello del mare, quasi a fare immergere virtualmente il viaggiatore nelle acque della città di Partenope. È in questa stazione che Salvatore lascia la prima di tante ragazze.

Piazza Bellini, Napoli (alle spalle l’odierna Biblioteca Brau della Federico II)

I suoi alunni di Pallavolo invece lo aspettano in Piazza Bellini. Benché non sia particolarmente nota, questa piazza è apparsa anche in film come Matrimonio all’Italiana del 1964, con Sofia Loren e Marcello Mastroianni. Il palazzo

Piazza Bellini, dal film Matrimonio all’Italiana del 1964 con Sofia Loren

rosso che s’intravede con il suo monumentale scalone è Complesso di Sant’Antonio delle Monache a Port’Alba struttura conventuale XVI secolo, oggi sede della Biblioteca della Facoltà di Lettere della Federico II. Quello che nella serie è il suo interno, in realtà è invece è

Luca Argentero, nel portico del Chiostro di San Marcellino a Napoli

l’interno di un’altra struttura: il Chiostro dei Santi Marcellino e Festo, datato 1565, i cui ambienti si dividono tra la sede del Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università Federico II e quella del Museo di Paleontologia di Napoli e i rispettivi musei universitari, di cui ho anche parlato in precedenza.

cortile/palestra del Liceo Vittorio Emanuele II a Napoli

La palestra dove invece si allenano i ragazzi è la palestra all’aperto del Liceo Classico Vittorio Emanuele II, il cui emiciclo costituisce la ben più notta Piazza Dante.

le quattro protagoniste in Via Calabritto a Napoli

Sbarcate a Napoli, le quattro sirene passeggiano per le Via Calabritto/Piazza dei Martiri, centro nevralgico dello shopping di lusso, dove si trova la boutique dove le quattro entrano.

una sala del MANN, Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Nella serie vedremo anche il Museo Archeologico Nazionale di Napoli che, con questa, raggiunge (per ora) quota tre nelle produzioni che l’hanno scelto come set: già Ferzan Ozpetek infatti ha girato questa estate delle scene per Napoli Velata, mentre Michael Hoffman e Kevin Spacey vi hanno girato qualche settimana fa alcune scene del film Netflix su Gore Vidal.

la veduta di Villa Rocca Matilde/Villa Lauro, sulla collina di Posillipo a Napoli

La casa di Salvatore (Luca Argentero), nella quale avrebbe realizzato un B&B, è invece Villa Rocca Matilde, storica dimora ottocentesca sulla collina di Posillipo, a strapiombo sul mare, che nel marzo del 1882 ospitò tra gli altri Giuseppe Garibaldi e la sua famiglia. Ultimo proprietario fu Achille Lauro, che diede il suo nome alla magione che è appunto conosciuta anche come Villa Lauro.

Valentina Bellè all’interno del Teatro San Carlo di Napoli

Non mancherà il Museo di Capodimonte e le sue colorate sale e il Teatro San Carlo. Insomma, se le sirene secondo Omero incantavano gli uomini con il loro canto, sono decisamente state conquistate da Napoli, dalla sua storia, dalla sua bellezza.

TELEVISIONE

Napoli protagonista di “Sirene”, dal 26 ottobre alle 21.10 su raiuno

Valentina Bellè, interprete della Sirena Yara

Andrà in onda domani, giovedì 26 ottobre, nella prima serata di RaiUno, la fiction Sirene. E me ne sentirete parlare spesso, non solo perché è uno dei pochi soggetti fantasy che finisce prepotentemente nella prima serata della prima rete di stato, ma anche perché è completamente ambientato a Napoli, la mia città, e allora, se vorrete (e potete anche scrivere o commentare in seguito) vi svelerò anche quali sono i luoghi in cui è stata girata, per scoprire l’arte e i luoghi dietro la storia.

Ma andiamo con ordine.

La fiction è stata scritta da Ivan Cotroneo, sceneggiatore e regista napoletano, che molti conoscono per la sua collaborazione con Ozpetek (ha realizzato Mine Vaganti) e per i successi di Tutti pazzi per Amore, Una grande famiglia e Un’altra vita.

La storia è quella di quattro sirene che giungono a Napoli per ritrovare l’ultimo dei tritoni che, a quanto pare, è sbarcato proprio nel golfo del capoluogo partenopeo. Da qui tutta una serie di tragicomiche avventure che coinvolgono le protagoniste di questa serie in sei puntate.

Maria Pia Calzone, nella serie interpreta la sirena Marica

Loro sono Valentina Bellè, Maria Pia Calzone, Denise Tanucci e Rosy Franzese, madri, figlie, sorelle che partono unite alla conquista della terraferma. Ad aspettarle ci sarà il sorriso travolgente di Luca Argentero e degli umani di cui diffidano.

Ma la serie vede anche la partecipazione straordinaria di Ornella Muti, nelle vesti di zia Ingrid, Sirena Regina pluricentenaria scappata da Napoli per Miami ma che ritornerà in aiuto della nipote.

E quale ambientazione migliore se non Napoli, città della mitica sirena Partenope? Con le sue strade, i suoi monumenti e il suo riconoscibilissimo profilo si fa perfetta di interprete silenziosa di stati d’animo e rocambolesche avventure.

Nell’episodio di domani sera, la bella Valentina Bellè, che interpreta la sirena Yara, abbandona il mare per andare alla ricerca di Ares, ultimo tritone del Mediterraneo nonché suo promesso sposo che, stanco del carattere dispotico della fidanzata, si rifugia a Napoli e diventa famoso come nuotatore in una squadra di pallavolo di serie B di nome Gegè De Simone. È a lui che è affidata la prosecuzione della specie.

Arrivata a Napoli, Yara si imbatte invece per caso in Salvatore (Luca Argentero) giovane di bell’aspetto molto corteggiato dalle ragazze, ma che non ha mai conosciuto il vero amore. Sarà lui l’inconsapevole guida di questo strambo mondo degli umani.

Sì, perché la serie è un omaggio a classici come Splash – una Sirena a Manatthan, e proprio come nel film di Ron Howard del 1984, fuori dall’acqua le sirene hanno gambe come donne normali, che ritornano code di pesce a contatto con l’acqua.

Una storia, questa, che attraverso il fantastico parla anche di diversità, nell’accezione più ampia del termine, e che riflette una società : «L’idea di Sirene nasce dalla volontà di raccontare il nostro quotidiano (amori, avventure, amicizie, fissazioni e manie, ma anche discriminazioni e paure) con occhi “altri”, cioè con lo sguardo di qualcuno che potesse conoscere poco o nulla di noi umani – ha detto Cotroneo – Per parlare di differenze e di inclusione, di rispetto dell’altro e di quanto in definitiva si possa veramente amare chi è diverso da te, così diverso da respirare con le branchie invece che con i polmoni».

MUSICA, TELEVISIONE

La seconda (soporifera) serata del Festival di Sanremo 2017

Non c’è innovazione o cambiamento che tenga: la seconda puntata del Festival di Sanremo, dopo il brio della prima, resa per lo più entusiasmante dall’attesa di un anno intero, ha sempre l’effetto di una liturgia cantata. Soporifera. I pochi momenti di emozione pura arrivano dall’ospitata di Robbie Williams, che ha “inaspettatamente” baciato la co-conduttrice Maria De Filippi, e Giorgia, la quale, nonostante sia ritornata sul palco dell’Ariston dopo sedici anni con un abito scomodissimo che avrà maledetto ogni minuto della sua esibizione, ha tenuto una performance tra vecchi e nuovi successi da vera fuoriclasse, ricordando agli spettatori in platea e i telespettatori a casa cosa vuol dire essere oggi un vero Artista.

Le undici canzoni in gara null’altro hanno aggiunto a quelle della serata precedente, mostrando un Sanremo, quello del Carlo Conti 3.0, all’insegna di una monotona tradizione.

Non sono serviti i rapper come Clementino e Nesli, finiti immediatamente nella zona “rischio eliminazione”, né i duetti ibridi figli di talent e altri programmi televisivi immediatamente scartati.

Tra gli abiti più bizzarri della serata di certo c’era quello di Giorgia Luzi, per molti vestita come un ombrello, tra le più eleganti, forse un po’ a sorpresa invece, la giovane Alice Paba.

A dispetto di una canzone orecchiabile scritta dal leader dei Modà e vincitore di Sanremo, Francesco Silvestre, Bianca Atzei proprio non riesce a piacere al pubblico sanremese, che ha subito fatto cadere in zona rossa la sua Ora esisti solo tu.

Visibilmente invecchiato, e forse un po’ seccato, Keanu Reeves, il noto Neo di Matrix, è apparso un po’ annoiato nel corso dell’intervista con Maria De Filippi, durante la quale non ha trasmesso nulla che potesse giustificare il suo probabilmente lauto compenso per presenziare.

Tra le esibizioni più curiose quella di Gabbani, che quest’anno, tirato fuori un maglioncino arancione della passata stagione, ha ballato sul palco con una scimmia. D’altronde, avrà pensato, che se nelle passate edizioni è riuscito a vincere persino un “Piccione”, perché non tentare con un brano che sembra uscito da una raccolta di Cristina D’Avena.

Per l’Italia abituata a talent ed eliminazioni dirette, non c’è gusto nel seguire una gara in cui i concorrenti temono di essere eliminati, inventando strani gironi che, a conti fatti, e dopo ben tre serate, eliminerà soltanto due brani, lasciandone ancora in gara ben venti.

Insomma il terzo giro di Carlo Conti ha comunque annoiato, e non è servito l’allure della De Filippi, che continua a presentare ospiti e cantanti come se fossero guest di C’è Posta per Te. La verità è che Sanremo 2017, a dispetto degli ascolti alti, non ha molto altro da offrire: Carlo, hai dato al festival tutto ciò che potevi, forse è giunto il momento di dedicarti ad altro.

MUSICA, TELEVISIONE

Ecco com’è andata la prima serata di Sanremo 2017

Il Festival di Sanremo è uno dei pochi fenomeni di costume del nostro paese al pari della notte degli Oscar per gli Stati Uniti. Dopo un periodo buio, la kermesse della canzone italiana è ritornata in auge anche tra quella fetta di pubblico più difficile da conquistare, i giovani, che sembrano apprezzare sempre più quello che per molti addetti ai lavori è una vera e propria “liturgia televisiva”. Merito dei talent, che ogni anno sfornano vincitori e potenziali nuovi concorrenti, merito, forse, anche dei social, che con quel senso di aggregazione e scherno si trasformano nel virtuale luogo di incontro dove (s)parlare e parodiare concorrenti, canzoni e conduttori.

Anche quest’anno Carlo Conti, giunto al suo terzo festival, ha cercato di imprimere la propria impronta sull’oltre mezzo secolo di tradizione festivaliera. Il noto conduttore televisivo ha infatti eliminato le storiche vallette. Se per le edizioni precedenti aveva voluto accanto a sé le vincitrici della gara, Arisa e Emma Marrone, e lo scorso anno ha invece scelto Rocío Muñoz Morales, quest’anno ha invece preferito una collega di prim’ordine e, anziché andare a rovistare nella fucina di talenti rai, ha scelto provocatoriamente prendere in prestito dalla rivale Mediaset Maria De Filippi.

Un matrimonio, questo, che sembra non funzionare, e che ha inconsciamente trasformato le oltre tre ore di diretta del festival in un surrogato di C’è posta per te, al punto che qualcuno (io per primo) ha lanciato su twitter l’hashtag #CeSanremoPerTe.

Maria De Filippi è un po’ ingessata nel suo ruolo di conduttrice defilata, avvezza ad una asettica presentazione dei protagonisti che, con le loro storie, animano i suoi programmi televisivi. Ad ogni artista il telespettatore a casa quasi si aspettava la consegna della posta con tanto di portalettere in bicicletta.

Durante la prima serata sono state presentati i primi undici brani, pochi per una serata che li ha spalmati tra promo contro il bullismo, encomi per le squadre di soccorso di terremoti e valanghe e qualche ospite. Il momento di maggior brio è arrivato dal cantante latino Ricky Martin, che in pochi minuti ha saputo condensare il meglio del suo repertorio facendo ballare tutti.

A cinquant’anni dalla sua morte, Tiziano Ferro, super ospite della serata, ha reso omaggio a Luigi Tenco, storpiando “Mi sono innamorato di te”, al punto da far dubitare se si trattasse di un ricordo musicale o un modo per far rivoltare nella tomba il compianto cantante scomparso nel 1967.

elodie-tutta-colpa-mia-sanremo-2017-prima-serata-internettualeTra le critiche più feroci del web quella alle sopracciglia di Elodie: troppo folte come quelle di Elio per alcuni, che dimenticano che è più facile trovare acqua su Marte che un bulbo pilifero nelle sopracciglia della Tatangelo. Ed è proprio Tutta colpa mia di Elodie uno dei migliori brani della serata, che ricorda, nell’interpretazione, un’intensità che ha ricordato a molti Mia Martini.

fiorella-mannoia-che-sia-benedetta-sanremo-2017-internettualeBellissimo il brano di Fiorella Mannoia, Che sia benedetta, scritto per lei da Amara in difesa dell’amore per la vita, che tuttavia mi ha ricordato un altro pezzo sanremese, Accidenti a te, che Fiordaliso portò sul palco dell’Ariston nel 2002, e quasi dispiace si questa assonanza che getta un’ombra su uno dei ritorni più attesi e sentiti di questa edizione.

L’amletica domanda della serata è senza dubbio stata per Al Bano, del quale forse non resterà la canzone, ma la curiosità di sapere se il brano è per l’ex moglie Romina Power o la sedicente compagna Loredana Lecciso.

Noioso il comico Maurizio Crozza che all’“applausi” in teatro richiedeva forse anche un “ridere” in sovrimpressione per capire davvero quando fosse il momento di farlo: battute politiche stantie e forzature che non sono riuscite nemmeno a strappare un semplice sorriso di simpatia o circostanza, facendoci rimpiangere il genio con cui Virginia Raffaeli ci ha piacevolmente intrattenuti lo scorso anno.

Insomma le idee geniali di Carlo stanno giungendo, è proprio il caso di dirlo, alla resa dei “Conti”, e forse per il presentatore de L’eredità è giunto il momento di abbandonare la nave e, prima che affondi, lasciare il ricordo di un’ultima traversata.

ART NEWS

Nasce JACK, la TV dell’arte contemporanea

Da qualche anno gli appassionati d’Arte riescono a soddisfare la propria voglia di cultura con canali di qualità come Sky Arte HD, sulla piattaforma a pagamento di Murdoch, e RAI5, rete gratuita del digitale terrestre della tv di stato che trasmette contenuti di qualità come prime teatrali, documentari, film d’essai. Da oggi quel pubblico ha una nuova rete televisiva e una nuova piattaforma. Si chiama Jack Contemporary Art TV ed è un nuovo canale streaming web che si occupa, come suggerisce il nome, di arte contemporanea.

Una web-tv dal taglio internazionale, che vede tra le quattordici istituzioni, nazionali e internazionali, la partecipazione del Museo MADRE di Napoli.

museo_madre_cortile_ridottoL’idea è del MAXXI di Roma, il quale si è avvalso della partnership tecnologica di Engineering.

Il nome, JACK, familiare, immediato, comune, è quello che rimanda ad un collegamento elettrico, ad una carta da gioco, ma anche ad un nome qualsiasi che appartiene all’immaginario di tutti.

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l’home page http://www.jackarts.tv

A partire da oggi, mercoledì 25 gennaio, sul sito www.jackarts.tv i telespettatori potranno vedere contenuti esclusivi dedicati all’arte contemporanea e ai suoi protagonisti, mettendo in relazione centri internazionali riconosciuti per l’impegno e la qualità della loro ricerca nell’ambito della sperimentazione e produzione artistico-culturale.

Oltre ai contenuti esclusivi pensati appositamente per la piattaforma, gli utenti-visitatori potranno vedere delle dirette streaming, commenti degli utenti e contenuti di art blogger.

Architettura, arte, cinema, design, ma anche fashion, performing arts e fotografia. Sono tante le sezioni del sito web, facile ed intuitivo, che indaga il mondo della creatività a trecentosessanta gradi, con interviste, reading, documentari, backstage e persino tutorial.

Da Roma ad Amsterdam, da Istanbul a Lisbona, passando per Napoli, JACK unisce tante e diverse esperienze, punti di vista, ma anche culture, per raccontare l’universale linguaggio dell’arte a chiunque sia pronto a farsene ispirare e a voler contribuire a questa risorsa di pensiero e di azione.

JACK contribuirà così alla diffusione dell’arte contemporanea, supportando i musei che la promuovono. Mission di questa tv infatti è soprattutto quello di avvicinare il pubblico all’arte contemporanea.

CINEMA

Marina Suma: «Il cinema il mio primo amore»

Attrice poliedrica e di talento, Marina Suma vanta nella sua carriera un David di Donatello (l’Oscar del cinema italiano) e un Nastro d’Argento al suo esordio. Negli anni la Suma è passata con nonchalance dal dramma alla commedia, dal cinema al teatro. Scevra dello snobismo tipico di chi riceve premi e riconoscimenti importanti, non ha disdegnato ruoli in fiction televisive e soap opera italiane come Un posto al sole, scrivendo un curriculum di qualità, in cui successi al box office e film cult si alternano ad un cinema autorale e di nicchia, a pièce teatrali e cortometraggi. Da Le Occasioni di Rosa a Sapore di Mare, da Donne Assassine a Pene d’Amor Perdute a teatro, Marina ha attraversato e attraversa la storia dell’arte attoriale italiana, con felice intuito di anticipare mode e tendenze cinematografico-televisive, come recitare nelle produzioni della piattaforma Murdoch.

Oggi Marina ci parla dei suoi esordi e dei suoi progetti, e condivide con me e voi lettori di INTERNETTUALE il ricordo delle Vele e del film che avrebbe cambiato il corso della sua vita.

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foto di Giuseppe Aquino (dal sito marinasuma.com)

Dopo i primi passi nella moda, lei esordisce nel mondo del cinema con il film “Le Occasioni di Rosa”: com’è stato questo passaggio tra i due mondi?

«Un passaggio devo dire interessante: all’inizio un po’ traumatico. Mondo, quello del cinema, completamente diverso, ma ho cercato nel tempo di non staccarmi dal mondo della moda. Mi piaceva troppo!».

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Marina Suma a Scampia in una scena di “Le Occasioni di Rosa”

Il suo debutto avviene immediatamente con un ruolo tosto, un’operaia che decide di prostituirsi. Quanto è stato difficile calarsi nella parte e quale il momento più arduo da interpretare?

«Interpretare Rosa è stato per me come un gioco difficile certo, ma sostenuta dal regista, c’era il mio compagno, che mi ha aiutata ad essere più a mio agio e spontanea».

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foto di Francesca De Carlo (dal sito marinasuma.com)

La sua Rosa attraversa l’allora nascente periferia nord di Napoli, le “Vele” per intenderci: che ricordo ha di quella parte della città?

«Abbiamo girato a Scampia alle Vele, che allora da vedere erano agghiaccianti e surreali ma erano una realtà di Napoli che esisteva, ed io tra quei palazzi ho camminato e respirato la pericolosità!»

Avrà letto dai giornali che il Sindaco De Magistris ha deciso di abbattere le Vele per riqualificare il quartiere. Lei che un po’ l’ha vissuto, crede sia la soluzione migliore?

«Credo che, se effettivamente ci sarà una bonifica del territorio, sono d’accordo col migliorare e sono d’accordo con De Magistris».

Nella sua cinematografia c’è tanto cinema d’autore e progetti di nicchia, ma di altissima qualità. Come mai la scelta di un cinema più autorale e, se vogliamo, meno noto ai più?

«Lo scegliere il cinema di nicchia fino ad un certo punto! Ho lavorato tanto con attori diversi e fatto commedie all’italiana, alternandole al cinema di nicchia, che a me piace molto. Mi piace cambiare ed avere esperienza totale passando dal cinema alla televisione e teatro che amo tanto».

A proposito di televisione: nel 2008 lei è stata protagonista di un episodio della serie Sky “Donne assassine”, in cui era una donna che si è ritrovata ad uccidere. Quanto è cambiato il panorama femminile di oggi da allora, e cosa sente di dire a tutte quelle donne vittime dei propri compagni?

«Si per SKY è stata una bella esperienza, ma anche pesante in quanto erano tutte storie vere! Ma oggi io dico che le donne devono reagire e non essere succubi di mostri!».

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Marina Suma sulla scena in “Pene d’Amor Perdute”, dal sito marinasuma.com

Una carriera ricca di luci e soddisfazioni, ma c’è ancora un sogno nel cassetto da realizzare?

«Oggi sono una donna che si è realizzata anche in altre cose, nell’arte, nella pittura! Mi piace il mio lavoro di attrice, e non l’ho mai abbandonato, come hanno scritto tanti senza informarsi! Oggi però, se dovessi scegliere, lavorerei in teatro e al cinema! Il mio primo amore! Quello non si scorda mai».

TELEVISIONE

Se la RAI ci insegna a maltrattare i monumenti…

Dallo scorso 16 novembre su Rai4 va in onda il programma Monument Crew. Quattro appuntamenti per altrettante settimane per sdoganare in TV la disciplina del Parkour attraverso un gruppo di ragazzi. Se lo show rai ha avuto il merito di far conoscere agli italiani uno “sport” nato in Francia negli anni ’90, che consiste nel proseguire sul proprio percorso saltando gli ostacoli che si incontrano lungo il proprio cammino (generalmente) urbano, le intenzioni falliscono miseramente quando questo non è più un vero e proprio contesto urbano, ma un ambiente storico-artistico svilito come mero trampolino di lancio. Sì, perché se il parkour è anche un processo di meditazione che dovrebbe insegnare a non arrendersi, nelle puntate in onda nella prima serata della quarta rete di stato, è soltanto un susseguirsi stanco di salti e acrobazie intervallati da spiegazioni fondamentalmente tecniche.

monument-crew-rai4-recensione-video-frame-foto-roll-puntate-internettualeLo show si è trasformato in un gruppo di teppistelli autorizzati che saltano (letteralmente) da un monumento all’altro, come il Castel dell’Ovo di Napoli o i Sassi di Matera, generando soltanto l’idolatria da parte dei giovani e un processo di emulazione di un modello comportamentale sbagliato atto soltanto a danneggiare i monumenti, depauperati della propria storia e del proprio valore artistico, che qui sono considerati soltanto come ostacolo da saltare.

Nel corso delle puntate infatti non c’è un reale fine educativo, né un vago tentativo di ripercorrere quantomeno la storia delle città o dei monumenti che i ragazzi intendono utilizzare.

monument-crew-rai4-recensione-video-frame-foto-napoli-puntate-internettualeIl gruppo non fa nemmeno il minimo sforzo di tacitare o almeno nascondere la propria ignoranza, con il solo beato desiderio di saltare su qualcosa di cui probabilmente non conoscono nemmeno il reale valore e artistico e materiale.

Monument Crew non ha il senso del racconto, di una vera narrazione che possa tenere incollato il telespettatore allo schermo: i ragazzi vagano per le strade delle città senza una meta, senza uno scopo, cercando soltanto il monumento di turno da calpestare.

È svilente per un napoletano vedere il Castel dell’Ovo usato come una piattaforma di tuffi e, come italiano, guardare i sassi di Matera, Capitale della Cultura 2019, scenario di pellicole come La Passione di Cristo, considerati solo da un punto di vista metrico.

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Elefante danneggiato in Piazza della Minerva a Roma, Gian Lorenzo Bernini

Il programma è il tentativo di una televisione stanca che paradossalmente vuole adesso somigliare ad un canale YouTube, dove i video, spesso sensazionalistici, sono fatti per calamitare lo spettatore allo schermo, al di là dell’etica, del valore, dell’utilità. Non si tratta di un naturale processo di influenza tra media, ma dell’esperimento fallito di veicolare un linguaggio, quello web, in un mondo, quello televisivo, i cui contenuti dovrebbero avere, rispetto ad un video virale che circola in rete, un maggior controllo di qualità e, in una rete di stato, anche di servizio pubblico.

Non basta il “gergo parkour” e qualche parola distratta in inglese per nobilitare uno show che di fatto andrebbe cancellato dai palinsesti, e non basta nemmeno scrivere in sovrimpressione che “saltare sui monumenti senza autorizzazione è vietato”, perché farlo dovrebbe esserlo SEMPRE, altrimenti è inutile poi stupirsi che vengano danneggiate opere quali quelle del Bernini a Roma, se poi la televisione italiana continua ad essere una cattiva maestra.

ART NEWS, TELEVISIONE

La grande rivoluzione sotto la Cupola del Brunelleschi a Firenze

È la più grande opera dai tempi degli antichi romani. La Cupola del Brunelleschi, o meglio la sua costruzione, è stata la protagonista silenziosa dei primi episodi del serial di RaiUno I MEDICI. E se il cast internazionale non è riuscito a farci trattenere qualche sbadiglio, la storia, quella artistico-architettonica della cupola è senza dubbio più avvincente.

Come ha mostrato ieri sera sin dai primi minuti il serial sui signori di Firenze, nonostante a metà ‘300 il Duomo fosse pressoché completato, la costruzione della cupola risale soltanto alla prima metà del XV secolo.

Il problema di tale ritardo era dovuto alle enormi difficoltà per l’epoca, di erigere, e soprattutto sorreggere, una cupola di tali proporzioni, oltre 40 metri di ampiezza a circa 50 metri di altezza, superando, per dimensioni, persino la maestosità del Pantheon di Roma.

duomo-di-firenze-cupola-brunelleschi-i-medici-internettualeNel 1418 l’Opera del Duomo di Firenze aveva indetto un concorso pubblico per la costruzione della cupola, il quale però non aveva portato vincitori. In seguito Filippo Brunelleschi e Lorenzo Ghilberti furono nominati capomastri da Cosimo I de’ Medici. Nel 1425 Brunelleschi è il solo responsabile del cantiere, che porta al termine i lavori di costruzione della cupola fino alla base della lanterna nel 1436. Sarà poi con un secondo bando che vedrà nuovamente vincere Brunelleschi avviare la costruzione della lanterna sovrastante il cupolone. I lavori però di quest’ultima cominciano soltanto nel 1446, pochi mesi prima della morte del Brunelleschi, completati poi da Michelozzo Di Bartolomeo.

La cupola del Brunelleschi aveva ricevuto la benedizione solenne da Papa Eugenio IV, con dedica della basilica a Santa Maria del Fiore nel 1436.

brunelleschi-cupola-duomo-firenze-lanterna-medici-internettualeLa cupola poggia su di un tamburo ottagonale, i cui lati sono traforati da altrettanti ampi occhi rotondi, per permettere alla luce di entrare. Quest’ultimo era stato addirittura innalzato fino ad un’altezza totale di 54 metri, non tanto per superare il primato del Pantheon romano, e fare simbolicamente di Firenze una grande capitale avveniristica anche nell’architettura, quanto per dare alla base della cupola una maggiore stabilità, rialzando anche il piano di imposta al di sopra di tutte le volte costruite fino ad allora.

L’idea iniziale di realizzare una cupola con archi a tutto sesto, come immagina anche un dipinto di Andrea di Bonaiuto del 1355, non è plausibile. Per l’ampiezza delle dimensioni la cupola sarebbe senza dubbio crollata su se stessa.

Per una maggiore stabilità dunque si è pensato ad una cupola che, seguendo la forma del suo tamburo, fosse suddivisa in otto spicchi e, per renderla più stabile e sicura, avesse una curvatura delle arcate che la compongono a sesto acuto.

Ma la vera rivoluzione del Brunelleschi, vero azzardo per l’epoca, fu un’altra: il padre della prospettiva fece costruire non una, bensì due cupole che, come matriosche, fossero contenute l’una nell’altra, distanziate da un’intercapedine di circa un metro e mezzo. Una cupola che avesse uno spessore simile sarebbe senza dubbio crollata sotto il suo stesso peso. L’espediente della doppia cupola servì a rendere l’intera costruzione molto più leggera.

Oggi la Cupola del Brunelleschi è considerata un vero e proprio capolavoro dell’architettura rinascimentale. Il suo interno fu interamente affrescato da Giorgio Vasari, al quale Cosimo I de’ Medici commissionò il Giudizio Universale, in chiave ascensionale, adeguandosi alla forma di un capolavoro cui l’architettura contemporanea continua ad ispirarsi.