INTERNATTUALE, MUSICA

Povia contro i migranti con “Immigrazìa”: anche senza Piccione, scrive ancora con l’uccello

In queste ore Povia ha pubblicato su CorriereTV una nuova canzone, Immigrazìa, pezzo chitarra e voce xenofobo e razzista su immigrati e migranti.

Quando ho visto il Piccione di Povia vincere il Sanremo del 2006 pensavo fosse il momento musicale italiano più basso. Mi sbagliavo. Sì, perché negli anni Giuseppe Povia ha continuato a proporre in un crescendo di canzoni così brutte da farci rimpiangere le sue filastrocche un po’ naif degli esordi.

Come quando nel 2009, non pago della vittoria di qualche anno prima, ritorna sul palco dell’Ariston con Luca era gay. Lui, che a dispetto di collanine e capelli lunghi, si professa eterosessuale che pretende di saperne di più cantando di un ragazzo omosessuale che si “converte” all’eterosessualità e riesce ad essere felice con una donna. Il brano non vince, ma in compenso ottiene il premio della sala stampa.

Le canzoni di Povia sono canzonette, di cui nessuno ricorda i titoli esatti, e non hanno proprio fatto la storia della musica italiana. Tutti, per noia o per gioia, le hanno canticchiate almeno una volta nella vita. Come quella dei Bambini, outsider di Sanremo nel 2005, che il festival lo vinse moralmente diventando il vero e proprio tormentone dell’estate che seguì e facendo conoscere il cantante milanese al grande pubblico.

Ma è un genere, il suo, che stanca subito, e quando la sua breve parabola ascendente inizierà ad arrestarsi, Povia comincia ad accusare le lobby gay di averlo boicottato, di aver bruciato la sua carriera, quando il vero mistero in realtà non è sul perché adesso non lo facciano cantare più, quanto come abbiano fatto a permettergli di farlo finora.

Sulla sua pagina wikipedia c’è scritto oltre che cantautore anche blogger, sì perché Povia non le manda a dire e sin dai tempi del social MySpace, ha sempre provato ad atteggiarsi ad anticonformista-depositario-di-verità-scomode che non ha paura di gridare al mondo: va tutto bene quando è fuori gara al Festival nel 2005 e addirittura lo vince nel 2006, va bene quando è elogiato dalla critica nel 2009, ma, a suo dire, diventa uno spettacolo “tornacontocratico” se lo stesso festival lo esclude dalla rosa dei concorrenti nel 2008.

Vorrebbe trasformarsi in uno di quei cantautori di protesta degli anni ’70, parla di eutanasia nel 2010, ma l’anno seguente mette da parte la musica per partecipare a reality Ballando con le Stelle.

Le sue canzoni non fanno più rumore: tutti ne parlano certo, ma è più un chiacchiericcio fine a sé stesso che una spaccatura dell’opinione pubblica.

Quella odierna infatti è più una critica ad un personaggio nato come eroe dei bambini che raccoglie fondi per il Darfur, trasformatosi paradossalmente in uno xenofobo e omofobo, che blatera di teorie complottiste.

Quello di Povia sembra l’atteggiamento di chi, presa coscienza dei limiti del proprio talento, vorrebbe far parlare di sé più per contrasto che per consenso e, non riuscendoci, tenta di alzare ogni volta il tiro toccando a tastoni nuove tematiche che suscitino scalpore.

“Mentre fissi il lampadario ti rubano il salario” è questa una delle frasi più citate sui social dell’aulico testo di Immigrazia. Forse Povia si sente derubato del lavoro perché segretamente sogna di cogliere pomodori nei campi per dodici ore al giorno e un salario da fame, il che renderebbe gli immigrati rei di aver tolto due braccia all’agricoltura; oppure Povia desidera restare ore ad aspettare ai margini delle strade statali sotto il sole o la pioggia, al caldo o al gelo, il farabutto di turno che ti assolda per quattro spicci e ti fa lavorare come una bestia da soma tutto il giorno.

Comunque sia, il nuovo brano, Immigrazìa, potrebbe al massimo fargli guadagnare una poltrona tra le file della Lega di Salvini o un posto in certi B&B dove non accettano gay e animali. Ma nel frattempo che il cantautore decida cosa vuole fare da grande, e se quello stesso mondo cospiratore e benevolo sia bello o brutto, due cose sono certe ascoltando questo nuovo pezzo: la prima è che il Piccione, contrariamente a quanto pensavamo, non era il peggio che potesse comporre; la seconda è che Povia le canzoni continua comunque a scriverle con l’uccello.

Annunci
MUSICA

ADELE spiazza tutti i suoi fan e dice: «“25” sarà l’ultimo»

E se è lei in persona a dirlo c’è da crederci. Ad un solo giorno dal lancio dell’attesissimo singolo Hello, la cantante di Someone like you infatti durante un’intervista a ET ha parlato del suo prossimo disco, 25, spiazzando tutto con la sua decisione: questo lavoro infatti sarà il suo ultimo album a portare la sua età.

«Avevo già 20 anni quando uscì “19”, 23 all’uscita di “21” e adesso ho 27 anni e ne sono orgogliosa – ha detto ai microfoni di Zane Lowe – ma ha smesso di piacermi quando ero ancora venticinquenne».

Proprio lei, che numerava i dischi come i primi profumi di Chanel, adesso ha voglia di una svolta. 25 è stato così battezzato perché la cantante aveva esattamente venticinque anni quando ha iniziato le prime sessioni di registrazione in studio, ma, a poco meno di un mese dall’uscita di questo terzo capitolo discografico (che vedrà la luce il 20 novembre), la cantante sembra già concentrata sul suo prossimo lavoro e ha già in mente qualche titolo.

«Credo che questa sarà l’ultimo con la mia età – ha aggiunto – probabilmente sbaglio nel fare questa scelta, ma sento che ci sono stati così grandi cambiamenti in me negli ultimi due anni».

Dal 2011 infatti la vita di Adele è completamente cambiata: da artista emergente si è trasformata in uno dei grandi nomi della musica mondiale, vincendo ben sei Grammy in una sola notte e, nel 2013, un Oscar per il brano Skyfall, tema principale dell’omonimo James Bond con Daniel Craig. Nel 2012 inoltre Adele è diventata mamma, e ciò ha senza dubbio portato un senso di maggior maturità all’artista: «Io sento come se il modo di sentire me stessa sia forse come io mi sentirò sempre adesso… ho cambiato opinione su alcune cose, sono cambiati i sentimenti per me stessa, altre persone e altra roba – ha aggiunto l’artista – ma io sento come se l’idea di continuare a chiamare gli album ancora con la mia età, i miei anni, sia come mostrare una fotografia di come stia andando avanti la mia vita solo in quel momento, lì per lì».

Insomma se fama, successo e maternità sono senza dubbio un grande cambiamento nella vita della cantante, non è cambiato il suo modo di sentire e percepire il mondo che la circonda: «Mi sento come se non ci sia molto altro che cambierà profondamente in me, d’ora in poi – e, a sorpresa, svela come potrebbe chiamarsi il prossimo album – credo che il prossimo possa chiamarsi probabilmente ADELE. Davvero, non sto scherzando».

D’altronde se persino Chanel a cominciato a chiamare i profumi per nome, non c’è motivo che non possa farlo anche Adele con i suoi dischi.