LIFESTYLE

Weekend a Napoli: guida tra arte e cucina per scoprire la città in due giorni

Lo so, lo so, è difficile riuscire a condensare la visita di un’intera città in soli due giorni e, premettendo che saranno tante le cose che (inevitabilmente) trascurerò in questa mini-guida, proverò a tracciare un percorso ideale. In tanti infatti mi hanno chiesto cosa vedere a Napoli in un weekend e, in vista della nuova stagione turistica ormai alle porte, tra fine settimana romantici e ponti pasquali, ho pensato di redigere una piccola guida che possa aiutare il turista a orientarsi in una città che, per conoscerla tutta, una vita intera non basterebbe.

Diciamo che quello che andrete a leggere è la premessa di molto altro…

Che voi arriviate in treno o in aereo, poco importa, la vostra meta è il centro storico, e per centro storico intendo il cuore della città, quello dei decumani che dall’epoca greca fino ad oggi continuano ad essere le principali vie di comunicazione tra la parte più antica e quella più moderna.

Dirigetevi a Via Tribunali, è qui che si diramano le più famose vie di Napoli: San Gregorio Armeno, la via del presepio napoletano, San Biagio dei Librai, Spaccanapoli, la via che divide esattamente in due la città, con tutta la loro filiera di Chiese antiche e palazzi nobiliari, che sono tra i più belli della città: Palazzo Spinelli, Palazzo Marigliano, Palazzo Carafa sono solo alcuni degli edifici che non dovete assolutamente perdere: il primo per la sua architettura, il secondo per il suo bellissimo incrocio di scale, il terzo perché originaria sede della testa di cavallo di Donatello, oggi al Museo Archeologico Nazionale, di cui resta una copia in terracotta.

PRIMO GIORNO:

Per curiosità o per vedere Napoli da una prospettiva diversa e scoprirne la sua storia, la prima tappa è Napoli Sotterranea. Nata a metà degli anni ’90, ripercorre la storia della città dall’epoca greca, quando si scavava il sottosuolo per costruire cisterne e acquedotti, arrivando alla seconda guerra mondiale, anni in cui queste cavità furono utilizzate dai partenopei come rifugi antiaerei.

Il consiglio è quello di visitarla subito, perché l’accesso avviene ogni ora a partire dalle ore 10.00 fino alle 18.00. In questo modo sarete liberi di godervi e gestirvi il resto della vostra giornata.

Se dopo il percorso sotterraneo volete prendervi una pausa, non c’è niente di meglio che un caffè accompagnato da una sfogliatella o un babbà dalla rinomata produzione Capparelli, proprio di fronte all’accesso di Napoli Sotterranea. È qui che si nasconde il gusto della vera pasticceria napoletana, con tanti dolci della tradizione, che sono un piacere per gli occhi e, soprattutto per il palato.

San Gregorio Armeno, Napoli

È questo il momento di svoltare per Piazza San Gaetano e scendere per San Gregorio Armeno. Se vi capita, non fermatevi ai soli presepi, di cui gli artigiani napoletani sono veri maestri, ma date anche uno sguardo al Chiostro omonimo di San Gregorio Armeno, con la sua bellissima architettura, il giardino in fiore e il barocco della sua Chiesa, è uno dei paradisi del centro storico di Napoli.

Svoltando verso destra e imboccando San Biagio dei Librai apprezzerete per lo più botteghe di artisti partenopei e negozi di paramenti sacri.

Alla fine di questa stradina c’è Piazzetta Nilo, con l’omonima statua del Nilo, ultimo baluardo dell’esoterismo di quest’area di Napoli.

Proseguendo dritto arriverete a Piazza San Domenico, dove potrete ammirare uno degli obelischi della città, nonché una delle Chiese, la Chiesa di San Domenico, con una architettura gotica che incontra il gusto del barocco napoletano.

Chiostro maiolicato di Santa Chiara, Napoli

Più avanti la Chiesa di Santa Chiara (se ne avete modo e tempo andate a visitarne anche il chiostro maiolicato) e la Chiesa del Gesù Nuovo nell’omonima piazza, con un altro obelisco su cui troneggia la statua dell’Immacolata.

La pizza a Napoli ha un solo nome, Sorbillo. Anche di questa rinomata pizzeria vi ho già parlato in passato e il mio suggerimento è quello di andarci a pranzo, quando il codazzo è relativamente più corto e le attese decisamente più brevi.

Il giro di shopping abbordabile è in Via Toledo, dove ci sono negozi locali e monomarca dei più importanti brand internazionali. Il vostro giro si concluderà così a Piazza del Plebiscito, in serata, dove potete ammirare il Palazzo Reale di Napoli, ma anche il Gambrinus, storico caffè della città e, dalla parte opposta, potrete ammirare i portici del Teatro San Carlo cui fa da sfondo Castel Nuovo (o, come lo chiamiamo a Napoli, il Maschio Angioino).

Lungo la strada c’è la Galleria Umberto I. I Milanesi noteranno una vaga somiglianza con la ben più famosa Galleria Vittorio Emanuele, fulcro della moda e di ristoranti stellati.

Se avete voglia di provare qualcosa di tipico, in Via Toledo c’è La Passione di Sofì, una friggitoria che fa il miglior fritto di mare e di terra della città; mentre se volete provare una pizza fritta, nei pressi di Piazza Trieste e Trento c’è Zia Esterina, locale che Sorbillo ha dedicato all’arte della pizza fritta. Assolutamente da non perdere.

Se volete una dritta su dove cenare, andate alla piccola trattoria Napoli Notte, in Via Atri. Un piccolo locale (d’estate allestisce anche dei tavoli esterni) dove potrete gustare il meglio della cucina tipica napoletana.

SECONDO GIORNO

Il secondo giorno lo aprirei con Cappella Sansevero, luogo del Cristo Velato, straordinaria scultura di Giuseppe Sanmartino, diventata icona di un luogo che è tempio esoterico dall’alto valore simbolico. Anche qui il codazzo e il tempo di attesa sono abbastanza lunghi, e il consiglio è quello di aprire la mattinata in questo modo (e togliervi il pensiero!).

Poi dirigetevi al mare, proseguite per Via Toledo e passeggiate questa volta da Via Chiaia, sotto il ponte omonimo. Di fronte a voi si svelerà Palazzo Cellammare con il portone monumentale di Ferdinando Fuga.

Proseguendo verso sinistra, giungerete a Piazza dei Martiri, con l’obelisco in onore dei caduti in guerra e, andando dritto, arriverete sul Lungomare Caracciolo, dove c’è la Colonna Spezzata, altro monumento ai caduti di guerra (in mare). Da qui c’è la più bella vista del golfo, con il Castel dell’Ovo, che potrete raggiungere facilmente costeggiando il mare e godendovi il tepore del sole. L’ingresso al castello è gratuito, e da lì si gode di una vista straordinaria.

Se avete gestito con cautela il vostro tempo, potreste giungere anche a Castel Sant’Elmo, roccaforte della città che si trova nella parte alta, che potete raggiungere in funicolare. Da qui si gode di un panorama su Napoli e sulle sue isole, davvero senza pari e, in un giorno di visibilità massima, potrete vedere anche la costa di Sorrento. Da qui noterete la via di Spaccanapoli e comprenderete perché è così denominata.

Il posto giusto per una pausa è Mazz. Un tempo solo bar (ottima la pasticceria), oggi anche pizzeria (con delle pizze davvero buone e leggere) è il luogo ideale per uno spuntino di metà pomeriggio, un caffè al volo o la pizza per chiudere la serata o il vostro weekend.

Insomma, mi auguro che questo piccolo compendio da insider possa essere il canovaccio ideale per chi vuole suggerimenti e consigli sulle cose davvero da non perdere in città. Una piccola infarinatura di arte, sapori e bellezza per scoprire la città e lasciarvi la voglia di ritornare ancora.

Ho fotografato ogni luogo di cui vi ho parlato in questo articolo. Le immagini le trovate sul mio profilo instagram, dove, se vi va, potete seguirmi e seguire i miei viaggi e spostamenti.

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INTERNATTUALE

Luigi De Magistris, il sindaco che fa l’influencer mentre Napoli è in coma

Chi mi segue sul blog lo sa bene, non scrivo mai di politica, né il mio è un tentativo di trasformare il mio sito nella succursale del blog di Grillo. Ma ci sono alcune storie che ti bruciano sulla punta delle dita, nella penna, e che senti il bisogno fisico di scriverle, di tirarle fuori.

I napoletani e coloro che vivono a Napoli hanno imparato, per necessità o diletto, la nobile arte di sapersi arrangiare. È forse questa innata capacità il vero problema della città e dei suoi abitanti, quella di sopravvivere, sempre. Quello che, sin dai tempi delle due guerre, e anche prima, i partenopei hanno trasformato in un vero e proprio modus vivendi, una filosofia di pensiero positivo, che esula dal piangersi addosso, come molti credono, e che fa di quello napoletano un popolo capace di sopravvivere ad ogni cosa e in qualsiasi circostanza.

Ed è probabilmente su questa capacità, che geneticamente continua a trasmettersi di generazione in generazione, che deve aver fondato il suo programma di (non) governo il Sindaco Luigi De Magistris, che dal 2011 (non) amministra questa città.

Sì perché, chi segue la pagina del Sindaco forse se ne sarà già accorto, ma De Magistris deve aver evidentemente confuso la fascia di primo cittadino con quella di Miss Italia. Negli anni ’90 le reginette di bellezza italiane, dopo aver vinto il titolo, spesso girovagavano di centro commerciale in centro commerciale per inaugurazioni ed eventi. Allo stesso modo il Sindaco di Napoli anziché andare in Comune per portare avanti una città ormai allo sbando, sembra molto più affascinato dalle luci della ribalta: party esclusivi, set cinematografici e televisivi, selfie con attori e cantanti. Dalle trasmissioni sulle reti locali alle ospitate su quelle nazionali, De Magistris passa molto più tempo davanti alla camera che in quella del Municipio, postando di volta in volta con orgoglio (e forse bisognerebbe aggiungere con coraggio) le foto dei suoi impegni mondani e glamour, come se fare il sindaco si fosse trasformato in quello di influencer, dove le relazioni con la gente diventano più importanti delle giunte comunali.

Il tutto mentre la città è completamente fuori controllo, abbandonata a sé stessa o ad amministrazioni di quartiere e entità private che ne fanno una terra di conquista.

Metropolitane che somigliano sempre più ad affollati treni cittadini, rifiuti riversati in ogni angolo della città, soprattutto nelle aree periferiche, e linee autobus con macchine rotte e attese medie, nel migliore dei casi, di almeno quaranta minuti.

Il tutto mentre Luigi De Magistris confonde la sua pagina con dicitura di “personaggio pubblico” con quella di “personaggio politico” continuando a postare immagini e commenti che narrano una vita sotto i riflettori.

Microfoni, palchi, inaugurazioni. Sono soprattutto questi gli eventi di gran lunga superiori ai post di oneri e onori di Sindaco, trascurando ormai del tutto un programma politico che nemmeno ricordiamo, e portando a compimento opere come N’Albero (la colossale quanto inutile opera di impalcature sul lungomare a Natale lo scorso anno) e il Corno che quest’anno ne avrebbe dovuto prendere il posto e che invece la decenza e il dissenso dei cittadini ha fortunatamente evitato.

De Magistris fa tesoro della massima latina panem et circenses, pane e giochi circensi, offrendo o credendo di offrire attrazioni che distraggano i cittadini dai reali problemi della città. Il che potrebbe anche funzionare, se non fossimo alla stregua delle forze e in una vera e propria situazione di stallo che non accenna a migliorare.

Dopo un’estate che ha messo a dura prova non solo i residenti ma anche i tanti turisti, con attese dei treni metropolitane che hanno abbondantemente superato i 22 minuti, l’inverno migliora di poco, con carrozze perennemente sovraffollate e corse diradate.

Nel frattempo cadono vetrate dalle chiese, i rifiuti continuano ad ammassarsi per le strade, e Napoli appare come l’ectoplasmatico scenario della grande capitale del regno che è stata, proprio mentre sta paradossalmente vivendo un rinvigorimento del flusso dei turisti che accorrono a frotte per scoprirne bellezze, monumenti e musei.

Mi ha fatto decisamente sorridere il fatto che la Federalberghi su LaRepubblica di Napoli abbia lamentato le poche luminarie e i tanti musei chiusi (tutti quelli nazionali) durante i festivi e non la totale assenza di copertura del servizio dei trasporti nella giornata del 25 dicembre che ha lasciato i turisti letteralmente isolati nelle zone delle loro temporanee residenze a partire dalle ore 13.30, costringendoli a lunghi tragitti a piedi o a non allontanarsi troppo, e costringendo i napoletani non solo a prendere le loro auto (con un maggiore impatto ambientale) per spostarsi per i tradizionali auguri di rito ad amici e parenti.

Anche questo è fare turismo, ma soprattutto cultura d’impresa.

Fingere di incoraggiare ad investire in un settore in cui lo stesso Comune di Napoli e gli altri enti territoriali dimostrano di fatto di non credere davvero, è pura demagogia spicciola a vantaggio delle prossime elezioni.

Basta fare un giro sui social del sindaco per vedere di continuo volti noti come i protagonisti di Sens8Ferzan OzpetekFiorella Mannoia, i The Jackal e tantissimi altri, e tutta una sequela di impegni istituzionali che potrebbero benissimo esulare dall’esserlo. E di certo, va detto, serve sicuramente a poco da parte del Sindaco di Napoli, se non ad auto-assolversi la coscienza, “spingere” su social come instagram i vari eventi e anteprime cui prende parte come se fosse Chiara Ferragni, se poi la sua città non garantisce di poterne ugualmente usufruire a tutti gli altri cittadini e ospiti.

Ogni post rende soltanto più evidente l’abissale differenza tra vivere la città da Primo Cittadino e doverla vivere da cittadino qualunque.

Nel pomeriggio di Natale, e anche oggi, Santo Stefano, Piazza Bellini, come tante altre zone di bagordi nel centro, era una vera e propria discarica a cielo aperto: un puzzo di alcol esala dai tanti bicchieri abbandonati sulle scale, sulle ringhiere, nelle aiuole, mentre per terra sono riverse cicche e cartacce.

Non va di certo meglio in periferia dove in ogni angolo ci sono cumuli di spazzatura ordinaria e straordinaria, accresciuti con maggior rapidità a causa dei cenoni e regali di questi giorni.

Napoli è inconsciamente ritornata ad essere una grande meta turistica, proprio mentre sta vivendo uno stato di morte cerebrale. Un coma che la lascia in vita senza vivere. Un limbo. Dormienti sono le coscienze delle amministrazioni, che hanno generato, e adesso affrontano, situazioni di emergenza, dormienti le coscienze dei cittadini che perennemente si arrabattano, dormienti le coscienze di chi crede che un post o la mera propaganda bastino come endorsement per creare un engagement naturale.

Una città come Napoli, che ambisce a vivere di turismo, servizi come quello della pulizia (ordinaria) e, soprattutto, quello del trasporto pubblico dovrebbe comunque e assolutamente garantirli ai propri cittadini e ai tanti che vengono dall’estero e da altre parti d’Italia in città per godersi un soggiorno di vacanza e non di certo per vivere i disagi del posto.

LIFESTYLE

Chiesa in Valmalenco d’estate: un’oasi di relax a contatto con la natura

Rifugiarsi a Chiesa in Valmalenco d’estate è senza dubbio l’antidoto migliore al caldo torrido di questi giorni. Se come me avete patito il clima d’agosto, questi luoghi saranno come trovare riparo in un centro commerciale: sarete avvolti da un’aria condizionata naturale. Qui infatti di rado la temperatura va oltre i 22 gradi centigradi, e le minime notturne impongono di dormire almeno con un piumino anche nel giorno della Madonna Assunta.

Mariano Cervone, Lanzada (instagram @marianocervone)

Tuttavia se Chiesa l’avete già conosciuta d’inverno, con i suoi impianti da sci e rifugi dove bere prosecco al sole e ammirare la maestosità delle Alpi, resterete un po’ delusi: con la neve infatti pare si sciolga anche quell’aria glamour à la Cortina, per lasciare il posto a una serie di paeselli e contrade, legati gli uni agli altri da strade statali o piste pedonali-ciclabili che ne consentono la visita senza troppi problemi.

Insomma, dopo questa parentesi sono fermamente convinto che Chiesa non sia esattamente un paese per giovani, ma un luogo dove gli anziani vengono a trovare riparo dalla calura della bella stagione. Eppure, nonostante tutto, credo che abbia momenti e posti in cui anche un appassionato d’arte e mondanità, possa trovare fondi di ispirazione.

A cominciare dal Museo Mineralogico di Lanzada, l’Ecomuseo della Valmalenco, piccola baita che nelle sue teche in legno racchiude un’antologia di minerali e pietre di cui la Valtellina e la Valmalenco sono ricche, come i quarzi, bianchissimi, che sembrano quasi cristalli di ghiaccio, o il serpentino, caratteristico marmo verde della zona, che tanto ha dato alle architetture del nostro paese e non solo, che si fa anche prezioso materiale per monili e suppellettili finemente scolpiti e incisi.

Caspoggio, estate 2017 (instagram @marianocervone)

Se siete degli instagrammer alla ricerca di scorci caratteristici, è senza dubbio Caspoggio la località che fa per voi. Questa piccola provincia dell’alta Lombardia è incuneata tra le vette di Pizzo Scalino e Pizzo Bernina, ed è proprio a questi due monti che il ristorante Lo Scoiattolo ha dedicato due succulenti menù, che propongono ad un prezzo decisamente contenuto tutte le specialità che solo questi luoghi sanno offrire: dai freschissimi affettati ai formaggi, senza dimenticare pizzoccheri ed altri piatti della tradizione valtellinese. Ma è ampia e di qualità la cucina che offre questo luogo che ho scoperto per caso, passeggiando tra queste viuzze, con un’ampia sala interna e una bellissima terrazza a contatto con la natura.

Tra le attrazioni di Caspoggio ha destato la mia curiosità la sua seggiovia. Vinte le mie vertigini, e il timore per un impianto storico, mi intrigava l’idea di volare tra le cime verdi di questi luoghi alpini; e se l’ebbrezza della salita poco spazio ha lasciato al panorama, la discesa in compenso, con il paese che si distendeva come un mantello sotto i miei occhi attoniti, mi ha offerto una vista esclusiva da togliere il fiato.

Sulla vetta di Caspoggio c’è una piccola Chiesa: contenuta, spoglia, quasi francescana oserei dire, caratteristica dei luoghi di preghiera di montagna, e quasi mi pare di vederli, in questo piccolissima navata il cui sagrato è il prato circostante, i fedeli che si stringono e pregano in più avverse condizioni metereologiche.

E sono state soprattutto le Chiese ad aver attirato la mia attenzione di visitatore curioso, che mi ha portato a spingermi fino a Primolo. Questo piccola frazione, il cui toponimo ricorda il nome di un nano di Disneyana memoria, mi ha colpito per la Chiesa della Madonna delle Grazie, e immagino con quanta fede e devozione debba spingersi fin quassù un visitatore che spera di veder esaudite le proprie preghiere. La chiesa, come quasi tutte le costruzioni qui, risale al XVII secolo, e presenta una decorazione dorata molto ricca.

I cartelli stradali qui riportano anche i tempi di percorrenza per raggiungere le mete che indicano, e così dopo circa venti minuti di cammino sulla pista ciclabile, immerso nella natura, costeggiando le acque del Mallero, mi sono imbattuto nella Chiesa di San Giovanni Battista. Qui il senso di spiritualità sembra più forte rispetto alle altre chiese. La chiesa è buia quando entro, e il grande tabernacolo in legno dorato sembra risplendere di luce propria. È imponente come un tempio, e ascende verso il cielo restringendosi. Questo è forse il momento più spirituale di questo mio viaggio in Valtellina.

Chiesa di San Giovanni Battista a Lanzada (instagram @marianocervone)

Il mio percorso si conclude con Ganda, una contrada piccolissima, in cui è possibile scorgere ancora signore anziane austere come matrone, che nei vicoli stretti guardano gli stranieri con sguardo furtivo, con i loro capelli raccolti in una cipolla bassa e il grembiule un po’ annerito dai lavori domestici, e qualche gatto che si aggira randagio per i vicoli come faccio io.

E se la quietudine di questi posti vi sta stretta, allora dirigetevi verso El Diablo’s pub nel piccolo centro di Chiesa. A metà tra un antiquario e un bar vero e proprio, potrete ammirare mobili e suppellettili in vendita, mentre potrete sorseggiare uno squisito mojito, la cui menta è stata colta davanti ai vostri occhi.

ART NEWS

Al Museo del Bargello a Firenze una mostra sulle porcellane Richard Ginori

Nata per volontà del marchese Carlo Ginori nel 1735, l’omonima fabbrica di prestigiose porcellane sorse in una villa di sua proprietà a Doccia (oggi Sesto Fiorentino), trasformandosi in breve tempo in una delle più raffinate manifatture europee. I discendenti del marchese continueranno ad occuparsene fino al 1896, quando il marchio si fonderà con la milanese Richard, dando origine a quella che oggi è Richard Ginori.

Maniffattura di Doccia (Gaspero Bruschi).Venere dei Medici (dall’antico), porcellana

Una lavorazione di pregio, con decorazioni e disegni originali che troveranno la massima espressione nelle decorazioni pittoriche “a veduta”, ad opera del fiorentino Ferdinando Ammannati, già pittore nella Reale Fabbrica di Re Ferdinando di Borbone, il quale trasferirà a Doccia il gusto neoclassico appreso e apprezzato a Napoli.

Famose le decorazioni con le vedute tipiche del tempo: dalle rovine di Pompei che caratterizzarono l’arte nella metà del ‘700 alternandosi a scene mitologiche, alla raffigurazione di piazze e palazzi di Napoli, Roma e del territorio toscano in genere.

Chi mi conosce sa che amo particolarmente questa fabbrica, a mio avviso tra le più raffinate e belle d’Italia, non solo per la sua produzione ormai storica, ma anche per le porcellane contemporanee dall’intramontabile gusto classico. Oggi alcune di quelle creazioni di pregio sono visibili all’interno del Museo di Capodimonte a Napoli, ma sono felice di segnalare una bellissima iniziativa culturale.

Il Museo Nazionale del Bargello a Firenze inaugurerà il prossimo maggio una mostra sulle statue di porcellana prodotte a Doccia. La fabbrica della bellezza. La manifattura Ginori e il suo popolo di statue, questo il titolo, è la prima rassegna in Italia che pone al centro il noto marchio.

Dal 18 maggio fino al prossimo 1 ottobre 2017 i visitatori potranno ammirare la produzione di sculture prodotte nel primo periodo, che dialogheranno così con le collezioni permanenti del museo, ma anche con una serie di cere, terrecotte e bronzi che le hanno ispirate e ne hanno fatto da modello per la loro realizzazione.

Il percorso si articola in due principali nuclei, che racconteranno la storia di questa fabbrica, la sua nascita e la formazione e la trasformazione di una invenzione di scultura in porcellana.

Ma la mostra non ha soltanto un ruolo culturale, ma anche il compito sociale di porre l’accento sul Museo di Doccia, chiuso dal maggio del 2014, e tentare di scuotere l’opinione pubblica non solo dei i fiorentini, ma di tutti i visitatori, affinché riscoprano il valore di un orgoglio tutto italiano.

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Il 25 e 26 marzo tornano le Giornate FAI: i luoghi da scoprire a Napoli

È un traguardo importante quello delle Giornate FAI di quest’anno, che giungono al loro venticinquesimo anniversario, festeggiando, come di consueto, la primavera appena iniziata.

Sono tanti gli appuntamenti che il prossimo weekend, il 25 e il 26 marzo, porteranno i tesserati e non alla scoperta di nuovi luoghi da tutelare, ricercando al contempo nuovi sostenitori di questa nobile associazione che dal 1975 contribuisce, senza scopi di lucro, a salvaguardare il patrimonio artistico-culturale e ambientale italiano.

Un tempo per lo più appannaggio del nord Italia, oggi sono tantissimi i luoghi del cuore FAI dislocati in tutta la penisola. Tanti i vantaggi per i soci, che possono beneficiare di sconti e convenzioni anche in altre strutture e realtà culturali di tutto il Paese.

Le Giornate di Primavera del FAI sono un appuntamento irrinunciabile per chi vuole conoscere meglio il territorio, ma anche nuovi paesaggi e monumenti da valorizzare.

Come il Museo Civico Gaetano Filangieri. Fondato nel 1882 dal Principe di Satriano, Gaetano Filangieri, il museo ha sede nello storico Palazzo Como risalente al XV secolo, che rappresenta una rara testimonianza a Napoli dell’architettura rinascimentale. Un tripudio di manufatti, che vanno dalle maioliche a alle porcellane, passando per mobili, dipinti e stoffe, raccontano la città, seguendo un criterio e un gusto espositivo squisitamente ottocentesco.

È invece un mio luogo del cuore quello del Chiostro dei Santi San Marcellino e Festo e dell’omonima Chiesa, cui sono da sempre particolarmente legato. Un complesso conventuale del VII secolo che è oggi sede dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, e i bellissimi (non mi stancherò mai di dirlo) musei di scienze naturali, quello di Paleontologia, Zoologia, Antropologia e Mineralogia. Bellissima la decorazione interna ad opera di Vanvitelli e uno straordinario pavimento maiolicato, dove oggi si trova il museo di paleontologia, ad opera della bottega della famiglia Massa, la stessa del Chiostro di Santa Chiara.

Le Giornate di Primavera di quest’anno saranno anche l’occasione per scoprire il Conservatorio di Musica di San Pietro a Majella, a due passi dal centro storico della città, il Museo della Ceramica Duca di Martina, con una bellissima collezione, tra le tante, di porcellane cinesi, all’interno della Villa Floridiana al Vomero e i laboratori artistici del Teatro San Carlo.

In Piazzetta Sant’Andrea delle Dame sarà possibile visitare l’omonimo complesso monastico fondato da quattro nobildonne nel 1584, figlie del notaio Pascandolo, che lo fecero costruire a spese della propria famiglia.

Ma le Giornate del FAI sono anche un’occasione unica, ed esclusiva per tutti i soci, di visitare luoghi come la bellissima Villa Rosebery, uno dei massimi esempi di architettura neoclassica a Napoli, con vista sul mare, noché una delle residenze del Presidente della Repubblica Italiana.

I tesserati FAI potranno vedere anche il Parco Letterario di Nisida, ricordando, nel suggestivo isolotto scrittori classici come Omero, con una visita da “Ciceroni in erba”: saranno gli studenti dei licei  “Duca degli Abruzzi”, “Galilei”, “Gentileschi”, “Sannazaro”, “Umberto I” a guidare infatti i visitatori alla scoperta delle bellezze naturali e letterarie del parco.

Infine voglio segnalare un altro ingresso esclusivo per i possessori di una tessera FAI, quello del Castel Capuano, anche noto come Tribunale della Vicaria a Napoli, manco a dirlo in Via Tribunali, risalente al XVI secolo. Durante la dominazione dei Viceré a Napoli, fu adattato alla nuova funzione di tribunale, eliminando tutte quelle strutture squisitamente militari, per rendero un luogo adatto ad ospitare il Sacro Regio Consiglio, la regia Camera della Sommaria, la Gran Corte Civile e Criminale della Vicaria e il tribunale della Zecca.

Per una lista completa di tutti i luoghi aperti durante questo weekend non solo a Napoli e in Campania, ma in tutta Italia, vi rimando al sito ufficiale:

www.giornatefai.it

LIFESTYLE

Bagno Elena, dal 1840 la belle époque nel cuore della baia di Napoli

Il Bagno Elena è uno storico complesso balneare napoletano, nato nel 1840 col nome di “Bagni marini” su di un lembo di spiaggia che già nel ‘700 fu scenario della storia d’amore clandestina tra l’Ammiraglio Horatio Nelson e la bella Lady Hamilton, moglie dell’ambasciatore inglese Sir William Hamilton.

Ribattezzato Bagno Elena nel 1899, in onore della moglie del futuro re d’Italia, Vittorio Emanuele III, la piccola baia diventa un vero e proprio luogo di culto, non soltanto per i napoletani, ma anche per personalità di spicco quali Oscar Wilde, Richard Wagner, Massimo Gorki.

Il lido riesce a preservare la sua eleganza dagli attacchi bellici della prima guerra mondiale, continuando a rappresentare uno scorcio di quella Napoli fuori dal tempo che ancora ha voglia di guardare all’orizzonte e sognare circondata dalla composizione architettonica degli aristocratici palazzi di Via Posillipo.

Bagno Elena Palazzo Donn'Anna vista alto - internettualeIl complesso sorge all’interno di una piccola baia con uno dei panorami più suggestivi della città, a ridosso del seicentesco Palazzo Donn’Anna, che fa da sfondo a questo angolo di paradiso nella sua maestosa decadenza.

Dal secondo dopo guerra il lido diventerà salotto degli intellettuali dell’epoca, da drammaturgo Eduardo De Filippo a Domenico Rea, passando per il principe della risata, Totò.

Oggi il Bagno Elena resta un vero e proprio punto di riferimento per i napoletani in città e per i turisti che vogliono bagnarsi nelle acque della sirena Partenope, e ritrovarsi parte di quella cartulina ‘e Napule dalla quale, come nella canzone di De Luca del 1927, si vede Mergellina.

Dal pontile del lido, riservato solo ai tesserati, la vista del Castel dell’Ovo stagliato sulla sinuosa silhouette del Vesuvio assume un sapore esclusivo, una sensazione di benessere, pace e tranquillità che ti accompagna per tutta la permanenza, mentre ascolti in lontananza le voci dei bambini che giocano sul bagnasciuga e si tuffano dalla piattaforma, una piccola floating piers la definiremmo oggi, in cui, questa volta, il capolavoro d’arte contemporanea è il panorama circostante.

Bagno Elena vista pontile estate 2016 - internettualeAccarezzati dalla fresca brezza marina, si ha la sensazione di trovarsi sul ponte di una nave da crociera, dove una scaletta ci consente di immergerci direttamente nel blu delle acque di Napoli.

Attraversa la storia della città, il Bagno Elena, che con le sue foto storiche, pubblicate sul proprio sito, ci mostra quanto sia cambiata la società negli usi e, è proprio il caso di dirlo, nei costumi, anche quelli da bagno. Dalle cuffie per capelli e le mise castigate, ai primi “scandalosi” bikini, passando dalla morigerata suddivisione in uomini e donne ai primi bagni misti, arrivando agli anni più recenti, quelli delle “villeggiature” e di chi in città arrivava dopo un viaggio dalla lontana provincia, fino ad oggi, e ai topless delle signore napoletane che non disdegnano un’abbronzatura integrale sulla pelle.

Bagno Elena ristorante pontile estate 2016 - internettualeElegante il bar sul pontile, per gustare freschi aperitivi al sole, dove è possibile assaggiare dei saporiti piatti di pesce e frutti di mare, al riparo della suggestiva pergola, ma anche piatti più semplici, ma altrettanto gustosi, nel ricchissimo menù della tavola calda del lido.

Il Bagno Elena è riuscito negli anni nella non facile impresa di creare l’atmosfera che amalgama armonicamente quel senso di esclusività e lusso, ma non per questo proibitivo, incarnando così la meta ideale delle vostre vacanze.

Per maggiori informazioni:

www.bagnoelena.it

LIFESTYLE

La pizza di Sorbillo, il vero sapore della città di Napoli

veduta di Via Tribunali dalla Pizzeria Sorbillo
veduta di Via Tribunali dalla Pizzeria Sorbillo

È una delle pizzerie più note della città di Napoli, se non LA pizzeria per antonomasia. Quella di Sorbillo non è una semplice pizza, ma una vera e propria esperienza sensoriale, vera essenza della vita napoletana. A cominciare dall’attesa, una volta comunicato il proprio nome all’ingresso, nei vicoli, tra cittadini impazienti e turisti curiosi, tra auto di passaggio e motorini. L’attesa, che al sabato sera può arrivare anche a un’ora, è una preparazione ai ritmi di una città che la vita sa godersela nonostante tutto.

Si vive prima il vicolo. Con il chiacchiericcio della gente intorno, l’entusiasmo di chi ci va per la prima volta, la consapevolezza di chi ci ritorna pregustando la creazione di un maestro artigiano della pasta quale Antonio Sorbillo con suo padre Salvatore.

Ci si sente immersi nell’atmosfera partenopea, in Via Tribunali 32, sede storica della pizzeria Sorbillo, che ha saputo estendere il proprio marchio a Piazza Trieste e Trento, con una friggitoria, Zia Esterina, che esporta la pizza fritta a ridosso di una delle piazze più belle d’Italia, Piazza del Plebiscito, trasformando i suoi clienti in parte di una cartolina vivente, e sul lungomare in Via Partenope 1, a due passi da Piazza Vittoria e dalla Colonna Spezzata, con vista su Castel dell’Ovo.

Un marchio, quello di Gino Sorbillo, che è davvero una garanzia, e che ha saputo affascinare anche il mondo della televisione de La Prova del Cuoco su raiuno con Antonella Clerici, o quello ipercritico ed elitario di MasterChef, arrivando all’evento-moda di questa estate Dolce & Gabbana, alla cui madrina d’eccezione, Sophia Loren, il maestro pizzaiolo non poteva che dedicare una pizza, rievocando i tempi in cui la pizza, fatta di sola pasta, pomodoro, mozzarella e basilico fu creata per la Regina Margherita di Savoia.

Una volta dentro la sala di Via Tribunali sono le canzoni classiche napoletane in filodiffusione a far da colonna sonora. Venturini, certo, ma anche Pino Daniele e Caruso si fondono in un’atmosfera di festa e tradizione.

Tante le pizze sul menu, così come le bevande che le accompagnano, ma se volete sentire il vero sapore di Napoli, è la pizza Margherita che dovete ordinare. Classica o DOP, con tutti gli ingredienti di origine protetta e un bocconcino di mozzarella di bufala, spesso imitato, a contornare il tutto. Un impasto leggero che si scioglie in bocca in un’armonia di sapori senza tempo.

Sottilissima e gigante. Sono questi gli aggettivi che meglio si addicono a questa straordinaria creazione della cucina partenopea esportata in tutto il mondo.

La scelta migliore per accompagnare una delle tante pizze offerte dal ricco menu Sorbillo, è senza dubbio la birra artigianale della casa. Un gusto deciso che renderà questo pasto un’esperienza indimenticabile. Sì, perché è solo dopo aver sentito la freschezza della mozzarella, il sapore corposo del pomodoro e il gusto frizzante del basilico fresco di una pizza Sorbillo che si può dire di essere stati davvero a Napoli.

Per maggiori informazioni:

www.sorbillo.it

LIFESTYLE

A Cesenatico arriva “Quinto Quarto”, ristorante tra fast-food e cucina regionale

Arriva a Cesenatico Quinto Quarto, ristorante dove è possibile mangiare “Piadina e Affini”, come recita la didascalia sotto allo stesso nome del posto. A metà strada tra fast-food e cucina regionale, il menu offre il piatto romagnolo per antonomasia, la piadina, declinata nei gusti più caratteristici, ma anche in originali varianti della casa che vengono servite attraverso un insolito quanto sorprendente meccanismo, che molto mutua dalle catene di ristorazione rapida. Non c’è servizio ai tavoli: i camerieri qui sono più steward di sala che accompagnano i clienti al proprio posto e portano la carta. I clienti ordineranno il proprio piatto direttamente alla cassa: mentre le bibite saranno consegnate subito, al posto dell’ordinazione verrà dato un dischetto nero, il quale lampeggerà e vibrerà quando l’attesa sarà terminata e il proprio ordine pronto per essere ritirato. Vassoi in acciaio e piastrelle bordeaux al posto delle stoviglie, in perfetta linea con il concept degli interni, il cui design oscilla tra un gusto rustico e industriale.

Quinto Quarto Cesenatico esterno tavoli 2 - internettualeCementine e legno. A dominare è il minimalismo, che restituisce nella modernità delle linee il fascino di un luogo d’altri tempi e, secondo una filosofia di trasparenza e genuinità della preparazione, la cucina bene in vista e le sapienti mani di chi prepara gli ingredienti di un piatto squisito. Gli ingredienti delle piade “semplici” vengono serviti separatamente: e così il prosciutto, affettato al momento, in carta oleata e i formaggi morbidi, come lo squacquerone, in ciotole in ceramica. Sarà il cliente, giunto al proprio posto, a preparare con le sue mani la sua piadina, in un’ottica di conviviale familiarità.

Diverse annate per un vino delizioso, il cibo è squisito e cucinato con cura, con la qualità di una cucina tradizionale che porta alta la bandiera della propria regione di origine, perfetto per i turisti che vogliono scoprire sapori nuovi e per i residenti che hanno voglia di (ri)scoprire un gusto che conoscono.

Simpatico e disponibile il personale, che è cordiale, giovane, preparato.

Attento alle nuove tendenze enogastronomiche, il menù di Quinto Quarto è ricco e variegato, e va dalle piadine ai rotoli, passando per le insalate e i “fuori menù”, offrendo la possibilità di scegliere tra un’alimentazione bio, con piadine di farine integrali e coltivazione biologica o impasti tradizionali.

Nel cuore di Cesenatico, si può mangiare direttamente sulla riva di Porto Canale, in un’atmosfera suggestiva, intima e fresca, tra il profumo di salsedine, le strida dei gabbiani, le barche ormeggiate.Quinto Quarto Cesenatico esterno tavoli - internettuale

ART NEWS

A Capri riapre al pubblico “Villa Lysis”, tempio d’amore del Conte Fersen

Villa Lysis Nino Cesarini statua Francesco Jerace - internettualeProgettata agli inizi del ‘900 dall’artista Edouard Chimot su commissione del poeta francese il conte Jacques d’Adelsward-Fersen, Villa Lysis è un palazzetto in stile neoclassico che si trova a nord-est dell’isola di Capri. La villa è stata edificata a due passi da Villa Jovis, residenza degli ultimi anni dell’Imperatore romano Tiberio. Il nome, Lysis, è un omaggio a Liside, dialogo di Platone dedicato all’amicizia e, come stabilirà la critica contemporanea, dell’amore omosessuale. Nella Villa infatti Fersen visse con il suo compagno, Nino Cesarini, al quale, sono dedicate diverse sculture in bronzo ad opera di Francesco Jerace.

L’architettura della dimora presenta echi neogotici. Elegante, raffinata, ma anche trasgressiva e provocatoria. Non mancano infatti camere stravaganti, come una fumeria di oppio e altari pagani. Fersen fu allontanato dalla natia Parigi perché accusato di messe nere a sfondo sessuale.

Fersen, morto nel 1923, forse suicidatosi con un’overdose, è lasciata in eredità all’amato Nino, il quale, dopo una disputa testamentaria, l’avrebbe poi venduta.

Secondo altre fonti invece la villa, già molto malridotta, sarebbe stata lasciata in usufrutto a Nino, il quale l’avrebbe dapprima affittata e poi in un secondo momento ceduta a Germaine, sorella di Fersen, la quale a sua volta l’ha donata a sua figlia, la Contessa di Castelbianco.

Villa Lysis Capri 2 - internettualeL’edificio è stato oggetto di un primo restauro nel 1934, una prima sostanziale ristrutturazione che aveva provato a sopperire ai primi cedimenti e crolli.

Nella metà degli anni ’80 l’edificio è annesso dal Ministero dei Beni Culturali. Chiusa per decenni, la villa è oggetto di nuovi e significativi restauri negli anni ’90 grazie ai fondi dell’Associazione Lysis e al Comune di Capri.

Aperta dai primi anni 2000, oggi la villa è affidata a un’associazione culturale di giovani esperti, Apeiron, che si prende cura non solo dei servizi turistici, ma anche della promozione e valorizzazione di questa casa-museo.

La villa sarà aperta al pubblico dal tutti i giorni dalle ore 10.00 alle 18.00, ad eccezione del mercoledì, giorno di chiusura. La riapertura del sito, dopo la pausa invernale, è fissata per sabato 30 aprile, in occasione della rassegna Panorama Letterario, patrocinata dalla Città di Capri, primo di nove eventi che fino a dicembre terranno compagnia i visitatori, trasformando la casa in un teatro della cultura. Novità di quest’anno l’introduzione di un biglietto di 2 euro, un costo puramente simbolico per godere delle suggestioni di questo tempio dell’amore.

Villa Lysis Edificio Capri - internettuale

ART NEWS

“Casa del Manzoni” a Milano: l’Alessandro così diverso da ciò che pensavi

Casa del Manzoni Alessandro Manzoni Milano - internettuale

Piccolo gioiello a ridosso delle più note Gallerie d’Italia, la Casa del Manzoni è un’affascinante casa-museo che mostra un lato quasi inedito dell’autore de I Promessi Sposi.

L’edificio è un palazzotto nobiliare nel centro storico di Milano, che lo scrittore italiano acquistò nel 1813 per sé e la sua famiglia, dopo il suo breve soggiorno a Parigi. La facciata, in stile neorinascimentale, fu commissionata dallo stesso Manzoni all’architetto Andrea Boni nel 1864.

Un edificio che ruota intorno al cortile interno, che un tempo doveva apparire molto florido a giudicare dalle piante che ancora si inerpicano lungo le colonne del portico. Nella casa Alessandro Manzoni visse fino alla veneranda età di 88 anni, sopravvivendo anche ad alcuni dei suoi stessi figli. Dalla sua morte molte cose sono cambiate. La casa infatti per volere dei figli superstiti è stata poi rivenduta, a patto però che due stanze restassero invariate nel tempo: lo studio al piano terra, con affaccio sull’ampio giardino (oggi annesso alle Gallerie), dove il Manzoni si ritirava in meditazione, studi e riceveva gli amici, e la camera da letto. Esse rappresentano le uniche camere in cui il tempo s’è fermato con gli arredi e gli oggetti originali in cui è ancora impressa l’anima del padrone cui erano appartenute.

Oggi infatti la casa è per lo più musealizzata, ed ospita nei suoi appartamenti parte degli arredi e delle collezioni donate anche da altri musei, contestualizzate in un ambiente affinché ogni pezzo racconti parte della storia dell’autore. A cominciare dalla camera di fronte al suo studio, occupata dall’amico fraterno Stefano Stampa, che visse con lui per quindici anni prima di sposarsi, e che oggi ospita i suoi ritratti e quelli della sua famiglia, fino ad un dipinto sul letto di morte.

Alessandro Manzoni by Francesco HayezAl piano superiore una teoria di stanze, e quelli che dovevano essere i salotti, mostrano una serie di dipinti del Manzoni, la tenerezza dei ritratti di famiglia, quei dipinti e disegni che ne raccontano la maturazione, anche fisica, dell’uomo, oltre che autore, che ci appare come un borghese della Milano bene, che invecchia con garbo negli ambienti di una dimora che ama.

Quadri sì, ma anche bronzi e sculture, fotografie, narrano gli eventi più importanti della vita del Manzoni: l’incontro con Garibaldi, ma anche le tante opere che hanno celebrato la già contemporanea popolarità del suo romanzo, ritraendo i protagonisti come personaggi storici veri, viventi: Lucia, nella sua virginale fede, la Monaca di Monza, oscura e austera, l’autoritario Don Rodrigo.

Bellissime le ultime sale, che chiudono il percorso di visita, con una raccolta di libri, alcuni dei quali autografi, con edizioni del romanzo manzoniano e citazioni alle pareti con alcuni degli stralci di maggior impatto.

La casa, in cui Alessandro Manzoni ospitò tra gli altri anche Cavour e Giuseppe Verdi, è attualmente gestita dal Centro Nazionale di Studi Manzoniani, istituito nel 1937, che mette a disposizione di studiosi e appassionati una Biblioteca specialistica con oltre 30.000 volumi, costituita da donazioni Treccani e Viganò, e testi appartenuti allo stesso Manzoni. Il Centro, divenuto Fondazione nel 2002, occupa gli ultimi piani dell’edificio, consentendone l’accesso a residenti e turisti gratuitamente. Fatto ancora più eccezionale se si considera il perfetto stato di conservazione del villino, e il personale che vi lavora che, con cortesia e discrezione, accompagna il visitatore alla scoperta dell’inedita figura del letterato italiano in una rarefatta atmosfera senza tempo.

Per maggiori informazioni:

www.casadelmanzoni.it