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Sala nuova per la “Tomba del Tuffatore” nel Museo di Paestum

Il tuffatore dell’omonima tomba ritorna finalmente a casa. Dopo essere stato parte della mostra itinerante Mito e Natura che l’ha portato da Milano a Napoli, il noto affresco, stacco di una tomba a cassa magnogreca datata tra il 480 e il 470 a.C., sarà nuovamente esposto nell’originario Museo Archeologico di Paestum in una rinnovata sala dedicata a Mario Napoli, che l’ha scoperta nel 1968 a Tempa del prete, a pochi chilometri da Paestum.

A darne notizia un emozionato direttore del museo, Gabriel Zuchtriegel, che in merito a questo restauro ha detto: «Esprime la nostra filosofia che ci guiderà per i prossimi anni».

Una filosofica spending review, che aborra grossi e costosi interventi di restauro, a vantaggio di una “riqualificazione del ricchissimo patrimonio archeologico, architettonico e artistico che abbiamo” dice Zuchtriegel.

La ristrutturazione della sala Napoli infatti è avvenuta grazie alla donazione di 25.000 euro da parte di un privato, Antonio Palmieri, della tenuta Vannullo.

La tomba del tuffatore al museo di PaestumLa tomba del tuffatore consta di alcune lastre calcaree in travertino locale, interconnesse al momento del ritrovamento e opportunamente staccate. Il pavimento invece era costituito dello stesso basamento roccioso di cui è fatta la tomba.

La raffigurazione di questa cassa funeraria ricorda molto quella dei crateri a figure rosse greci, ritraendo, sulle pareti lunghe, degli uomini con delle kylikes in mano, distesi sulle tipiche klinai, durante un simposio, un tradizionale banchetto greco. Altri invece impugnano degli strumenti musicali e sono intenti a rallegrare i commensali.

Tomba del Tuffatore, dal profilo instagram @marianocervone
Tomba del Tuffatore, dal profilo instagram @marianocervone

Il noto tuffatore, un virile uomo nudo ritratto nell’atto di lanciarsi in acqua, rappresenta la copertura. Fortissima la valenza simbolica, metafora di un trapasso ultraterreno. La stessa piattaforma da cui si lancia l’uomo della tomba rappresenterebbe le colonne di Ercole, confine dello scibile umano, che termina là dove comincia l’ignoto del mondo dei morti.

Un’opera squisitamente locale, che risente tuttavia dell’influenza greca, nelle fattezze esotiche degli uomini che la animano, la cui somiglianza si fa lampante se si confronta quest’opera con la Tomba della Caccia e della Pesca di Tarquinia.

Il nuovo allestimento della Tomba del Tuffatore vedrà l’affiancamento della cosiddetta Tomba delle Palmette, scoperta tempo fa, ma ancora oggetto di studi.

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Gli appuntamenti da non perdere con le grandi mostre Electa di questo autunno

Un calendario molto ricco, quello della stagione autunnale di grandi mostre Electa, che fino al prossimo dicembre saranno via via inaugurate, accompagnandoci fino alla prima parte del 2017. Una lunga serie di appuntamenti per tutti i palati, artistici s’intende, che hanno sete di iniziative culturali: dall’archeologia all’arte contemporanea sono tante le mostre di cui sentiremo parlare nei prossimi mesi. Ecco un compendio per non farsi cogliere di sorpresa:

Antinoo. Un ritratto in due parti. Partita da qualche giorno, il 15 settembre, la mostra, al Museo Nazionale Romano in Palazzo Altemps a Roma, sarà aperta al pubblico fino al prossimo 15 gennaio 2017. La rassegna ruota intorno alla figura, o meglio al busto, del giovanissimo amante dell’Imperatore Adriano, Antinoo, il cui busto è separato, da qui il titolo, in due parti, l’una all’ l’Art Institute di Chicago l’altra nel museo romano, ripercorrendo gli studi che hanno portato alla loro identificazione e a questo ricongiungimento delle due parti.

Sempre a Roma, ma questa volta nei grandi spazi delle Grandi Aule delle Terme di Diocleziano, dal 30 settembre al 15 gennaio arriva l’arte contemporanea di Jean Arp, a cinquant’anni esatti dalla morte dell’artista. Un’ampia retrospettiva che ripercorre le principali fasi della carriera dello scultore francese, maestro nelle avanguardie, tra i fondatori del movimento Dada.

Al Castello di San Giorgio a Mantova, dall’8 ottobre all’8 gennaio 2017 ci sarà invece Albrecht Dürer. “Come avrò freddo dopo tutto quel sole…”, mostra che mette in relazione la figura di Dürer con l’arte italiana e in particolare delle incisioni del Mantegna. Tanti i prestiti per questo importante evento, per il quale le sale del castello riaprono in tutto il loro (restaurato) splendore, dopo il sisma del 2012.

Giunge al termine il percorso artistico che ha animato gran parte del 2016, la mostra Egitto Pompei, dislocata e in collaborazione di ben due dei musei più importanti d’Italia, il Museo Egizio di Torino, il Museo Archeologico di Napoli e la Sovrintendenza dei Beni Archeologici di Pompei, dove ha fatto tappa, per ritrovare dall’8 ottobre la degna conclusione nella riapertura della sezione egizia all’interno del museo napoletano. Una restituzione, questa, molto attesa dai cittadini napoletani che potranno finalmente riscoprire, in nuove e più moderne sale, le prestigiose raccolte Borgia e Picchianti, che con i loro oltre 1200 oggetti rappresentano una delle raccolte di maggior importanza, il cui nucleo vede l’origine in età napoleonica con le prime spedizioni. Il percorso di visita sarà suddiviso in sezioni: Uomini e Faraoni, La Tomba e il Corredo Funerario, La Mummificazione, Il Mondo magico e religioso, La Scrittura, i Mestieri e l’Egitto in Campania, che saranno arricchite da supporti multimediali e uno speciale percorso per bambini.

Ci spostiamo a Milano dove il Museo del Novecento dal 18 ottobre al 12 marzo 2017 dedicherà una rassegna all’arte dei primi anni Sessanta con BOOM! 60 Era arte moderna. Una interessante retrospettiva che fotografa perfettamente il momento del boom economico, con le sue riviste ai massimi delle loro tirature, le trasmissioni televisive, il cinema, le auto e la suggestione di tutta un’epoca il cui fascino e design sono più attuali che mai.

Al Museo dell’Ara Pacis di Roma, dal 14 ottobre al 19 febbraio 2017 troveremo Picasso Images. L’insolita rassegna raccoglie oltre 170 fotografie dell’artista che, insieme ad alcune opere provenienti dal Musée national Picasso-Paris, restituiscono un’inedita figura dell’artista innanzitutto, oltre che del suo percorso artistico.

Omaggio a Umberto Boccioni a Rovereto. Al MART arriva Umberto Boccioni. Genio e Memoria dal 4 novembre 2016 al 19 febbraio 2017, in occasione del primo centenario della morte dell’artista. La mostra fa eco al grande evento a Palazzo Reale di Milano.

Proseguono le grandi iniziative del Museo MADRE di Napoli che portano in città grandi nomi dell’arte contemporanea. Dal 26 novembre fino al 6 marzo 2017, arriva a Palazzo Donna Regina Fabio Mauri Retrospettiva a luce solida. Mauri è uno dei maggiori esponenti delle neo-avanguardie della seconda metà del XX secolo, la cui ricerca artistica si è spesso concentrata sull’esplorazione dei meccanismi dell’ideologia e dei linguaggi della propaganda, come dell’immaginario collettivo e delle strutture delle narrazioni mediatiche, in particolare cinematografica. Un percorso espositivo appositamente concepito, che dislocherà nelle sale del museo napoletano oltre cento tra opere, installazioni, azioni e documenti e si propone come la più importante e completa rassegna dedicata all’artista mai concepita dal 1994.

A complemento della stessa ci sarà un’altra mostra a Bergamo alla GAMeC-Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea, dal 7 ottobre al 15 gennaio 2017.

A Roma, da dicembre 2016 ad aprile 2017, a Palazzo Massimo ci sarà invece Archaeology & me, mostra che nasce da un concorso pubblico inserito nel Progetto Europeo NEARCH, finanziato dalla Commissione Europea. Il concorso europeo “You(r) Archaeology – Archeologia secondo me”, coordinato da IBC, si rivolgeva ai cittadini europei chiedendo di esprimere la loro idea dell’archeologia. Una selezione delle centinaia di opere pervenute sarà esposta a Palazzo Massimo, presentando i molteplici aspetti di un’archeologia vissuta non solo come feticcio turistico o oggetto da museo, ma come ponte fra passato e presente, richiamo a memorie personali, fonte di ispirazione artistica, legame armonioso col tempo e la natura. Una riflessione sulla disciplina archeologica e il suo ruolo nella società contemporanea in un momento storico particolare, quale è quello che l’Europa sta vivendo oggi.

Si chiude, di nuovo al Museo MADRE di Napoli, questo primo ciclo di appuntamenti Electa. Dal 17 dicembre al 20 marzo 2017, al Museo D’arte contemporanea Donna Regina ci sarà Gian Maria Tosatti Sette Stagioni dello Spirito, a cura di Eugenio Viola. La rassegna è sospesa tra arte contemporanea e spiritualità, e muove i primi passi da un libro, Il castello interiore (del 1577), in cui Santa Teresa d’Avila suddivide l’animo umano in sette stanze, trasfigurate dall’artista in altrettante installazioni monumentali ambientali. La mostra vuole restituire la memoria di questa esperienza e al tempo stesso è una sorta di backstage, che permette al pubblico di coglierne i più intimi aspetti di preparazione e studio dell’artista, con i disegni del progetto, gli schizzi preparatori, i documenti e i resti di un’officina creativa che diventano il materiale diario di Tosatti.

Dal 2013 al 2016 infatti l’intera città di Napoli è stata coinvolta nell’imponente progetto pluriennale Sette Stagioni dello Spirito di Gian Maria Tosatti (Roma, 1980), e trova adesso la sua ideale conclusione con questo evento promosso e organizzato da Fondazione Morra con il sostegno di Galleria Lia Rumma, in collaborazione con vari enti istituzionali e, per ogni sua tappa, con il MATRONATO della Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee.

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Animali fantastici e dove trovarli, ai Musei di Scienze Naturali e Fisiche di Napoli

Animali fantastici e dove trovarli. Potrebbe intitolarsi così questo post, come il film di David Yates ispirato all’omonimo libro di J.K. Rowling, perché anche a Napoli, città del mare, del sole e dell’arte, è possibile trovarne. Un’avventura per far divertire i più piccoli e istruire i più grandi. Sto parlando dei Musei delle Scienze Naturali e Fisiche dell’Università Federico II.

Nel cuore di Napoli, a due passi da Piazzetta Nilo, i musei trovano i loro ambienti in alcuni dei complessi architettonici più belli e suggestivi della città. Le sole sedi da sole basterebbero a giustificare l’esiguo costo del biglietto. A cominciare dal Museo di Paleontologia, all’interno del seicentesco Chiostro dei Santi Marcellino e Festo, adiacente alla chiesa omonima. Una struttura in cui si respirano le sontuose influenze spagnoleggianti realizzate dall’architetto Giovanni Vincenzo Della Monica, già autore del Chiostro di San Gregorio Armeno.

Sede universitaria dal 1907, il chiostro ospita in un corpo di fabbrica fossili e ritrovamenti di pregio, alcuni davvero straordinari.

musei-di-scienze-naturali-e-fisica-unina-internettualeSono oltre 50.000 i reperti che compongono una collezione davvero unica. Tra i più famosi c’è senza dubbio l’Allosauro, erroneamente considerato dai più piccoli un T-REX, il cui ritrovamento è avvenuto in una zona di confine degli Stati Uniti tra il Wyoming e lo Utah nel 1993. Uno scheletro in perfetto stato di conservazione, di circa 600 kg, la cui testa, per il peso è stata posta in una teca a parte, lasciando una più leggera ricostruzione a comporre uno scheletro per lo più originale, sospeso da cavi d’acciaio, per non danneggiare il pregiato pavimento maiolicato ad opera di Giuseppe Massa, celeberrima bottega per le più note e colorate maioliche del Chiostro di Santa Chiara. Un connubio unico che unisce epoche e luoghi lontani, creazioni della natura e opere dell’uomo, per offrire, in un solo sguardo, l’interezza della storia fino ai giorni nostri.

Lungo il percorso espositivo sono tanti i fossili che possono catturare l’attenzione di grandi e piccini, come il piccolo Ciro, simpatico soprannome dello scientifico Scipionyx samniticus, in onore di un paleontologo che per primo segnalò la presenza di fossili nella zona di rinvenimento di questo piccolo dinosauro, nel sud del nostro paese.

Ma c’è anche un cucciolo di mammut rimasto prigioniero tra i ghiacci e alcuni scheletri della famiglia dei sirenidi, da cui originò la leggenda delle donne di Andersen dalla voce melodiosa per metà pesce.

Sì, perché nel Museo di Paleontologia storia e leggenda si mescolano in un percorso lungo milioni di anni.

È un compendio di etnie e espressioni culturali ed artistiche diverse quello del Museo di Antropologia, con manufatti e oggetti d’uso quotidiano che rappresentano le prime conquiste dell’Uomo, mentre il Real Museo Mineralogico ha sede nella prestigiosa Biblioteca del Collegio Massimo dei Gesuiti, che presenta ancora le vestige dei fasti borbonici, con una vasta collezione di pietre, fossili e minerali suddivisi in collezioni i cui nuclei hanno avuto origine nel XVIII secolo.

In quello che era il vecchio refettorio dei gesuiti, trova invece posto il Museo di Fisica, quello più recente, la cui fondazione risale soltanto al 1983, con una vasta collezione di strumenti che ci hanno permesso la misurazione fisica degli eventi che hanno portato e portano al progresso.

museo-di-zoologia-unina-internettualeÈ uno scrigno prezioso il Museo di Zoologia, che affonda le sue radici nel XIX secolo, di cui, le teche in legno sono una chiara impronta di quel 1813 in cui è stato fondato.

museo-di-zoologia-conchiglie-unina-internettualeMastodontiche le collezioni di vertebrati che troneggiano nel grande salone oblungo del museo, contornati da esemplari in pelle che comprendono gran parte del regno animale in più di mille esemplari: dai leoni a una grande varietà di uccelli, passando per crostacei e altri abitanti del mondo marino fino a una degli ultimi acquisti, come il cucciolo di una giraffa.

I Musei di Scienze della Natura e della Fisica sono la scoperta di un mondo altro che ci ha preceduti e ancora oggi ci circonda, ricordandoci di preservarne integralmente la sua bellezza.

Per maggiori informazioni:

www.cmsnf.it

INTERNATTUALE

Università: il 66% dei programmi dei corsi supera la soglia dei 12 CFU

Introdotti nel sistema universitario nel 1999 con il D.M. 509/99, i CFU, credito formativo universitario, sono l’unità di misura della difficoltà, o mole di studio, per ogni singolo esame. Ogni facoltà infatti consente di sostenere la tesi di laurea, o esame finale, al raggiungimento medio di 180 CFU che, a seconda del corso di studio, si suddividono in un indeterminato numero di esami da sostenere.

Ma se l’introduzione dei crediti rappresentava l’adeguamento di un mondo formativo che si evolve insieme ad un’Europa che cambia, sostituendo di fatto il concetto antiquato di “annualità” e “semestralità”, così non era stato per il numero di esami da sostenere e, a dispetto dell’introduzione dei corsi di laurea triennale (o laurea breve), per alcune facoltà sono rimasti letteralmente invariati dal vecchio sistema, oscillando intorno ai 42 esami con un credito formativo per ogni singolo esame molto basso che si aggirava da 4 a, addirittura, 2 CFU al massimo.

Dalla Guida dello Studente ufficiale compare la spiegazione in dettaglio di cosa rappresenti effettivamente 1 CFU, dove si legge che esso è pari a 25 ore di lavoro, il che significava poterli acquisire anche attraverso attività di laboratorio o di tirocinio.

Poco male, dunque, avranno pensato gli studenti, considerando facile o comunque fattibile in un paio di settimane di studio un esame da 4 CFU.

Ma i CFU misurano davvero l’effettivo carico di lavoro richiesto allo studente?

Secondo la Guida dello Studente le ore di lavoro sarebbero mediamente ripartite in un rapporto di 1 a 4: per ogni cinque ore di lezione, esercitazioni, seminari, laboratorio ne dovrebbero corrispondere 20 di studio individuale. Per tanto ad ogni ora in classe ne comporterà 5 di studio a casa.

Con il definitivo aggiornamento delle lauree triennali dagli originari 40-e-passa esami agli attuali 20 dei corsi di studio, si hanno ora esami che in media oscilleranno tra i 6 e i 12 crediti formativi. Per ogni esame dunque gli studenti dovranno lavorare per circa 150/300 ore di cui 30 o 60 di formazione con il docente.

In una giornata di 24ore, escludendo 8 ore di sonno per un benessere psicofisico ideale, e eliminandone altre sei per necessità fisiologiche e di altro tipo, restando in media 10 ore buone di studio al giorno, e dunque un esame da 12 crediti richiederebbe circa 24 giorni effettivi di lavoro, studiandoci per gran parte della giornata.

Se si calcola una media di capacità di studio di circa 30 pagine al giorno, conferendo per assurdo la stessa difficoltà ad ogni tipologia di materia, lo stesso esame da 12 crediti dovrebbe oscillare intorno alle 720 pagine totali, comprese di eventuali dispense, monografie o “parti speciali”, per consentirne lo studio in poco meno di un mese.

Applicando questa tabella di calcolo, crediti per esame, pagine da studiare, ore di studio previste e ore di studio effettive, sono andato a verificare i programmi della facoltà di Archeologia e Storia delle Arti dell’Università agli Studi Federico II, dal sito ufficiale del Dipartimento degli Studi Umanistici, reperendo invece il numero di pagine dei testi da studiare dalla descrizione fisica dei libri dal servizio OPAC o siti come libreriauniversitaria.it.

Avvalendomi della Guida dello Studente 2015/2016, disponibile in PDF, escludendo gli insegnamenti che non riportavano i programmi, ho scoperto che: su 12 programmi osservati, sono soltanto 4 i corsi che si tengono largamente al di sotto della media di pagine stimate per esame (720). Due i corsi da 12 CFU che si aggirano intorno alle 500 pagine (con un risparmio di 220 pagine), mentre sono poco più di 300 quelle per i due da 6 CFU.

Sono ben 8 invece i corsi di studio da 12 CFU che superano largamente la stima (del tutto approssimativa, certo) di 720, superando, spesso più del doppio le pagine totali da studiare, con programmi che sfiorano addirittura le 1500 pagine complessive.

Se si considera che questo è un semplice calcolo statistico, che non tiene conto delle peculiari difficoltà di ogni singolo esame (date da ricordare, nomi da memorizzare, conoscenze pregresse da acquisire), sarà facile comprendere come il 66% dei corsi supera anche più del 206% il numero di pagine che è umanamente possibile studiare in 240 ore, i cui giorni (24) sono stati ricavati calcolando un’alta media di ore di studio (10) escludendo tutte le altre attività di uno studente ivi compresa la vita sociale e le uscite.

A queste difficoltà puramente statistiche, vanno aggiunte varianti di professori troppo esigenti, bocciature, problemi personali e/o familiari che possono fortemente incidere sulla propria carriera universitaria.

È dunque una conseguenza quasi fisiologica per molti degli studenti, che oltre allo studio hanno anche altre attività lavorative e/o sociali, finire tra i 700.000 fuori corso, non riuscendo a completare il percorso di studio entro i tempi stabiliti.

Premesso che è giusto, oltre che doveroso, per gli Atenei italiani formare delle persone che abbiano un livello di conoscenza e preparazione, non solo culturale, altamente competitivo per gli standard europei. Va detto però che bisognerebbe entrare nell’ottica del “sapere fare” e non solo in quella del sapere, e che per alcune nozioni è giusto che si continuino a consultare i libri, anziché apprenderle da uno sterile studio mnemonico che andrà comunque via col tempo. Occorrerebbero dunque programmi più concentrati e snelli. Gli studenti e futuri laureati non devono invecchiare sui libri giungendo sul mercato del lavoro in età avanzata, ma dovrebbero apprendere velocemente quegli strumenti necessari per sapere esattamente come e dove reperire le informazioni che gli servono per essere lavoratori migliori del domani.

LIBRI

La “Malamusica” di Michelangelo Pascali, analisi sociale tra neomelodia e criminalità

Pscali Malamusica Neomelodia e Legalità libro cover copertina - internettualeA due anni dal suo esordio, la serie Gomorra, ispirata al romanzo omonimo di Roberto Saviano, è ritornata in questi giorni sugli schermi Sky, e con sé ha riportato in auge tutta una fenomenologia della “mala”, dai modi di dire del clan Savastano, che si fanno gergo popolare persino tra i ragazzini, alla colonna sonora diventata cult: musica rigorosamente neomelodica, in dialetto napoletano, che canta spesso la disperazione e i nuovi drammi dell’hinterland napoletano contemporaneo. È probabilmente quello che prova ad indagare Michelangelo Pascali nel volume “Malamusica” dal sottotitolo Neomelodia e Criminalità (Liguori Editore), illustrando al lettore la stretta connessione tra musica neomelodica e criminalità, e di quanto la seconda influisca ed influenzi fortemente la prima.

L’approccio è quello scientifico, di chi, con onestà intellettuale, si pone con rigore metodologico dinanzi ad una materia di studio e ricerca le evidenze: «Ogni fenomeno non si rende completamente trasparente al nostro sguardo e ogni cosa invita a trascendere le apparenze» suggerisce la studiosa Luigina Mortari.

La ricerca di Pascali dunque mira a portare alla luce il lato nascosto delle cose, il loro intimo significato non sempre evidente. Ed è su queste basi che poggia lo stesso titolo del volume, Malamusica, che nasconde in sé stesso vari strati di significato: “mala” infatti come degrado sociale e morale, che fa di quel mal comune mezzo gaudio, un unico disastro collettivo verso cui cammina la società contemporanea percependolo come uno stato di benessere comune, il massimo grado di felicità cui si può ingannevolmente tendere.

Un malessere corrosivo che fa di modelli malati degli esempi da imitare: e così il “guappo” è sinonimo della persona furba, che sa affrontare di petto la vita e le persone, così come i “boss”, visti come autorità massime che trovano nella violenza, spesso nella “vendetta”, nell’omicidio e nella criminalità la propria forma di giustizia.

Per quanti desiderano affrontare questo fenomeno musicale e sociologico, l’autore presenterà il suo volume martedì 17 maggio al Palazzo Pacanowski a Napoli, alle ore 13.30. Con lui saluteranno i presenti il Direttore del Dipartimento di Giurisprudenza Federico Alvino, il Coordinatore del Dottorato di ricerca in “Diritto e istituzioni economico-sociali” Francesco Di Donato, in un dibattito che sarà animato da Federico Vacalebre, giornalista de Il Mattino e personalità di spicco dell’ambito giuridico e giornalistico, moderati da Alberto De Vita, Ordinario di Diritto penale, Università degli Studi “Parthenope”.

Un appuntamento da non perdere per i cultori della musica, della giurisprudenza, della sociologia.

INTERNATTUALE

I trentenni di oggi: ecco che fine ha fatto la (nuova) “generazione 1000 euro”

Cresciuta tra anime giapponesi e serial americani, la generazione nata a metà degli anni ’80 rappresenta i trentenni spaesati di oggi che non sanno quale strada prendere. Convinti di poter diventare qualsiasi cosa, si sono inconsapevolmente trasformati in un esercito di studenti universitari, figli di un’altra generazione cui quel diritto allo studio era stato negato, e adesso sono fuori corso ingabbiati in Facoltà spesso organizzate male, per ricevere un titolo che potrà al massimo arredare casa come un complemento IKEA.

Social media manager, PR, fotografi. I fortunati si cimentano in professioni improvvisate, seguendo l’andazzo di un mercato, quello del lavoro, saturo e traballante, alla perenne ricerca di nuove figure e un modo per reintegrare chi negli anni è stato rimpiazzato da un automatismo informatico-virtuale.

Si impara l’arte del sopravvivere senza troppe prospettive e possibilità. Tra questi una piccola élite di blogger, youtubers e instagrammers che, con fortuna, abilità e qualche “spintarella”, è riuscita a crearsi una attività in rete che, cavalcando l’onda del successo “social”, ha saputo trasformare in professione cinematografica, televisiva, editoriale: Willwoosh, Francesco Sole, Chiara Ferragni sono soltanto alcuni di questa cerchia di personaggi che hanno saputo attrarre l’attenzione della gente e dei media e fare dei loro contenuti veri e propri punti di riferimento per ridere, per motivarsi, per seguire la moda e le tendenze del momento.

Ma la maggior parte invece finisce, a dispetto di lauree, capacità e titoli di studio, per arrabattarsi facendo i camerieri, i baristi o finendo a servire panini nei fast food. Chi proprio non vuole arrendersi è costretto a fuggire: Germania, come i propri nonni e padri tra gli anni ’70 e ’80, ma, soprattutto, Inghilterra. È questa la nuova “terra promessa” degli italiani, dove spiaggiarsi come immigrati clandestini in cerca di dignità. Abbandonando case, famiglie, affetti, alla disperata ricerca di quelle opportunità che l’Italia proprio non riesce ad offrire.

Cervelli in fuga o manodopera sottopagata. È questo il binomio che caratterizza le due facce di una generazione senza futuro, certo, ma anche senza presente, imprigionata controvoglia in un limbo di eterni teenagers con i soldi in tasca che mamma e papà, mortificati, provano a dare incoraggiandoli a crederci ancora.

Derisi da un governo che dovrebbe concretamente pensare al futuro dei suoi cittadini, i giovani sono bollati come “Bamboccioni”, “Choosy”, “vigliacchi che fuggono”. I politici italiani, tra il faceto e l’ingiuria, giustificano così l’inefficacia del governo, mettendo un’etichetta sulla loro incapacità di operare concretamente contro una crisi che costringe spesso i (non più) ragazzi a vivere ancora a carico delle famiglie, sentendosi un peso e un senso di frustrazione, impotenti dinanzi all’impossibilità di interrompere un circolo vizioso senza soluzione di continuità, che li porterà ad arrendersi o partire.

Gli intraprendenti provano a mettere in pratica ciò che per anni hanno imparato su quei computer che si diffondevano a metà degli anni ’90, improvvisandosi professionisti provetti dei settori più disparati: grafici, fotografi, addetti stampa. Software, macchine semi-professionali e internet spesso consentono di raggiungere un buon livello, o quantomeno passabile, per una manciata di euro fino al prossimo lavoro occasionale, ledendo di fatto anche quella categoria di liberi professionisti che vede decrescere le commissioni per una manciata di spiccioli, con grande svalutazione economica del proprio operato.

Spulciare giornali e siti di job hunting si trasforma essa stessa in un vero e proprio lavoro. Consegnare curriculum a mano, elemosinando un posto, diventa inutile, l’immissione infatti si fa sempre più on-line, e inviare lettere di presentazione, PDF e mail è come lanciare una sonda spaziale nell’universo sperando che giunga a destinazione.

Grazie al “Progetto Giovani” il Governo Renzi ha sì fatto incrementare le assunzioni degli under 29, ma senza una reale garanzia sul futuro, danneggiando chi decide di farsi letteralmente sottopagare legalmente, lavorando ben oltre l’orario stabilito, e al contempo quei trentenni rimasti fuori da una fetta di mercato del lavoro, benché di fatto lavoro “nero”.

Generazione 1000 euro la chiamava Massimo Venier nel suo film omonimo del 2009, ritrovando in quella somma il massimo cui i giovani potevano ambire fino a qualche anno fa. Ma, tra crisi finanziaria e riduzioni dell’organico, anche quella cifra diventa un traguardo irraggiungibile, finendo, sempre più spesso, per lavorare per meno di 500 euro al mese tutto il giorno in un call center.

Diminuiscono le nascite e diventano più sporadici i matrimoni. Anche i sentimenti e la voglia di genitorialità sono provati dal caro fitti e mutui, che riducono i conviventi a coinquilini che si dividono le spese per andare avanti, o a restare eterni fidanzatini.

Il posto fisso è ormai un’utopia di pochi, e anche sottoporre la propria domanda di assunzione presso aziende pubbliche è come intraprendere un inutile iter di cui non si comprendono i criteri di valutazione, con bandi truccati e raccomandazioni dei soliti noti che scoraggiano persino il più meritevole, che, inesorabilmente, prepara le valigie sperando di trovare altrove ciò che qui gli è stato negato.

Insomma nel nuovo millennio persino fare il commesso da Feltrinelli si è trasformato in una vera e propria posizione cui ambire come anni fa lo era il posto in banca: sogni che cambiano di una generazione, tutta italiana, completamente alla deriva.