CINEMA, LIBRI

Chiamami col tuo nome, l’acclamato film di Luca Guadagnino

Chiamami col tuo nome – poster

Quando ho finito il romanzo di André Aciman, Chiamami col tuo nome, mi sono sentito fisicamente male tanta era la sofferenza e il pathos che l’autore ha saputo imprimere in quelle pagine. Era l’estate del 2011, e divorai il libro in appena un giorno e mezzo, immedesimandomi in quella sorta di diario segreto che quasi mi sembrò di aver trovato per caso.

Un’infatuazione estiva che a poco a poco si trasforma in un tormento interiore, in quella sofferenza squisitamente adolescenziale che nasconde accenni di un sentimento ben più radicato e profondo.

Potrei riassumerla così la trama di questo libro ambientato agli inizi degli anni ’80 in una imprecisata località di villeggiatura del nord Italia (forse la costa ligure, nel romanzo invece la campagna lombarda), che racconta con spietata crudezza la storia d’amore tra due ragazzi.

Non era facile dunque per Luca Guadagnino trasporre nel film tanta carica emotiva. Il regista ci ha provato con l’aiuto di un veterano del genere, James Ivory, che con lui ha tratto dal libro la sceneggiatura di un film, in uscita da noi il 25 gennaio, che sta raccogliendo consensi e premi in ogni dove.

Era naturale dunque che, con queste premesse, fossi particolarmente incuriosito di vedere questo film, che è riuscito a portare un po’ del nostro Paese persino nelle categorie principali dei Golden Globe e, forse, potrebbe rappresentarci anche agli Oscar bissando quell’impresa che fu di Roberto Benigni e del suo La Vita è Bella ormai ben vent’anni fa.

Non starò qui a fare la solita tiritera su quanto il libro sia superiore al film, perché chiaro che ogni lettore lascia nelle pagine anche un po’ di sé stesso, facendo sua la storia che legge. Ma qui, più di ogni altro romanzo, Luca Guadagnino aveva l’ingrato compito di portare sul grande schermo un’interiorità emotiva diversa.

La sua è una regia asciutta, scevra da artifizi hollywoodiani, da colonne sonore ingombranti o sensazionalismi amorosi.

Tutto avviene lì, davanti agli occhi dello spettatore che quasi ha la sensazione di osservare la scena da dietro una siepe in giardino, un angolo in penombra della casa, la serratura di una porta.

Amira Casar, Michael Stuhlbarg, Armie Hammer, and Timothée Chalamet in Chiamami col tuo nome (2017)

Luca Guadagnino ci riporta negli anni ’80, e non si avvale solo di auto vintage e ambientazioni perfettamente ricostruite, restituendo fedelmente un momento storico-politico italiano, ma introduce un elemento in più, che nel libro di Aciman forse mancava, i riferimenti musicali. Radio Varsavia, J’adore Venise, ma anche Paris Latino e Lady Lady Lady. Battiato, Berté, Bandolero, Giorgio Moroder ci fanno ricordare esattamente come dovevano essere le serate estive nei locali all’aperto delle piccole cittadine di vacanza. Fumosi, chiassosi, con lampadine colorate e senza particolari controlli né pericoli. Un senso di libertà perduta, che si fa chiaro manifesto di un’epoca.

I lettori del romanzo come me, forse si aspettavano una voce narrante che desse corpo ai pensieri del giovane Elio, così come Aciman li ha delicatamente tracciati sulle pagine del suo romanzo, ed è forse questo ciò che manca alla pellicola, che è perfettamente calata nello stile di Guadagnino, così come l’intenso finale del romanzo, che sfuma nel film in una scena che probabilmente non rende davvero giustizia al viscerale climax sapientemente delineato dall’autore statunitense.

Luca Guadagnino è tuttavia riuscito a cogliere l’essenza del romanzo, e dare alla storia la materica consistenza della realtà.

Armie Hammer and Timothée Chalamet in Chiamami col tuo nome (2017)

E se il regista di Io sono l’Amore ha mantenuto la scomoda scena della pesca (chi ha letto il libro sa bene di cosa parlo), altre parti della storia sono state narrate o tagliate con una maggiore licenza poetica, tramutando Roma in Bergamo e tralasciando intellettualismi letterari per rispondere, forse, alle leggi dell’odierna cinematografia.

Molto bravi i due interpreti, Armie Hammer (Oliver) e il giovane Timothée Chalamet (Elio), a dispetto di una non proprio felice pronuncia italiana, che hanno però saputo dare vita a questa passione segreta, quest’amore proibito vissuto con la discrezione di chi teme la luce del sole e le convenzioni sociali, ma con il disinibito desiderio di due amanti segreti che continueranno a cercarsi.

Annunci
CINEMA

La Napoli misteriosa e colta di Ferzan Ozpetek

A meno di un anno da Rosso IstanbulFerzan Ozpetek ritorna al cinema con Napoli Velata. Il regista de Le Fate Ignoranti e Mine Vaganti, dopo i toni della commedia dei suoi ultimi lavori, ritorna ai temi un po’ cupi già indagati in Cuore Sacro, e nei suoi lavori d’esordio.

Ve ne ho tanto parlato la scorsa estate e non potevo non correre al cinema per raccontarvi questa pellicola.

Il regista turco naturalizzato italiano, abbandona per un momento l’amata Roma e la parentesi Leccese, e si sposta a Napoli, cui dedica un film che non vuole essere semplice omaggio-cliché, né cartolina per turisti.

Nella sua opera Ozpetek prova a restituire allo spettatore le atmosfere esoteriche, che hanno caratterizzato, e ancora caratterizzano, il tessuto di Napoli. Dalle superstizioni e credenze popolari, a riti occulti ben più antichi.

A dare corpo e anima a questa storia è Giovanna Mezzogiorno, attrice napoletana e musa prediletta che con il regista aveva già lavorato nell’acclamato La finestra di fronte. Insieme a lei Alessandro Borghi, già protagonista della serie Suburra e “madrino” d’eccezione della scorsa Mostra del Cinema di Venezia.

Adriana (la Mezzogiorno) si ritrova coinvolta nel misterioso omicidio di un uomo (Borghi) con cui passa un’intensa notte d’amore.

Sono tanti i volti di precedenti pellicole di Ozpetek che ritornano in quest’opera, che quasi si reincarnano in questa metempsicosi cinematografica del regista: da Carmine Recano a Isabella Ferrari, passando per Luisa Ranieri apparsa in Allacciate le cinture, ad un cameo, per i cultori del regista, dell’attrice Rosaria De Cicco (l’avete notata?). Non mancano artisti partenopei di grande spessore come Lina SastriPeppe BarraMaria Pia Calzone.

Tanti i luoghi di culto e cultura, che il regista indaga mescolando sapientemente esoterico ed esotico. Dalla Cappella Sansevero costruita, secondo la leggenda, ricalcando l’antico Tempio di Iside, alle sale degli affreschi pompeiani del Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Il regista omaggia anche uno dei palazzi più noti e suggestivi della città come Palazzo Mannajuolo, dove è collocato il sontuoso appartamento della zia della protagonista, che in un sapiente gioco di riprese e luci si fa quasi amuleto architettonico del film.

Ozpetek si allontana dai temi della commedia, dal “dramedy” cui ci ha abituati, per dare vita ad un genere, il thriller psicologico, che forse avrebbe meritato una maggiore analisi dei personaggi, ed una più approfondita indagine di sentimenti e situazioni.

Tuttavia il film affabula e mostra una Napoli colta, e nella società di una borghesia a tratti machiavellica, e nelle citazioni e gli omaggi del regista alla città di Napoli e alle sue leggende.

Intensa Giovanna Mezzogiorno, lontana dall’archetipo divistico di attrice patinata, che interpreta perfettamente l’animo di donna tormentata, in un film a metà tra giallo e noir che non risparmia momenti di erotismo e sensualità.

Ferzan Ozpetek ha saputo raccontare nel suo personalissimo modo, una Napoli misteriosa e affascinante, che si svela, letteralmente, a poco a poco come un sogno confuso.

ART NEWS, CINEMA

Loving Vincent, primo film dipinto su tela per raccontare la vita di Van Gogh

A metà tra film d’animazione e opera pittorica vera e propria, la pellicola Loving Vincent ripercorre la vita di Van Gogh, famosissimo artista del XIX secolo, noto per le sue tele impressioniste e la lucida follia che le ha generate. Tante e contrastanti le leggende che ruotano intorno alla sua figura, da satiro lussurioso a genio, a fannullone.

Una pellicola interamente dipinta su tela, che fonde arte e tecnologia e che forse sarà destinata ad aprire la strada ad un nuovo genere cinematografico e senza dubbio un nuovo ed innovativo modo di raccontare i grandi artisti sul grande schermo.

Night Cafè, Arles Lt Milliet (Robin Hodges) and Armand Roulin (Douglas Booth)

Riproducendo infatti ben 94 dipinti dell’artista, con la stessa tecnica e il suo stesso stile, il film racconta la vita di Van Gogh, immergendo letteralmente all’interno delle sue opere lo spettatore, che potrà così riconoscere il Caffè di notte, il Campo di grano con volo di corvi, la famosa notte stellata e i suoi tanti ritratti e autoritratti.

Le immagini sono state ricreate da un team di 125 artisti, che hanno lavorato per anni per riprodurre migliaia di immagini per questo progetto senza dubbio originale e di grandissimo impatto. E il frutto di questo duro lavoro è un film che coniuga poesia, arte, tecnologia e pittura ed è riuscito a catturare il Premio del Pubblico all’ultimo Festival d’Annecy.

Il film arriva a seguito del grandissimo successo della mostra multimediale Van Gogh Experience, altro grande esempio di come oggi la tecnologia può aiutare a diffondere l’arte attraverso un linguaggio contemporaneo, che si avvicini maggiormente a giovani e giovanissimi, poco avvezzi ai musei e, ahimè, molto ai touch screen.

Distribuito da Nexo Digital in collaborazione con Adler, vede media partner d’eccezione come Radio DEEJAY, Sky Arte HD e MYmovies.it, nell’ambito del progetto La Grande Arte al Cinema.

Marguerite Gachet (Saoirse Ronan) at the piano

La pellicola uscirà solo il 16, 17 e 18 ottobre. Per un elenco completo delle sale in cui sarà possibile vederla bisogna consultare il sito www.nexodigital.it

Non si tratta di uno sterile documentario, ma di una vera narrazione che parte dall’estate del 1891 in Francia, passando per Amsterdam, New York, Londra, Mosca, Parigi e Dallas.

Ispirata alle Lettere a Theo, la più corposa raccolta epistolare scritta dall’artista ad un caro amico, vede le parole dello stesso artista raccontare la sua vita.

Tanti i volti noti del piccolo e del grande schermo che hanno preso parte a questo interessante quanto eccezionale film: da Jerome Flynn de Il Trono di Spade a Saorise Ronan (nominata all’Oscar per Brooklyn e Espiazione), passando per Aidan Turner di Lo Hobbit e Helen McCrory di Harry Potter. A vestire i panni del protagonista, l’attore di teatro Robert Gulaczyk.

La loro partecipazione dimostra quanto un’opera del genere sia significativa e trascenda la mera passione per il mondo dell’arte e l’importanza della sua divulgazione, rendendo sempre meno netti i contorni del documentario dalla cinematografia.

CINEMA, LIBRI

10 cose che (forse) non sapete su Harry Potter

Era il 1997 quando una giovane sconosciuta, J.K. Rowling, firmava il suo primo romanzo fantasy con le sole iniziali per nascondere il fatto che fosse una donna a scrivere un genere letterario che tradizionalmente è, o meglio era, appannaggio di soli uomini.

Oggi, vent’anni dopo, quella donna è una delle autrici più apprezzate nella scrittura per giovani adulti, e la sua saga, quella del mago Harry Potter (il primo volume era Harry Potter e la Pietra Filosofale), ha appassionato milioni di ragazzi in tutto il mondo, con trasposizioni cinematografiche di altrettanto successo che hanno lanciato e rilanciato giovanissimi attori e veri cavalli di razza come la pluripremiata Maggie Smith, che nei film ha interpretato Minerva McGranitt.

Ambientati nell’Inghilterra degli anni ’90, i volumi della Rowling narrano le avventure de giovane mago occhialuto Harry Potter e dei suoi migliori amici, Ron Weasley e Hermione Granger. L’ambientazione principale è la Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts, dove i ragazzi vengono educati i maghi del Regno Unito.

Per celebrare i vent’anni di questo romanzo ecco venti curiosità che (forse) non conoscete:

IL FANTASTICO MONDO DI HARRY POTTER:

Il 18 giugno del 2010 è stato inaugurato un parco a tema ad Orlando, in Florida, all’interno del parco di divertimenti Island of Adventures. La sezione si chiama The Wizarding World of Harry Potter, Il Magico Mondo di Harry Potter, e al suo interno è possibile vedere gli scenari più caratteristici della saga, tra cui Hogwarts, il villaggio Hogsmeade e la via Diago Alley.

GLI INCASSI RECORD:

Dai sette romanzi dell’autrice sono stati tratti ben otto film, l’ultimo volume della saga infatti è stato cinematograficamente suddiviso in due parti. L’incasso complessivo di tutte le pellicole è di oltre 7 miliardi di dollari, superando così i ben 24 film della saga di James Bond e i 7 film di Star Wars, diventando la saga più produttiva della storia.

IL VAMPIRO EDWARD

L’attore Robert Pattinson, che qualche anno più tardi diventerà famoso per l’interpretazione del vampiro Edward in un’altra saga letteraria tratta dagli omonimi romanzi della Mayer, Twilight, debutta recitando proprio in Harry Potter. Nel 2005 infatti ha dato il volto a Cedric Diggory, uno dei magi della scuola di Hogwarts in Harry Potter e il Calice di Fuoco.

IL SEGUITO CINESE:

Nel 2002 venne pubblicato un sequel del libro in lingua cinese, intitolato Harry Potter and Leopard-Walk-Up-to-Dragon, pubblicato nella Repubblica Popolare Cinese da un autore anonimo. All’interno del romanzo compaiono in realtà personaggi della Rowling e anche alcuni di Tolkien, autore del Signore degli Anelli. Gli avvocati dell’autrice però riuscirono a far pagare una penale per danni agli editori del libro.

OCCHI VERDI DI DANIEL:

L’attore Daniel Radcliffe, che nella saga era il protagonista Harry, ha dovuto indossare delle lentine verdi, come gli occhi del maghetto, e non blu come il vero colore dei suoi occhi. Quando l’attore era impossibilitato ad indossarle i suoi occhi sono stati digitalmente modificati col computer.

IL RUOLO DI HARRY:

Chris Columbus, regista dei primi due capitoli della saga, ha fortemente voluto Daniel Radcliffe come protagonista, dopo averlo visto in una produzione della BBC di David Copperfield. Per il ruolo però fu provinato anche l’attore William Moseley, oggi famoso per essere il principe Liam nella serie The Royals, e che a sua volta trovò la fama per un’altra saga letteraria fantasy approdata sul grande schermo, Le Cronache di Narnia.

SPIELBERG REGISTA MANCATO:

Dietro la macchina da presa avrebbe potuto esserci l’acclamato e pluripremiato regista Steven Spielberg, che stava negoziando. Alla fine però declinò per dedicarsi al film A.I. – Intelligenza Artificiale. Alla fine fu scelto Chris Columbus, noto per pellicole come Mamma ho perso l’aereo! e Mrs. Doubtfire.

HARRY ARCOBALENO:

In seguito alla pubblicazione dell’ultimo volume, J.K. Rowling fa una dichiarazione in merito al personaggio di Albus Silente, preside della scuola di Harry, il quale secondo l’autrice sarebbe omosessuale, e il motivo per cui non si accorge immediatamente della malvagità di uno dei nemici è perché ne sarebbe stato innamorato.

I COLORI DI HARRY:

In molti avranno notato che anche la tavolozza dei colori utilizzata dai vari registi cambia con l’avanzare dei film, passando dai colori brillanti e vivaci dei primi due a quelli via via sempre più cupi e freddi, fino ad arrivare alle tinte quasi dark degli ultimi due. La spiegazione è data dal fatto che i colori ricreano gli stati d’animi e le sensazioni dei protagonisti seguendo l’andamento della storia dei volumi.

LA PIETRA FILOSOFALE:

E infine una curiosità che riguarda il primo film della serie. A causa della differenza tra il titolo inglese (Harry Potter and the Philosopher’s Stone) e quello americano dell’opera (Harry Potter and the Sorcerer’s Stone) gli attori hanno dovuto girare due volte le scene in cui veniva menzionata la pietra.

Uncategorized

Ipnotizzati dagli smartphone come automi: il cartoon di Moby che fa riflettere

Navigando su facebook ho visto un video in bianco e nero cui faceva da colonna sonora un brano del film Il favoloso mondo di Amélie del 2001, Comptine d’un autre été: L’après-midi. Affascinato da questo cortometraggio ho voluto saperne di più, ed ho scoperto che si tratta in realtà del videoclip di Are You Lost In The World Like Me?, dell’artista americano Moby featuring The Void Pacific Choir, primo estratto dall’album These Systems Are Failing.

Un progetto di denuncia, che in realtà non ha riscosso molto successo, arenandosi nella parte centrale di molte classifiche e passando quasi totalmente inosservato.

E dire che il video avrebbe dovuto invece attirare molta attenzione: disegnato come un cartoon in bianco e nero degli anni ’40, il videoclip vede una società letteralmente ipnotizzata dagli smartphone. Uomini e donne che camminano come automi con lo sguardo assorto da un display di poco più di cinque pollici.

Una fotografia (è proprio il caso di dirlo) dei vizi che (in)consciamente fanno ormai parte del nostro vivere quotidiano.Se nel Medioevo al poeta-vate Dante bastava un solo sguardo per interagire per le strade di Firenze con la sua Beatrice, oggi gli risulterebbe più difficile, poiché probabilmente entrambi avrebbero gli occhi bassi sul telefono per controllare notifiche e social.

È un quadro inglorioso quello che dipinge Moby in questo suo lavoro discografico. Samo perennemente proiettati in un altrove che non corrisponde mai al luogo in cui ci troviamo, preferiamo spesso la presenza virtuale a quella reale degli amici con cui possiamo interagire, mentre le nostre emozioni diventano sempre meno sentite e più sintetiche, attraverso lo sterile uso di emojii che non riescono nemmeno lontanamente ad esprimere agli stati d’animo che veramente proviamo.

Tavole sempre più silenziose e sguardi fissi sui nostri onnipresenti dispositivi mobili: conversazioni via chat, selfie per (di)mostrare di essere felici, mentre siamo spesso più impegnati a fotografare una cena piuttosto che a guastarla davvero.

«Ti sei perduto in questo mondo come me?» si chiede arrabbiato un Moby, che diventa un bambino innocente dall’aria smarrita in questo suo cortometraggio.

Siamo più interessati a catturare il momento che non a viverlo pienamente.

Io stesso, qualche settimana fa, giunto per la prima volta nel Teatro San Carlo di Napoli, ho immediatamente avuto l’istinto di alzare lo smartphone e fotografarlo. Non ci ero mai stato e anziché godere della ricchezza di quel luogo, volevo fare qualche scatto. E anche dopo averlo visto incantato per qualche minuto, non ho resistito all’irrefrenabile impulso di “prenderne” un pezzo, pregustando già il momento in cui l’avrei condiviso sui miei canali social.

Facebook, instagram, twitter. Nella clip non c’è uno specifico riferimento ai social-networks, eppure sono proprio questi, inutile prendersi in giro, che hanno cambiato la nostra forma mentis, e ci danno la sensazione che “se non ci sei (on-line, s’intende), non esisti”.

Vite grigie, vacanze da incubo, e persone comuni con un filtro e qualche ritocco possono trasformarsi in vite da copertina, panorami da sogno, bellezze da calendario.

Realtà e finzione spesso si sovrappongono, così come la superficialità con cui scegliamo i nostri partner, passando dal romantico corteggiamento in voga fino alla fine del secolo scorso ad una sorta di casting on-line dove facilmente si passa al candidato successivo, basandosi esclusivamente su di una mera selezione estetica.

In pochi minuti Moby riesce ad affrontare anche il tema del bullismo, mostrando come un momento di divertimento può trasformarsi il giorno seguente in un motivo di scherno caricato on-line, calunnia contemporanea, di rossiniana memoria, che vola come un venticello di smartphone in smartphone.Un senso di solitudine, di vuoto e sconforto sta inghiottendo la nostra società come un buco nero. Persino Cenerentola, in questo nuovo immaginario collettivo, ha appeso le scarpette di cristallo al chiodo e passale sue giornate probabilmente a giocare a Candy Crash, mentre i genitori in sala parto sono più intenti a trasmettere in diretta il momento della nascita che non a godere dell’irripetibile momento di prendere in braccio il proprio figlio e ascoltare il pianto di chi indifeso viene alla vita.

Ogni cosa diventa un pretesto per fotografare, registrare, condividere, eppure ciò che riesce a generare un interesse telematico, paradossalmente crea indifferenza nella vita vera.

CINEMA

Collateral Beauty, film emozionante che invita a riflettere sulla vita e sulla morte

Collateral Beauty è un film che emoziona. Tu pensi che Will Smith avesse bisogno di Gabriele Muccino per interpretare un buon film, e invece ci voleva David Frankel, già regista de Il Diavolo veste Prada, affinché l’ex Principe di Belair desse quella che forse ad oggi è la sua migliore prova d’attore.

Qui Smith è Howard Inlet, pubblicitario divorziato che non riesce a superare la morte della sua bambina, e manda letteralmente all’aria tutta la sua vita, non solo personale, ma anche quella professionale.

Will Smith, Kate Winslet, and Michael Peña in Collateral Beauty (2016)

A far da supporto a Smith un cast di primo livello. Sono ben tre i premi Oscar (tutti rigorosamente britannici) che recitano in questa pellicola, da Kate Wislet a Keira Knightley, passando per Helen Mirren.

È Natale, sono passati due anni dalla morte della figlia di Howard e i suoi colleghi e soci, preoccupati per l’andazzo dell’azienda, decidono di ingaggiare tre attori di una piccola compagnia teatrale affinché interpretino la Morte, l’Amore e il Tempo, tre elementi della vita dell’Uomo cui Howard, in un momento di grande rabbia e profonda disperazione, ha scritto delle lettere piene di disprezzo e rancore.

Collateral Beauty, letteralmente bellezza collaterale, è un film sulla Vita, sul suo più profondo significato, e ci spinge a ricercare quella bellezza collaterale in tutte le cose, anche quelle più dolorose e brutte.

Will Smith and Keira Knightley in Collateral Beauty (2016)

La pellicola sottolinea quanto tutto sia relativo, come i limiti temporali che noi stessi ci poniamo, incasellando il nostro cammino terreno, che qui diventa filosoficamente indefinito, in un razionale sistema mentale di ore, giorni, mesi, anni.

Durante il film recitazione e vita si confondono e si sovrappongono, al punto da non sapere più se i tre attori stiano interpretando un ruolo oppure se lo incarnino per davvero, lasciando la pellicola sospesa a metà tra il dramma e il fantasy per un risultato che incuriosisce, sorprende, fa riflettere.

Bellissimo il ruolo di Brigitte (la Mirren), attrice bohémien che trova nel ruolo della Morte il riscatto di un’intera esistenza, dimostrando che uno spettacolo, seppure per un solo spettatore e senza applausi, varrà sempre la pena di essere interpretato. L’attrice inglese, settantadue anni, è riuscita a dare anima e corpo ad una parte brillante e profonda, quasi oscurando le colleghe più giovani, dimostrando che la recitazione è anche, e a volte soprattutto, classe, la stessa che le aveva fatto conquistare la statuetta agli Academy nel 2007 per il ruolo della Regina Elisabetta II in The Queen.

Uscito nelle sale lo scorso gennaio, arriva adesso in home video. Collateral Beauty è una grande lezione a volgere lo sguardo verso quel grande disegno che spesso la frenesia della vita, i dolori, la routine quotidiana ci fanno dimenticare, e di quanto anche una tragedia possa essere un forte momento di crescita personale, e un invito a vivere con maggior pienezza e consapevolezza la nostra esistenza.

Il film ci ricorda che il tempo può improvvisamente trasformarsi in tiranno avido, calando il sipario su di uno spettacolo chiamato Vita che noi tutti siamo deputati a recitare come protagonisti assoluti.

ART NEWS, CINEMA

Arriva “Raffaello, il principe delle arti”. Il 3-4-5 aprile al cinema in 3D

Prosegue il matrimonio tra Sky e Nexo Digital. Dopo il successo degli Uffizi 3D e Musei Vaticani in 3D (contenuto d’arte più visto nella storia del cinema), arriva nelle sale cinematografiche Raffaello il Principe delle Arti. La pellicola arriva nelle sale il 3-4-5 aprile, ed è stata riconosciuta di interesse culturale dalla Direzione Generale Cinema del Mibact.

Dopo la collaborazione con i Musei Vaticani e Magnitudo Film arriva dunque questa quarta pellicola, ad un anno di distanza da San Pietro e le Basiliche Papali.

Prodotto da Sky 3D, Sky Cinema e Sky Arte, Raffaello – Il Principe delle Arti – in 3D è un ampliamento dei precedenti progetti cinematografici, che mette insieme nozioni di storia dell’arte, contestualizzazioni storiche, con l’intervento di esperti, e grandi riprese scenografiche a vantaggio della esasperata profondità d’immagine di questa tecnologia, che viene effettuata con l’ausilio della terza dimensione e dell’UHD, un’altissima definizione dell’immagine.

RaffaelloUn progetto, questo, che si ricollega anche ai precedenti con un percorso di storia dell’arte che va da Urbino a Firenze passando per Roma e in Vaticano, per un totale di 20 location e 70 opere capolavori, di cui oltre 30 di Raffaello.

Racconti esclusivi e punti di vista inediti con l’intervento di grandi critici d’arte come Antonio Paolucci, già presente nei progetti precedenti, ma anche Antonio Natali e Vincenzo Farinella.

Difficile provare a ricostruire la breve vita del maestro urbinate, si proverà a farlo attraverso dipinti dell’800 che testimoniano frammenti di vita di Raffaello.

A interpretare Sanzio nelle ricostruzioni storiche sarà l’attore Flavio Parenti (già visto in pellicole come To Rome with Love e Io sono l’Amore), mentre Angela Curri, vista di recente nella fiction rai La mafia uccide solo d’estate, incarnerà La Fornarina, donna amata dall’artista.

Ad affiancare i due attori ci saranno anche Enrico Lo Verso, nel ruolo di Giovanni Santi e Marco Cocci che dà il volto invece a Pietro Bembo.

Curatissimi i dettagli di quello che si preannuncia come un vero e proprio rifacimento, a metà tra documentario puro, spettacolo e fiction, con i costumi curati da due eccellenze del nostro paese, Francesco Frigeri e Maurizio Millenotti, che curano rispettivamente la scenografia e i costumi.

Un’ora e mezza di intrattenimento, prodotto da Magnitudo Film, che arriverà ad aprile nelle nostre sale per poi giungere in quelle di oltre sessanta paesi nel mondo su distribuzione di Nexo Digital.

ART NEWS, CINEMA

Piero Portaluppi: l’architetto simbolo di Milano raccontato in un film al cinema da marzo

La Fondazione Piero Portaluppi celebra il cinquantenario dalla morte del noto architetto milanese di cui porta il nome, con un documentario, L’Amatore, in uscita nelle sale italiane da marzo 2017. Presentato al Festival del Cinema di Locarno lo scorso agosto, il film è un’opera girata dallo stesso Portaluppi nel 1929, anno in cui l’architetto acquistò una cinepresa, filmando la realtà che lo circondava e da cui, probabilmente, traeva ispirazione per le sue architetture.

Lo scorso anno ho avuto l’opportunità di vedere ben due costruzioni di Portaluppi interamente disegnate da lui. Per chi ha avuto modo, come me, di visitare queste architetture, come la bellissima Casa Boschi-Di Stefano o la straordinaria Villa Necchi (di cui sono stato ospite), entrambe a Milano, si sarà probabilmente fatto l’idea di un uomo a tratti un po’ serioso, estremamente creativo, di talento, che propagava la passione per il suo lavoro attraverso infinitesimali dettagli che rendono uniche le sue creazioni, e ne hanno fatto delle vere e proprie icone del ventennio fascista durante il quale l’architetto milanese ha mosso i suoi passi.

Linee pulite, forme, colori, geometrie. Sono senza dubbio questi gli elementi che hanno caratterizzato l’inconfondibile mano di Portaluppi, che ha saputo coniugare la voglia di modernità della sua epoca con quel fascino classico senza tempo, sapendosi adattare con maestria alle diverse atmosfere degli ambienti che creava. Che fosse un appartamento nel cuore del capoluogo lombardo o una villa, Portaluppi sapeva distinguersi nella sua (im)percettibile maniera.

Piero Portaluppi con la sua cinepresa
Piero Portaluppi con la sua cinepresa

Portaluppi diviene in poco tempo l’architetto dell’alta borghesia. La sua vita può essere quasi suddivisa in due tempi: in un primo momento il successo, le donne, il talento, l’adrenalina degli anni ruggenti; all’improvviso però Piero sembra perdere tutto. Suo figlio muore nei mari di Algeri. La sua vena creativa inesorabilmente si spegne.

È lo stesso Portaluppi a raccontarci la sua storia, attraverso le riprese in 16mm montate con cui filmava la sua vita, rivenute dal nipote omonimo, Piero Portaluppi, all’interno di una cassapanca.

L’immagine che ne viene fuori è quella di un uomo brioso, ironico, di fascino, che amava la vita e sapeva godersela.

Ai filmati originali si alternano le riprese odierne delle sue architetture, che si trasformano in questo documentario in contenitori silenziosi di un’epoca, espressione di pietra di un paese che svela la propria identità mutevole attraverso le architetture e le sue costruzioni.

maria-mauti-lamatore-piero-portaluppi-internettuale
Maria Mauti, la regista

A dirigere la pellicola Maria Mauti, già collaboratrice del canale satellitare Sky Classica HD, autrice di produzioni legate alla musica contemporanea italiana, al teatro d’opera e alla danza, che debutta con quest’opera nel lungometraggio: «Quando più di dieci anni fa un pronipote di Piero Portaluppi scoprì le cento bobine dentro una cassapanca, fu dato a me il compito di visionare tutto questo materiale – racconta la regista – mi sono avvicinata non sapendo cosa avrei potuto incontrare, con il pudore che sentiamo quando ritroviamo i diari segreti di una persona e ci chiediamo se abbiamo il diritto di addentrarci nella sua vita. Nello stesso tempo siamo sedotti dall’opportunità di guardare nell’intimità di qualcuno».

Una vera e propria indagine su di un percorso artistico e personale, in cui emerge la vera persona e personalità del celebre architetto: «Portaluppi è un personaggio potente e scomodo, pieno di luci e ombre. Di lui ci interessa mostrare il lato personale, “guardare dentro l’uomo”, rispettandone il mistero. E poi Portaluppi porta con sé l’eccellenza e la fragilità di una classe sociale che raramente è oggetto di racconto, l’alta borghesia. È l’emblema di una città, Milano, che qui si mostra fuori dagli schemi che tutti conoscono».

CINEMA

La Cena (delle occasioni perdute) di Natale di Luca Bianchini

Dopo il successo di Io che Amo solo Te, film tratto dall’omonimo romanzo di Luca Bianchini, arriva al cinema La Cena di Natale, appendice natalizia più che seguito vero e proprio, tratto anch’esso da un racconto dello scrittore pugliese che qui firma anche la sceneggiatura.

Riconfermato il cast che da Riccardo Scamarcio a Laura Chiatti passando per Maria Pia Calzone e Michele Placido si ricalano nel ruolo di Damiano, Chiara, Ninella e Don Mimì nella ridente cittadina di Polignano a Mare.

Surreale la trama: Matilde (interpretata ancora da Antonella Attili) riceve in dono un costosissimo smeraldo dal marito (Placido) e per festeggiare decide di organizzare una cena della Vigilia con tutta la famiglia, inclusa la storica rivale in amore nonché sua consuocera, Ninella (Maria Pia Calzone). Ad animare i preparativi per l’evento le tresche di Damiano (Scamarcio) cui sta stretta la vita coniugale con Chiara (la Chiatti) incinta di otto mesi.

Dietro la macchina da presa il regista della prima pellicola, Marco Ponti, che questa volta sembra dirigere una commedia un po’ stanca, la cui narrazione è intervallata soltanto da pochi momenti davvero esilaranti. Sì, perché il film non sa bene dove andare a incanalarsi, se nel dramma vero e proprio o nella commedia all’italiana tradizionale, trasformandosi in un ibrido dramedy in cui dramma e commedia non sono bene amalgamati.

la-cena-di-natale-film-2016-luca-bianchini-cast-internettualePoco più di un cameo quello di Veronica Pivetti, la cui effervescente zia Pina, oriunda pugliese naturalizzata milanese, è stato il vero personaggio rivelazione di una pellicola cui manca qualcosa, e anche dopo la parola “fine” si continua ad avere la sensazione di un film a cui il montaggio finale ha tagliato qualche parte importante.

Colonna sonora di questa seconda avventura cinematografica è questa volta Emma Marrone, che presta la sua Quando le canzoni finiranno tratta dal suo ultimo album, Adesso, e se nel primo film c’era un cameo della stessa Alessandra Amoroso che cantava il classico di Sergio Endrigo, Io che amo solo te, qui non poteva mancare la voce originale dello stesso cantautore che accompagna il breve scambio di sguardi di due amanti.

Bianchini ha un po’ snaturato i suoi personaggi esasperandone paranoie e vezzi, e ne ha fatto quasi personaggi caricaturali che non hanno un reale feeling con lo spettatore che assiste ad una tragicomica cena di Natale, che sa più di cena di un’occasione perduta.

La Cena di Natale, Luca Bianchini, cast, riccardo scamarcio, laura chiatti, michele placido, Maria Pia Calzone, Veronica Pivetti, attori, libro, film, cinema, 2016, uscita, recensione, vevo, video, trailer, youtube

MUSICA

Lady Gaga spiazza tutti: “Joanne”, così diverso da ciò che pensi

lady-gaga-joanne-cover-2016-album-internettuale
Lady Gaga, Joanne cover (2016)

Dimenticate il pop di Pokerface, i fasti di Bad Romance o il kitsch di Applause. Lady Gaga è tornata con Joanne, e il suo quarto album da studio è totale rottura con il passato. Ad un primo ascolto delle undici tracce della standard edition infatti Lady Gaga è più rock e meno pop.

Miss Germanotta ha sostituito parrucconi e occhialoni con jeans strappati e codino, e torna questa volta con un sound più ruvido, grezzo, a tratti country. Un sound asciutto, con meno orpelli, una naturale evoluzione che i suoi fan avevano appena percepito con il singolo Yoü and I, tratto da Born this way nel 2011.

Lo dimostra il brano Million reasons, ballad acustica con cui Gaga ha provato a correggere il tiro del poco fortunato Perfect Illusion, lead single dell’album, pubblicato lo scorso settembre, che ha il triste primato per la cantante di essere il primo brano ad aver mancato la top ten.

Ma sono tanti invece i brani che muovono i passi dal primo singolo, che mostrano l’anima più aggressiva dell’artista. A cominciare da Diamond Heart, che apre la tracklist.

Strizza l’occhio al country la titletrack, Joanne, una delle tracce più personali, che conferma quanto questo disco, a differenza dei precedenti, sia un lavoro più intimo, autobiografico, in cui Gaga parla di se stessa, della sua famiglia, dei suoi sentimenti.

Tra i pezzi più radiofonici c’è Dancin’ in circles, che strizza un po’ l’occhio all’ultima Sia, con un ritmo dal retrogusto orientaleggiante, ed è forse uno dei brani migliori del disco.

Ma il meglio di sé Germanotta lo dà nelle tracce che chiudono questo lavoro, come Sinner’s Prayer e Come to Mama, più orecchiabili dei brani in apertura.

Ricorda le ballad anni ’80 Hey Girl. A chiudere questo lavoro atipico, l’intensa Angel Down.

Il disco mette momentaneamente da parte lustrini e provocazioni, e mostra un’artista matura che, a otto anni dal suo debutto, ha voglia di sperimentare con immutato entusiasmo. Forse, a differenza dei suoi lavori precedenti è meno radiofonico, e non avrà molta eco nei club e nelle classifiche, ma Lady Gaga ha comunque voglia di dimostrare che oltre le provocazioni c’è molto di più.