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Ritrovata la testa dell’Afrodite di Doidalsas nel Parco di Ostia Antica

Come molti, ho trascorso il sabato sera a guardare Ulisse. Contrariamente a quanto il mio profilo instagram possa suggerire, il mio weekend l’ho trascorso in compagnia di Alberto Angela, che ha realizzato una bellissima puntata (prima di due) su Roma e sul sottosuolo romano. Nell’episodio, che vi linko qui nel caso ve lo foste perso, si faceva riferimento a quante sorprese può ancora riservare il sottosuolo.

A giudicare dalla scoperta di qualche giorno fa c’è da dire che è proprio vero.

Venerdì scorso è stata rinvenuta infatti una testa di Afrodite sepolta dal terreno all’interno del Parco Archeologico di Ostia Antica.

Immediatamente, data l’acconciatura dei capelli, si è pensato a Afrodite di Doidalsas o comunque ad una musa. A ipotizzarlo sono state le archeologhe Mariarosaria Barbera, direttrice del Parco, e Cinzia Morelli, senza escludere nessun’altra possibilità.

Se l’ipotesi fosse confermata, si tratterebbe dell’opera dello scultore del III secolo a.C., che avrebbe ritratto la dea al bagno, con capelli raccolti sulla sommità del capo e uno chignon appoggiato sulla nuca.

Potrebbe naturalmente trattarsi di una replica di età romana del celebre modello greco cui si è ispirato l’artista.

Il fortuito ritrovamento è avvenuto a seguito di ordinari lavori di manutenzione nei terreni di riporto di epoca post-classica.

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Le sculture di Mitoraj a Pompei, a due passi tra la vita antica e quella moderna

IMG_0367Si ha la sensazione di trovarsi in un quadro di De Chirico, passeggiando in queste settimane tra le rovine di Pompei. Angeli, torsi virili, teste giganti dal sapore classico. Non sono nuovi ritrovamenti dell’antica cittadina romana, ma le imponenti sculture di Igor Mitoraj.

Le opere dello scultore polacco, scomparso nel 2014, sono infatti parte integrante del tradizionale percorso di visita degli Scavi Archeologici di Pompei fino al prossimo gennaio 2017, dove dialogano perfettamente tra domus e antiche costruzioni, segnando un sottilissimo confine tra l’antico e il contemporaneo.

Mitoraj infatti è stato attivo dalla fine degli anni ’60. Le sue opere ritraggono principalmente angeli, busti maschili, rifacendosi alle sculture dell’arte greca classica. La novità post-moderna delle sue opere sta nell’enfatizzare i danni subiti nei secoli dalle sculture classiche, che riproduce tramite la realizzazione di arti e membra mancanti. Le sue opere infatti restituiscono una bellezza senza tempo come la Nike di Samotracia, la Venere di Milo, l’Hermes con Dioniso di Prassitele.

Mitoraj Pompei 2016 - internettualeLe sue colossali sculture sono perfettamente incastonate nei complessi termali del Foro, cuore della città, dove si trovano i più maestosi esempi dei complessi termali della città.

Mitoraj esalta il corpo, ispirato da Fidia, dalle decorazioni frontonali del Partenone di Atene del V secolo a.C. I suoi corpi presentano volumetrie piene, perfette simmetrie dei corpi che mollemente si adagiano sul suolo pompeiano. Come la colossale statua dell’Icaro caduto, che si presenta allo spettatore nella sua imponente decadenza.

Durante la sua ricerca artistica il polacco osa, cambia, si trasforma insieme alla sua arte che lo anima, lavorando indistintamente la terracotta, il bronzo, il marmo.

IMG_0371Dopo le esposizioni di Agrigento, Tivoli, Firenze, Roma le opere dell’artista polacco giungono in un altro suggestivo sito che le mette in relazione col mondo antico. Quello di Pompei è infatti un sogno dello stesso scultore, che trova postuma realizzazione grazie alla collaborazione con Atelier Mitoraj di Pietrasanta, la Galleria d’arte Contini insieme alla promozione della Fondazione Terzo Pilastro. Il maestro aveva già immaginato dove collocare le sue opere quando era ancora in vita. È grazie all’interpretazione di queste sue ultime volontà che Luca Pizzi dell’Atelier Mitoraj ha distribuito le trenta grandi sculture negli spazi archeologici dell’antica Pompei, collocando le più significative tra il Foro della Basilica, il Quadriportico dei Teatri e Via dell’Abbondanza, poco distanti dall’ingresso di Porta Marina.

Mitoraj ritrae la compiuta incompiutezza dell’uomo, dimostrandoci che la bellezza, talvolta, si trova nell’imperfezione.

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INTERNATTUALE

Sii (im)perfetta come Venere

Le riviste patinate degli anni ’90 ci hanno abituato a top model perfette dalle gambe chilometriche: Claudia, Cindy, Eva sono diventate, nell’immaginario collettivo, simbolo della perfezione femminile, portabandiera di quelle forme prorompenti e visi delicati. Con la diffusione dei software di fotoritocco, Photoshop in primis, ci siamo avvicinati sempre più ad una bellezza ideale quanto irreale, mentre i primi anni del 2000, con Miss Italia, vedono l’affermarsi di una figura longilinea e filiforme, con reginette di bellezza così magre da far scalpore.

“Bella come una Venere” è questo il termine di paragone che le donne da millenni idealmente inseguono, facendo la fortuna di case cosmetiche, nutrizionisti e chirurghi plastici. Tutte vogliono avvicinarsi a quella dea di amore e bellezza per antonomasia, venerata (è proprio il caso di dirlo) dagli antichi greci con il nome di Afrodite, consacrata dai romani e celebrata anche da scultori e pittori di tutto il mondo.

E dire però che Venere non era così perfetta come tradizione popolare suggerisce da millenni. Le prime veneri scolpite nella storia dell’arte erano statuine di piccole dimensioni, plasmate dall’uomo per celebrare la Grande madre, ipotetica divinità femminile primordiale, le cui forme, come dimostra la celebre Venere di Willendorf del XXII millennio a.C., erano più che generose: ventre grosso, gambe grassocce, così come i seni e la vulva rigonfi. Che sia una idealizzazione o un ritratto, non è dato saperlo, quel che è certo è che quelle forme, che dovevano propiziare la fertilità, rappresentavano un ideale di bellezza sconosciuto a noi contemporanei.

Aveva le cosce grosse e braccia tarchiate anche la Venere nascente di un affresco di Pompei, mentre risale invece a Prassitele la figura di Afrodite cnidia e l’omonima scultura di marmo del 360 a.C., che ritrae la dea nel rituale del bagno. Vita ampia, fianchi larghi, gambe morbide e burrose, seno piccolo. È straordinariamente imperfetta la figura dello scultore greco, la cui copia romana è custodita nei Musei Vaticani, e dire che quel nudo molle, non erotico, ma non per questo meno attraente, continua silenziosamente ad affascinarci. E deve aver affascinato anche il maestro del Rinascimento italiano, Sandro Botticelli, che la ritrasse nel 1485 nella celeberrima Nascita di Venere in quella stessa posa morbida, pudica, intenta a coprirsi appena con i suoi capelli biondi, lunghissimi, tra i quali soffia Zefiro, dio del vento, mentre abbraccia una donna in un atto d’amore, simbolo stesso della dea nascente. Delicata, fianchi larghi, seno piccolo, piuttosto tozza rispetto alle filiformi modelle odierne da copertina.

Emerge dalle acque anche la Venere Anadiomene di Tiziano, risalente al 1520 (oggi alla National Gallery of Scotland di Edimburgo), la quale, incurante della sua figura appesantita, se ne sta nuda, languida e fiera nel mare da cui è nata, strizzandosi con le mani i lunghi capelli.

Lontani dagli artifizi della fotografia digitale, con le loro opere immortali, i grandi maestri d’arte ci insegnano a cogliere nella straordinarietà dell’imperfezione la vera bellezza.