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Storia e fede nelle Catacombe di San Gennaro a Napoli

Una visita alle Catacombe di San Gennaro a Napoli è un’esperienza spirituale per un napoletano. Se fatta in notturna poi, con tanto di aperitivo, può diventare un conviviale evento mondano da condividere con gli amici. È quello che è successo venerdì 3 marzo, durante una delle tante visite serali organizzata dalla Cooperativa La Paranza, che si occupa del sito archeologico dal 2010.

È caldo e accogliente l’ambiente del ticket office, a metà tra un lounge bar, con sedute e divani vintage, e un moderno bazar, dove sono esposti gadget e libri sulla città di Napoli e i suoi sotterranei.

L’aperitivo dura poco, per noi forse arrivati un po’ troppo all’ultimo minuto, che in silenzio ascoltiamo il consiglio del personale di mangiare in fretta prima che cominci la visita del primo turno. Mangiamo e beviamo in piedi, appoggiandoci ad una delle botti-tavolino. Siamo attoniti e impazienti di scoprire il sotto.

Birra alla spina, artigianale diceva l’evento sui social, e fritto di terra. Pretesti culinari per ingannare l’attesa facendo quattro chiacchiere, distendendo magari le tensioni di una giornata di lavoro.

La visita ha inizio dopo un po’. È una tiepida serata di marzo, il cielo è terso e, a dispetto delle luci della città che rischiarano la collina di Capodimonte, s’intravedono anche le stelle incamminandosi verso l’ingresso dell’antico cimitero paleocristiano.

Ci addentriamo all’interno, dove i gradini di pietra sono sostituiti a mano a mano da una scala di vetro, e improvvisamente siamo catapultati nel II secolo. E quasi sembra di respirare la sacralità della terra di Napoli, avvolti dal profumo del tufo giallo, scavato nella collina per dar vita a questi luoghi.

A differenza delle anguste catacombe di Roma, quelle di San Gennaro sono ampie e ariose, illuminate dalla luce del giorno quanto suggestive al chiaro di luna.

I loro ambienti non ci raccontano soltanto di un’epoca, ma ci parlano al contempo di una inedita storia del santo patrono della città, San Gennaro, appunto, che va oltre il miracolo che ogni 19 settembre si rinnova all’interno del Duomo.

catacombe-di-san-gennaro-napoli-internettualeÈ così che, grazie ad Anna, la nostra guida per la serata, impariamo che dopo la costruzione, sulla tomba di Agrippino, di quella che è una vera e propria basilica cimiteriale, Giovanni I, primo vescovo di Napoli, fa trasportare le spoglie di San Gennaro, che vengono collocate nella parte inferiore della cripta. Scopriamo che, oltre a quello noto del 19 settembre, il santo compie il miracolo di sciogliere il sangue nelle ampolle del Duomo anche il sabato che precede la prima domenica di maggio (e negli otto giorni successivi) e il 16 dicembre.

Secondo la leggenda San Gennaro, durante le persecuzioni a Nola incontra il perfido giudice Timoteo, il quale prima ordina che sia gettato in una fornace, dalla quale il Santo esce illeso così come le sue vesti, ragion per cui diverrà patrono di Napoli per l’ideale capacità di opporsi alla forza lavica del Vesuvio, poi successivamente viene portato nell’anfiteatro di Pozzuoli, affinché sia sbranato dalle fiere, le quali però una volta dentro si inchinano in gesto di reverenza.

Sono bellissimi gli affreschi che decorano le volte delle, dove si può ammirare un unicum come la raffigurazione delle tre virtù teologali che costruiscono un palazzo con pietre dopo averle bagnate in acqua: le pietre rappresentano i cristiani che, una volta battezzati, fanno parte del muro della cristianità.

Oggi le catacombe non contengono più le reliquie di San Gennaro, eppure questi luoghi trasudano della sua presenza, nelle tombe più costose di chi voleva essere sepolto accanto al santo per avvertire, nell’aldilà, una vicinanza non più corporea, ma di anime. È quello che devono aver pensato anche i vescovi, che hanno voluto i loro raffinatissimi arcosolia proprio sulla tomba di San Gennaro.

Il racconto delle Catacombe di Napoli è quello della Napoli stessa: credo e potere, avidità e fede. Una storia millenaria che si perpetua ancora attraverso i suggestivi racconti delle guide, che ci fanno scoprire le nostre radici con un aperitivo alla mano.

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“Il Nilo a Pompei”, arriva negli scavi la seconda tappa della mostra iniziata a Torino

Partita dalle bellissime sale del Museo Egizio di Torino qualche mese fa (dove resta fino al prossimo 4 settembre), la seconda parte della mostra Il Nilo a Pompei avrà invece luogo all’interno della città all’ombra del Vesuvio, sepolta dall’eruzione del 79 d.C.

Una mostra straordinariamente moderna, ma soprattutto, come nuova tecnologia esige, interattiva. Oltre agli eccezionali prestiti, per scoprire quanto l’Egitto fosse arrivato pure alle pendici del vulcano campano, anche tanti video e installazioni, che con suggestivi effetti di luce e “aiuti” multimediali, porta i visitatori alla scoperta di un inedito itinerario egizio all’interno allestito all’interno dell’Anfiteatro e della Palestra Grande degli Scavi Archeologici, ma che li porta anche per le strade lastricate di Pompei alla volta di edifici di culto come il Santuario di Iside o la Casa dei Pigmei.

Così come le riproduzioni a guardia dell’edificio torinese, diventate simbolo del museo in tutto il mondo, i visitatori ritroveranno Sekhmet, dea egizia dal sinuoso corpo di donna e testa felina, affascinante quanto misteriosa e inquietante.

Un micro-cosmo all’interno degli Scavi, che si amalgama al contempo con l’antica città stessa. Faraoni e culti, regine e divinità. Sono tanti i reperti giunti fino a Pompei per quella che si preannuncia come una delle esposizioni più importanti del 2016.

I visitatori potranno ammirare manufatti e gioielli dedicati ai culti di Iside e Osiride, passando per arredi e affreschi delle più belle domus pompeiane, dove era permeata la moda della cultura egizia, e il fascino esotico di quelle terre lontane.

Inaugurata oggi, la mostra resterà fino al prossimo 2 novembre, quando cederà il passo alla terza e ultima parte di questo mini-tour culturale alla volta dell’Egitto nelle sale del Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

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Oplonti inedita: in mostra a Torre Annunziata il tesoro mai visto della città romana

È una Oplonti inedita quella che si mostra ai visitatori nell’omonima esposizione Gli Ori di Oplonti, da ieri a Torre Annunziata (Napoli). Ori sì, ma anche statue e ampolle. Un materiale così vasto che già fa pensare ad una musealizzazione permanente dei reperti rinvenuti in parte nella Villa di Poppea nella terza cittadina, dopo Pompei e Ercolano, distrutta dall’eruzione del Vesuvio, e (quasi) mai esposti al pubblico. Inspiegabilmente rimasti nei depositi, oggi la statua dell’Efebo, le due Centaure, il piccolo Puttino con l’Oca e la Venere vengono finalmente restituiti al pubblico. Sono oltre 40 i pezzi quasi inediti esposti oggi nelle Sale di Palazzo Criscuolo, che, con il loro inestimabile valore e il progetto di esporli stabilmente, provano a rilanciare una terra troppo spesso devastata da degrado e criminalità, trovando posto in un edificio borbonico, l’ex Real Fabbrica d’Armi, oggi quasi vuoto.

Lungo il percorso di visita le sculture che ornavano la Villa attribuita a Poppea Sabina, seconda moglie di Nerone. Il lussuoso complesso, distrutto anch’esso nell’eruzione del 79 d.C., affacciava sul mare, e con i suoi affreschi e mosaici rappresentava una maestosa dimora principesca, con le sculture che ne arricchivano i già lussureggianti giardini.

Vetri e gioielli, custoditi fino ad oggi nei depositi del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, provengono invece da un’altra residenza romana, la Villa di Crasso, nella zona di Torre Annunziata, mastodontico complesso architettonico con grandiose colonne, riportato alla luce solo nel 1974 e mai aperto al pubblico.

Tra le oltre 50 persone che hanno tentato di sfuggire alla furia del vulcano, in quella che era una vera e propria azienda agricola, molti indossavano gioielli o stringevano tra le mani sacchetti con preziosi da portare in salvo con sé.

Nel 1984 fu riportata alla luce una cassa, con all’interno monete in oro e argento, stipata in un altro lato della casa, appartenente, forse, a ricchi proprietari che ivi custodivano i preziosi di famiglia.

Un’occasione unica ed irripetibile per scoprire una Oplonti, ed una Torre Annunziata, inedita, che fa parlare di sé non soltanto per le sciagure, ma anche per un tesoro senza tempo che, come promesso dalla Soprintendenza, attende ora una più degna collocazione.

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Pompei all’ombra del Vesuvio: una mostra gratuita per riscoprire i luoghi e la vita quotidiana

C’è un po’ di Pompei in Canada. Per la prima volta, infatti, è stata allestita una mostra sull’antica cittadina romana, sepolta dal Vesuvio nel 79 d.C. Pompeii in the shadow of the volcano, Pompei all’ombra del vulcano, questo il titolo dell’evento che dallo scorso giugno ha già totalizzato 200.000 visitatori.

Sono oltre duecento i reperti archeologici esposti per la prima volta sul suolo canadese, tra statue, mosaici, dipinti, marmi, bronzi, ceramiche, gioielli, monete, per un percorso espositivo che intende indagare e mostrare la città romana a trecentosessanta gradi. Mostrandone l’arte, la vita quotidiana, la morte. Sì, perché in questa grandiosa esposizione non mancano i calchi delle vittime dell’eruzione che, all’eccezionalità di aver fotografato l’istante in cui il Vesuvio ha sfogato la sua collera sui pompeiani, si avvalgono per questa occasione delle più avanzate tecnologie. Non si tratta infatti dei calchi originali, ma di ricostruzioni tridimensionali ottenute con la tecnica della stampa 3-D.

Ma Pompei è protagonista di un altro importante evento, questa volta nel centro culturale Villa Regina, adiacente all’Antiquarium di Boscoreale, che dal 27 novembre al prossimo 25 gennaio, ospiterà una mostra omologa a quella canadese, Pompei e Ercolano vita all’ombra del Vesuvio, ma, questa volta, squisitamente virtuale: 450 metri quadri di percorso espositivo in cui, grazie a venti videoinstallazioni interattive, sono stati ricostruiti i luoghi della vita quotidiana degli abitanti della Costa del Vesuvio. Particolare attenzione ai luoghi simbolo delle città vesuviane, alle domus fino alla terribile eruzione che le rase al suolo.

Un’occasione per riscoprire il fasto e il decadimento di uno dei siti archeologici più suggestivi al mondo, resa ancor più eccezionale dall’ingresso gratuito.