CINEMA

L’ultimo ritratto di Oscar Wilde, il film che Rupert Everett ha girato a Napoli

Qualche giorno fa vi avevo parlato di tutte le produzioni che hanno interessato e interessano Napoli in queste settimane: spot pubblicitari, fiction, film. Tutti sembrano volere un pezzetto di questa città e della sua magica atmosfera.

Ultimo, solo in ordine cronologico, Rupert Everett, che esordisce alla regia con The Happy Prince – L’ultimo ritratto di Oscar Wilde, pellicola già presentata alla Berlinale, e che arriva finalmente domani, 12 aprile, al cinema.

L’attore di Sai che c’è di nuovo?, che tanto ha risentito dell’influenza dello scrittore inglese nella sua cinematografia, basti ricordare i bellissimi Un marito ideale e L’importanza di chiamarsi Ernest.

Con questo film l’attore oggi vuole proporre quasi un ritratto inedito del noto scrittore inglese, che ha fatto della libertà personale, al pari delle sue stesse opere letterarie, un vero e proprio manifesto.

Dichiaratamente omosessuale, Wilde è stato un personaggio sopra le righe per la società britannica del XIX secolo. Anche Napoli non sarà estranea alla sua prorompente personalità, al punto che, al suo arrivo nella città di Partenope (dove in parte Everett ha girato il suo film) la stessa Matilde Serao ne scriverà sul quotidiano Il Mattino.

Questo film vuole raccontare il periodo più cupo della vita dell’autore di Dorian Gray, compresa la sua prigionia per la sua omosessualità con l’accusa di gross public indecency.

Sono gli anni del De profundis, quelli in cui Wilde seguirà il suo amante, Alfred Douglas a Napoli, soggiornando con lui a Villa Del Giudice a Posillipo.

Come Wilde, anche Rupert Everett ha da tempo fatto il proprio coming out. Lui, che del film oltre che regista è anche interprete, incarna perfettamente lo spirito del noto aforista e giornalista inglese, e quella personalità eccentrica che lo ha reso famoso in tutto il mondo. La sua sembra quasi una catarsi, professionale e personale, attraverso la quale tenta probabilmente di riscattarsi artisticamente e assurgere a quel posto nell’Olimpo dorato che Hollywood finora non gli ha propriamente riconosciuto.

In un’epoca in cui ancora si combatte per il riconoscimento della parità dei diritti civili, o ancora si tenta di negarli, The Happy Prince, Il Principe Felice, è un film di grande spessore per la comunity LGBT, che mostra la difficoltà di essere se stessi.

Insieme a Everett un cast di attori straordinario: dal Premio Oscar Colin Firth, nel ruolo di Reggie Turner, a Emily Watson che interpreta Constance Wilde. A interpretare l’amante dello scrittore de Il fantasma di Canterville Alfred Bosie Douglas, l’attore britannico Colin Morgan, famoso in Italia per la serie televisiva Merlin.

La pellicola è distribuita in Italia da Vision Distribution. Girato in Baviera, in Francia, in Belgio e a Napoli, il film promette anche location suggestive e panorami mozzafiato a strapiombo sul mare, che aggiunti allo straordinario cast di attori, rappresenta senza dubbio un valore aggiunto e un motivo in più per riscoprire una storia e un autore straordinariamente contemporaneo.

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CINEMA

Le prime immagini di LORO, il nuovo film del premio Oscar napoletano Paolo Sorrentino

I parti in piscina, i trofei sportivi in bella vista, Roma. Sulla falsariga de La grande bellezza, è stato diffuso qualche ora fa il primo teaser trailer di LORO, nuovo attesissimo film del premio Oscar Paolo Sorrentino, che ritorna in coppia con Toni Servillo per dare vita ad una biografia, assolutamente non autorizzata, di Silvio Berlusconi.

Una Veronica Lario triste e c’è persino il cane, Dudù, assurto agli onori delle cronache per aver giocato, a Palazzo Grazioli, con Vladimir Putin.

Insomma promette bene il nuovo film del regista napoletano, che racconta il suo Silvio Berlusconi.

Toni Servillo nel film LORO di Paolo Sorrentino

Il film è stato girato tra il Lazio, la Toscana e la Sardegna, vanta un cast ricchissimo che, oltre al protagonista di La Grande Bellezza, vede recitare anche Riccardo Scamarcio nel ruolo di Gianpaolo Tarantini, l’imprenditore barese che portava da Patrizia D’Addario ad altre ragazze, Elena Sofia Ricci nel ruolo di una Lario particolarmente triste, alla cantante Chiara Iezzi, ex del duo Paola & Chiara, che prosegue il suo percorso attoriale e qui interpreta una speaker.

Ma vedremo anche Ricky Memphis, che interpreta l’imprenditore Stefano Ricucci, ma dovrebbe vedere anche la partecipazione di Fabrizio Bentivoglio e dell’ex letterina Alessia Fabiani.

Prodotto da Indigo FilmPathé e France 2 Cinéma, sarà distribuito da Universal Pictures, ma poco o nulla ci dice il teaser, che non svela nemmeno quando potremo andare a vederlo nelle sale.

CINEMA

La Forma dell’Acqua, l’amore (im)possibile della favola gotica di Guillermo Del Toro

È un omaggio a La Bella e la BestiaLa Forma dell’Acqua, l’ultimo film di Guillermo Del Toro che è riuscito a conquistare ben 13 nomination agli Oscar. E non si può non pensare anche a Tim Burton o alle atmosfere del regista francese Jean-Pierre Jeunet e del suo favoloso mondo di Amélie Poulain, sospeso tra una realtà dal fascino vintage e un sogno a tratti confuso.

È così che conosciamo Elisa Esposito (sì, avete letto bene, Esposito), interpretata da Sally Hawkins, giovane inserviente delle pulizie in un centro di ricerca di Baltimora, protagonista muta di questa favola gotica.

Octavia Spencer, e Sally Hawkins in La forma dell’acqua (2017)

Accanto a lei Octavia Spencer, attrice premio Oscar per The Help, amica protettiva che con la protagonista condivide il lavoro e i sogni.

A far da sfondo a questa vicenda la Guerra Fredda, gli anni in cui Stati Uniti e Russia si combattevano a suon di scoperte scientifiche e spionaggio industriale.

Ad irrompere la routine di Elisa, che ogni mattina con gioia e spensieratezza si appresta ad andare al lavoro, tra canzoni anni ’50 e vecchi spettacoli televisivi, arriva una strana creatura dalla forma umana, portata nei laboratori in gran segreto da un gruppo di scienziati che vogliono studiarla al fine di poterla inviare sullo spazio proprio come i russi hanno mandato Laika, la cagnolina che fu mandata in orbita in via sperimentale nel novembre del 1957.

Elisa e questa strana creatura anfibia cominciano silenziosamente ad interagire, accomunati dal non uso della parola, dimostrando al pubblico che l’amore non solo può trascendere l’aspetto, ma anche il linguaggio stesso e il modo di comunicare. Lo sguardo, i gesti che a poco a poco si fanno sensazioni, che giorno dopo giorno si trasformano in sentimento vero e proprio.

E così mentre il freddo raziocinio degli studiosi impone un approccio distaccato, scientifico, vedendo in questa creatura soltanto una cavia da vivisezionare, ferendola più volte con un pungolatore elettrico, come un animale da circo da domare, Elisa con semplicità e tenerezza riuscirà a stabilire un rapporto che ha dell’umano, lasciando crescere un amore che forse ha addirittura del divino.

Due solitudini che si incontrano, due anime che si tengono per mano nella loro diversità, e trovano un modo di parlare, condividere interessi, ascoltarsi, sentirsi.

Richard Jenkins e Sally Hawkins in La forma dell’acqua (2017)

Impossibile non segnalare la prorompente presenza di Richard Jenkins, che ci regala l’interpretazione di Giles, inquilino gay e confidente di Elisa, che offre al pubblico un’intensa riflessione sulla vita, sul tempo, e su quell’amore che spesso per paura si nega a se stessi.

Leone d’Oro alla 74esima Mostra del Cinema di Venezia, La Forma dell’Acqua si contende, tra l’altro, l’ambita statuetta di miglior film, con una sceneggiatura che omaggia le pellicole degli anni ’60 e persino i musical degli anni ’40 con Ginger Rogers e Fred Astaire.

Straordinario l’uomo-anfibio, interpretato dal mimo Doug Jones, attore prediletto dal regista messicano, con il quale aveva già lavorato in Hellboy e Il Labirinto del Fauno.

Ad accompagnare la pellicola la bellissima colonna sonora del premio Oscar Alexandre Desplat, che si rifà proprio ai musical e alle composizioni oniriche polistrumentali.

Un horror romantico, quello di Del Toro, che non manca di momenti un po’ splatter e colpi di scena, che scuotono l’animo dello spettatore fino all’epilogo finale di quello che senza dubbio uno dei migliori film della stagione.

MUSICA

Ciao Dolores, voce di un’epoca che se ne va con te

Oggi è morta Dolores O’Riordan, voce e anima dei Cranberries. Aveva solo 46 anni.

Ho scoperto Dolores O’Riordan negli anni 2000. All’ora cantava Just my imagination e la prima volta che la vidi fu in questo coloratissimo videoclip che andava in rotazione su MTV, che ai tempi aveva ancora il doppio logo di Rete A.

Nel video Dolores ascoltava musica in cuffia, mentre guardava un variopinto mondo fatto di farfalle e fiori.

Ai tempi ero poco più che un adolescente, ed ero inconsapevole del fatto che quella voce vibrante fosse la stessa che qualche anno prima mi aveva già accompagnato in tanti momenti della mia vita, d’estate al mare, quando ragazzino sul Lido Pagano 2 inserivo 500 lire nel Juke-Box per ascoltare Zombie, vecchia di un anno, ma già classico.

E non sapevo che sua era anche Animal Instinct, con quella forza vocale che ascoltavi quasi in modo catartico e liberatorio al bar della spiaggia, mentre giovanissimo immaginavi il mondo ai tuoi piedi quasi liberando quell’istinto animale che nemmeno sapevi bene cosa fosse. Era il 1999, l’anno di Entrapment e del millennium bug.

E poi ascolti Dreams, e ti ritorna in mente quel vago spot in TV di non-so-cosa.

Erano gli anni dell’incoscienza, quelli in cui la sua voce mi ha tenuto compagnia, gli anni delle prime scoperte, dei primi baci e delle prime consapevolezze. Gli anni di quando marinavi la scuola e passavi notti insonni per preparare compiti in classe e interrogazioni.

Gli anni de “il latino che palle!”, dei lenti alle feste a casa degli amici ballando Linger, o di quella canzone che hai riconosciuto nel tuo telefilm preferito.

Non c’era Shazam o YouTube all’ora, ma CD, musicassette e registrazioni dalla radio. Le cose dovevi conoscerle o sentirle.

E poi ricordi quella volta che “Analyse mi piace un sacco!” al telefono con il tuo migliore amico, perché non potevi condividerla su facebook, né farlo sapere agli altri se non parlandone durante l’intervallo in classe o all’uscita da scuola.

Erano gli anni di Total Request Live e di Select con Daniele Bossari.

Camaleontica, mai uguale eppure sempre fedele a se stessa e al suo stile.

Quelle classifiche sono oggi annali dei ricordi di un’epoca che la voce di Dolores, dei Cranberries il suo gruppo, ha contribuito a segnare con quella modulazione così riconoscibile quanto unica.

E poi c’è Stars, il singolo che “hai sentito forse si sciolgono”, l’ultimo firmato con la band. Era il 2002, i modem erano a 56k e prima di connettersi facevano un rumore strano tipo navicella-degli-alieni-sta-atterrando.

Poi c’è la pausa, quella durante la quale la vita continua il suo corso, ascoltando le sue canzoni, quelle dei The Cranberries, come reliquie sonore mentre aspetti che ritornino insieme, e intanto c’è il diploma, l’università, i primi lavori, e quell’adolescente che l’ascoltava inconsapevolmente sulla spiaggia è ormai un uomo che riascolta già i suoi pezzi con nostalgia.

Nel frattempo arriva il download di musica illegale, quello legale, sono gli anni di Napster e di iTunes. Gli anni dell’iPod e dei Blackberry.

Per tutti è diventata universalmente Dolores O’Riordan nel 2007, quando pubblica il suo primo album da solista, Are you listening?, e quella sua Ordinary Day che di ordinario non aveva nulla. Ma anche in quel momento lei non continuava ad essere non solo la voce, ma l’anima dei Cranberries, di un gruppo che faceva parte di noi e di lei e che ritroverà di nuovo qualche anno più tardi con l’album Roses, perché forse anche in un gruppo non c’è amore senza spine, anticipato dal singolo Tomorrow, domani, che profeticamente dice “Tomorrow could be too late”, domani potrebbe essere troppo tardi, e così che è andata via questa voce che resterà nei nostri cuori, all’improvviso. Troppo presto.

Ciao, Dolores. Mi mancherai.

ART NEWS

Notte d’Arte a Napoli. Ecco tutti gli eventi da non perdere

È un appuntamento che sa già di tradizione quello della Notte d’Arte a Napoli, che prosegue la consuetudine di visite notturne di monumenti e poli museali. Una notte bianca dell’arte insomma con visite gratuite o a prezzi ridotti.

Il centro storico del capoluogo partenopeo prende vita fino a notte inoltrata, aprendo le porte dei suoi gioielli architettonici ed artistici. Mostre, musei, palazzi storici e tanti altri attrattori animeranno le strade di Via Tribunali, di San Gregorio ArmenoSan Biagio dei Librai e Spaccanapoli.

Organizzato dalla II Municipalità in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura del Comune, l’evento è la giusta occasione per visitare luoghi della cultura della città con biglietti ridotti e, spesso, visite guidate che, complice l’incanto della notte, parleranno di racconti, favole e leggende. È questo il tema che accompagnerà la città di Napoli durante questo periodo di festività natalizie.

Tra gli appuntamenti da non perdere, vi suggerisco quello del Museo della Follia, la mostra curata da Vittorio Sgarbi (di cui vi ho ampiamente parlato qui), e che dalle ore 18.00 sarà visibile al costo di 7 € anziché il prezzo intero 12. Un’occasione particolarmente conveniente che vi porterà lungo un percorso della mente, della genialità e della follia umana che dal XIX secolo di Goya arriverà all’arte contemporanea di Cesare Inzerillo con un’opera simbolo di questa prestigiosa rassegna, passando, come promette il sottotitolo della mostra per Maradona, vera e propria divinità della fede calcistica nella città di Partenope e non solo.

Da segnalare anche la Cappella San Severo, con il suo bellissimo Cristo Velato, che consente l’accesso ad un costo di soli 3 €, per lasciarsi affascinare dalle leggende di Raimondo De Sangro, principe di Sansevero, e dalle straordinarie opere contenute all’interno di questo suggestivo monumento che è un vero e proprio scrigno massonico-esoterico.

Il Complesso di San Domenico Maggiore apre le porte al suo pubblico con lo spettacolo de Il Piccolo Regno Incantato (costo 5€) per farsi ammaliare da un percorso favolistico.

Durante la Notte d’Arte potrete ammirare anche il bellissimo, quanto famoso, maiolicato del Complesso di Santa Chiara, che applica il biglietto ridotto per tutti di soli 4,5 €. Un’esclusiva notturna, che porterà i visitatori attraverso i colori vivaci dell’iconico chiostro, le cui maioliche sono opera della bottega Massa.

Se invece amate addentrarvi nella leggenda che trascende i confini della storia, allora dovrete dirigervi a Santa Maria La Nova che, ad un costo di 3€, vi consentirà la visita a tutto il complesso, dove potrete ammirare quella che, si dice, sia la tomba del vero Conte Dracula.

Se a Chiese e luoghi di culto preferite invece dimore e palazzi storici, l’itinerario di quest’anno vede i portoni aperti anche di molti edifici noti nella città di Napoli, a cominciare dal Liceo Classico Vittorio Emanuele II, il cui emiciclo caratterizza la nota Piazza Dante, che dalle ore 20.30 fino alle 22.30 aprirà gli spazi della sua Biblioteca Storica e del Museo di Fisica e Storia Naturale; più dinamica la visita del Liceo Antonio Genovesi che alle ore 18.00 e alle ore 20.00 organizza performance e un concerto (“Ventinove e trenta“) degli stessi studenti.

Sempre dalle ore 18.00 fino a mezzanotte Palazzo Venezia (in Via Benedetto Croce) oltre al complesso e al giardino pensile che vi suggerisco caldamente di visitare, offre un percorso sull’artigianato locale.

E se invece preferite, tempo permettendo, l’atmosfera delle luminarie delle feste e degli artisti di strada, c’è La notte del Nilo, a cura di Mutua Studentesca, con spettacoli e performance che vanno da Largo Banchi Nuovi al Borgo degli Orefici, passando per Via Bellini e le Scale di San Giuseppe dei Nudi. Particolarmente suggestiva la visita guidata Tour delle Streghe a cura dell’Associazione Leucosia, con partenza dalle mura greche di Piazza Bellini (questo evento ha un costo di 5€ con prenotazione obbligatoria al numero 348 5507974).

Una Notte d’Arte particolarmente ricca quella del 2017, per vivere la magia dei racconti, delle favole e delle leggende che da sempre fanno parte della storia di Napoli.

ART NEWS, CINEMA

La vita e le opere di Caravaggio a febbraio al cinema in 8K

Siamo ormai abituati all’arte che arriva al cinema. Sono state tante, per fortuna, le opere che negli ultimi anni sono arrivate sul grande schermo: da Van Gogh a Raffaello, passando per i Musei Vaticani e le Basiliche Papali sono tante le pellicole che abbiamo ammirato, anche in 3D, facendoci virtualmente visitatori di musei, opere e artisti che altrimenti sarebbe stato impossibile vedere come non mai.

Alta definizione, immagini stereoscopiche e droni ci hanno restituito visioni inedite di luoghi e capolavori. Dopo il successo di Firenze e Gli Uffizi e Raffaello, il Principe delle Arti, dagli stessi creatori arriva adesso nelle sale Caravaggio – l’anima e il sangue.

Cappella Contarelli

Prodotta da Sky e da Magnitudo Film, la pellicola è dedicata ad uno degli artisti più controversi della storia dell’arte italiana, Michelangelo Merisi detto il Caravaggio.

Il film arriva a ridosso della chiusura della colossale mostra monografica sull’artista a Palazzo Reale a Milano, Dentro Caravaggio, il prossimo 19-20-21 febbraio su distribuzione Nexo Digital, giusto in tempo per mantenere ancora vivo l’interesse mediatico intorno all’oscura figura del pittore lombardo e cavalcare l’onda del successo di un’esposizione che ha già realizzato numeri da capogiro.

Ed è proprio ad uno dei nomi della mostra milanese, la curatrice Rossella Vodret, da cui il film attinge alcune consulenze d’arte e personali letture delle opere, avvalendosi dei più recenti studi fatti proprio in occasione dell’esposizione a Palazzo Reale.

Cena in Emmaus, durante le riprese

Ma la pellicola vede anche la partecipazione di uno dei massimi studiosi di Caravaggio, Claudio Strinati, che racconta la vita del Merisi in relazione alle sue opere. Troverà spazio anche l’intervento della Professoressa Mina Gregori, Presidente della Fondazione di Studi di Storia dell’Arte Roberto Longhi.

Un viaggio narrativo, ma anche e soprattutto introspettivo, che attraversa i principali luoghi dove l’artista ha operato nel corso della sua vita, spostando lo spettatore da Roma a Napoli, da Firenze a Milano, passando per Malta.

E non poteva di certo mancare le Sette Opere di Misericordia, al Pio Monte della Misericordia in Via Tribunali a Napoli che, ad oggi, è senza dubbio tra i dipinti più belli in assoluto che Caravaggio abbia mai realizzato, racchiudendo in un’unica tela tutte le opere della misericordia divina.

Il film ha ottenuto il Riconoscimento del MIBACT – Direzione Generale Cinema, il Patrocinio del Comune di Milano ed è stato realizzato in collaborazione con Palazzo Reale e con il Centro Televisivo Vaticano e con il supporto di Malta. I media partner sono radio RTL 102.5, Mymovies e ARTE.it.

Saranno 40 le opere dell’artista che rivivranno grazie alle nuove tecnologie e ad un girato, il primo in Italia, con risoluzione 8K, che restituirà quasi una vividezza tattile delle opere stesse.

Dopo il debutto in Italia il film sarà poi distribuito in tutto il mondo.

il cantautore Manuel Agnelli al doppiaggio

A dare voce all’io interiore dell’artista sarà Manuel Agnelli, frontman degli Afterhours nonché attuale giudice di X Factor, che si farà interprete delle emozioni e degli stati d’animo di Caravaggio.

Responsabile e direttore artistico del progetto per Sky è Cosetta Lagani. Produttore esecutivo per Magnitudo Film è Francesco Invernizzi. La sceneggiatura è di Laura Allievi e la regia è affidata a Jesus Garces Lambert, che ha firmato documentari per Sky e per importanti network televisivi internazionali, tra i quali National Geographic, BBC, ZDF, CBS, Arte.

CINEMA

“Caccia al Tesoro”, l’omaggio dei Vanzina a Napoli. Dal 23 novembre al cinema

C’è una Napoli che ha voglia di essere raccontata, e che trascende lo stereotipo ormai logoro di camorra, o l’esasperata spettacolarizzazione di quel sistema criminale raccontato in Gomorra più votato allo share che alla verità. Ed è quella Napoli misterica che proverà a raccontare Ferzan Ozpetek in Napoli Velata (dal 28 dicembre al cinema), è la Napoli da cartolina nelle prime sere tv rai di Sirene di Ivan Cotroneo, ed è persino la Napoli della borghesia delittuosa de I Bastardi di Pizzofalcone.

Sono tante le serie e le produzioni che vedono protagonista Napoli, la mia città, e sono tante quelle che provano finalmente a raccontarne il folklore, la tradizione, la spiritualità, l’allegria che permea ogni singolo sanpietrino o vasolo delle sue strade.

Enrico e Carlo (D) Vanzina durante il photocall del film ”Caccia al Tesoro”, Roma, 21 novembre 2017. ANSA / ETTORE FERRARI

È questo che devono aver pensato i Enrico e Carlo Vanzina, quando hanno diretto Caccia al Tesoro, commedia degli equivoci sul tentativo di rubare il Tesoro di San Gennaro e che, sin dalla trama, inequivocabilmente ci riporta alla mente la commedia e la Napoli raccontata già dal regista Dino Risi nel 1966 in Operazione San Gennaro.

«Le citazioni sono in parte inconsce – hanno detto i due fratelli Vanzina all’ANSA – ma quello che veramente volevamo fare con questa ‘favola realista’ era raccontare Napoli al di là dei soliti stereotipi come la camorra, la droga e la disperazione».

Un film che, secondo i due registi italiani, prova proprio a concentrarsi su di una parte troppo spesso trascurata della città, quella “con il cuore che nessuno fa più vedere”.

Una foto di scena del film ‘Caccia al tesoro’, Roma, 21 novembre 2017

La pellicola, che arriva nelle sale domani, 23 novembre, per Medusa, esce in 350 copie, ed ha un cast davvero d’eccezione, a cominciare da una coppia ormai consolidata del cinema italiano, Vincenzo Salemme e Carlo Buccirosso, che i registi definiscono “un po’ i Totò e Peppino di oggi”.

Insieme a loro altre due bellissime attrici partenopee, Christiane Filangieri e Serena Rossi, ma anche l’attore comico Max Tortora.

Esilarante sin dalla trama che vede protagonista Domenico Greco (Salemme) attore teatrale di serie B, che vive a sbafo nella casa di sua cognata Rosetta (la Rossi), vedova di suo fratello. Il figlio di quest’ultima è gravemente malato di cuore, per salvarlo occorre un’operazione costosissima. Disperati pregano la statua del Santo patrono di Napoli, dalla quale sembra fuoriuscire una voce che li autorizzerebbe a rubare il tesoro per sopperire a questa necessità.

In quel momento però in chiesa c’è anche Ferdinando (Buccirosso) che avendo assistito alla scena ed essendo lì per chiedere anch’egli una grazia, pretende di entrare a far parte del colpo come socio.

Un film dunque che sin dall’inizio rende omaggio al grande Nino Manfredi, protagonista del film di Risi, con battute, situazioni e, naturalmente, location e che porterà la neo-banda di criminali in erba a girare in lungo e in largo il nostro paese e non solo, da Napoli passando per Torino e Cannes.

(da sinistra) Carlo Vanzina, Francesco Di Leva, Carlo Buccirosso, Vincenzo Salemme, Serena Rossi, Christiane Filangieri, Gennaro Guazzo e Max Tortora durante il photocall del film ”Caccia al Tesoro”, Roma, 21 novembre 2017. ANSA / ETTORE FERRARI

Nel cast anche il giovanissimo Gennaro Guazzo, che con Serena Rossi aveva già recitato nell’esilarante commedia Troppo Napoletano.

Un film che allontana i Vanzina dai loro cine-panettoni e li proietta di diritto nel ritrovato slancio del nostro cinema per quella commedia all’italiana dai toni gentili e divertenti che tante pellicole ha saputo e continua oggi a regalarci.

Ecco il trailer:

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Ipnotizzati dagli smartphone come automi: il cartoon di Moby che fa riflettere

Navigando su facebook ho visto un video in bianco e nero cui faceva da colonna sonora un brano del film Il favoloso mondo di Amélie del 2001, Comptine d’un autre été: L’après-midi. Affascinato da questo cortometraggio ho voluto saperne di più, ed ho scoperto che si tratta in realtà del videoclip di Are You Lost In The World Like Me?, dell’artista americano Moby featuring The Void Pacific Choir, primo estratto dall’album These Systems Are Failing.

Un progetto di denuncia, che in realtà non ha riscosso molto successo, arenandosi nella parte centrale di molte classifiche e passando quasi totalmente inosservato.

E dire che il video avrebbe dovuto invece attirare molta attenzione: disegnato come un cartoon in bianco e nero degli anni ’40, il videoclip vede una società letteralmente ipnotizzata dagli smartphone. Uomini e donne che camminano come automi con lo sguardo assorto da un display di poco più di cinque pollici.

Una fotografia (è proprio il caso di dirlo) dei vizi che (in)consciamente fanno ormai parte del nostro vivere quotidiano.Se nel Medioevo al poeta-vate Dante bastava un solo sguardo per interagire per le strade di Firenze con la sua Beatrice, oggi gli risulterebbe più difficile, poiché probabilmente entrambi avrebbero gli occhi bassi sul telefono per controllare notifiche e social.

È un quadro inglorioso quello che dipinge Moby in questo suo lavoro discografico. Samo perennemente proiettati in un altrove che non corrisponde mai al luogo in cui ci troviamo, preferiamo spesso la presenza virtuale a quella reale degli amici con cui possiamo interagire, mentre le nostre emozioni diventano sempre meno sentite e più sintetiche, attraverso lo sterile uso di emojii che non riescono nemmeno lontanamente ad esprimere agli stati d’animo che veramente proviamo.

Tavole sempre più silenziose e sguardi fissi sui nostri onnipresenti dispositivi mobili: conversazioni via chat, selfie per (di)mostrare di essere felici, mentre siamo spesso più impegnati a fotografare una cena piuttosto che a guastarla davvero.

«Ti sei perduto in questo mondo come me?» si chiede arrabbiato un Moby, che diventa un bambino innocente dall’aria smarrita in questo suo cortometraggio.

Siamo più interessati a catturare il momento che non a viverlo pienamente.

Io stesso, qualche settimana fa, giunto per la prima volta nel Teatro San Carlo di Napoli, ho immediatamente avuto l’istinto di alzare lo smartphone e fotografarlo. Non ci ero mai stato e anziché godere della ricchezza di quel luogo, volevo fare qualche scatto. E anche dopo averlo visto incantato per qualche minuto, non ho resistito all’irrefrenabile impulso di “prenderne” un pezzo, pregustando già il momento in cui l’avrei condiviso sui miei canali social.

Facebook, instagram, twitter. Nella clip non c’è uno specifico riferimento ai social-networks, eppure sono proprio questi, inutile prendersi in giro, che hanno cambiato la nostra forma mentis, e ci danno la sensazione che “se non ci sei (on-line, s’intende), non esisti”.

Vite grigie, vacanze da incubo, e persone comuni con un filtro e qualche ritocco possono trasformarsi in vite da copertina, panorami da sogno, bellezze da calendario.

Realtà e finzione spesso si sovrappongono, così come la superficialità con cui scegliamo i nostri partner, passando dal romantico corteggiamento in voga fino alla fine del secolo scorso ad una sorta di casting on-line dove facilmente si passa al candidato successivo, basandosi esclusivamente su di una mera selezione estetica.

In pochi minuti Moby riesce ad affrontare anche il tema del bullismo, mostrando come un momento di divertimento può trasformarsi il giorno seguente in un motivo di scherno caricato on-line, calunnia contemporanea, di rossiniana memoria, che vola come un venticello di smartphone in smartphone.Un senso di solitudine, di vuoto e sconforto sta inghiottendo la nostra società come un buco nero. Persino Cenerentola, in questo nuovo immaginario collettivo, ha appeso le scarpette di cristallo al chiodo e passale sue giornate probabilmente a giocare a Candy Crash, mentre i genitori in sala parto sono più intenti a trasmettere in diretta il momento della nascita che non a godere dell’irripetibile momento di prendere in braccio il proprio figlio e ascoltare il pianto di chi indifeso viene alla vita.

Ogni cosa diventa un pretesto per fotografare, registrare, condividere, eppure ciò che riesce a generare un interesse telematico, paradossalmente crea indifferenza nella vita vera.

INTERNATTUALE

Il bellissimo spot di una compagnia araba contro il terrorismo

Non sono mai abbastanza i messaggi di pace in tempi di guerra come i nostri, e non sono mai troppi quelli che arrivano proprio là, dove non te lo aspetti. A far parlare molto di sé in queste ore lo spot di Zain Group, società di Telecomunicazioni nata in Kuwait nel 1983, che ha prodotto un advertisement contro la guerra.

Fatto in stile “operetta”, lo spot di circa tre minuti vede protagonista un kamikaze intento a testimoniare Allah facendosi esplodere con una cintura.

Immediata la risposta di musulmani che, intonando una canzone che si fa coro, dicono che Dio è soprattutto amore, e che se devono convincere l’altro ad abbracciare il proprio credo religioso che sia per pacifico convincimento e non per costrizione.

Uno spot che aiuta a riflettere, e mostra un islam non necessariamente violento e estremista come lo immaginiamo erroneamente tutti, ma composto da una comunità aperta al dialogo e pronta ad accettare la diversità religiosa.

Bellissimo lo slogan principale che incita a pregare e diffondere la propria religione per AMORE e non per terrore.

Ecco il video completo:

CINEMA

Collateral Beauty, film emozionante che invita a riflettere sulla vita e sulla morte

Collateral Beauty è un film che emoziona. Tu pensi che Will Smith avesse bisogno di Gabriele Muccino per interpretare un buon film, e invece ci voleva David Frankel, già regista de Il Diavolo veste Prada, affinché l’ex Principe di Belair desse quella che forse ad oggi è la sua migliore prova d’attore.

Qui Smith è Howard Inlet, pubblicitario divorziato che non riesce a superare la morte della sua bambina, e manda letteralmente all’aria tutta la sua vita, non solo personale, ma anche quella professionale.

Will Smith, Kate Winslet, and Michael Peña in Collateral Beauty (2016)

A far da supporto a Smith un cast di primo livello. Sono ben tre i premi Oscar (tutti rigorosamente britannici) che recitano in questa pellicola, da Kate Wislet a Keira Knightley, passando per Helen Mirren.

È Natale, sono passati due anni dalla morte della figlia di Howard e i suoi colleghi e soci, preoccupati per l’andazzo dell’azienda, decidono di ingaggiare tre attori di una piccola compagnia teatrale affinché interpretino la Morte, l’Amore e il Tempo, tre elementi della vita dell’Uomo cui Howard, in un momento di grande rabbia e profonda disperazione, ha scritto delle lettere piene di disprezzo e rancore.

Collateral Beauty, letteralmente bellezza collaterale, è un film sulla Vita, sul suo più profondo significato, e ci spinge a ricercare quella bellezza collaterale in tutte le cose, anche quelle più dolorose e brutte.

Will Smith and Keira Knightley in Collateral Beauty (2016)

La pellicola sottolinea quanto tutto sia relativo, come i limiti temporali che noi stessi ci poniamo, incasellando il nostro cammino terreno, che qui diventa filosoficamente indefinito, in un razionale sistema mentale di ore, giorni, mesi, anni.

Durante il film recitazione e vita si confondono e si sovrappongono, al punto da non sapere più se i tre attori stiano interpretando un ruolo oppure se lo incarnino per davvero, lasciando la pellicola sospesa a metà tra il dramma e il fantasy per un risultato che incuriosisce, sorprende, fa riflettere.

Bellissimo il ruolo di Brigitte (la Mirren), attrice bohémien che trova nel ruolo della Morte il riscatto di un’intera esistenza, dimostrando che uno spettacolo, seppure per un solo spettatore e senza applausi, varrà sempre la pena di essere interpretato. L’attrice inglese, settantadue anni, è riuscita a dare anima e corpo ad una parte brillante e profonda, quasi oscurando le colleghe più giovani, dimostrando che la recitazione è anche, e a volte soprattutto, classe, la stessa che le aveva fatto conquistare la statuetta agli Academy nel 2007 per il ruolo della Regina Elisabetta II in The Queen.

Uscito nelle sale lo scorso gennaio, arriva adesso in home video. Collateral Beauty è una grande lezione a volgere lo sguardo verso quel grande disegno che spesso la frenesia della vita, i dolori, la routine quotidiana ci fanno dimenticare, e di quanto anche una tragedia possa essere un forte momento di crescita personale, e un invito a vivere con maggior pienezza e consapevolezza la nostra esistenza.

Il film ci ricorda che il tempo può improvvisamente trasformarsi in tiranno avido, calando il sipario su di uno spettacolo chiamato Vita che noi tutti siamo deputati a recitare come protagonisti assoluti.