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“Chiusi per bomba”: il cuore ferito di Napoli e il coraggio di Gino Sorbillo

Sembra quasi tutto normale fuori, da Gino Sobillo, la famosa pizzeria di Napoli, che ha fatto della pizza un culto, riconosciuto persino dall’UNESCO come patrimonio, come uno dei qualsiasi monumenti disseminati per le strade. Eppure, oggi, nella centralissima Via dei Tribunali, nel cuore del centro storico della città, non è un giorno qualunque, perché quella pizzeria, vanto tutto partenopeo nel mondo, che ha esportato l’arte di fare la pizza persino a New York, è stata ferita da mano codarda nel bel mezzo della notte. Una bomba, verso le 2.00, è stata posta da qualcuno, per ora ignoto, che l’ha fatta esplodere, squarciando la storica sede che dalla metà degli anni ’30 ci rende grandi agli occhi del mondo.

E fuori non ci sono le orde di chi aspetta ore, per mangiare la migliore pizza della città, ma telecamere, giornalisti, passanti, curiosi che non volevano credere a questa terribile notizia.

Gino Sorbillo (da LaRepubblica Napoli)

Ma non si arrende Gino Sorbillo, pizzaiolo e proprietario del locale, che si è fatto fotografare davanti all’ingresso, ancora dilaniato dall’esplosione, con un cartello che oggi troneggia proprio lì, sui cancelli: «Chiusa per Bomba la pizzeria Sorbillo Gino» c’è scritto con rabbia con un pennarello blu e, tra parentesi, “riapriamo presto”. Un segnale forte, il suo, da parte di chi non si piega di fronte a questa violenza napoletana che ammazza la sua stessa città.

Ed è tutto un vociare oggi in questi antichi vicoli, dove riecheggia di bocca in bocca come uno spettro la parola “bomba” mentre polizia e magistrati hanno già iniziato l’iter per dare corso ad un’indagine che dev’essere serrata, che deve avere un nome, nel rispetto di un uomo che non si arrende, nel rispetto di quella Napoli buona che dice con fermezza NO a tutto questo, nel rispetto dei ragazzini, dei turisti, degli abitanti che lì, durante la deflagrazione, avrebbero potuto passarvi mettendo a rischio la propria incolumità.

E non dev’essere un caso che quel lapis su quel foglio A4 sia blu, come i colori della pizzeria in cui risuonano ogni giorno le canzoni di Pino, come i colori di quel mare che Gino ha portato persino a Milano, come i colori di una squadra che ogni settimana lotta per tenere alto il nome di Napoli.

E allora faccio un plauso ed un inchino a Gino Sorbillo, per questo viscerale amore, per questa passione che tutti riconosco ed invidiano, per questo atto di coraggio, per questo momento senza dubbio non facile.

Quanti hanno mangiato in quelle caratteristiche sale? Quanti hanno fotografato dall’alto la via, la folla, lo schiamazzo delle persone che aspettano? Quanti hanno sognato quando la pizza è diventata gourmet alla portata di tutti? Quanti hanno sorriso osservando i volti noti di chi da Sophia a D&G hanno reso omaggio a questo straordinario pizzaiolo?

La nostra città ha il cuore ferito, così come la gente onesta che popola questi quartieri secolari.

Oggi siamo tutti Gino Sorbillo, oggi, più che mai, ci riconosciamo negli occhi e nel volto di chi con tristezza, rabbia e orgoglio ancora ci crede, ancora pensa al futuro, ancora ama la sua città, ancora ama i suoi abitanti, nonostante tutto. E non bisogna arrendersi, non bisogna tacere, non bisogna avere paura di chi preferisce le serrande chiuse ai vicoli affollati, la paura ai volti febbricitanti in fila, la violenza alla gioia di chi in un assaggio ritrova tutta una città, i suoi antichi sapori, quell’amore che non cambia. Mai.

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Alla “Pietrasanta” a Napoli un bellissimo omaggio alla chiesa del Giovanni Pontano

Immagini d’epoca, documenti ufficiali, lettere. La vicenda poco nota della Cappella dei Pontano a Napoli, è diventata ieri, giovedì 5 luglio, una straordinaria conferenza teatralizzata, che ha raccontato ai presenti una pagina poco nota della città di metà Settecento. A dispetto della canicola di questi primi giorni di luglio, la corposa platea si è riunita nella bellissima Cappella del Santissimo Salvatore, a ridosso della monumentale Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta in Via dei Tribunali.

A fare da scenografia d’eccezione, gli stucchi, dipinti e un bellissimo pavimento maiolicato dalla stessa bottega del Chiostro di Santa Chiara, i Massa.

Protagonisti di quella che è stata una vera e propria rievocazione il Dottor Raffaele Iovine, Presidente dell’Associazione Pietrasanta, l’autore Gianpasquale Greco, che ha svolto un lavoro di ricerca proprio su questi luoghi, e Lucio Carlevalis, Presidente della prestigiosa Ensemble Vocale di Napoli, la cui sede è proprio la Basilica della Pietrasanta, che con enfasi e vigore ha dato voce ai protagonisti della vicenda, leggendo e interpretando passi di documenti citati.

Alla metà del XVIII secolo infatti la Cappella che l’Umanista Giovanni Pontano aveva dedicato alla memoria della moglie, rischiava di essere abbattuta, e con essa proprio l’adiacente Cappella del Salvatore, per riqualificare e dare maggiore dignità alla facciata della Basilica.

Furono tante le coraggiose opposizioni del popolo napoletano che trovarono l’appoggio del Re Carlo di Borbone, e di altri intellettuali dell’epoca, che riuscirono a sottrarre questo bellissimo monumento rinascimentale ad un triste destino.

Il paradosso fu però l’oblio cui fu condannato, appena un secolo dopo, per ritrovare la sua dignità di Cappella e prestigiosa costruzione rinascimentale della città soltanto nel primo decennio del 2000, quando l’Associazione Pietrasanta si fa custode di questi posti finanziandone, completamente a proprie spese, i restauri, riportandoli all’antico splendore.

Ricorda con affetto e commozione questi momenti, Monsignor Vincenzo De Gregorio, rettore della Basilica, e promotore di un progetto, unico nella sua specie, che vede pubblico e privati collaborare insieme per il bene comune e per i beni culturali, recuperando non soltanto l’antico complesso basilicale, primo a Napoli dedicato al culto della Vergine, ma anche le due cappelle annesse: «Difendere la propria memoria e le proprie radici significa soprattutto ricordare vicende di coraggio come questa» ha detto il Presidente Iovine, la cui mission è quella di fare della Basilica, oggi sede di prestigiose mostre, una vera e propria fabbrica di cultura, che si fa promotrice di eventi di spessore come questo.

Emozionato ed emozionante l’intervento di Monsignor Vincenzo De Gregorio, che in chiusura ha ripercorso le vicende di questi tre monumenti, dal totale abbandono negli anni ’70 e ’80, protetti, ma in qualche modo dimenticati, da un recinto che ne impediva l’accesso e la fruizione, e oggi polo museale nel cuore del centro storico della città.

Se è vero che, come narravano gli antichi, pronunciare il nome di una persona fa sì che sia immortale, con questa sontuosa rievocazione Raffaele Iovine, Gianpasquale Greco e Lucio Carlevalis hanno compiuto, per il coraggioso popolo napoletano, che non volle essere complice e non ha taciuto, il miracolo dell’immortalità.

ART NEWS

Visita nel sottosuolo della Pietrasanta a Napoli: nuovo percorso dal 24 aprile

Non è una semplice inaugurazione, quella che ha avuto luogo oggi alla Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta, ma una vera e propria restituzione al popolo partenopeo e ai turisti della città di Napoli.

Alla presenza dell’Arcivescovo di Napoli Crescenzio Sepe e di Monsignor Vincenzo De Gregorio, Rettore della Basilica della Pietrasanta, e il Presidente dell’Associazione Pietrasanta Onlus, il Dottor Raffaele Iovine.

Un progetto importante per il quartiere e per la città, iniziato nel 2011 e che trova oggi, con questa nuova apertura, una concreta realizzazione ed una prospettiva per un immediato futuro.

Sì, perché è una storia che si sovrappone quella di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta e quella di Napoli, la città che da oltre quattro secoli la ospita. Una storia che affonda le sue radici in quell’epoca greco-romana quando questa Basilica del XVII secolo, era ancora un tempio pagano dedicato alla dea Artemide.

Questo punto, in Via dei Tribunali, nel cuore del centro storico della città, era crocevia recettivo di quella cultura greca, assuefatta a sua volta da quella egizia: dal culto della dea Iside, cui era dedicato un tempio dove oggi sorge Cappella Sansevero, ai riti pagani che in epoca romana hanno portato alla costruzione del Tempio della dea Diana, di cui oggi restano alcune tracce nei marmi di riuso del campanile romanico nella piccola piazza, datato X-XI secolo, che porta addirittura la firma dei Cavalieri Templari, che con le loro croci avrebbero segnato questi luoghi, conferendo loro un’aura di misticismo capace di trascendere persino il mero valore religioso.

La città greco-romana cambia, si evolve, ma resta sempre fedele al suo folclore e ai suoi culti che da pagani diventano cristiani, e il tempio di Diana si tramuta in un luogo di apparizioni diaboliche. Neapolis intanto diventa Napoli, mentre la sua storia continua ad intrecciarsi con quella del monumento che la abita, in una danza sospesa a mezz’aria tra mitologia e religione, che cedono il passo alle credenze popolari e la superstizione più pura, che da sempre caratterizzano la città.

Ed è proprio per esorcizzare la presenza del diavolo, che qui vi sarebbe apparso sotto forma di maiale, spaventando con i suoi terribili grugniti gli abitanti del quartiere, che venne eretta la Pietrasanta.

La chiesa sarebbe stata dunque una sorta di amuleto in pietra contro il demonio per volere della Madonna, che sarebbe apparsa in sogno a San Pomponio, vescovo di Napoli, indicandogli il punto dove erigere la sua chiesa. La Basilica divenne così la prima costruzione a Napoli dedicata al culto della Vergine, prendendo per questo motivo il nome di Santa Maria Maggiore. “Pietrasanta” poiché secondo la leggenda al suo interno sarebbe custodita una pietra che concedeva l’indulgenza plenaria a chi la baciava.

Secondo le fonti al suo interno sarebbe stato sepolto addirittura un pontefice, Papa Evaristo, quinto vescovo di Roma.

Ha ripreso vita e colore questa monumentale chiesa, nelle nuance crema della facciata e il porpora dei tetti, che il certosino lavoro di restauro di questi anni le hanno restituito. La costruzione è un’opera di maturità dell’architetto Cosimo Fanzago (architetto, tra l’altro, del Palazzo Donn’Anna a Napoli e di Palazzo Zevallos in Via Toledo) che, con i suoi venti metri, ha realizzato la cupola più alta della città.

Oggi la basilica è sede dell’importante polo culturale da cui prende il nome, che ha realizzato diversi eventi, ma anche mostre curate dal critico Vittorio Sgarbi, tra cui i Tesori Nascosti (chiusa lo scorso luglio) e il Museo della Follia (ancora in corso fino al 27 maggio) ospitando al suo interno artisti quali Caravaggio, lo SpagnolettoGuercinoBaconLigabueGoya.

Dal 1653, anno di fondazione della basilica, ad oggi, Santa Maria Maggiore ha accompagnato i napoletani anche nel corso della Seconda Guerra Mondiale, proteggendoli nel ventre dei suoi sotterranei. Sì, perché sotto il pavimento maiolicato, ad opera della bottega Massa (la stessa del Chiostro di Santa Chiara, per intenderci) c’è tutto un mondo altro, che recenti studi e un lungo lavoro di musealizzazione stanno riportando, letteralmente, in superficie e che porterà di diritto la Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta nel novero dei monumenti di Napoli assolutamente da non perdere.

Da domani, 24 aprile, apre ufficialmente il progetto LAPIS: I segreti della Pietrasanta, questo il titolo del progetto, farà sì che la Basilica non aprirà soltanto le porte della sua navata centrale al pubblico, ma anche quelle del suo sottosuolo, dando così inizio ad un nuovo straordinario percorso di visita, che unisce sapientemente tradizione e tecnologia: pannelli retroilluminativideoproiezionirealtà aumentata. Sono questi i punti di forza di un percorso sotterraneo unico nel suo genere, che racconta la storia della Basilica e, al tempo stesso, quella della sua città, Napoli.