ART NEWS, LIFESTYLE

Un weekend sotto il sole di Firenze

Avete presente il film con Raoul Bova e Diane Lane, Sotto il sole della Toscana? Ecco, proprio quello, dove loro si innamorano tra colline e cipressi. Dimenticatelo. Perché oltre i verdeggianti panorami bucolici c’è molto di più.

Non so che idea avessi di Firenze prima. Forse, scorgendola ogni volta solo attraverso il finestrino di un treno, accompagnata da quei caratteristici colori giallo-verde che scorrono dietro il vetro, dagli alberi che tracciano la terra battuta, me l’ero immaginata un po’ così: una piccola cittadina dai tetti rossi incastonata nella natura. Buon cibo, quei sapori tipici del centro Italia, dove il gusto selvatico della cacciagione è accompagnato dal sapore corposo di un buon vino rosso.

la ribollita della trattoria il Contadino, a Firenze – (instagram @marianocervone)

È così che è iniziato il mio viaggio. Chi mi segue su instagram, già sa che ho trascorso il mio ultimo weekend nella città di Dante, e il mio primo amore non poteva che essere la Ribollita. Un piatto povero della tradizione italiana, fatto con pane raffermo e verdure, ma denso come un risotto, ricco e saporito, che mi ha conquistato al primo assaggio.

Ho scoperto per caso la Trattoria Il Contadino, nei pressi di Santa Maria Novella. TripAdvisor dice che ha il miglior rapporto qualità/prezzo. Diffido sempre un po’ da quanto c’è scritto nelle recensioni, e invece devo dire che è assolutamente vero. L’ambiente è piccolo, intimo, ma abbastanza largo da non stare accalcati gli uni sugli altri come in molti locali moderni, che non garantiscono nemmeno il minimo spazio vitale per una intima conversazione a due. I camerieri simpatici, il menù è ricco, composto per lo più, e non poteva essere altrimenti, da piatti tipici fiorentini, il che mi ha spinto a ritornarci anche una seconda volta. Alla mia gustosa Ribollita, ho fatto seguire una bistecchina di maiale davvero ottima, accompagnata da un contorno di piselli, pancetta e cipolle e, naturalmente, del buon vino della casa. Ma ho avuto modo di assaporare anche delle buonissime tagliatelle con carne di cinghiale, seguite da un buonissimo Peposo all’Impruneta, paese tipico delle colline toscane da cui prende il nome, a base di vitello, con grani di pepe nero e cotto nel vino. Davvero delizioso.

Firenze è piccola, contenuta, una città a misura d’uomo, punteggiata da caffè storici come Scudieri, dove l’antichità di questo bar, nato nel 1939, la si percepisce sin dagli arredi, ed è un obbligo morale per un visitatore prendere almeno un caffè in questo locale, godendosi il sole caldo di una mattina di marzo.

È probabilmente questo il periodo migliore per scoprire la città e i suoi monumenti, quando il freddo comincia a cedere il passo ai primi cieli tersi della primavera.

il Campanile di Giotto, dalla Cupola di Brunelleschi (instagram @marianocervone)

Il mio soggiorno fiorentino è stato a metà tra percorso di storia dell’arte ed excursus interiore, dove ogni gradino fatto, era parte di una ascensione non solo turistica, ma spirituale. Grazie ad un biglietto cumulativo, ho infatti percorso i gradini che mi hanno portato sulla cuspide della Cupola del Brunelleschi prima, dove ho avuto Firenze ai miei piedi, vincendo persino il mio senso di vertigine, e il Campanile di Giotto poi. Un’esperienza quasi mistica, che aveva un retrogusto del Cammino di Santiago; uno di quei percorsi in cui ti ritrovi quasi corpo a corpo con la gente, in comunione con il mondo intero, attraverso piccoli gradini secolari, cunicoli stretti, il panorama, la luce. È la luce, in una straordinaria giornata di primavera in anticipo, quella che mi ha avvolto, ripagandomi della fatica delle scale, degli spazi angusti, del caldo. La luce, che ti mostra un lato inedito della città, dall’alto, a contatto con il vento, a contatto con il sole, a contatto con te stesso.

Curiosa l’usanza beneaugurale di inserire una monetina nella bocca del porcellino (in realtà cinghiale) dell’omonima Fontana del Porcellino, sotto la loggia del Mercato Nuovo di Firenze. Datata 1633, ad opera di Pietro Tacca, secondo la leggenda per ricevere il buon auspicio la moneta, una volta rilasciata deve cadere nella grata ai piedi del cinghiale dove scorre l’acqua: se la oltrepassa, la fortuna è assicurata.

David di Michelangelo, Gallerie dell’Accademia (instagram @marianocervone)

Nell’immaginario collettivo la statua del David di Michelangelo si trova agli Uffizi. In realtà è alle Gallerie dell’Accademia, che ho visitato, spezzando un po’ il fiato con un percorso museale. Ho ammirato anche io l’archetipo di quella ieratica virilità rinascimentale che ha oscurato persino la perfezione della statuaria greca. Ma le Gallerie dell’Accademia sono una rivelazione, con la bellissima gipsoteca di monumenti funerari o celebrativi, e le languide donne ritratte in una pudica e maliziosa nudità.

ragazzi che aspettano il tramonto sulle scale di Piazzale Michelangelo a Firenze

Dopo l’ampia parentesi culturale di monumenti e opere fiorentine, ho proseguito il mio giro con quello che è forse un cliché del turista a Firenze: Piazzale Michelangelo, il colle dal quale si può godere di una vista su tutta Firenze. Un’esperienza sensoriale bellissima. Aspettare che il sole si inchini alla Cupola, al Campanile a Palazzo Vecchio, allungando le ombre e colorando d’arancio il panorama circostante. Sono rimasto colpito dal numero di persone che erano lì ad aspettare che il sole calasse, a scattarsi foto a farsi selfie. Tanti i turisti che hanno aspettato il crepuscolo scandendo il tempo con bicchieri di vino o di birra, acquistati dagli ambulanti all’ombra del David di bronzo che troneggia al centro della piazza. Anch’io non ho potuto esimermi dal voler portare a casa un personale scatto del tramonto, ma l’ho fatto catturando anche quella folla di amici e fidanzatini felici, che mi hanno trasmesso la frizzantina aria dell’attesa.

Nascita di Venere, Gallerie degli Uffizi (instagram @marianocervone)

Se il giorno prima ho aspettato che il sole tramontasse sulla città, la mattina seguente la mia visita è iniziata con la visita alle Gallerie degli Uffizi (il consiglio è quello di prenotare il biglietto on-line. C’è un sovrapprezzo di 4€, ma risparmierete ore di fila e di attesa). Non avevo mai riflettuto su perché si chiamano “gallerie”, e solo percorrendole ho capito. Due corridoi, gallerie, che percorrono tutta la storia italiana, adornate di statue classiche.

Entrare negli Uffizi è come sfogliare un volume di storia dell’arte. Un’ampia pagina della cultura italiana che va da Giotto a Caravaggio, passando per Botticelli e Leonardo. Qui è racchiusa la vera Arte italiana, che trova il più straordinario compimento in quella Primavera e Venere diventate icone capaci di catalizzare l’attenzione di centinaia di visitatori che attoniti osservano la loro maestosità. Sì perché forse quelli del Botticelli sono dipinti la cui fama non tradisce le aspettative. Ma sono tanti gli artisti, prevalentemente toscani, che hanno fatto scuola, influenzando pittori di ogni epoca e nazione.

Per uno studente di storia dell’arte è un’emozione unica trovarsi faccia a faccia con quelle opere che ha visto soltanto sui libri, la materializzazione di un sogno che trova negli Uffizi il più completo compimento.

Ponte Vecchio a Firenze (instagram @marianocervone)

Un suggerimento: Ponte Vecchio visitatelo anche di notte. Le botteghe orafe, con i loro stipiti e porte in legno, sono davvero molto suggestive.

Tra le esperienze gastronomiche da fare, per un turista alla scoperta di Firenze, quella del gelato Buontalenti è un must. Nato, secondo la leggenda, ad opera di Bernando Buontalenti, architetto alla corte dei medici con la passione per la cucina, che lo avrebbe inventato nel ‘500 in occasione del banchetto nuziale di Maria de’ Medici, dando così origine alla nota crema fiorentina a base di zabaione e frutta.

Ultima tappa, per me, è stato il Museo del Duomo, un modo per finire così come ho iniziato, fatto però in un secondo momento. Approfittando della durata di 48ore dalla prima vidimazione del biglietto acquistato on-line, ho deciso di riservarmi per il mio ultimo giorno di permanenza, la visita al Museo del Duomo di Firenze. Una sorpresa, una rivelazione dove antico e contemporaneo coesistono in uno spazio sospeso tra passato e futuro. Bellissima la ricostruzione della facciata originale del Duomo all’interno del museo, dove le sculture originali, preservate dall’incuria del tempo, ritrovano le originarie collocazioni, offrendo ai visitatori una luminosa visione.

Museo del Duomo di Firenze

L’architettura del museo dialoga con la vera Cupola del Brunelleschi, che si mostra inquadrata da un lucernario e alla terrazza, con un allestimento davvero suggestivo avveniristico. Scenica la musealizzazione delle porte del battistero ad opera di Lorenzo Ghiberti e Andrea Pisano, il cui oro risplende in tutta la magnificenza di un viaggio che mi è rimasto nel cuore, e che conquisterà chiunque voglia intraprenderlo.

ART NEWS

Artemisia Gentileschi, l’arte di una donna fino al 7 maggio a Roma

In un’epoca di cancelliere, sindache e prime ministro che hanno conquistato quelle vette fino ad un secolo prima riservate ai soli uomini, è più moderna che mai la mostra su Artemisia Gentileschi a Roma con Artemisia Gentileschi e il suo tempo.

Donna, ma soprattutto pittrice, al pari dei suoi contemporanei uomini, altrettanto potente e vigorosa nelle sue raffigurazioni pittoriche quanto Caravaggio e, talvolta, persino più violenta e vivida. Come dimostrano le due Giuditta e Oloferne. La prima del 1617, vibrante, viva, vivida, cruda; la seconda del 1620 per Cosimo de’ Medici. L’una agli Uffizi a Firenze, l’altra al Museo di Capodimonte a Napoli. Entrambe riunite sotto lo stesso tetto in occasione della monografica sulla pittrice seicentesca organizzata dal Museo di Roma, aperta al pubblico fino al prossimo 7 maggio.

artemisia-gentileschi-giuditta-e-oloferne-1620-internettuale
Giuditta e Oloferne, 1620 – Uffizi (Firenze)

È successo qualche giorno fa, quando le maestranze del museo napoletano e quelle dell’omologo romano, hanno trasportato in sicurezza il dipinto, giunto nella Capitale dal capoluogo partenopeo nella sua cassa in legno.

La potenza pittorica della Gentileschi, la forte espressività dei suoi soggetti, unita alla teatralità delle ambientazioni delle scene, la modulazione della luce ha contribuito alla diffusione del caravaggismo in Italia e a Napoli in particolare, dove l’artista si era trasferita e aveva vissuto in seguito ad uno stupro, la cui onta le avrebbe fatto perdere i favori e i privilegi di artista di cui invece godeva nella sua natia Roma.

Un tentativo di “femminicidio” spirituale, che non è riuscito tuttavia a fermare la creatività, che l’artista ha continuato a dimostrare per tutto il corso della sua vita.

artemisia-gentileschi-giuditta-e-oloferne-1617-internettuale
Giuditta e Oloferne, 1617 – Museo di Capodimonte (Napoli)

Non a caso il racconto biblico di Giuditta e Oloferne, che l’artista ha ritratto per ben due volte con altrettanto vigore, racchiude probabilmente la poetica della Gentileschi stessa, trasformandosi in metafora del trionfo della donna sul genere maschile. Giuditta infatti, donna del popolo ebraico, rimprovera gli anziani del suo popolo di non aver avuto fede nel Dio di Israele, e di non essere stati forti nella lotta contro il Re Oloferne, dal quale invece giunge, facendogli intendere di voler tradire la propria gente. La donna ottiene asilo e il permesso di pregare ogni notte il suo Dio. Una sera Re assiro Oloferne, invaghito della bellezza della donna, la invita al suo banchetto completamente ubriaco nell’intento di abusare di lei. Giuditta riesce così a sottrargli la sua stessa spada e decapitarlo, ritornando nella sua città. Presi dal panico per la morte del proprio condottiero, gli assiri furono messi in fuga dai Giudei.

Una rivincita quella di Giuditta, che si fa riscatto artistico per la stessa Artemisia, che con la sua arte e il suo talento ha dimostrato e continua a dimostrare di essere una donna contemporanea, di straordinario talento e sensibilità, ma, soprattutto, una grande Artista.

ART NEWS

Il Museo Poldi Pezzoli a Milano, tra Dante e la Storia dell’Arte Italiana

Proseguendo il mio itinerario alla scoperta delle Case Museo di Milano, lo scorso weekend ho avuto il piacere di visitare il Museo Poldi Pezzoli, in Via Manzoni, 12.

Il Museo è un palazzetto nobiliare costruito nel XVII secolo, è stato riadattato dall’architetto Simone Cantoni in stile neoclassico, che lo aveva ampliato con un grande giardino interno all’inglese, ricco di statue e fontane. Gli ultimi lavori risalgono al 1857, quando viene arricchito da una fontana barocca, che va a completare lo scalone monumentale. È questo che mi accoglie all’ingresso e cattura immediatamente la mia attenzione, così come la curiosità che porta immediatamente a domandarmi come mai Gian Giacomo Poldi Pezzoli, proprietario dell’immobile, sentisse l’esigenza di ascoltare il gorgoglio dell’acqua all’interno della sua dimora milanese. Ma è la stessa casa che sembra rispondermi, con questo scrosciare rilassante che sembra darmi il benvenuto.

mariano-cervone-fontana-barocca-museo-poldi-pezzoli-internettualeCompletamente distrutta durante la Seconda Guerra Mondiale, della casa originale restano soltanto delle fotografie, che provano a darci un’idea dei sontuosi interni, mentre i pochi arredi superstiti sono oggi inconsapevoli pezzi del percorso museale, come il mastodontico specchio del Salone Dorato. Sì, perché dal 1851 la Casa, per volontà dello stesso Pezzoli che aveva predisposto un lascito all’Accademia di Brera, diventa ufficialmente un museo.

 museo-poldi-pezzoli-vetri-internettualePasseggiando in ambienti che oggi rievocano volontariamente il Medioevo e Dante, è possibile ammirare la vasta collezione d’arte che Gian Giacomo, morto a 57 anni nel 1879, ha accumulato nel corso della sua breve vita. Tanti gli artisti della storia dell’arte italiana che trovano posto all’interno del museo: da Perugino a Piero della Francesca, da Botticelli a lo Spagnoletto. Un florilegio di autori, cui fa da simbolo, come Monna Lisa al Louvre, il profilo nordico del Ritratto di Giovane Dama di Piero Del Pollaiolo.

mariano-cervone-ritratto-di-giovane-dama-piero-del-pollaiolo-1470-1472-museo-poldi-pezzoli-internettualeParticolarmente interessante è la Sala degli Orologi, dove è possibile ammirare dei capolavori di orologeria meccanica, di ogni forma e foggia, purtroppo fermi, che con le loro lancette fisse sembrano ostinarsi a rimandarci a un’epoca il cui fascino è più vivo che mai.

In linea con la sala dei pizzi, quella delle stoffe c’è la temporanea dedicata a Il Gioiello Italiano del XX secolo, esposizione che ripercorre la creatività del nostro Paese nell’alta gioielleria, con oltre 150 pezzi che vanno dall’Art Déco degli inizi del secolo scorso fino alle multiformi e colorate creazioni degli anni ’80. Tiare, bracciali, orecchini, spille, collane. Un percorso che attraversa il gusto squisitamente italiano del nostro artigianato orafo.

Ma è ampio e variegato il percorso museali, che oltre a dipinti e ori, comprende anche una suggestiva Sala delle armi, con armature che guardano il visitatore come un esercito di cavalieri invisibili, e spade che fanno riflettere sulle diverse tipologie e tecniche di combattimento.

museo-poldi-pezzoli-sala-degli-orologi-internettualeUna pagina di storia, non solo della città di Milano, ma dell’intero paese.

Molto bella la terrazza al primo piano dell’edificio, che quasi sembra suggerire la creazione di un caffè letterario, dove invitare i visitatori a disquisire d’arte sorseggiando tè.

Per uno studente di storia dell’arte come me è entusiasmante trovarsi dinanzi a tante opere note, intraviste soltanto attraverso le fotografie di un libro. Il Poldi Pezzoli è un piacevole ritorno a un’epoca di grande fermento culturale di cui dovremmo ricordare più spesso di esserne i discendenti.

ART NEWS

Perché è giusto pagare un biglietto di ingresso per musei e monumenti

In questi giorni fa molto discutere la decisione di Dario Franceschini di introdurre un biglietto di ingresso per il Pantheon a Roma. La proposta del Ministro dei Beni Culturali, che dovrebbe essere attuata entro fine mandato, arriva a ridosso di un’altra notizia, quella della sospensione dei lavori di ampliamento del MET di New York.

Il noto museo sulla quinta strada stava infatti espandendo un’area, sotto le direttive dell’archistar britannico David Chipperfield, che avrebbe dovuto ospitare la collezione di arte moderna e contemporanea del magnate del beauty Leonard Lauder.

Il progetto però pare, almeno per il momento, congelato fino al 2024. La spesa per la nuova ala si aggira infatti intorno ai 600 milioni di dollari. Troppo per un museo, il cui accesso al pubblico è a contributo volontario, che sembra avere tagliato i costi di spesa di circa 31milioni di dollari, con conseguenti rallentamenti per mostre ed eventi, tagli al personale e stop delle assunzioni.

A darne notizia allo staff lo stesso Daniel Weiss. Il direttore del MET, chiamato qualche anno fa per risanarne i conti, lo ha infatti comunicato in una nota ufficiale.

Nonostante queste sembrino notizie apparentemente distanti, e per collocazione geografica e per tipologia di museo, è innegabile il fatto che esse pongano il punto di domanda sui costi della cultura.

È vero che è compito di una Nazione garantire la fruizione dei beni architettonici, artistici e culturali ai suoi cittadini, ma è altrettanto vero che monumenti e musei hanno dei costi, spesso molto alti, di mantenimento e manutenzione, non soltanto per il personale che ne gestisce le strutture, ma anche per il restauro delle opere in esse contenute.

Alla luce di questa notizia è facile dunque spiegare il prestigioso prestito fatto dal Metropolitan a Capodimonte, quello de La donna con il liuto del fiammingo Vermeer, attualmente esposto nel museo napoletano.

Se consideriamo che il Pantheon a Roma ha una media di sette milioni di visitatori l’anno, che accedono alla struttura senza pagare alcun biglietto d’ingresso, e che il Metropolitan Museum of Art è il secondo museo più visto al mondo con oltre sei milioni visitatori, che vi accedono con un contributo volontario, sarà facile comprendere quanto l’introduzione di un biglietto fisso, porterebbe un grande beneficio alle due strutture che conseguentemente potrebbe portare minori costi per la gestione e manutenzione. Con un biglietto di ingresso infatti si garantirebbe l’accesso alle opere soltanto a chi è veramente interessato a contemplarle e, implicitamente, contribuire al loro mantenimento, riducendo, allo stesso tempo, l’afflusso incondizionato di chi vi accede anche solo per curiosità, spinto dalla gratuità della struttura.

Inserendo un ticket, che potrebbe aggirarsi intorno ai 12 dollari per il MET, a scomputo degli attuali 25 suggeriti sul sito ufficiale, e un costo, magari anche solo simbolico, per il Pantheon a Roma, si garantirebbe alle due sedi di poter fidare su di una rendita più o meno fissa, dalla quale attingere per coprire quantomeno i costi di intervento ad opere e strutture e, nella più rosea delle prospettive, riuscire anche a finanziare piccole esibizioni temporanee.

Se avete di continuo ospiti nella vostra casa, con il passare del tempo persino le sedie e il pavimento risentiranno dell’usura di chi viene a trovarvi, con un notevole aumento dei costi di manutenzione annui della vostra abitazione.

Gli italiani dovrebbero andare oltre il perbenismo un po’ snob che guarda con disprezzo ai guadagni che provengono dalla cultura e alla sua commercializzazione, ed entrare in una forma mentis più imprenditoriale, che sappia “vendere” l’arte al pubblico, nel rispetto dei luoghi, delle opere e del loro valore artistico-culturale.

ART NEWS

La bellissima “Sezione Egizia” del Museo Archeologico di Napoli

museo-archeologico-nazionale-di-napoli-sezione-egizia-dea-internettualeDa poco meno di un mese il Museo Archeologico Nazionale di Napoli ha ritrovato la sua Collezione Egizia. Dopo oltre sei anni di chiusura al pubblico, sopperita dal compendio in una saletta, e un lavoro di ristrutturazione delle sedi espositive, il MANN riapre finalmente le storiche collezioni Borgia e Picchianti, per importanza seconde in Italia soltanto al Museo Egizio di Torino, e tra le raccolte originarie del museo napoletano.

Se seguite il mio profilo instagram, saprete già che ho trascorso all’insegna dell’arte egizia.

Composta da diverse sale, ordinate per tipologia, secondo un criterio visto anche all’Egizio di Torino. Le sale, collocate nell’originario piano interrato dell’edificio, sono una teoria di spazi in cui si susseguono i monili egizi: la plastica di piccole dimensioni, che si alterna alle stele e alle epigrafi.

Tanti gli oggetti di queste collezioni che ritrovano nuova luce, come le mummie: sono ben tre quelle custodite al MANN, tra cui quella di un bambino e di un coccodrillo.

museo-archeologico-nazionale-di-napoli-sezione-egizia-mummia-internettualeUn’esposizione moderna, che gioca con forme, ma soprattutto colori, che accompagnano i millenari manufatti egizi. I gialli, i rossi, i blu fanno da sfondo ai vasi canopi, alle teste, alle divinità umane e animali che hanno animato la storia e la cultura nell’Antico Egitto.

museo-archeologico-nazionale-di-napoli-sezione-egizia-divinita-internettualeUn allestimento che, pur non snaturando il contesto in cui si trova, è fresco, giovane, vitale, che gioca anche ad attrarre un pubblico giovane, la Generation X con lo smartphone alla mano, poco avvezza alla cultura e ai musei.

Bellissime le epigrafi che raccontano del culto dei morti, della dea Iside e di Osiride, e del viaggio, attraverso Ra, nel Regno dei Morti.

Nelle sale gli oggetti d’uso comune narrano della quotidianità di una vita altra, oltre la morte, diventando corredo funerario.

museo-archeologico-nazionale-di-napoli-sezione-egizia-papiri-internettualeIn un’ottica museale contemporanea grande attenzione è data all’illuminazione dei reperti archeologici, valorizzati da fasci di luce e teche impercettibili, lontane dagli ottocenteschi espositori in legno, di cui resta simbolicamente traccia in una vetrina all’ingresso della sezione.

museo-archeologico-nazionale-di-napoli-sezione-egizia-canopo-internettualeAd accogliere i visitatori in questo mondo di morti, il Naoforo Farnese, eletto simbolo di questa attesa riapertura nelle immagini promozionali, cui tocca fare gli onori di casa, mentre un proiettore introduce i visitatori all’Antico Egitto e i pannelli a muro ripercorrono la storia della formazione delle collezioni.

La sezione si ricollegherà probabilmente con quella delle Epigrafi, oggi chiusa, il cui percorso sotterraneo aprirà una finestra ancora più ampia sul mondo antico.

Benché siano ancora tante, troppe, le sezioni che proprio non riescono ad aprire contemporaneamente, il MANN sta riacquistando l’antico prestigio, e quello dei faraoni è un ritorno doveroso, che contribuisce a ridare all’Archeologico la dignità di un museo che vanta alcune delle collezioni più importanti del mondo.

Per maggiori informazioni:

www.museoarcheologiconapoli.it

LIFESTYLE

L’aristocratica Ravenna, tra poesia, storia e arte

tomba-di-dante-ravenna-internettuale
Tomba di Dante

Se in un viaggio ricercate le atmosfere à la Mangia Prega Ama, ma non potete o volete andare a Roma, Ravenna è la città che fa per voi. Sulla ridente costa della riviera romagnola, questa piccola cittadina di quasi 165.000 abitanti, è stata nella sua storia capitale dell’Impero Romano d’Occidente, del Regno degli Ostrogoti e dell’Esarcato Bizantino.

E ricorda proprio una Roma in miniatura, con i suoi palazzi arancio, le osterie storiche lungo viuzze caratteristiche che si fondono e dialogano con le architetture del passato. Sono tanti infatti gli edifici medievali e le rovine che punteggiano questa città, a cominciare dalla tomba di Dante. Il poeta della Divina Commedia riposa in un piccolo tempietto neoclassico coronato da una cupola. Commissionata dal cardinale Luigi Valenti Gonzaga, la cappella fu costruita dall’architetto Camillo Morigia. La tomba si trova nei pressi di un piccolo giardino, oggi chiamato Quadrarco di Braccioforte, dove sarebbero stati svolti i funerali del poeta vate e dove, durante la Seconda Guerra Mondiale, il corpo di Alighieri avrebbe trovato riparo dai bombardamenti sotto un tumulo, ancora oggi visibile e ricordato con una lapide.

La tomba vera e propria consta di un sarcofago di età romana il cui epitaffio, in latino, dettato da Bernardo Canaccio nel 1366, fa riferimento alle opere e alla poetica di Dante.

ravenna-strade-internettuale
Ravenna, strade

Le strade, rifinite da eleganti vestigia medievali, sono le arterie di una città a misura d’uomo, i cui monumenti sono entrati di diritto nel 1996 nella lista dei siti italiani patrimonio dell’umanità dall’UNESCO, come sito seriale “Monumenti paleocristiani di Ravenna”.

Le sue basiliche, di chiaro influsso orientale, sono un tripudio dell’arte musiva, che fonde la tradizione romana e il gusto bizantino, con figure dalle fattezze esotiche e contenuti di chiara propaganda imperiale.

basilica-di-san-vitale-giustiniano-mosaici-ravenna-internettuale
Basilica di San Vitale

È forte la presenza del divino tra le mura della Basilica di San Vitale, che avvolge il visitatore in un vortice di spiritualità, tra gli affreschi della cupola e le volte, e la ricca decorazione musiva parietale dell’altare maggiore, dove troneggiano i famosi ritratti di Giustiniano e la sua corte e Teodora e le sue dame.

È una sorpresa il piccolo Mausoleo dell’imperatrice Galla Placidia. L’austerità del laterizio esterno si rivela nella ricchezza interna, lungo le braccia della pianta a croce. Nella decorazione dei mosaici che portano all’interno del sepolcro il cielo stellato d’oriente, figure animali e vegetali che rivestono come una stoffa le forme sinuose delle volute, che avvolgono la lunetta con Cristo raffigurato come il buon pastore.

Il Battistero Neoniano, detto anche degli Ortodossi, è un’imponente struttura che trova nella forma ottagonale il riferimento all’8 che, secondo la numerologia, simboleggia appunto la resurrezione. Al centro della cupola trova posto il battesimo per eccellenza, quello di Cristo ad opera di San Giovanni Battista nelle acque del Giordano. Su Cristo svetta una colomba, personificazione dello Spirito Santo.

battistero-degli-ortodossi-battesimo-di-cristo-ravenna-internettuale
Battistero Neoniano, Ravenna

Lungo questo ideale percorso composto da cinque strutture museali, c’è il Museo e Cappella Arcivescovile, in cui a dominare è il mosaico del Cristo Guerriero, intorno al quale orbitano veri e propri gioielli della curia arcivescovile ravennate.

Ultimo gioiello di questo ideale perimetro d’arte, accessibile con un unico biglietto d’ingresso, è la Basilica di Sant’Apollinare Nuovo, la cui austerità della struttura evapora in un movimento ascensionale che cattura lo sguardo del visitatore che diventa parte del silenzioso corteo delle Sante Vergini sul lato sinistro della navata centrale e dei Santi Martiri.

Da non perdere una visita al Museo Nazionale di Ravenna, le cui collezioni vanno dalle straordinarie ceramiche locali, di Faenza e Ravenna, ad armature lucenti, di combattimenti e giostre. Un gioiello la cui unica pecca sta nel percorso di visita non perfettamente lineare, che disorienta il visitatore tra i due chiostri dell’originaria struttura monacale e una teoria di corridoi che si snodano come un labirinto.

basilica-di-san-francesco-cripta-internettuale
Basilica di San Francesco, cripta sommersa

Curiosa la Basilica di San Francesco, la cui cripta sotto al presbiterio, risalente al IX-X secolo, è per metà allagata, offrendo l’insolito spettacolo dei resti della decorazione pavimentale completamente sommerso dall’acqua, la cui visione è possibile solo attraverso una piccola finestra. Un po’ lucroso il sistema, che prevede l’introduzione di una moneta da un euro per accendere le luci che consentono la vista della cripta, tra l’imbarazzo di chi paga, indeciso se far valere il proprio diritto occupando la finestra per i minuti dell’illuminazione, con disappunto della fila retrostante, o sentirsi un po’ sciocco per aver pagato lasciando la vista anche a chi segue.

Ravenna è una città aristocratica, da scoprire con la devozione e il rispetto con cui si ascolterebbe una dama medievale che racconta una favola il cui lieto fine è la sua arte.

Uncategorized

La scalinata di Piazza di Spagna ritrova l’antico splendore grazie a Bulgari

In occasione della Milano Fashion Week, è giusto parlare di quanto la moda faccia bene anche all’arte. Se da secoli questa è fonte di ispirazione per gli stilisti di tutto il mondo che, dalle Sorelle Fontana a Moschino, si sono spesso ispirati a celebri opere e personaggi del passato per le loro creazioni, in alcuni casi hanno saputo restituire quanto la storia dell’arte abbia saputo donar loro. E così, dopo Fendi, che ha ridato nuova luce alla Fontana di Trevi, celebrandovi i 90 anni della maison con una sfilata sull’acqua dopo averne finanziato il restauro, un’altra importante casa di monda, Bulgari, ha invece reso possibile il restauro di un altro luogo simbolo della capitale romana, Trinità dei Monti.

Celebre negli anni ’90-2000 per le sfilate di moda in televisione e le fiction rai, la scalinata di Piazza di Spagna a Roma collega la Chiesa di Trinità dei Monti all’ambasciata borbonica spagnola cui la piazza deve il nome.

Commissionata dal cardinale de Tencin, viene inaugurata da Papa Benedetto XIII in occasione del Giubileo del 1725.

Il disegno è ad opera di Francesco De Sanctis, architetto del tardo barocco romano che immaginò una teoria di scale intervallate da terrazze fiorite, riccamente addobbate con fiori a partire dalla primavera di ogni anno.

audrey-hepburn-vacanze-romane-trinita-dei-monti-scalinata-internettuale
Audrey Hepburn a Piazza di Spagna in “Vacanze Romane”, 1953

Scenario di film memorabili come Vacanze Romane con Audrey Hepburn del 1953, risponde alla moda architettonica del tempo, con una profonda prospettiva che culmina in quinte monumentali.

Restaurata già nel 1995, oggi la scalinata ritrova il suo antico splendore grazie ad un restauro costato 1,5 milioni di euro, stanziati dalla maison Bulgari. Di un bianco travertino abbagliante “va preservata da ulteriori situazioni che possano causare danni” dice la neo sindaco Virginia Raggi, la quale vuole vietare fortemente i bivacchi, spesso causa di degrado e sporcizia per luoghi pubblici e monumenti.

All’inaugurazione della riapertura della scala erano presenti l’AD della casa di moda Jean-Christophe Babin, Nicola Bulgari, il Sovrintendente capitolino ai Beni culturali Claudio Parisi Presicce.

E se in città come Napoli i finanziamenti stanziati dai privati in cambio di pubblicità ancora faticano a decollare del tutto, tra ritardi e sponsor che continuano a cambiare a vantaggio delle sole ditte d’appalto, a Roma questa sembra ormai una felice realtà che consente, in questo caso alla moda, di contribuire a rendere più belle quelle città che spesso fanno da sfondo a creazioni uniche e senza tempo.

LIFESTYLE

La pizza di Sorbillo, il vero sapore della città di Napoli

veduta di Via Tribunali dalla Pizzeria Sorbillo
veduta di Via Tribunali dalla Pizzeria Sorbillo

È una delle pizzerie più note della città di Napoli, se non LA pizzeria per antonomasia. Quella di Sorbillo non è una semplice pizza, ma una vera e propria esperienza sensoriale, vera essenza della vita napoletana. A cominciare dall’attesa, una volta comunicato il proprio nome all’ingresso, nei vicoli, tra cittadini impazienti e turisti curiosi, tra auto di passaggio e motorini. L’attesa, che al sabato sera può arrivare anche a un’ora, è una preparazione ai ritmi di una città che la vita sa godersela nonostante tutto.

Si vive prima il vicolo. Con il chiacchiericcio della gente intorno, l’entusiasmo di chi ci va per la prima volta, la consapevolezza di chi ci ritorna pregustando la creazione di un maestro artigiano della pasta quale Antonio Sorbillo con suo padre Salvatore.

Ci si sente immersi nell’atmosfera partenopea, in Via Tribunali 32, sede storica della pizzeria Sorbillo, che ha saputo estendere il proprio marchio a Piazza Trieste e Trento, con una friggitoria, Zia Esterina, che esporta la pizza fritta a ridosso di una delle piazze più belle d’Italia, Piazza del Plebiscito, trasformando i suoi clienti in parte di una cartolina vivente, e sul lungomare in Via Partenope 1, a due passi da Piazza Vittoria e dalla Colonna Spezzata, con vista su Castel dell’Ovo.

Un marchio, quello di Gino Sorbillo, che è davvero una garanzia, e che ha saputo affascinare anche il mondo della televisione de La Prova del Cuoco su raiuno con Antonella Clerici, o quello ipercritico ed elitario di MasterChef, arrivando all’evento-moda di questa estate Dolce & Gabbana, alla cui madrina d’eccezione, Sophia Loren, il maestro pizzaiolo non poteva che dedicare una pizza, rievocando i tempi in cui la pizza, fatta di sola pasta, pomodoro, mozzarella e basilico fu creata per la Regina Margherita di Savoia.

Una volta dentro la sala di Via Tribunali sono le canzoni classiche napoletane in filodiffusione a far da colonna sonora. Venturini, certo, ma anche Pino Daniele e Caruso si fondono in un’atmosfera di festa e tradizione.

Tante le pizze sul menu, così come le bevande che le accompagnano, ma se volete sentire il vero sapore di Napoli, è la pizza Margherita che dovete ordinare. Classica o DOP, con tutti gli ingredienti di origine protetta e un bocconcino di mozzarella di bufala, spesso imitato, a contornare il tutto. Un impasto leggero che si scioglie in bocca in un’armonia di sapori senza tempo.

Sottilissima e gigante. Sono questi gli aggettivi che meglio si addicono a questa straordinaria creazione della cucina partenopea esportata in tutto il mondo.

La scelta migliore per accompagnare una delle tante pizze offerte dal ricco menu Sorbillo, è senza dubbio la birra artigianale della casa. Un gusto deciso che renderà questo pasto un’esperienza indimenticabile. Sì, perché è solo dopo aver sentito la freschezza della mozzarella, il sapore corposo del pomodoro e il gusto frizzante del basilico fresco di una pizza Sorbillo che si può dire di essere stati davvero a Napoli.

Per maggiori informazioni:

www.sorbillo.it

ART NEWS

“Napoli Sotterranea”, l’altro volto di una Napoli da scoprire

Da oltre trent’anni Napoli Sotterranea si è trasformata in una tappa imprescindibile per chi va a Napoli per la prima volta. Questo luogo infatti non è soltanto uno dei tanti siti archeologici che punteggiano la città, ma una porta su di un passato recente che ci fa scoprire il volto complementare di Napoli, il negativo fotografico in pietra di quella cartolina che tutti conoscono.

Napoli Sotterranea oggetti 2016 - internettualeNapoli Sotterranea non è più soltanto uno degli accessi al sottosuolo del capoluogo partenopeo, ma l’affresco di quella mentalità tipicamente napoletana dell’arte di arrangiarsi e di sopravvivere: sopravvivere alla storia, sopravvivere agli orrori della guerra, sopravvivere a se stessa.

Come molti siti omologhi, gli ambienti, molto ampi, nascono come cave di estrazione ad opera dei Cumani e Greci che insediarono la penisola a partire dall’VII secolo, e dal IV cominciarono i lavori per estrarre il tufo giallo, pietra friabile e porosa di origine vulcanica tipica della città, con la quale sono stati costruiti gli edifici sovrastanti.

È con l’avvento dell’ingegneria romana che queste cave iniziano ad essere trasformate in cisterne, alimentando un complesso acquedotto che porterà l’acqua all’allora Neapolis greco-romane direttamente dalle sorgenti della Bolla.

Da questo momento fino alla fine del 1800, gli ambienti funzioneranno come acquedotto, attraverso il sistema di estrazione dell’acqua con anfore in ceramica, che consentivano con il loro peso di essere immerse completamente nei pozzi per essere tirate su attraverso un sistema di carrucole e corde o, semplicemente, a mano.

Con lo scoppio del colera nella città nella prima metà dell’800, l’acquedotto venne dismesso, ritrovando nell’acqua l’origine della pestilenza, dovuta alla contaminazione del sistema fognario costruito al di sopra, che contaminava con i liquami l’acqua all’interno delle cisterne.

Sarà negli anni della prima guerra mondiale che gli ambienti vengono utilizzati come depositi per nascondere armi, mentre a partire dal 1940, durante la Seconda Guerra Mondiale, si comprende che non si bombardano più solo i siti strategici come nella prima, ma anche le zone residenziali. È così che i cittadini vi troveranno rifugio durante i bombardamenti e, talvolta, anche vere e proprie abitazioni provvisorie.

Napoli Sotterranea coltivazione basilico 2016 - internettualeStoria a parte, Napoli Sotterranea è una suggestiva esperienza da fare da soli o, meglio, con un nutrito gruppo. Si fa quasi mistico infatti il camminamento in un passaggio stretto dell’acqua, illuminati solo dalla propria candela che si regge lungo il percorso, mentre invogliano a ritornare ciclicamente gli esperimenti botanici attualmente condotti nei sotterranei. All’interno delle sale infatti si conducono diversi studi sulla crescita delle piante illuminate solo artificialmente e mai innaffiate, poiché la loro vita è resa possibile dall’alto tasso di umidità del sito pari all’80%.

Il percorso porta i visitatori attraverso i vicoli caratteristici della città, quelli dei panni stesi, del vociare, dei colori. La Napoli delle rovine romane inglobate nei palazzi per ritrovare una nuova vita nell’era moderna. Come l’anfiteatro nel quartiere San Lorenzo, dove Svetonio racconta del debutto in scena di un giovane (imperatore) Nerone, musico e cantante per diletto, che si sarebbe esibito qui.

Di grande fascino la sala dedicata al presepio napoletano, con scene di vita quotidiane e tenere natività, in autentiche teche di legno settecentesche.

Bombe inesplose sospese sulla testa dei visitatori, vecchi oggetti appartenuti a chi in quei luoghi non vi ha trovato solo riparo, ma la salvezza e, forse, un’altra vita.

Tra il merchandising del ricco shop center di “Napoli Sotterranea”, da provare il vino tufello, disponibile, tra l’altro, nelle due varianti di Falanghina bianca e Aglianico rosso.

Il sito è attualmente gestito dal signor Enzo Albertini, responsabile dell’Associazione che lo gestisce e se ne occupa.

Straordinario lo staff, costituito per lo più da ragazzi entusiasti, di grande umanità, che raccontano con passione la storia della propria città. Una speciale menzione, per la bellissima visita, a Grazia, che con professionalità, passione e un pizzico di ironia ha saputo conquistarci e guidarci alla scoperta di un altro volto di Napoli.

ART NEWS

Aprono al pubblico i luoghi segreti di Castel Sant’Angelo a Roma

Conosciuto ai più come Castel Sant’Angelo, il celebre monumento di Roma è detto anche Mausoleo di Adriano, memore della sua costruzione, su imitazione di quello di Augusto, iniziata nel II secolo d.C. sulla riva destra del Tevere per volere dell’Imperatore le cui spoglie trovarono riposo insieme a quelle della moglie e dei suoi successori Antonino Pio, che ne completò la realizzazione, Marco Aurelio e Settimio Severo e le loro famiglie rispettive famiglie.

Il monumento si trova di fronte a quello che era il Campo Marzio, cui è collegato dal Ponte Elio, appositamente costruito.

Castel Sant'Angelo Roma Angelo - internettuale

Trasformato in castello dall’Imperatore Onorio, prese il nome di castellum, diventando un forte per la difesa della città. Inaugurato da Papa Nicolò III durante il Sacco di Roma per sfuggire alla furia dei lanzichenecchi, viene utilizzato nei primi secoli dell’anno mille dai Papi per mettersi in salvo grazie al Passetto, un lungo camminamento sotterraneo che lo collega al Vaticano.

Oggi i visitatori potranno finalmente conoscerlo, insieme ai luoghi segreti finora chiusi al pubblico per sicurezza.

Un itinerario che porta nel cuore del monumento romano, alla scoperta degli antichi depositi alimentari del Castello come le Oliare, o della stufetta di Clemente VII, la sala da bagno, vero “gioiello” dei pontefici.

Lungo gli ottocento metri del Passetto le feritoie permettono una vista inedita su scorci della città, il suo borgo, le sue case.

La visita, rigorosamente guidata, accompagnerà il pubblico alla scaletta che scende fino alle Prigioni Storiche, istituite nei sotterranei dell’edificio da Alessandro VI Borgia agli inizi del ‘500, e che daranno modo di scorgere le celle umide e buie dove molti hanno trovato la morte nel corso della storia: dai Papa Paolo III Farnese alla famiglia Cenci, passando per il Conte di Cagliostro accusato di negromanzia.

È possibile visitare i luoghi segreti di Castel Sant’Angelo tutti i giorni, con due visite in italiano e due in inglese per gruppi di massimo quindici persone.

Per maggiori informazioni:

www.castelsantangelo.com