LIFESTYLE

Aroundly, l’app gratuita che trasforma lo smartphone in guida turistica virtuale personalizzata

È la storia di un sogno, di un’amicizia e di riscatto del Sud, quella di Aroundly, applicazione mobile che sta rapidamente scalando le classifiche di download negli store digitali, che permette di trasformare un viaggio in un percorso esperienziale e, al tempo stesso, social. Un nuovo modo di scoprire la propria città grazie a chi la conosce meglio o scoprirne di nuove attraverso gli occhi di chi le conosce meglio, e che trasformerà la propria visita in un’esperienza da condividere.

Disponibile per iOS e Android dallo scorso dicembre, Aroundly è un fenomeno anche virale che si sta rapidamente diffondendo sui profili instagram dei travelblogger di tutta Italia, ed io, in quanto viaggiatore novizio che si appropinqua a scoprire le bellezze della nostra penisola, non potevo esimermi dall’intervistare il suo creatore, Vito Santarcangelo.

Ingegnere informatico di 30 anni e PhD Student in Computer Vision presso l’Università di Catania, Vito decide nel 2014 di fondare la iInformatica S.r.l.s. insieme al suo migliore amico Giuseppe Oddo, conosciuto nelle aule del politecnico di Bari. Oggi la società è composta da un team di ragazzi provenienti dal Sud (tra cui un napoletano) e si propone come obiettivo quello di realizzare esperienze digitali, che hanno una particolar vocazione per l’innovazione. Ad aiutarli nell’impresa tutto un team di programmatori.

Partiamo dall’inizio: che cos’è Aroundly?

«È un esperimento scientifico e sociologico innovativo di guida turistica virtuale personalizzata».

Negli store si legge che Aroundly consente di scoprire percorsi inediti: come funziona esattamente?

«Il progetto brevettato dalla iInformatica è un sistema di navigazione personalizzato sulle caratteristiche del singolo viaggiatore, considerando anche sesso, età, compagnia, stile di viaggio e tempo a disposizione. E dà la possibilità di condividere il proprio tour con altre persone in un’ottica di “leader-followers”».

Perché un viaggiatore, o traveller come si definiscono oggi, dovrebbe scaricarla?

«Aroundly ha una base di conoscenza costruita da esperti del posto. In ogni città sono stati coinvolti ragazzi esperti del proprio territorio. L’applicazione, infatti, annovera molti brillanti giovani delle varie accademie delle belle arti italiane. Non è la classica app con un elenco o mappa di monumenti da visitare, ma rappresenta una esperienza egocentrica costruita su misura che accompagna il viaggiatore come un amico del posto».

Come nasce l’idea di quest’app?

«L’idea è ben rappresentata dalla frase del video di lancio, realizzato dal regista Nicolò Montesano: “buon istante a tutti i viaggiatori”. L’obiettivo dell’app è quello di valorizzare ogni istante del proprio viaggio e regalare emozioni in una esperienza digitale completamente nuova».

Qual è il concept che c’è dietro?

«In un mondo caratterizzato da una forte attenzione alla singola persona (basti pensare ad instagram, social network egocentrico per antonomasia), abbiamo pensato di voler rendere unica l’esperienza del viaggio, cercando di fornire contenuti utili anziché generici che caratterizzano la maggior parte delle app turistiche e i siti on-line. Il tutto finalizzato ad una valida promozione e valorizzazione del nostro territorio, in cui spesso il turista, straniero e non, si trova disorientato».

L’app è per ora disponibile per alcune città del Sud Italia: quali sono le prossime città in cui sarà possibile utilizzarla?

«L’app annovera dieci città del sud e un solo esperimento al nord, con Trieste. Sbarcherà a giorni in Puglia con il lancio di Alberobello e Lecce. Per la Basilicata ci sarà il lancio di Maratea. È anche previsto un esperimento all’estero, nella città bulgara di Plovdiv, che sarà capitale europea della cultura del 2019 insieme alla mia Matera. Stiamo raccogliendo numerosissime proposte di molti ragazzi per l’estensione di Aroundly in altre città, e ciò ci rende notevolmente orgogliosi e fiduciosi sul futuro dell’app».

Non solo travel, ma anche, se vogliamo, “social”…

«Conoscere nuova gente e condividere l’esperienza sono gli ingredienti vincenti per vivere al meglio il proprio viaggio».

Quanto impegno richiede oggi sviluppare un’applicazione?

«Aroundly ha richiesto uno sviluppo di oltre un anno. App più semplici come iPlaya, una delle nostre prime app, realizzata per la gestione degli stabilimenti balneari e prenotazione degli ombrelloni, ha richiesto quattro mesi».

Chi sono gli sviluppatori?

«L’app ha visto la firma dei nostri brillanti dipendenti Michele Di Lecce e Vincenzo Ribaudo. Alcune delle nuove funzionalità sono state sviluppate da Alberto Tuzzi e Diego Sinitò. Tutta la grafica invece è stata realizzata da Antonio Ruoto».

Quanto è difficile fare impresa al Sud oggi?

«È uno scenario complesso, ma dalla sua complessità nascono sfide altamente motivanti. Il team tutto made in Sud, siciliani, campani, sardi e lucani, è sicuramente il nostro punto di forza oltre che motivo di orgoglio».

Cosa speri per il futuro di questa app?

«Aroundly è un’iniziativa no-profit e mi auguro possa estendersi su tutto il territorio nazionale e possa diventare anche un punto di riferimento per i turisti oltre i confini della nostra nazione».

Cosa suggerisci a chi viaggia con Aroundly?

«Di raccontarsi ad Aroundly. È la cosa migliore per modellare un percorso personalizzato, grazie all’intelligenza artificiale della nostra app».

Un viaggio che ognuno dovrebbe fare nella vita…

«Consiglio a tutti un tour del Sud Italia. La nostra Italia meridionale regala sempre esperienze magiche grazie ai suoi posti unici, che raccontando di storia, culture e tradizioni restituiscono esperienze sensoriali fatte di immagini, suoni e profumi indimenticabili».

Per maggiori informazioni:

www.aroundly.it

www.iinformatica.it

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Weekend a Venezia, tra arte, cultura e suggestioni arabeggianti

Il mio viaggio a Venezia inizia con lo stupore. Sì, perché il treno, poco prima di arrivare nella Stazione di Venezia Santa Lucia, sembra quasi planare sull’acqua. Ai lati c’è solo il mare, e dinanzi a te l’isola una città di mattoni che a mano a mano diventa più grande fino ad avvolgerti.

Quando esci dalla stazione è invece il silenzio a sorprenderti: qui non ci sono le sirene delle ambulanze, i motori delle macchine, i clacson, e se senti suonare con veemenza, è probabilmente quello di qualche taxi che vuole farsi spazio tra una gondola e l’altra, mentre i motori sono quelli delle imbarcazioni che attraversano i canali della città. Persino la metropolitana qui viaggia sull’acqua, e i suoi vagoni sono battelli che traghettano cittadini e turisti da una parte all’altra, o forse sarebbe più corretto dire da una sponda all’altra.

Sento una comitiva di ragazzi ridere, divertirsi. Sono quasi tutti uomini e indossano delle t-shirt bianche con su scritto “amici della sposa”. È un addio al nubilato, la sposina è vestita di fucsia, e tenta di vendere dei biscotti ad 1€. Non ha molta fortuna, pare, ma si fanno scattare una foto tutti insieme all’arrivo in stazione. Probabilmente anche il loro weekend, come il mio, è appena iniziato.

Passeggiando tra i vicoli, scorgo piante e rampicanti spuntare da balconi e finestre: come fa una natura tanto rigogliosa a crescere in quei piccoli spazi? Il che è un paradosso se si considera che Venezia, è stata costruita sopra una laguna di acqua salata, dove persino gli alberi sono radi per le strade.

Entro nella Chiesa di Santa Lucia, impossibile non farlo. Al suo interno stanno celebrando un matrimonio con rito bizantino. La messa è tutta cantata, non so in che lingua, non riconosco le parole, ma ne percepisco la sacralità. È quasi il momento dell’“incoronazione degli sposi”, che baciano i paramenti sacri mentre il sacerdote continua a cantare una cantilena strascicata. Faccio qualche foto, esco.

È molto forte il retrogusto orientale tra i vicoli di questa città, di fondazione bizantina che tanti rapporti ha avuto con il mondo arabo, che le ha lasciato tracce visibili sulle facciate dei palazzi che ancora si fregiano del caratteristico gotico veneziano, che rasenta una casbah.

Mentre io a stento riesco ad orientarmi tra questi meravigliosi vicoli e canali, c’è persino chi invece trova la direzione di La Mecca durante la ṣalāt, la preghiera canonica islamica, e si inginocchia su di un tappeto in un angolo appartato.

Se come me avevate visto Venezia solo virtualmente giocando a Tomb Raider 2 negli anni ’90, comprenderete che la finzione non è molto diversa dalla realtà: come nel videogame persino trovare Piazza San Marco può trasformarsi in un gioco di piccoli indizi scritti talvolta addirittura a penna sui muri o tra l’insegna luminosa di un negozio.

Sembra infatti che Venezia abbia sviluppato una propria segnaletica: qui non ci sono cartelli turistici marroni cui siamo abituati, ma segnali in giallo che indicano la direzione: Rialto, l’Accademia, San Marco diventano punti cardinali di una topografia intricata.

I sestrieri di Venezia, le sei zone della città, sono composti da circa 121 isole, collegate tra loro da 435 ponti. Nessun ponte è uguale all’altro. Pur avendo la medesima funzione, sembra che ognuno la esprima nel proprio personalissimo modo: di pietra, di ferro, di legno, con parapetto, ringhiera o balaustra. Ogni ponte è un piccolo scorcio, il che potrebbe portarvi per tutto il soggiorno la smania di catturare il ponte perfetto, con la luce perfetta, con la gondola perfetta.

Le gondole. Questa caratteristica imbarcazione nera dalla forma oblunga che sfila sull’acqua, è una delle attrazioni principali per i turisti, non solo per quelli che, in ombrellino bianco e occhi sorridenti, decidono di attraversare i canali, ma anche per quelli che dalla terraferma li ammirano esterrefatti cercando inutilmente ogni volta di fotografare questa magia.

Ogni gondola è come un piccolo mondo a sé, con un proprio tema, un proprio “arredamento” che rispecchia la personalità e l’estro del gondoliere. Che ricordi la Cina, con dragoni e le fantasie cinesi dei salottini, che sia tappezzata di damasco rosso o d’oro.

Tra le chicche di Venezia c’è quella della Libreria Acqua Alta, elogiata da più siti come una delle librerie più belle del mondo. Quasi sommersa, si trova in un negozio raso terra, la cui uscita secondaria dà direttamente su di un canale. È una suggestiva atmosfera quella che attira lettori e curiosi che accorrono qui a vedere gondole e vasche da bagno piene di volumi, e scale fatte di libri che è possibile salire, scalando idealmente il sapere umano.

Forse l’80% dei negozi veneziani sono botteghe di souvenir o vere e proprie boutique di creazioni di Murano, i coloratissimi vetri preziosi che tanta fortuna nel mondo hanno fatto di questo luogo magico. Ed è imprescindibile andare a Venezia senza fare una capatina all’Isola di Murano, così mi sono diretto a Fondamenta Nove per prendere la “metro” che mi avrebbe portato a Murano Colonna, con una fermata intermedia a San Michele, il cimitero della città, manco a dirlo un’isola del riposo eterno.

Appena approdi a Murano sono tanti gli uomini che ti invitano a vedere la creazione dal vivo nelle fornaci del vetro di Murano. Alcuni laboratori vi adescheranno con il solo proposito di portarvi in negozi meno in vista e spingervi a comprare, altri, come un vero e proprio documentario in diretta, vi mostreranno la lavorazione del vetro soffiato e del vetro massello, con tanto di presentazione in doppia lingua. Alla fine dello spettacolo il proposito è quello, la vendita, e se consideravo cari i negozi a Venezia, sperando di trovare a Murano un più diretto contatto tra produttore e consumatore, devo ricredermi: il “listino” è più o meno lo stesso, e anche all’interno di alcuni laboratori di produzione di vetro, bisogna stare attenti che sulle mensole delle esposizioni non vi siano microscopiche etichette che indicano che in realtà il prodotto sia stato importato dall’estero. Non ci sono mezze misure: o bisogna pagare tanto per acquistare un pezzo senza dubbio artigianale, o si finisce col prendere un soprammobile a 20 € per poi scoprire che è made in China.

Naturalmente non si può venire a Venezia senza passare dalla mastodontica Piazza San Marco per apprezzarne l’aristocratica architettura, lo storico Caffè Florian, il leone simbolo della Serenissima, la colossale Basilica che dà il nome allo spiazzo.

La Basilica di San Marco. Una monumentale costruzione fatta di oro, di pietre preziose, di statue e colonne, e di quelle cupole che mi riportano di nuovo in oriente, a Istanbul, a Santa Sofia.

All’interno della basilica è vietato fare foto.

Non si può fotografarla, San Marco, ma nemmeno raccontarla. Sarebbe d’altronde riduttivo provare a catturare in una foto tutto il suo splendore, così come riassumere la sua maestosità in poche righe. Tuttavia il senso di spiritualità è così forte, e così profondo, che si ha la sensazione di percorrere una basilica di luce e di oro. Giro su me stesso, e non è San Marco quella che vedo, ma Santa Sofia. Con le sue prospettive, gli scorci, gli ori, persino i tappeti persiani dei suoi musei, raccontano di un tempo in cui, proprio come una moschea, dovevano adornarla. Forse è più sottile di quanto crediamo la linea di demarcazione tra religioni e culture.

Il sapore glamour di Venezia è senza dubbio il Bellini. Questo noto cocktail nato nel 1948 all’Harry’s Bar del capoluogo veneto, è a base di prosecco e polpa di pesca bianca; il suo inventore, Giuseppe Cipriani, intitolò al pittore Giovanni Bellini, che dipinse la toga di un santo dello stesso colore rosa che caratterizza questo drink. La fama mondiale la si deve a personaggi quali Ernest Hemingway e Orson Welles, che ne sarebbero stati consumatori abituali. Ho amato il sapore fruttato di questo cocktail, la cui polpa lo rende più corposo e denso, perfetto per un aperitivo di metà serata tutto italiano.

La sera non può che concludersi in Piazza San Marco, al Caffè Florian o in piazza, ascoltando le orchestrine dei caffè in piazza che intonano arie classiche o noti brani italiani, aspettando l’imponente ingranaggio della Torre dell’Orologio segnare le ore, accarezzati dalla brezza marina sotto un cielo terso d’agosto di stelle cadenti.

Camminare di notte a Venezia è come muoversi attraverso la colossale scenografia di un teatro. Non è un caso che questa città sia anche la patria della Commedia all’italiana e che abbia dato i natali a geni come Goldoni: di notte qui tutto è teatralità, quinta, inedito backstage, persino un topolino che silenziosamente scappa in un vicolo o lo scroscio delle scure di un canale smosse dal remo di un gondoliere, si fanno spettacolo di cui sei parte anche tu.

Per altre immagini di Venezia e non solo, seguitemi su instagram @marianocervone

LIFESTYLE

Chiesa in Valmalenco d’estate: un’oasi di relax a contatto con la natura

Rifugiarsi a Chiesa in Valmalenco d’estate è senza dubbio l’antidoto migliore al caldo torrido di questi giorni. Se come me avete patito il clima d’agosto, questi luoghi saranno come trovare riparo in un centro commerciale: sarete avvolti da un’aria condizionata naturale. Qui infatti di rado la temperatura va oltre i 22 gradi centigradi, e le minime notturne impongono di dormire almeno con un piumino anche nel giorno della Madonna Assunta.

Mariano Cervone, Lanzada (instagram @marianocervone)

Tuttavia se Chiesa l’avete già conosciuta d’inverno, con i suoi impianti da sci e rifugi dove bere prosecco al sole e ammirare la maestosità delle Alpi, resterete un po’ delusi: con la neve infatti pare si sciolga anche quell’aria glamour à la Cortina, per lasciare il posto a una serie di paeselli e contrade, legati gli uni agli altri da strade statali o piste pedonali-ciclabili che ne consentono la visita senza troppi problemi.

Insomma, dopo questa parentesi sono fermamente convinto che Chiesa non sia esattamente un paese per giovani, ma un luogo dove gli anziani vengono a trovare riparo dalla calura della bella stagione. Eppure, nonostante tutto, credo che abbia momenti e posti in cui anche un appassionato d’arte e mondanità, possa trovare fondi di ispirazione.

A cominciare dal Museo Mineralogico di Lanzada, l’Ecomuseo della Valmalenco, piccola baita che nelle sue teche in legno racchiude un’antologia di minerali e pietre di cui la Valtellina e la Valmalenco sono ricche, come i quarzi, bianchissimi, che sembrano quasi cristalli di ghiaccio, o il serpentino, caratteristico marmo verde della zona, che tanto ha dato alle architetture del nostro paese e non solo, che si fa anche prezioso materiale per monili e suppellettili finemente scolpiti e incisi.

Caspoggio, estate 2017 (instagram @marianocervone)

Se siete degli instagrammer alla ricerca di scorci caratteristici, è senza dubbio Caspoggio la località che fa per voi. Questa piccola provincia dell’alta Lombardia è incuneata tra le vette di Pizzo Scalino e Pizzo Bernina, ed è proprio a questi due monti che il ristorante Lo Scoiattolo ha dedicato due succulenti menù, che propongono ad un prezzo decisamente contenuto tutte le specialità che solo questi luoghi sanno offrire: dai freschissimi affettati ai formaggi, senza dimenticare pizzoccheri ed altri piatti della tradizione valtellinese. Ma è ampia e di qualità la cucina che offre questo luogo che ho scoperto per caso, passeggiando tra queste viuzze, con un’ampia sala interna e una bellissima terrazza a contatto con la natura.

Tra le attrazioni di Caspoggio ha destato la mia curiosità la sua seggiovia. Vinte le mie vertigini, e il timore per un impianto storico, mi intrigava l’idea di volare tra le cime verdi di questi luoghi alpini; e se l’ebbrezza della salita poco spazio ha lasciato al panorama, la discesa in compenso, con il paese che si distendeva come un mantello sotto i miei occhi attoniti, mi ha offerto una vista esclusiva da togliere il fiato.

Sulla vetta di Caspoggio c’è una piccola Chiesa: contenuta, spoglia, quasi francescana oserei dire, caratteristica dei luoghi di preghiera di montagna, e quasi mi pare di vederli, in questo piccolissima navata il cui sagrato è il prato circostante, i fedeli che si stringono e pregano in più avverse condizioni metereologiche.

E sono state soprattutto le Chiese ad aver attirato la mia attenzione di visitatore curioso, che mi ha portato a spingermi fino a Primolo. Questo piccola frazione, il cui toponimo ricorda il nome di un nano di Disneyana memoria, mi ha colpito per la Chiesa della Madonna delle Grazie, e immagino con quanta fede e devozione debba spingersi fin quassù un visitatore che spera di veder esaudite le proprie preghiere. La chiesa, come quasi tutte le costruzioni qui, risale al XVII secolo, e presenta una decorazione dorata molto ricca.

I cartelli stradali qui riportano anche i tempi di percorrenza per raggiungere le mete che indicano, e così dopo circa venti minuti di cammino sulla pista ciclabile, immerso nella natura, costeggiando le acque del Mallero, mi sono imbattuto nella Chiesa di San Giovanni Battista. Qui il senso di spiritualità sembra più forte rispetto alle altre chiese. La chiesa è buia quando entro, e il grande tabernacolo in legno dorato sembra risplendere di luce propria. È imponente come un tempio, e ascende verso il cielo restringendosi. Questo è forse il momento più spirituale di questo mio viaggio in Valtellina.

Chiesa di San Giovanni Battista a Lanzada (instagram @marianocervone)

Il mio percorso si conclude con Ganda, una contrada piccolissima, in cui è possibile scorgere ancora signore anziane austere come matrone, che nei vicoli stretti guardano gli stranieri con sguardo furtivo, con i loro capelli raccolti in una cipolla bassa e il grembiule un po’ annerito dai lavori domestici, e qualche gatto che si aggira randagio per i vicoli come faccio io.

E se la quietudine di questi posti vi sta stretta, allora dirigetevi verso El Diablo’s pub nel piccolo centro di Chiesa. A metà tra un antiquario e un bar vero e proprio, potrete ammirare mobili e suppellettili in vendita, mentre potrete sorseggiare uno squisito mojito, la cui menta è stata colta davanti ai vostri occhi.

ART NEWS, LIFESTYLE

Bellagio, la perla del lago di Como tra natura, arte e bellezza

La perla del lago di Como. È così che un cartello stradale annuncia l’arrivo a Bellagio, piccolo comune sul lago di Como, puntinato da ville storiche.

E non appena arrivi, è facile capire anche perché. Bellagio è piccolo paesino che si arrampica alle falde di Monte San Primo, specchiandosi nelle acque del lago Lario.

Una piccola Amalfi o Portofino, ma nel cuore della Lombardia, altrettanto adorata da turisti stranieri che da sempre vengono a frotte per le vacanze o per un weekend, come nel film Un mese al lago di John Irvin, con una giovanissima Uma Thurman, che racconta il fascino di questi luoghi.

Il lungolago è costeggiato da locali storici, con tanto di gagliardetti e riconoscimenti ufficiali dalle diverse Associazioni, i quali sin dagli anni ’30 accolgono i villeggianti in rarefatte atmosfere che oggi definiremmo vintage. Come l’Hotel Villa Serbelloni che, con le sue cinque stelle lusso, è da oltre cento anni un vero e proprio punto di riferimento per turisti di passaggio e villeggianti abituali che vogliono sentirsi a contatto con la natura, tra le azzurre acque del lago di Como e le verdeggianti montagne alle spalle. Dotato anche di una piscina e di un beauty center, l’albergo è il luogo ideale per un cocktail a bordo piscina o ritagliarsi un momento di relax e benessere a contatto con la natura.

Qui tutto è Italia e italianità, a cominciare dai nomi dei negozi e delle botteghe che rimandano ad altre città come Florence (Firenze). E così non è difficile vedere delle autentiche porcellane di Capodimonte qui, nel profondo nord, o scorgere in vetrina bellissime ceramiche di Caltagirone. Ma comprendo che, come in tante altre località turistiche, tutto è dettato dall’esigenza di offrire un sunto della produzione artigianale del nostro paese allo straniero che varca gli italici confini per una vacanza.

Bellagio, Lago di Como, lungolago – foto @marianocervone

In questi luoghi, di questa stagione, il profumo dell’Oleandro in fiore si confonde con quello salmastro del lago, ed è impossibile resistere alla tentazione di osservare i traghetti che portano i passeggeri da una sponda all’altra, collegando Bellagio alle località limitrofe di Varenna e Menaggio, gustando uno Spritz all’aria aperta.

Bar Sanremo. Un’altra località italiana. Il mio preferito.

Apprezzai già lo scorso inverno i suoi interni in legno, gustando brioche e cioccolata calda, ma d’estate il suo pergolato naturale, in pieno contatto con la natura, tra anatre, anatroccoli e qualche inaspettato visitatore alato che con coraggio cinguetta al tavolo dei clienti elemosinando qualche briciola. Un’esperienza che rigenera l’anima, e che rende giustizia al nome Happy Hour, perché sì, è questa la vera felicità.

Nell’area comasca è imprescindibile gustare un buon riso in cagnone e pesce persico. Un piatto tipico, dove il riso è bollito in modo che i chicchi di riso siano gonfi, ma ben staccati l’uno dall’altro, condito con burro e formaggio, e accompagnato da uno squisito pesce persico, fritto in burro e salvia. Una tipica ricetta nord-occidentale, che qui si fa elegante e sofisticata nell’impiattamento, con un retrogusto quasi orientale, nella disposizione del riso che fa da letto al pesce, creando uno squisito mix di sapori. Ho accompagnato questo piatto con un buon vino bianco, una falanghina, che rimanda invece ai sapori della mia terra e ai vigneti del beneventano.

riso in cagnone e pesce persico – foto @marianocervone

L’ho provato a La Limonaia, un suggestivo ristorante, di recente ristrutturazione, che affaccia su di un piccolo specchio d’acqua, il lago Pusiano, tanto caratteristico e bello quanto un po’ asincrono e lento nel servizio, con ordinazioni che possono impiegare anche trenta minuti per arrivare al tavolo e il rischio di costringere la metà dei commensali a guardare mangiare chi ha fatto una scelta diversa che fortuitamente arriva prima.

Un vero e proprio must per gli amanti dell’arte e della natura a Bellagio è Villa Melzi. Una dimora storica, appartenente alla famiglia Melzi d’Eril, costruita dall’architetto Giocondo Albertolli agli inizi del XIX secolo, secondo il gusto neoclassico.

Il parco è divenuto negli anni un vero e proprio orto botanico grazie ad una varietà di piante e specie che qui sul lago hanno trovato un secondo habitat naturale. Giunchi di bambù si alternano al gusto orientale, consentendo di passeggiare tra gli aceri rossi del giardino giapponese e le statue di chiara ispirazione egizia degli esterni.

Sorprese, scherzi, giochi ottici, ma anche una statuaria neoclassica che racconta dell’amore di Dante e Beatrice e dei tanti uomini e donne che hanno abitato la casa e passeggiato nei giardini con le loro storie e i loro segreti.

Villa Melzi d’Eril, Bellagio – foto @marianocervone

Vale senza dubbio la pena pagare un biglietto di ingresso tutto sommato basso, appena 6,5 €, se consideriamo le tante attrazioni all’interno dei giardini. Dalle calde serre, all’ex aranciera, oggi sala espositiva di reperti greci e di età napoleonica, finendo con la Cappella-oratorio e le bellissime sculture di Benzoni e Comolli che, come per il giardino, la adornano.

Lungo i viali anche un capanno di tipo polinesiano, che dà brio al movimento del giardino, per una sorprendente e fresca atmosfera tropicale.

Bellagio può regalare un soggiorno tra natura, arte e bellezza che conclude degnamente il mio percorso in una località tutta da scoprire.

Segui il mio reportage fotografico su instagram.

LIFESTYLE

Alla scoperta di Amalfi, tra mare e suggestioni arabeggianti

Un viaggio ad Amalfi non può che iniziare con un autobus. Se le corriere avevano un fascino d’altri tempi, oggi gli autobus della SITA sono forse meno affascinanti, ma altrettanto suggestivo è il loro percorso che fiancheggia la costa. Vedute a strapiombo sul mare, e vicoletti stretti al limite del brivido per chi è seduto vicino al finestrino, che avrà così modo di vedere le delicate manovre dei pullman che si intrecciano come in una folcloristica danza.

Quello via terra però è un percorso che, in un weekend festivo, con partenza da Napoli, può anche impiegare fino a tre ore di viaggio. Ma non pesa il tragitto a dispetto degli affollatissimi bus, tra le risate dei bagnanti del posto in cerca di una spiaggia non troppo affollata, e le parlate dei forestieri attoniti che guardano l’intensità del mare blu e i paesini scoscesi, cercando di rubare uno scatto al volo con lo smartphone.

dal profilo instagram @marianocervone

Nel cuore di Amalfi è letteralmente impossibile non visitare il Duomo. Imponente struttura in marmo chiaro e scuro, anch’essa arrampicata come la città che la ospita, che mostra una chiara influenza bizantina negli intrecci marinareschi di funi e longobarda nei motivi floreali, a spirale e le figure animalesche. Ultimo baluardo architettonico di ciò che doveva rappresentare questa città quando insieme a Genova, Venezia e Pisa era una repubblica marinara nel X secolo.

Costruito nel 987 d.C. vede un lungo processo di trasformazione e ampliamento che vede i lavori protrarsi fino al 1900, portando la struttura alla conformazione odierna.

Dedicato a Sant’Andrea apostolo, di cui custodisce le reliquie, il duomo trova il suo cuore pulsante nel chiostro del paradiso. Varcando la soglia d’ingresso, si ha subito la sensazione di trovarsi in uno dei paesi dell’Africa nord occidentale, come il Marocco, tra le alte palme all’interno delle mura bianchissime, le linee ondeggianti della struttura, il ninfeo e la straordinaria policromia del campanile che si staglia contro il cielo azzurro.

È una sensazione di pace quella che provo, e la meraviglia per queste forme orientali è così forte che quasi mi aspetto di sentire la voce modulata del muezzin che ricorda ai musulmani il richiamo alla preghiera.

Chiostro del Paradiso, Duomo di Amalfi (instagram)

Pochi frammenti marmorei di stile cosmatesco sono gli ultimi silenziosi testimoni di una decorazione passata che doveva apparire molto ricca di colori, di oro, di dettagli. Anche il cristianesimo che è giunto qui è di influenza greca, come mostrano le croci con le braccia uguali o le immagini dei santi, in cui l’impronta giottesca sposa un gusto esotico, che non è riuscito a sottrarsi, nei secoli, all’iconoclastia, i cui frammenti superstiti fanno ipotizzare l’importazione del culto dei Santi Cosma e Damiano.Il primo ambiente interno è quello del Museo Diocesano, dove sono esposti alcuni dei paramenti sacri tra i più antichi d’Europa, come la preziosissima mitra, decorata con migliaia di perline e uno straordinario calice.

Si discende lungo la cripta, dove l’austerità della sala del tesoro cede il passo all’opulento barocco che adorna le reliquie di Sant’Andrea, ritratto in una bellissima statua bronzea. È risalendo la cripta che i visitatori restano piacevolmente stupiti scoprendo la ricchezza delle forme barocche, le cui colonne antiche sono state decorate da marmi commessi. Sull’altare maggiore troneggia una bellissima copia da Mattia Preti, che raffigura Sant’Andrea apostolo. Una magnificenza che trova il massimo compimento nella decorazione del soffitto.

All’uscita, mentre scendo le scale del duomo, scorgo una bellissima e sorridente sposa in posa per le foto di rito, e dal suo sorriso comprendo che è proprio in questa terra di limoneti e coloratissime ceramiche, dove il profumo dolciastro del gelsomino ti inebria, che abita la vera felicità.

il cuoppo della Pescheria CICA ad Amalfi

Proseguo il mio cammino inoltrandomi per le stradine di questa piccola cittadina, districandomi tra le botteghe di porcellane tipiche e bottiglie di limoncello, ma è il profumo del fritto della Pescheria Cica che cattura la mia attenzione, dove il pescato fresco si trasforma in squisito quanto caratteristico cuoppo le cui diverse tipologie, come in un fast food di qualità, prendono il nome dalle località limitrofe. Il risultato è uno street-food godibile, una frittura asciutta, profumata, saporita. Zeppoline tradizionali, zeppoline di granchio, pezzetti di baccalà, patatine fritte. I sapori del mare trasformano persino il gusto po’ aspro di uno spicchio dei caratteristici limoni in uno squisito frutto da mordere dal sapore un po’ acre.

Mi dirigo a Ravello, località prediletta dalla First Lady Jackie Kennedy negli anni ’60, e ancora si sente la magia glamour delle estati di quegli anni.

Scelgo Villa Rufolo, appartenuta, secondo la leggenda, al commerciante Landolfo Rufolo, protagonista tra l’altro di una delle novelle del Decamerone di Boccaccio.

Passò di mano in mano a diversi proprietari, fino a giungere a metà del 1800 a Francis Neville Reid, che comprese già l’enorme potenziale della struttura allora in uno stato di decadenza, e la restaurò riportandola agli antichi splendori.

Anche qui, come al duomo, scorgo nelle forme architettoniche e nei giochi del giardino, delle suggestive influenze orientali, tipiche del sud Italia.

Un giardino che rievoca suggestioni arabeggianti, che mi rimandano alla Sicilia, con padiglioni che conservano una maestosa decadenza, intervallata da una vegetazione di verdeggianti palme e piante.

Non riesco a godere del giardino inferiore, il cui spazio è occupato dai preparativi per il noto Ravello Festival, la rassegna concertistica che per tutta l’estate accompagna visitatori e turisti, rievocando idealmente la visita del compositore Richard Wagner nella villa, cui si ispirò per il giardino di Klingsor nel secondo atto del suo Parsifal.

Per il ritorno a casa scelgo un percorso di circa due chilometri, che collega l’altopiano di Ravello con la costa di Amalfi, seguendo le indicazioni attraversando scorci, paesaggi e paesi come Atrani, con le sue chiese barocche al tramonto e i suoi biancheggianti vicoli, sospeso tra case di gusto ellenico e panorami mozzafiato.

Un bagno al tramonto, tra acque cristalline e le strida dei gabbiani, prima di fare ritorno con un traghetto della TravelMar, che mi riporta a Salerno. E intanto mi godo il sole che si inabissa nelle acque, con il vento tra i capelli, prima di ritornare al mio treno che mi riporterà a Napoli.

Ciao Amalfi, terra di sole e felicità.

Sul mio profilo instagram il racconto fotografico completo del mio soggiorno ad Amalfi

ART NEWS, LIFESTYLE

Un weekend sotto il sole di Firenze

Avete presente il film con Raoul Bova e Diane Lane, Sotto il sole della Toscana? Ecco, proprio quello, dove loro si innamorano tra colline e cipressi. Dimenticatelo. Perché oltre i verdeggianti panorami bucolici c’è molto di più.

Non so che idea avessi di Firenze prima. Forse, scorgendola ogni volta solo attraverso il finestrino di un treno, accompagnata da quei caratteristici colori giallo-verde che scorrono dietro il vetro, dagli alberi che tracciano la terra battuta, me l’ero immaginata un po’ così: una piccola cittadina dai tetti rossi incastonata nella natura. Buon cibo, quei sapori tipici del centro Italia, dove il gusto selvatico della cacciagione è accompagnato dal sapore corposo di un buon vino rosso.

la ribollita della trattoria il Contadino, a Firenze – (instagram @marianocervone)

È così che è iniziato il mio viaggio. Chi mi segue su instagram, già sa che ho trascorso il mio ultimo weekend nella città di Dante, e il mio primo amore non poteva che essere la Ribollita. Un piatto povero della tradizione italiana, fatto con pane raffermo e verdure, ma denso come un risotto, ricco e saporito, che mi ha conquistato al primo assaggio.

Ho scoperto per caso la Trattoria Il Contadino, nei pressi di Santa Maria Novella. TripAdvisor dice che ha il miglior rapporto qualità/prezzo. Diffido sempre un po’ da quanto c’è scritto nelle recensioni, e invece devo dire che è assolutamente vero. L’ambiente è piccolo, intimo, ma abbastanza largo da non stare accalcati gli uni sugli altri come in molti locali moderni, che non garantiscono nemmeno il minimo spazio vitale per una intima conversazione a due. I camerieri simpatici, il menù è ricco, composto per lo più, e non poteva essere altrimenti, da piatti tipici fiorentini, il che mi ha spinto a ritornarci anche una seconda volta. Alla mia gustosa Ribollita, ho fatto seguire una bistecchina di maiale davvero ottima, accompagnata da un contorno di piselli, pancetta e cipolle e, naturalmente, del buon vino della casa. Ma ho avuto modo di assaporare anche delle buonissime tagliatelle con carne di cinghiale, seguite da un buonissimo Peposo all’Impruneta, paese tipico delle colline toscane da cui prende il nome, a base di vitello, con grani di pepe nero e cotto nel vino. Davvero delizioso.

Firenze è piccola, contenuta, una città a misura d’uomo, punteggiata da caffè storici come Scudieri, dove l’antichità di questo bar, nato nel 1939, la si percepisce sin dagli arredi, ed è un obbligo morale per un visitatore prendere almeno un caffè in questo locale, godendosi il sole caldo di una mattina di marzo.

È probabilmente questo il periodo migliore per scoprire la città e i suoi monumenti, quando il freddo comincia a cedere il passo ai primi cieli tersi della primavera.

il Campanile di Giotto, dalla Cupola di Brunelleschi (instagram @marianocervone)

Il mio soggiorno fiorentino è stato a metà tra percorso di storia dell’arte ed excursus interiore, dove ogni gradino fatto, era parte di una ascensione non solo turistica, ma spirituale. Grazie ad un biglietto cumulativo, ho infatti percorso i gradini che mi hanno portato sulla cuspide della Cupola del Brunelleschi prima, dove ho avuto Firenze ai miei piedi, vincendo persino il mio senso di vertigine, e il Campanile di Giotto poi. Un’esperienza quasi mistica, che aveva un retrogusto del Cammino di Santiago; uno di quei percorsi in cui ti ritrovi quasi corpo a corpo con la gente, in comunione con il mondo intero, attraverso piccoli gradini secolari, cunicoli stretti, il panorama, la luce. È la luce, in una straordinaria giornata di primavera in anticipo, quella che mi ha avvolto, ripagandomi della fatica delle scale, degli spazi angusti, del caldo. La luce, che ti mostra un lato inedito della città, dall’alto, a contatto con il vento, a contatto con il sole, a contatto con te stesso.

Curiosa l’usanza beneaugurale di inserire una monetina nella bocca del porcellino (in realtà cinghiale) dell’omonima Fontana del Porcellino, sotto la loggia del Mercato Nuovo di Firenze. Datata 1633, ad opera di Pietro Tacca, secondo la leggenda per ricevere il buon auspicio la moneta, una volta rilasciata deve cadere nella grata ai piedi del cinghiale dove scorre l’acqua: se la oltrepassa, la fortuna è assicurata.

David di Michelangelo, Gallerie dell’Accademia (instagram @marianocervone)

Nell’immaginario collettivo la statua del David di Michelangelo si trova agli Uffizi. In realtà è alle Gallerie dell’Accademia, che ho visitato, spezzando un po’ il fiato con un percorso museale. Ho ammirato anche io l’archetipo di quella ieratica virilità rinascimentale che ha oscurato persino la perfezione della statuaria greca. Ma le Gallerie dell’Accademia sono una rivelazione, con la bellissima gipsoteca di monumenti funerari o celebrativi, e le languide donne ritratte in una pudica e maliziosa nudità.

ragazzi che aspettano il tramonto sulle scale di Piazzale Michelangelo a Firenze

Dopo l’ampia parentesi culturale di monumenti e opere fiorentine, ho proseguito il mio giro con quello che è forse un cliché del turista a Firenze: Piazzale Michelangelo, il colle dal quale si può godere di una vista su tutta Firenze. Un’esperienza sensoriale bellissima. Aspettare che il sole si inchini alla Cupola, al Campanile a Palazzo Vecchio, allungando le ombre e colorando d’arancio il panorama circostante. Sono rimasto colpito dal numero di persone che erano lì ad aspettare che il sole calasse, a scattarsi foto a farsi selfie. Tanti i turisti che hanno aspettato il crepuscolo scandendo il tempo con bicchieri di vino o di birra, acquistati dagli ambulanti all’ombra del David di bronzo che troneggia al centro della piazza. Anch’io non ho potuto esimermi dal voler portare a casa un personale scatto del tramonto, ma l’ho fatto catturando anche quella folla di amici e fidanzatini felici, che mi hanno trasmesso la frizzantina aria dell’attesa.

Nascita di Venere, Gallerie degli Uffizi (instagram @marianocervone)

Se il giorno prima ho aspettato che il sole tramontasse sulla città, la mattina seguente la mia visita è iniziata con la visita alle Gallerie degli Uffizi (il consiglio è quello di prenotare il biglietto on-line. C’è un sovrapprezzo di 4€, ma risparmierete ore di fila e di attesa). Non avevo mai riflettuto su perché si chiamano “gallerie”, e solo percorrendole ho capito. Due corridoi, gallerie, che percorrono tutta la storia italiana, adornate di statue classiche.

Entrare negli Uffizi è come sfogliare un volume di storia dell’arte. Un’ampia pagina della cultura italiana che va da Giotto a Caravaggio, passando per Botticelli e Leonardo. Qui è racchiusa la vera Arte italiana, che trova il più straordinario compimento in quella Primavera e Venere diventate icone capaci di catalizzare l’attenzione di centinaia di visitatori che attoniti osservano la loro maestosità. Sì perché forse quelli del Botticelli sono dipinti la cui fama non tradisce le aspettative. Ma sono tanti gli artisti, prevalentemente toscani, che hanno fatto scuola, influenzando pittori di ogni epoca e nazione.

Per uno studente di storia dell’arte è un’emozione unica trovarsi faccia a faccia con quelle opere che ha visto soltanto sui libri, la materializzazione di un sogno che trova negli Uffizi il più completo compimento.

Ponte Vecchio a Firenze (instagram @marianocervone)

Un suggerimento: Ponte Vecchio visitatelo anche di notte. Le botteghe orafe, con i loro stipiti e porte in legno, sono davvero molto suggestive.

Tra le esperienze gastronomiche da fare, per un turista alla scoperta di Firenze, quella del gelato Buontalenti è un must. Nato, secondo la leggenda, ad opera di Bernando Buontalenti, architetto alla corte dei medici con la passione per la cucina, che lo avrebbe inventato nel ‘500 in occasione del banchetto nuziale di Maria de’ Medici, dando così origine alla nota crema fiorentina a base di zabaione e frutta.

Ultima tappa, per me, è stato il Museo del Duomo, un modo per finire così come ho iniziato, fatto però in un secondo momento. Approfittando della durata di 48ore dalla prima vidimazione del biglietto acquistato on-line, ho deciso di riservarmi per il mio ultimo giorno di permanenza, la visita al Museo del Duomo di Firenze. Una sorpresa, una rivelazione dove antico e contemporaneo coesistono in uno spazio sospeso tra passato e futuro. Bellissima la ricostruzione della facciata originale del Duomo all’interno del museo, dove le sculture originali, preservate dall’incuria del tempo, ritrovano le originarie collocazioni, offrendo ai visitatori una luminosa visione.

Museo del Duomo di Firenze

L’architettura del museo dialoga con la vera Cupola del Brunelleschi, che si mostra inquadrata da un lucernario e alla terrazza, con un allestimento davvero suggestivo avveniristico. Scenica la musealizzazione delle porte del battistero ad opera di Lorenzo Ghiberti e Andrea Pisano, il cui oro risplende in tutta la magnificenza di un viaggio che mi è rimasto nel cuore, e che conquisterà chiunque voglia intraprenderlo.

ART NEWS

La bellissima “Sezione Egizia” del Museo Archeologico di Napoli

museo-archeologico-nazionale-di-napoli-sezione-egizia-dea-internettualeDa poco meno di un mese il Museo Archeologico Nazionale di Napoli ha ritrovato la sua Collezione Egizia. Dopo oltre sei anni di chiusura al pubblico, sopperita dal compendio in una saletta, e un lavoro di ristrutturazione delle sedi espositive, il MANN riapre finalmente le storiche collezioni Borgia e Picchianti, per importanza seconde in Italia soltanto al Museo Egizio di Torino, e tra le raccolte originarie del museo napoletano.

Se seguite il mio profilo instagram, saprete già che ho trascorso all’insegna dell’arte egizia.

Composta da diverse sale, ordinate per tipologia, secondo un criterio visto anche all’Egizio di Torino. Le sale, collocate nell’originario piano interrato dell’edificio, sono una teoria di spazi in cui si susseguono i monili egizi: la plastica di piccole dimensioni, che si alterna alle stele e alle epigrafi.

Tanti gli oggetti di queste collezioni che ritrovano nuova luce, come le mummie: sono ben tre quelle custodite al MANN, tra cui quella di un bambino e di un coccodrillo.

museo-archeologico-nazionale-di-napoli-sezione-egizia-mummia-internettualeUn’esposizione moderna, che gioca con forme, ma soprattutto colori, che accompagnano i millenari manufatti egizi. I gialli, i rossi, i blu fanno da sfondo ai vasi canopi, alle teste, alle divinità umane e animali che hanno animato la storia e la cultura nell’Antico Egitto.

museo-archeologico-nazionale-di-napoli-sezione-egizia-divinita-internettualeUn allestimento che, pur non snaturando il contesto in cui si trova, è fresco, giovane, vitale, che gioca anche ad attrarre un pubblico giovane, la Generation X con lo smartphone alla mano, poco avvezza alla cultura e ai musei.

Bellissime le epigrafi che raccontano del culto dei morti, della dea Iside e di Osiride, e del viaggio, attraverso Ra, nel Regno dei Morti.

Nelle sale gli oggetti d’uso comune narrano della quotidianità di una vita altra, oltre la morte, diventando corredo funerario.

museo-archeologico-nazionale-di-napoli-sezione-egizia-papiri-internettualeIn un’ottica museale contemporanea grande attenzione è data all’illuminazione dei reperti archeologici, valorizzati da fasci di luce e teche impercettibili, lontane dagli ottocenteschi espositori in legno, di cui resta simbolicamente traccia in una vetrina all’ingresso della sezione.

museo-archeologico-nazionale-di-napoli-sezione-egizia-canopo-internettualeAd accogliere i visitatori in questo mondo di morti, il Naoforo Farnese, eletto simbolo di questa attesa riapertura nelle immagini promozionali, cui tocca fare gli onori di casa, mentre un proiettore introduce i visitatori all’Antico Egitto e i pannelli a muro ripercorrono la storia della formazione delle collezioni.

La sezione si ricollegherà probabilmente con quella delle Epigrafi, oggi chiusa, il cui percorso sotterraneo aprirà una finestra ancora più ampia sul mondo antico.

Benché siano ancora tante, troppe, le sezioni che proprio non riescono ad aprire contemporaneamente, il MANN sta riacquistando l’antico prestigio, e quello dei faraoni è un ritorno doveroso, che contribuisce a ridare all’Archeologico la dignità di un museo che vanta alcune delle collezioni più importanti del mondo.

Per maggiori informazioni:

www.museoarcheologiconapoli.it

ART NEWS

“Napoli Sotterranea”, l’altro volto di una Napoli da scoprire

Da oltre trent’anni Napoli Sotterranea si è trasformata in una tappa imprescindibile per chi va a Napoli per la prima volta. Questo luogo infatti non è soltanto uno dei tanti siti archeologici che punteggiano la città, ma una porta su di un passato recente che ci fa scoprire il volto complementare di Napoli, il negativo fotografico in pietra di quella cartolina che tutti conoscono.

Napoli Sotterranea oggetti 2016 - internettualeNapoli Sotterranea non è più soltanto uno degli accessi al sottosuolo del capoluogo partenopeo, ma l’affresco di quella mentalità tipicamente napoletana dell’arte di arrangiarsi e di sopravvivere: sopravvivere alla storia, sopravvivere agli orrori della guerra, sopravvivere a se stessa.

Come molti siti omologhi, gli ambienti, molto ampi, nascono come cave di estrazione ad opera dei Cumani e Greci che insediarono la penisola a partire dall’VII secolo, e dal IV cominciarono i lavori per estrarre il tufo giallo, pietra friabile e porosa di origine vulcanica tipica della città, con la quale sono stati costruiti gli edifici sovrastanti.

È con l’avvento dell’ingegneria romana che queste cave iniziano ad essere trasformate in cisterne, alimentando un complesso acquedotto che porterà l’acqua all’allora Neapolis greco-romane direttamente dalle sorgenti della Bolla.

Da questo momento fino alla fine del 1800, gli ambienti funzioneranno come acquedotto, attraverso il sistema di estrazione dell’acqua con anfore in ceramica, che consentivano con il loro peso di essere immerse completamente nei pozzi per essere tirate su attraverso un sistema di carrucole e corde o, semplicemente, a mano.

Con lo scoppio del colera nella città nella prima metà dell’800, l’acquedotto venne dismesso, ritrovando nell’acqua l’origine della pestilenza, dovuta alla contaminazione del sistema fognario costruito al di sopra, che contaminava con i liquami l’acqua all’interno delle cisterne.

Sarà negli anni della prima guerra mondiale che gli ambienti vengono utilizzati come depositi per nascondere armi, mentre a partire dal 1940, durante la Seconda Guerra Mondiale, si comprende che non si bombardano più solo i siti strategici come nella prima, ma anche le zone residenziali. È così che i cittadini vi troveranno rifugio durante i bombardamenti e, talvolta, anche vere e proprie abitazioni provvisorie.

Napoli Sotterranea coltivazione basilico 2016 - internettualeStoria a parte, Napoli Sotterranea è una suggestiva esperienza da fare da soli o, meglio, con un nutrito gruppo. Si fa quasi mistico infatti il camminamento in un passaggio stretto dell’acqua, illuminati solo dalla propria candela che si regge lungo il percorso, mentre invogliano a ritornare ciclicamente gli esperimenti botanici attualmente condotti nei sotterranei. All’interno delle sale infatti si conducono diversi studi sulla crescita delle piante illuminate solo artificialmente e mai innaffiate, poiché la loro vita è resa possibile dall’alto tasso di umidità del sito pari all’80%.

Il percorso porta i visitatori attraverso i vicoli caratteristici della città, quelli dei panni stesi, del vociare, dei colori. La Napoli delle rovine romane inglobate nei palazzi per ritrovare una nuova vita nell’era moderna. Come l’anfiteatro nel quartiere San Lorenzo, dove Svetonio racconta del debutto in scena di un giovane (imperatore) Nerone, musico e cantante per diletto, che si sarebbe esibito qui.

Di grande fascino la sala dedicata al presepio napoletano, con scene di vita quotidiane e tenere natività, in autentiche teche di legno settecentesche.

Bombe inesplose sospese sulla testa dei visitatori, vecchi oggetti appartenuti a chi in quei luoghi non vi ha trovato solo riparo, ma la salvezza e, forse, un’altra vita.

Tra il merchandising del ricco shop center di “Napoli Sotterranea”, da provare il vino tufello, disponibile, tra l’altro, nelle due varianti di Falanghina bianca e Aglianico rosso.

Il sito è attualmente gestito dal signor Enzo Albertini, responsabile dell’Associazione che lo gestisce e se ne occupa.

Straordinario lo staff, costituito per lo più da ragazzi entusiasti, di grande umanità, che raccontano con passione la storia della propria città. Una speciale menzione, per la bellissima visita, a Grazia, che con professionalità, passione e un pizzico di ironia ha saputo conquistarci e guidarci alla scoperta di un altro volto di Napoli.