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Ipnotizzati dagli smartphone come automi: il cartoon di Moby che fa riflettere

Navigando su facebook ho visto un video in bianco e nero cui faceva da colonna sonora un brano del film Il favoloso mondo di Amélie del 2001, Comptine d’un autre été: L’après-midi. Affascinato da questo cortometraggio ho voluto saperne di più, ed ho scoperto che si tratta in realtà del videoclip di Are You Lost In The World Like Me?, dell’artista americano Moby featuring The Void Pacific Choir, primo estratto dall’album These Systems Are Failing.

Un progetto di denuncia, che in realtà non ha riscosso molto successo, arenandosi nella parte centrale di molte classifiche e passando quasi totalmente inosservato.

E dire che il video avrebbe dovuto invece attirare molta attenzione: disegnato come un cartoon in bianco e nero degli anni ’40, il videoclip vede una società letteralmente ipnotizzata dagli smartphone. Uomini e donne che camminano come automi con lo sguardo assorto da un display di poco più di cinque pollici.

Una fotografia (è proprio il caso di dirlo) dei vizi che (in)consciamente fanno ormai parte del nostro vivere quotidiano.Se nel Medioevo al poeta-vate Dante bastava un solo sguardo per interagire per le strade di Firenze con la sua Beatrice, oggi gli risulterebbe più difficile, poiché probabilmente entrambi avrebbero gli occhi bassi sul telefono per controllare notifiche e social.

È un quadro inglorioso quello che dipinge Moby in questo suo lavoro discografico. Samo perennemente proiettati in un altrove che non corrisponde mai al luogo in cui ci troviamo, preferiamo spesso la presenza virtuale a quella reale degli amici con cui possiamo interagire, mentre le nostre emozioni diventano sempre meno sentite e più sintetiche, attraverso lo sterile uso di emojii che non riescono nemmeno lontanamente ad esprimere agli stati d’animo che veramente proviamo.

Tavole sempre più silenziose e sguardi fissi sui nostri onnipresenti dispositivi mobili: conversazioni via chat, selfie per (di)mostrare di essere felici, mentre siamo spesso più impegnati a fotografare una cena piuttosto che a guastarla davvero.

«Ti sei perduto in questo mondo come me?» si chiede arrabbiato un Moby, che diventa un bambino innocente dall’aria smarrita in questo suo cortometraggio.

Siamo più interessati a catturare il momento che non a viverlo pienamente.

Io stesso, qualche settimana fa, giunto per la prima volta nel Teatro San Carlo di Napoli, ho immediatamente avuto l’istinto di alzare lo smartphone e fotografarlo. Non ci ero mai stato e anziché godere della ricchezza di quel luogo, volevo fare qualche scatto. E anche dopo averlo visto incantato per qualche minuto, non ho resistito all’irrefrenabile impulso di “prenderne” un pezzo, pregustando già il momento in cui l’avrei condiviso sui miei canali social.

Facebook, instagram, twitter. Nella clip non c’è uno specifico riferimento ai social-networks, eppure sono proprio questi, inutile prendersi in giro, che hanno cambiato la nostra forma mentis, e ci danno la sensazione che “se non ci sei (on-line, s’intende), non esisti”.

Vite grigie, vacanze da incubo, e persone comuni con un filtro e qualche ritocco possono trasformarsi in vite da copertina, panorami da sogno, bellezze da calendario.

Realtà e finzione spesso si sovrappongono, così come la superficialità con cui scegliamo i nostri partner, passando dal romantico corteggiamento in voga fino alla fine del secolo scorso ad una sorta di casting on-line dove facilmente si passa al candidato successivo, basandosi esclusivamente su di una mera selezione estetica.

In pochi minuti Moby riesce ad affrontare anche il tema del bullismo, mostrando come un momento di divertimento può trasformarsi il giorno seguente in un motivo di scherno caricato on-line, calunnia contemporanea, di rossiniana memoria, che vola come un venticello di smartphone in smartphone.Un senso di solitudine, di vuoto e sconforto sta inghiottendo la nostra società come un buco nero. Persino Cenerentola, in questo nuovo immaginario collettivo, ha appeso le scarpette di cristallo al chiodo e passale sue giornate probabilmente a giocare a Candy Crash, mentre i genitori in sala parto sono più intenti a trasmettere in diretta il momento della nascita che non a godere dell’irripetibile momento di prendere in braccio il proprio figlio e ascoltare il pianto di chi indifeso viene alla vita.

Ogni cosa diventa un pretesto per fotografare, registrare, condividere, eppure ciò che riesce a generare un interesse telematico, paradossalmente crea indifferenza nella vita vera.

INTERNATTUALE

Il bellissimo spot di una compagnia araba contro il terrorismo

Non sono mai abbastanza i messaggi di pace in tempi di guerra come i nostri, e non sono mai troppi quelli che arrivano proprio là, dove non te lo aspetti. A far parlare molto di sé in queste ore lo spot di Zain Group, società di Telecomunicazioni nata in Kuwait nel 1983, che ha prodotto un advertisement contro la guerra.

Fatto in stile “operetta”, lo spot di circa tre minuti vede protagonista un kamikaze intento a testimoniare Allah facendosi esplodere con una cintura.

Immediata la risposta di musulmani che, intonando una canzone che si fa coro, dicono che Dio è soprattutto amore, e che se devono convincere l’altro ad abbracciare il proprio credo religioso che sia per pacifico convincimento e non per costrizione.

Uno spot che aiuta a riflettere, e mostra un islam non necessariamente violento e estremista come lo immaginiamo erroneamente tutti, ma composto da una comunità aperta al dialogo e pronta ad accettare la diversità religiosa.

Bellissimo lo slogan principale che incita a pregare e diffondere la propria religione per AMORE e non per terrore.

Ecco il video completo:

CINEMA

Collateral Beauty, film emozionante che invita a riflettere sulla vita e sulla morte

Collateral Beauty è un film che emoziona. Tu pensi che Will Smith avesse bisogno di Gabriele Muccino per interpretare un buon film, e invece ci voleva David Frankel, già regista de Il Diavolo veste Prada, affinché l’ex Principe di Belair desse quella che forse ad oggi è la sua migliore prova d’attore.

Qui Smith è Howard Inlet, pubblicitario divorziato che non riesce a superare la morte della sua bambina, e manda letteralmente all’aria tutta la sua vita, non solo personale, ma anche quella professionale.

Will Smith, Kate Winslet, and Michael Peña in Collateral Beauty (2016)

A far da supporto a Smith un cast di primo livello. Sono ben tre i premi Oscar (tutti rigorosamente britannici) che recitano in questa pellicola, da Kate Wislet a Keira Knightley, passando per Helen Mirren.

È Natale, sono passati due anni dalla morte della figlia di Howard e i suoi colleghi e soci, preoccupati per l’andazzo dell’azienda, decidono di ingaggiare tre attori di una piccola compagnia teatrale affinché interpretino la Morte, l’Amore e il Tempo, tre elementi della vita dell’Uomo cui Howard, in un momento di grande rabbia e profonda disperazione, ha scritto delle lettere piene di disprezzo e rancore.

Collateral Beauty, letteralmente bellezza collaterale, è un film sulla Vita, sul suo più profondo significato, e ci spinge a ricercare quella bellezza collaterale in tutte le cose, anche quelle più dolorose e brutte.

Will Smith and Keira Knightley in Collateral Beauty (2016)

La pellicola sottolinea quanto tutto sia relativo, come i limiti temporali che noi stessi ci poniamo, incasellando il nostro cammino terreno, che qui diventa filosoficamente indefinito, in un razionale sistema mentale di ore, giorni, mesi, anni.

Durante il film recitazione e vita si confondono e si sovrappongono, al punto da non sapere più se i tre attori stiano interpretando un ruolo oppure se lo incarnino per davvero, lasciando la pellicola sospesa a metà tra il dramma e il fantasy per un risultato che incuriosisce, sorprende, fa riflettere.

Bellissimo il ruolo di Brigitte (la Mirren), attrice bohémien che trova nel ruolo della Morte il riscatto di un’intera esistenza, dimostrando che uno spettacolo, seppure per un solo spettatore e senza applausi, varrà sempre la pena di essere interpretato. L’attrice inglese, settantadue anni, è riuscita a dare anima e corpo ad una parte brillante e profonda, quasi oscurando le colleghe più giovani, dimostrando che la recitazione è anche, e a volte soprattutto, classe, la stessa che le aveva fatto conquistare la statuetta agli Academy nel 2007 per il ruolo della Regina Elisabetta II in The Queen.

Uscito nelle sale lo scorso gennaio, arriva adesso in home video. Collateral Beauty è una grande lezione a volgere lo sguardo verso quel grande disegno che spesso la frenesia della vita, i dolori, la routine quotidiana ci fanno dimenticare, e di quanto anche una tragedia possa essere un forte momento di crescita personale, e un invito a vivere con maggior pienezza e consapevolezza la nostra esistenza.

Il film ci ricorda che il tempo può improvvisamente trasformarsi in tiranno avido, calando il sipario su di uno spettacolo chiamato Vita che noi tutti siamo deputati a recitare come protagonisti assoluti.

TELEVISIONE

TREDICI… ragioni per vedere il nuovo serial Netflix

copertina della nuova edizione del libro di Jay Asher, Mondadori

La serie televisiva del momento è TREDICI, nuova produzione Netflix, che ritorna protagonista assoluta con una produzione originale. Il serial ha subito raccolto consensi di pubblico e critica. Un teen drama, manco a dirlo, in tredici episodi, che si è subito distinto per la qualità dei suoi contenuti. Non il classico telefilm glamour sugli adolescenti, che snocciola patemi d’amore e di vita, ma un vivido affresco sulla gioventù di oggi, custode inconsapevole del nostro futuro.

13 Reasons Why, questo il titolo originale della serie, che tradotto sta più o meno per 13 Motivi per cui…, ruota intorno alla figura di Hannah Baker (Katherine Langford, al suo debutto televisivo da protagonista) che decide di togliersi la vita, registrando però tredici audiocassette dove in ognuna spiega una ragione per cui ha deciso di compiere il gesto estremo.

Un flashback che incuriosisce lo spettatore sin dai primi minuti, quando il giovane Clay Jensen si ritrova con una scatola contenente le registrazioni, che indicano anche lui tra le ragioni del suicidio.

Prosegue quindi, per la piattaforma di streaming video a pagamento più diffusa al mondo, la nostalgia degli anni ’90 e, dopo il successo del paranormale Stranger Things, propone adesso un’altra serie che occhieggia a quelli che sono diventati grandi classici del piccolo schermo, mixando drama ad atmosfere a metà strada tra Twin Peaks (altro grande ritorno di questa stagione) e Stephen King.

Lo scorso marzo l’Hollywood Reporter ha anticipato che Netflix ha già commissionato una seconda stagione del telefilm.

Molto bravi gli attori, a cominciare da Katherine Langford perfetta nel ruolo di adolescente un po’ torbida e turbata, che vive le problematiche di una qualsiasi adolescente. Tante le tematiche affrontate nel telefilm, dal suicidio al (cyber) bullismo, passando per la violenza sessuale.

Ispirata all’omonimo romanzo di Jay Asher del 2007, la serie, come di consueto per Netflix, è già stata interamente pubblicata sulla piattaforma il 31 marzo scorso, trasformandosi in poche settimane prima in cult e poi in vero e proprio fenomeno mediatico.

E se proprio vogliamo trovare, parafrasandone il titolo, tredici ragioni per guardare questa nuova produzione di certo possiamo annoverare: per l’attore Dylan Minnette (che interpreta l’inquieto Clay), la talentuosa Katherine, per il documentario Tredici: oltre in cui produttori e psicologi affrontano le tematiche trattate, per le controversie che ha generato sulla stampa americana (e che senza dubbio faranno discutere), per scoprire una versione inedita della cantante e attrice Selena Gomez (che qui è produttrice esecutiva), per il ruolo ricorrente di Kate Walsh (indimenticata dottoressa Montgomery di Gray’s Anatomy), per comprendere le ragioni della censura che il telefilm ha avuto in alcuni paesi come la Florida, per (ri)scoprire il romanzo originale edito in Italia da Mondadori, per un teen drama che fa riflettere, per le tematiche poco trattate in TV ma di grande attualità, per entrare nella psicologia di una ragazza come tante apparentemente felice, per scoprire come potrebbe svilupparsi la trama della seconda stagione, per scoprire qual è il ruolo del protagonista nella morte della giovane Hannah.

Unica pecca, forse, quella della nostalgia per il passato. Dubito che degli adolescenti nati tra la fine e gli inizi degli anni 2000 possano conoscere, o quantomeno sentire la mancanza, di un passato analogico, affidando le proprie memorie a delle vecchie (e senza dubbio più scenografiche) audiocassette. Nell’era digitale sarebbe stato più logico, seppur meno suggestivo, che Hannah affidasse la sua storia all’iPhone, ad un iPad o qualsiasi altro strumento del web 2.0; io stesso, che appartengo invece ai millennials, faticherei a trovare uno stereo o un registratore analogco su cui imprimere la mia voce.

In compenso i fan troveranno tutte le risposte, o forse no, nell’ultimo episodio della stagione che, sin dalla prima puntata, promette già molte sorprese e colpi di scena.

LIFESTYLE

Napoli: pizza fritta col gelato, mentre i “pizzaiuoli” si candidano a patrimonio UNESCO

Se uno dei piatti più popolari cinesi è il gelato fritto, che da sempre desta curiosità e stupore, a Napoli c’è chi il gelato lo inserisce addirittura nella pizza fritta. È successo nell’Antica Pizzeria Masardona, a due passi dalla stazione centrale, che dal 1945 prepara buonissime pizze fritte. Un successo di qualità e gusto che ha portato la pizzeria dritta fino a Ibiza, dove la Masardona ha aperto una sede nel cuore della movida spagnola.

L’antica pizzeria ha così realizzato la prima pizza fritta della storia fatta con il gelato, postando, per la sua presentazione ufficiale, un video sulla propria pagina facebook. Questo insolito mix, perfetto equilibrio di dolce e salato, viene realizzato in collaborazione con un altro storico brand del food napoletano, la gelateria Casa Infante. Da questi due colossi arriva un’invenzione destinata a stravolgere, e senza dubbio lasciare il segno, nella tradizione culinaria napoletana.

È a Napoli infatti che la pizza è stata inventata nell’ormai lontano 1880, dall’idea di un panettiere napoletano, Raffaele Esposito, che creò un piatto che rievocasse i colori della nostra bandiera in onore della Regina Margherita di Savoia da cui, manco a dirlo, prende il nome. Oggi la pizza è, insieme alla pasta, il simbolo dell’Italia nel mondo. Ma non è la prima volta che a Napoli si prova a darne una versione diversa sposandola con le gastronomie più disparate.

Già nel 2015 Gino Sorbillo, vero e proprio artista della pizza a Napoli, sempre attento all’alta qualità e alla coltivazione biologica dei suoi ingredienti, aveva collaborato con la nota gelateria napoletana, creando il “gelato di pizza napoletana”: gelato di fiordilatte (rigorosamente di Vico Equense), confettura di Pomodoro San Marzano Dop (Presidio Slow Food), Gustarosso, sbriciolata di pizza con Farina di Agricoltura Biologica cotta a legna. Il tutto non poteva che essere spolverizzato con basilico liofilizzato campano.

L’invenzione della nuova pizza fritta con il gelato arriva proprio in concomitanza dell’annuncio della raccolta di 1,3 milioni di firme in oltre 50 paesi nel mondo di una petizione a sostegno proprio dell’arte dei pizzaiuoli napoletani come patrimonio immateriale dell’umanità UNESCO.

A rivelarlo Alfondo Pecoraro Scanio durante la Milano Food Week. L’ex ministro era infatti promotore della campagna #pizzaUnesco, e ha precisato che l’obiettivo è quello di raggiungere i due milioni di firme in almeno 100 paesi entro questo autunno.

CINEMA

Cosa aspettarsi dal nuovo film Disney “La Bella e la Bestia”

Emma Watson e Dan Stevens nella scena del ballo

Una fedele riproposizione live-action del cartone animato del 1991. È questa la nuova versione de La Bella e la Bestia, film nelle sale dal 17 marzo con Emma Watson, che riporta al cinema la favola di Jeanne-Marie Leprince de Beaumont.

Stesse scenografie, stessa “iconografia” disneiana, stessa musica. Le differenze tra il cartone originale e la pellicola cui si ispira sono pochissime. Sarà perché quello de La Bella e la Bestia è stato il primo cartone animato ad essere candidato agli Oscar come miglior film, sarà che le musiche originali invece la statuetta l’hanno vinta, ma formula che vince non cambia, e così un po’ stancamente forse la Disney l’ha riproposto, aggiungendovi però qualche effetto speciale in più.

Benché il film si rifaccia quasi totalmente all’omologo animato, i puristi del cartone animato avranno notato qualche sfumatura diversa nei testi delle canzoni che, quasi ci viene di cantare in automatico nella versione che tutti abbiamo imparato a conoscere ventisette anni fa.

Qui Emma Watson è Belle, incarnando perfettamente l’essenza della bella, diversa dalle altre ragazze del suo bel paesino in una indefinita area della Francia, che è un po’ strana agli occhi dei suoi abitanti, perché legge, perché, come un’eroina contemporanea, sogna l’indipendenza, perché a differenza delle altre non vuole sposare Gaston, il macho che tutte le ragazze desiderano con ardore.

Una trasposizione fedele, la cui sceneggiatura si distacca dal cartoon anni ’90 per pochi (e non indispensabili) momenti di brio. Persino i costumi sono chiaramente ispirati all’animazione Disney.

Se infatti in Maleficent la favola de La Bella Addormentata nel bosco era riletta da un inedito punto di vista, e con Cenerentola c’era stata l’aggiunta glamour dei costumi, la Bella e la Bestia è invece è l’esatta trasposizione, al punto che viene quasi da chiedersi se fosse davvero necessario farlo.

Ma è nella parte centrale che il film comincia ad emozionare, forte di una inedita e più adulta citazione di Shakespeare che sembra avvicinare i due protagonisti come novelli Paolo e Francesca. Galeotti dunque furono Romeo e Giulietta, la cui storia dona un tocco di immortale poesia ad una pellicola altrimenti piatta.

E all’improvviso si (ri)vive l’emozione della Bella che, con sguardo amorevole, va oltre l’orrendo (e simpatico) aspetto della Bestia.

Naturalmente irriconoscibile l’attore Dan Stevens, noto Matthew del serial Downton Abbey, dal cui cast la Disney è andata ancora a ripescare, per affidargli il ruolo della Bestia che, pochi sanno, si chiama in realtà Adam.

I fan della favola non resteranno delusi, e troveranno nella scena finale il medesimo pathos, ma non l’intenso Ti amo del cartone, a mio avviso tra i più belli della cinematografia mondiale.

CINEMA

Natalie Portman, ambigua First Lady in “Jackie”

“Una cosa pubblicata è letta come verità?”. È probabilmente questa la domanda, fatta dalla stessa protagonista, che racchiude il senso di Jackie, il nuovo film di Pablo Larraín incentrato sulla figura di Jaqueline Kennedy. Nei panni dell’iconica First Lady l’attrice Premio Oscar Natalie Portman, che ritorna finalmente in grande spolvero dopo aver alternato film indipendenti e blockbusters fantasy, arrivando dritta ad una nuova nomination dopo la vittoria per Il Cigno Nero nel 2011.

Il film ripercorre i giorni che seguirono il 22 novembre del 1963, quando il Presidente degli Stati Uniti, John F. Kennedy, fu assassinato a Dallas da Lee Harvey Oswald durante una visita ufficiale.

Il regista di Neruda prova a restituire un’epoca con semplici artifizi cinematografici, come i colori originali delle pellicole che hanno registrato la storia, che si avvicendano al racconto della Portman quasi come immagini di repertorio, fornendo un’idea da prospettive inedite, enfatizzando quei momenti che hanno fatto la storia d’America: dalle celebri riprese della visita alla Casa Bianca, trasmessa in TV nel 1962, alle immagini dell’omicidio tristemente note in tutto il mondo.

natalie-portman-in-jackie-2016-internettualeÈ una Jackie controversa quella che viene fuori dalla narrazione del regista: gelida, a tratti glaciale, una donna emotivamente distrutta dalla morte di suo marito nel privato, ma allo stesso tempo attenta alla propria immagine pubblica e a come i media potevano trattarla o manipolarla.

Presentato all’ultimo Festival del Cinema di Venezia, il film è una lunga intervista giornalistica, a metà strada tra tono colloquiale e seduta psicologica, il cui racconto fa da contrappeso alle immagini del programma che la First Lady realizzò per lo show televisivo e a quell’aura di perfezione di cui si ammantava la Casa Bianca. Tuttavia lo spettatore è disorientato dai tempi dilatati della pellicola, dai silenzi, dalle pause attraverso le quali Larraín ambisce a dare una veste autorale (e autorevole) alla sua pellicola, più di quanto una sceneggiatura tutto sommato piatta non riesca a fare.

natalie-portman-in-jackie-2016-widow-internettualeStraordinaria l’interpretazione della Portman, che riesce a dare il volto ad una vedova affranta ed arrabbiata, intimamente addolorata per la sua perdita quanto ambiziosa per le disposizioni di un funerale il cui posto dietro al feretro si fa qui ambizioso proscenio, esasperata ricerca delle luci della ribalta di una donna che è riuscita a lasciare un segno.

ART NEWS

Nicca Iovinella, tra arte contemporanea e classicità il 2 marzo al MANN

Il Museo Archeologico Nazionale di Napoli è un museo in continua evoluzione. Prosegue infatti il connubio, felice direi, tra archeologia e arte contemporanea, alzando di volta in volta il livello della qualità. Se finora il MANN ha ospitato nelle sue sale opere contemporanee in dialogo con le collezioni archeologiche, il prossimo evento è una vera e propria performance, per vivere appieno l’arte e il contatto con l’artista.

nicca-iovinnella-iam-mann-museo-archeologico-di-napoli-2017-internettualeSuccederà il 2 Marzo alle 18.30, quando le sale del museo adiacenti al giardino delle camelie si trasformeranno nella scena teatrale di Ancient Freedom, antiche libertà, di (e con) Nicca Iovinella. Una performance che, come la divinità greca Giano, incarna due anime: classica e contemporanea, corporea e digitale, naturale e artificiosa, in perfetta linea con il fil rouge del museo napoletano.

afrodite-venere-mann-museo-archeologico-nazionale-di-napoli-internettualeIl museo diventerà per l’occasione scenario bucolico dove l’artista indagherà temi cari alla sua poetica, come l’affermazione del sé, dell'”abitare”, delle “ferite” di un universo femminile più volte calpestato dalla volontà altrui. Un tema quanto mai attuale, e che diventa la perfetta occasione per festeggiare e celebrare degnamente in anticipo la festa della donna che ricade proprio a marzo.

La performance, che sarà ripresa in diretta, nasce in collaborazione con il Museo Archeologico Nazionale di Napoli e si trasformerà poi in una video-installazione, visibile fino al prossimo 2 aprile, attraverso un proiettore e schermi ad hoc.

Ad accompagnare la mostra un testo critico di Adriana Rispoli, che dice: «Come i grandi personaggi tragici femminili della mitologia – da Didone a Cleopatra, da Cassandra a Medea – Nicca interpreta (è) una donna dilaniata dallo sforzo di vivere e di affrontare le forti contraddizioni dell’animo umano. Indubbiamente Eros e Thanatos si fondono in quest’operazione polisemica, sintesi di un percorso di vita che diventa racconto universale».

La performance che Iovinella proporrà al pubblico dell’archeologico è, in un certo senso, la prosecuzione di I AM, esibizione tenuta dall’artista al Parco dei Camaldoli di Napoli nel 2014. Qui i sentieri di allora si fanno immaginari e immaginifici, i cui passi sono oggi scanditi da un nuovo ritmo, da una nuova consapevolezza, da quel vissuto, diverso da quello di ieri, che inevitabilmente continua ad influenzare il suo lavoro e la sua ricerca.

Una sola costante, due cappi: una corda appesa ad un ramo ed un secondo, invece, alato. Non ci sono particolari artifizi in scena, ma materiali semplici offerti dalla natura: foglie e rami.

Nicca penderà dalla corda, un gesto simbolico che disorienta lo spettatore, lasciandolo sospeso con lei in un groviglio sensoriale tra leggerezza e riflessione.

Durante la performance saranno proiettate su Nicca, vestita completamente di bianco, le figure di alcune delle Veneri acefale conservate all’interno del MANN: un omaggio alla scultura classica del museo, certo, ma anche un tentativo di storicizzare questa performance, che riecheggerà delle sofferenze delle donne, delle loro conquiste nel tempo, della sofferenza che si perpetua ancora dall’Antica Grecia ad oggi.

ART NEWS

Leonardo Da Vinci Experience, il museo che porta la Gioconda in Italia

Per chi studia storia dell’arte Leonardo Da Vinci rappresenta il genio assoluto dell’Umanesimo. La sua tecnica pittorica, l’alone di mistero intorno alla sua figura e le sue invenzioni geniali, hanno contribuito a dargli una fama senza eguali, a metà strada tra artista puro e scienziato vero e proprio.

leonardo-da-vinci-experience-il-cenacolo-internettualeGrazie a Leonardo Da Vinci Experience, in Via della Conciliazione 19 a Roma, adesso anche gli italiani potranno ammirare dal vivo le sue opere: la Gioconda, il Cenacolo, le due versioni de La Vergine delle Rocce, sono soltanto alcuni dei ventitré dipinti certificati dal Maestro finalmente riuniti in un unico grande ambiente. Non si tratta di prestiti, bensì di vere e proprie riproduzioni degli originali, non solo nei materiali, gli stessi utilizzati da Leonardo, ma anche con la medesima tecnica da lui operata.

Cinquecento metri quadri suddivisi in cinque aree tematiche, che comprendono un’antologia dei dipinti più noti, ma anche cinquanta macchine inedite progettate dal Genio Universale.

Il Museo si propone di essere un percorso tra arte e scienza, un viaggio tra pittura, meccanica, proiezioni, ologrammi e audio didattici per restituire al pubblico tutto il mondo vinciano.

leonardo-da-vinci-experience-la-sala-delle-macchine-internettualeLa Sala delle macchine del volo e L’Ultima Cena, la Sala delle macchine da guerra, la Sala della prospettiva, la Sala dei principi e la Sala della pittura. Sono queste le sezioni attraverso le quali si muoverà il visitatore, in un’esperienza che coniuga arte, scienza, cultura, istruzione e intrattenimento.

A realizzare le opere pittoriche Bottega Artigiana Tifernate, fornitore ufficiale per il museo del Louvre, il British Museum ed il Metropolitan Museum of Art di New York, che ha ricreato i capolavori vinciani con la rivoluzionaria tecnica della pictografia e dipinti a mano, a tutti gli effetti riconosciuti conformi agli standard del Ministero dei Beni Culturali.

Ogni macchina e ogni dipinto sono accompagnati da proiezioni e pannelli multilingua esplicativi, con informazioni e immagini 3D.

«La posizione di questo museo, la quantità e la fedeltà dei capolavori riprodotti ed esposti al suo interno, fanno di Leonardo Da Vinci Experience un’occasione unica al mondo per immergersi nella vita e nelle opere del più grande genio di tutti i tempi – spiega Leonardo La Rosa, presidente della società Arte e Cultura – Il percorso espositivo è rivolto a un pubblico senza confini di età e provenienza: una mostra viva, dinamica e in continua evoluzione, che intendiamo arricchire costantemente e proiettare verso il futuro in vista del 2019, anno in cui ricorreranno le celebrazioni per il cinquecentenario dalla morte di Leonardo».

Per maggiori informazioni:

www.leonardodavincimuseo.com

INTERNATTUALE

Chanel: la forza della Sardegna per il nuovo skincare

Italia, Italia e ancora Italia. Il nuovo trend per le maison d’alta moda di tutto il mondo è senza dubbio il nostro Paese. Se Dolce Gabbana, Givenchy e Louboutin hanno scelto Napoli per spot e collezioni, mentre FENDI aveva allestito sulla Fontana di Trevi a Roma la presentazione della sua sfilata d’haute couture, Chanel invece ha scelto la Sardegna. La casa d’alta moda francese ha infatti scelto le olive delle campagne dell’isola come ingrediente del nuovo attivatore di giovinezza, le quali, a detta della maison, hanno una “elevata concentrazione di polifenoli e acidi grassi essenziali che proteggono la pelle”. Sono ingredienti selezionatissimi, che provengono da ogni parte del mondo, quelli che comporranno questo nuovo prodotto della linea beauty, come il caffè verde della Costa Rica, scelto per le sue proprietà antinfiammatorie e antiossidanti, e il lentisco greco, ricco di acido oleanolico, che aiuta la pelle a ritrovare la sua naturale capacità di rigenerazione.

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un frame del nuovo spot Chanel

Blue Serum, questo il nome del siero, si ispira alle “zone blu“, ovvero quelle aree dove le persone, si legge sul sito, vivono meglio e più a lungo, mettendo insieme questi tre ingredienti dalle capacità antiossidanti e rivitalizzanti.

Una scelta dunque che non vuole essere solo mero trend da rispettare, ma riconoscimento della qualità della vita e di quello stile, squisitamente italiano, che da sempre fa del nostro paese il simbolo del saper vivere meglio. Nel promo infatti la nostra bella isola è definita “custode” del segreto della vita. Non a caso in Sardegna c’è la più alta concentrazione di centenari.

Soddisfatto l’Assessore del Turismo, Artigianato e Commercio, Francesco Morandi, che così commenta questa piccola nuova conquista italiana: «Un importante riconoscimento dell’unicità e della straordinarietà del nostro ambiente, della nostra natura e delle nostre produzioni che conferma il valore della strategia ‘Sardegna isola della qualità della vita’».