ART NEWS

I musei al tempo dei social, tra record e assurde censure. Ecco due storie da conoscere.

In tempi di social il successo di un museo si misura, probabilmente, non soltanto da quello degli ingressi, ma anche dal numero del follower. Le Gallerie degli Uffizi a Firenze si collocano sul gradino più alto di questo primato con 150.000 follower e una media di 3500 like per post e una ventina di commenti (il profilo ufficiale da seguire è questo @uffizigalleries.

Tra le opere più apprezzate l’arte italiana, la Venere di Botticelli, con 13.278 like, la Medusa di Caravaggio, che di cuori ne ha collezionati 9.827 e Giuditta decapitata da Oloferne dell’artista Artemisia Gentileschi con 9.496.

«Il successo globale del canale Instagram degli Uffizi – ha detto in merito Eike Schmidt, direttore delle Gallerie – è anche un successo di conoscenza, di educazione, perché ogni giorno proponiamo un’immagine delle collezioni e un’interpretazione storico-artistica, e spesso pure un brano di poesia del passato e del presente. Questa formula ha trovato tanti seguaci in tutto il mondo: è rigorosamente bilingue in italiano e in inglese, per tutte le età tutte e le generazioni, e infatti siamo il museo che cresce di più in tutto il mondo su Instagram».

Secondo un articolo pubblicato lo scorso anno dal Sole24Ore, il 52% dei musei italiani infatti è social. Sono sempre di più le realtà museali che comunicano la propria offerta, cercando di attrarre nuovi visitatori o creare un senso di fidelizzazione attraverso facebook, twitter, instagram. Ed è proprio instagram il social emergente, con 14 milioni di utenti (italiani) attivi al mese.

Ma per un museo che fa di instagram il suo punto di forza, un altro invece si lamenta di facebook. È una notizia di qualche giorno fa che le istituzioni culturali del Belgio hanno inviato una lettera aperta a Mark Zuckerberg, ceo di Facebook, per lamentarsi della censura.

Secondo le istituzioni belga infatti le nudità di Rubens, pittore fiammingo del XVII secolo, vengono automaticamente censurate e filtrate dal social network in base alle regole di pubblicazione contro i contenuti per adulti.

Il sito VisitFlander ha così diffuso un ironico video in cui le autorità dell’FBi (dell’intelligenza di facebook) invitano tutti i visitatori della House of Rubens ad Anversa che hanno almeno un profilo social a NON guardare i dipinti di Rubens per proteggerli dalle oscenità dei dipinti oggetto di censura del noto social network.

«Indecente – si legge nella lettera – è questo il modo in cui il seno, i glutei e i cherubini di Peter Paul Rubens vengono considerati, ma non da noi, bensì da voi. Potremmo riderci sopra, ma questa censura complica la vita degli attori culturali che vogliono far scoprire le opere dei maestri fiamminghi».

I firmatari di questa lettera aperta invitano il social network a trovare una soluzione al problema poiché, si legge, “Sfortunatamente la promozione del nostro patrimonio culturale unico non è più possibile sul social network più popolare” ha così chiuso Peter De Wilde, ceo di Visit Flander.

Nudità d’arte, capezzoli. Viviamo in un mondo così libero eppure così bigotto da censurare l’arte, senza distinguerla dalla becera pornografia. Un po’ come quando il presidente iraniano, Hassan Rohani, in visita in Italia, chiese di coprire alcune statue a suo giudizio oscene perché nude. Di questo passo i social finiranno, o finirebbero, per censurare anche gran parte della produzione artistica italiana: le Veneri molli e un po’ maliziose di Tiziano, la Fornarina di Raffaello, i nudi possenti di Michelangelo. Una censura, quella digitale, che fa balzare i social indietro di almeno cinque secoli. All’ora era il Concilio di Trento, convocato dalla Chiesa cattolica per arginare la riforma liberale di Martin Lutero, finì con il censurare anche opere di grande valore artistico. Una su tutte proprio il Giudizio Universale del Buonarroti, i cui ignudi furono rivestiti da Daniele da Volterra che, per questa operazione, si vedette etichettare con il soprannome di Braghettone.

È qui che stiamo ritornando? In un’epoca in cui il digitale non riesce a distinguere la bellezza dell’arte dalla pornografia gratuita?

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TELEVISIONE

Il genio indiscusso di Picasso nella serie del National Geographic

Lo so, lo so, in questi giorni vi sto parlando tanto di cinema e televisione. Ma in attesa dei grandi eventi culturali d’autunno, e delle mie prossime scoperte e visite di cui scriverò nei prossimi giorni, volevo parlarvi di Picasso. No, non il pittore, o almeno non solo.

Da qualche giorno sono letteralmente addicted della seconda stagione di Genius, incentrata, appunto, sulla figura di Picasso. Una serie antologica prodotta da National Geographic, e andata in onda proprio sul network del noto magazine scientifico quest’anno. Se la prima serie ha visto Geoffrey Rush nei panni di Albert Einstein, la seconda serie invece ha visto il debutto televisivo di Antonio Banderas nei panni del noto artista spagnolo in età adulta.

Antonio Banderas in Genius

In dieci puntate si ripercorre non soltanto la vita dell’artista che ha segnato con i suoi quadri l’arte del XX secolo, ma anche le fasi più importanti dell’evoluzione della stessa arte. I mecenati che l’hanno scoperti, i galleristi che hanno acquistato i suoi dipinti, i primi esperimenti cubisti e la loro accoglienza nei salotti intellettuali del tempo.

Una serie che intrattiene, appassiona, e restituisce il tormento della creatività dietro la genialità di chi ha avuto il coraggio di rompere con la tradizione pittorica del passato, scomponendo la prospettiva, a lungo ossessione degli artisti, scomponendo l’uso dei colori, delle forme, della realtà stessa.

Bellissimi i momenti di creazione di alcune delle opere più famose, come Les demoiselles d’Avignon e Guernica, manifesti di una rottura con il passato e strumenti di ribellione anche contro la politica.

Molto bello il cast, che vede affiancate a Banderas attrici quali la francese Clémence Poésy, volto noto ai fan della saga di Harry Potter (ma recuperate il suo Guerra e Pace del 2007 con il nostro Alessio Boni), che qui interpreta Françoise Gilot, compagna di Picasso dagli anni ’40 agli anni ’50, la britannica Samantha Colley, che dà anima e corpo a Dora Maar, una delle muse (e amanti) dell’artista. Da segnalare, nei panni dello scrittore Max Jabo, l’attore T.R. Knight, noto soprattutto per il suo ruolo di George O’Malley nella serie Grey’s Anatomy.

La seconda stagione di Genius fa la gioia di chi come me ama la storia dell’arte, e ama quelle biografie di uomini straordinari che con la tenacia, il talento e la genialità hanno avuto la forza di credere in se stessi e realizzare un sogno. Quello di diventare geni indiscussi.

CINEMA

Le prime immagini di LORO, il nuovo film del premio Oscar napoletano Paolo Sorrentino

I parti in piscina, i trofei sportivi in bella vista, Roma. Sulla falsariga de La grande bellezza, è stato diffuso qualche ora fa il primo teaser trailer di LORO, nuovo attesissimo film del premio Oscar Paolo Sorrentino, che ritorna in coppia con Toni Servillo per dare vita ad una biografia, assolutamente non autorizzata, di Silvio Berlusconi.

Una Veronica Lario triste e c’è persino il cane, Dudù, assurto agli onori delle cronache per aver giocato, a Palazzo Grazioli, con Vladimir Putin.

Insomma promette bene il nuovo film del regista napoletano, che racconta il suo Silvio Berlusconi.

Toni Servillo nel film LORO di Paolo Sorrentino

Il film è stato girato tra il Lazio, la Toscana e la Sardegna, vanta un cast ricchissimo che, oltre al protagonista di La Grande Bellezza, vede recitare anche Riccardo Scamarcio nel ruolo di Gianpaolo Tarantini, l’imprenditore barese che portava da Patrizia D’Addario ad altre ragazze, Elena Sofia Ricci nel ruolo di una Lario particolarmente triste, alla cantante Chiara Iezzi, ex del duo Paola & Chiara, che prosegue il suo percorso attoriale e qui interpreta una speaker.

Ma vedremo anche Ricky Memphis, che interpreta l’imprenditore Stefano Ricucci, ma dovrebbe vedere anche la partecipazione di Fabrizio Bentivoglio e dell’ex letterina Alessia Fabiani.

Prodotto da Indigo FilmPathé e France 2 Cinéma, sarà distribuito da Universal Pictures, ma poco o nulla ci dice il teaser, che non svela nemmeno quando potremo andare a vederlo nelle sale.

ART NEWS

Frida Kahlo, l’emozionante forza oltre il mito. Fino al 3 giugno al MUDEC di Milano

Mariano Cervone alla mostra di Frida

È una mostra che tocca l’anima, quella su Frida Kahlo, al Mudec di Milano fino al prossimo 3 giugno.

Oltre il mito, questo il sottotitolo della rassegna, si propone di raccontare l’artista messicana al di là delle opere, che ne hanno fatto un’icona di arte contemporanea, ma anche di stile in tutto il mondo.

E dire che qui i prestiti sono tanti, al punto che, al mio ingresso nella prima sala, penso che siano lì tutte i lavori, i disegni a carboncino, i dipinti, gli acquerelli, i carteggi attraverso i quali si è raccontata ad amici e parenti. E invece svolto appena l’angolo, per capire che ciò che avevo di fronte era appena la punta di un iceberg d’arte ben più grosso, di una esposizione grandiosa che abilmente racconta la vita, oltre la poetica, della pittrice.

Lungo il percorso trovano infatti posto anche una serie di lettere originali, con traduzione a fronte, in cui la Kahlo parla della sua vita privata: leggerle tutte è impossibile, così come sarebbe impossibile riassumere in queste pagine la vita di un’artista molto complessa e dai sentimenti profondi.

Tra le opere esposte, non mancano disegni inediti, in cui Frida si disegna con matita e carboncino, sperimentando volumi e colori, e evidenziando, con mano un po’ naif, le trasparenze delle vesti.

L’arte di Frida trasuda Messico, perché la pittrice si è nutrita della linfa vitale dalla Madre Terra, la sua forza vitale conviveva in quella del suo Messico, che continuerà a sentire dentro di sé come un fuoco, anche quando si trasferisce nella calda California, scioccando la borghesia con la sua indole ribelle.

Bellissima la sezione fotografica, che ripercorre l’esistenza di Frida, dalla sua infanzia alle foto di famiglia, passando per i momenti conviviali, dove, anche in un folto gruppo, la presenza silenziosa dell’artista è preminente.

È in queste foto che non posso fare a meno di notare che negli anni ’50 Frida appare come una donna più forte, forse austera, più consapevole di quel corpo tragicamente cambiato, meno giocosa: non ci sono più i fiori tra i suoi capelli, che in poche foto più avanti porta sciolta, quasi come un velo monacale, quasi a decostruire quell’immagine che negli anni aveva consapevolmente creato, ma sempre fedele a se stessa.

Non mancano momenti di maggior azione lungo il percorso, come un cortometraggio di animazione che offre al visitatore il dialogo immaginario, e immaginifico, tra la Kahlo e la morte, che miracolosamente l’ha risparmiata da quell’incidente in tram che drammaticamente caratterizzerà tutta la sua vita: degenze in ospedale, cure, pesanti busti, fino all’amputazione di una gamba che la porterà a ricorrere ad una protesi. Un dolore fisico e psichico che Frida riversa senza imbarazzi nelle sue opere. Si ritrae con le lacrime, come un cuore che soffre e sanguina. Crea una precisa iconografia del dolore, ritraendo i momenti cupi, senza il timore di mostrare sé stessa in quel letto d’ospedale, esorcizzando il male con la sua arte.

Una vita dolorosa segnata anche da Diego Rivera, amore della vita e marito fedifrago che la tradirà tra le altre anche con la sorella prediletta.

Eppure Frida sembra continuare a sorridere alla vita, da un raro quanto emozionante home video in 16mm del George Eastmen Museum, in cui la pittrice è proprio accanto a Rivera, qui accompagnato dall’intenso brano del cantautore calabrese Brunori Sas, Diego e io, che incarna con passione la dolcezza e la sofferenza, la profonda inquietudine, di questo amore. È probabilmente questo l’apice emotivo di questa antologica, che rappresenta un momento di grande pathos.

Continuo a passeggiare nelle sale del Mudec, e osservo ritratti di politici, di uomini e di donne illustri con cui Frida era entrata in contatto. Quando osservo le sue vivaci nature morte, mi accorgo che la Kahlo era forse vicina a Picasso più di quanto lei stessa forse non sapeva neppure. Mentre in altri dipinti ricorda addirittura il surrealismo di Dalì, Magritte, dove realtà e sogno si sovrappongono, tra lune, panorami sospesi a mezz’aria, abbracci divini in una ricerca di pace e misticismo.

Frida si è sempre espressa anche attraverso il proprio corpo; una Marina Abramović ante saecula, che esprime i suoi stati d’animo anche attraverso quelle stravaganti acconciature, attraverso gli abiti, le collane, mai lasciate al caso nella vita come nei suoi dipinti, facendo del proprio corpo un manifesto. Ed è così che si chiude questo racconto d’arte e questo profondo spaccato di vita: con i busti, le protesi, la sofferenza e l’imperfezione che hanno segnato duramente la sua esistenza. Frida è ben lontana dalla ricerca di perfezione che affligge noi contemporanei, e non aveva paura di mostrare fragilità e fallimenti. Ed è proprio questa forza che l’ha resa immortale ai nostri occhi, vincendo dopo la morte quella malattia che invece l’aveva afflitta tutta la vita.

CINEMA

La Forma dell’Acqua, l’amore (im)possibile della favola gotica di Guillermo Del Toro

È un omaggio a La Bella e la BestiaLa Forma dell’Acqua, l’ultimo film di Guillermo Del Toro che è riuscito a conquistare ben 13 nomination agli Oscar. E non si può non pensare anche a Tim Burton o alle atmosfere del regista francese Jean-Pierre Jeunet e del suo favoloso mondo di Amélie Poulain, sospeso tra una realtà dal fascino vintage e un sogno a tratti confuso.

È così che conosciamo Elisa Esposito (sì, avete letto bene, Esposito), interpretata da Sally Hawkins, giovane inserviente delle pulizie in un centro di ricerca di Baltimora, protagonista muta di questa favola gotica.

Octavia Spencer, e Sally Hawkins in La forma dell’acqua (2017)

Accanto a lei Octavia Spencer, attrice premio Oscar per The Help, amica protettiva che con la protagonista condivide il lavoro e i sogni.

A far da sfondo a questa vicenda la Guerra Fredda, gli anni in cui Stati Uniti e Russia si combattevano a suon di scoperte scientifiche e spionaggio industriale.

Ad irrompere la routine di Elisa, che ogni mattina con gioia e spensieratezza si appresta ad andare al lavoro, tra canzoni anni ’50 e vecchi spettacoli televisivi, arriva una strana creatura dalla forma umana, portata nei laboratori in gran segreto da un gruppo di scienziati che vogliono studiarla al fine di poterla inviare sullo spazio proprio come i russi hanno mandato Laika, la cagnolina che fu mandata in orbita in via sperimentale nel novembre del 1957.

Elisa e questa strana creatura anfibia cominciano silenziosamente ad interagire, accomunati dal non uso della parola, dimostrando al pubblico che l’amore non solo può trascendere l’aspetto, ma anche il linguaggio stesso e il modo di comunicare. Lo sguardo, i gesti che a poco a poco si fanno sensazioni, che giorno dopo giorno si trasformano in sentimento vero e proprio.

E così mentre il freddo raziocinio degli studiosi impone un approccio distaccato, scientifico, vedendo in questa creatura soltanto una cavia da vivisezionare, ferendola più volte con un pungolatore elettrico, come un animale da circo da domare, Elisa con semplicità e tenerezza riuscirà a stabilire un rapporto che ha dell’umano, lasciando crescere un amore che forse ha addirittura del divino.

Due solitudini che si incontrano, due anime che si tengono per mano nella loro diversità, e trovano un modo di parlare, condividere interessi, ascoltarsi, sentirsi.

Richard Jenkins e Sally Hawkins in La forma dell’acqua (2017)

Impossibile non segnalare la prorompente presenza di Richard Jenkins, che ci regala l’interpretazione di Giles, inquilino gay e confidente di Elisa, che offre al pubblico un’intensa riflessione sulla vita, sul tempo, e su quell’amore che spesso per paura si nega a se stessi.

Leone d’Oro alla 74esima Mostra del Cinema di Venezia, La Forma dell’Acqua si contende, tra l’altro, l’ambita statuetta di miglior film, con una sceneggiatura che omaggia le pellicole degli anni ’60 e persino i musical degli anni ’40 con Ginger Rogers e Fred Astaire.

Straordinario l’uomo-anfibio, interpretato dal mimo Doug Jones, attore prediletto dal regista messicano, con il quale aveva già lavorato in Hellboy e Il Labirinto del Fauno.

Ad accompagnare la pellicola la bellissima colonna sonora del premio Oscar Alexandre Desplat, che si rifà proprio ai musical e alle composizioni oniriche polistrumentali.

Un horror romantico, quello di Del Toro, che non manca di momenti un po’ splatter e colpi di scena, che scuotono l’animo dello spettatore fino all’epilogo finale di quello che senza dubbio uno dei migliori film della stagione.

MUSICA

Ciao Dolores, voce di un’epoca che se ne va con te

Oggi è morta Dolores O’Riordan, voce e anima dei Cranberries. Aveva solo 46 anni.

Ho scoperto Dolores O’Riordan negli anni 2000. All’ora cantava Just my imagination e la prima volta che la vidi fu in questo coloratissimo videoclip che andava in rotazione su MTV, che ai tempi aveva ancora il doppio logo di Rete A.

Nel video Dolores ascoltava musica in cuffia, mentre guardava un variopinto mondo fatto di farfalle e fiori.

Ai tempi ero poco più che un adolescente, ed ero inconsapevole del fatto che quella voce vibrante fosse la stessa che qualche anno prima mi aveva già accompagnato in tanti momenti della mia vita, d’estate al mare, quando ragazzino sul Lido Pagano 2 inserivo 500 lire nel Juke-Box per ascoltare Zombie, vecchia di un anno, ma già classico.

E non sapevo che sua era anche Animal Instinct, con quella forza vocale che ascoltavi quasi in modo catartico e liberatorio al bar della spiaggia, mentre giovanissimo immaginavi il mondo ai tuoi piedi quasi liberando quell’istinto animale che nemmeno sapevi bene cosa fosse. Era il 1999, l’anno di Entrapment e del millennium bug.

E poi ascolti Dreams, e ti ritorna in mente quel vago spot in TV di non-so-cosa.

Erano gli anni dell’incoscienza, quelli in cui la sua voce mi ha tenuto compagnia, gli anni delle prime scoperte, dei primi baci e delle prime consapevolezze. Gli anni di quando marinavi la scuola e passavi notti insonni per preparare compiti in classe e interrogazioni.

Gli anni de “il latino che palle!”, dei lenti alle feste a casa degli amici ballando Linger, o di quella canzone che hai riconosciuto nel tuo telefilm preferito.

Non c’era Shazam o YouTube all’ora, ma CD, musicassette e registrazioni dalla radio. Le cose dovevi conoscerle o sentirle.

E poi ricordi quella volta che “Analyse mi piace un sacco!” al telefono con il tuo migliore amico, perché non potevi condividerla su facebook, né farlo sapere agli altri se non parlandone durante l’intervallo in classe o all’uscita da scuola.

Erano gli anni di Total Request Live e di Select con Daniele Bossari.

Camaleontica, mai uguale eppure sempre fedele a se stessa e al suo stile.

Quelle classifiche sono oggi annali dei ricordi di un’epoca che la voce di Dolores, dei Cranberries il suo gruppo, ha contribuito a segnare con quella modulazione così riconoscibile quanto unica.

E poi c’è Stars, il singolo che “hai sentito forse si sciolgono”, l’ultimo firmato con la band. Era il 2002, i modem erano a 56k e prima di connettersi facevano un rumore strano tipo navicella-degli-alieni-sta-atterrando.

Poi c’è la pausa, quella durante la quale la vita continua il suo corso, ascoltando le sue canzoni, quelle dei The Cranberries, come reliquie sonore mentre aspetti che ritornino insieme, e intanto c’è il diploma, l’università, i primi lavori, e quell’adolescente che l’ascoltava inconsapevolmente sulla spiaggia è ormai un uomo che riascolta già i suoi pezzi con nostalgia.

Nel frattempo arriva il download di musica illegale, quello legale, sono gli anni di Napster e di iTunes. Gli anni dell’iPod e dei Blackberry.

Per tutti è diventata universalmente Dolores O’Riordan nel 2007, quando pubblica il suo primo album da solista, Are you listening?, e quella sua Ordinary Day che di ordinario non aveva nulla. Ma anche in quel momento lei non continuava ad essere non solo la voce, ma l’anima dei Cranberries, di un gruppo che faceva parte di noi e di lei e che ritroverà di nuovo qualche anno più tardi con l’album Roses, perché forse anche in un gruppo non c’è amore senza spine, anticipato dal singolo Tomorrow, domani, che profeticamente dice “Tomorrow could be too late”, domani potrebbe essere troppo tardi, e così che è andata via questa voce che resterà nei nostri cuori, all’improvviso. Troppo presto.

Ciao, Dolores. Mi mancherai.

TELEVISIONE

American Crime Story, la controversa serie sulla morte di Gianni Versace

A pochi giorni dalla messa in onda statunitense (e italiana) di American Crime Story: The Assassination of Versace, si ritorna naturalmente a parlare di lui, di Gianni Versace, storico fondatore dell’omonima casa di moda, assassinato il 15 luglio del 1997. Se da un lato è un modo per riscoprire le radici della Medusa, questo da sempre il logo della maison, come ha fatto Donatella omaggiando il fratello scomparso nell’ultima sfilata, dall’altro diventa un modo morboso per eviscerare tutti i rapporti dello stilista di Reggio Calabria, incluso quello con la sorella che ne ha ereditato il marchio e la pesante eredità artistica di tutta una vita.

Il serial, che in nove puntate vuole ricostruire la vita e la morte dello stilista italiano, parte proprio da qui, dalla fine, e da quel tragico giorno nella villa di Miami quando Gianni fu sparato proprio sui gradini della sua villa.

Da qui un percorso a ritroso, che restituisce al pubblico fatti (romanzati, s’intende) che finora ha soltanto potuto immaginare, come il rapporto tra i fratelli Versace o quello con l’ex modello Antonio D’Amico, compagno dello stilista, qui interpretato da Ricky Martin.

l’attrice Penelope Cruz nei panni di Donatella Versace

A dare il volto agli stilisti italiani c’è invece un cast prevalentemente latino, dalla spagnola Penelope Cruz, premio Oscar per Vicky Cristina Barcelona, l’interpretazione senza dubbio più attesa, che dà il volto a Donatella, passando per il venezuelano Édgar Ramírez, che interpreta Gianni e, per farlo, è ingrassato di circa dodici chili.

l’attore Édgar Ramírez nei panni di Gianni Versace

Una serie molto attesa, questa seconda stagione antologica, creata dal genio di Ryan Murphy, che aveva dedicato la prima serie a O. J. Simpson, caso di cronaca poco noto in Italia sul giocatore di football accusato dell’omicidio di sua moglie.

la copertina del libro di Maureen Orth

In onda dal 19 gennaio sul canale satellitare Fox Crime, la serie attinge da un libro di cronaca non autorizzato, Vulgar favors : Andrew Cunanan, Gianni Versace, and the largest failed manhunt in U.S. history (Favori volgari: Andrew Cunanan, Gianni Versace e la più grande caccia all’uomo fallita nella storia degli Stati Uniti) della giornalista Maureen Orth, e si preannuncia già come una delle produzioni più discusse e calde di questa nuova stagione televisiva.

Tra le motivazioni ci sarebbe il fatto che il compianto stilista aveva dichiarato al mondo la propria omosessualità solo poco tempo prima della sua morte, nascondendo nell’armadio uno scheletro ben più spaventoso che continuava ad ossessionarlo, il timore che fosse HIV positivo.

Immediata la reazione della casa di moda, che ha preso le distanze dalla serie e, tiene a precisare, nulla ha a che vedere con questa produzione della rete americana FX: «La famiglia Versace non ha autorizzato né ha avuto alcun coinvolgimento nella serie televisiva dedicata alla morte di Gianni Versace – ha dichiarato in merito Donatella Versace – dato che Versace non ha autorizzato il libro da cui è parzialmente tratta, e non ha preso parte alla stesura della sceneggiatura, questa serie televisiva deve essere considerata un’opera di finzione».

Ma, polemiche a parte, Versace farà anche la gioia degli amanti della moda e del glamour, poiché già dalle prime immagini si preannuncia molto patinato e ricco.

Lou Eyrich, costumista della serie, ha detto di aver acquistato capi vintage Versace, per ricreare l’ambiente della Miami degli anni ’90, e ritrovare le iconiche fantasie che da sempre caratterizzano la casa di moda: dalla stampa barocca agli abiti in metallo, dalle fantasie animalier all’immancabile logo della casa, come dimostra l’ultima settimana della moda milanese in cui la stilista ha presentato la collezione Go big & go home, declinando le storiche fantasie della casa della Medusa in una versione urban più moderna, ritrovando le vere radici e rifiutando fermamente una serie che noi invece non vediamo l’ora di vedere.

CINEMA

Il MANIFESTO: su Sky Arte HD i 13 volti di Cate Blanchett

Manifesto – poster

Che Cate Blanchett fosse un cavallo di razza ce n’eravamo accorti quando nel 1998 incarnò perfettamente la Regina Elisabetta I nell’omonima pellicola Elizabeth. Da allora la sua carriera è stata una lunga parabola in ascesa, dall’Oscar vinto interpretando l’attrice Katherine Hepburn in The Aviator nel 2005, alla seconda statuetta dieci anni dopo per Blue Jasmine di Woody Allen, dove l’attrice di origine australiana ha interpretato perfettamente le nevrosi di una donna borghese sull’orlo di una crisi di nervi dopo aver perso tutto.

Ma negli anni la Blanchett non ha riposato sugli allori dei premi vinti e delle sue sette nomination, al contrario ha sempre accettato con coraggio di dare volto, anima e corpo a personaggi diversi, dimostrando ogni volta di essere capace di poter interpretare chiunque: da Io non sono qui, dove interpretava addirittura Bob Dylan (vincendo la Coppa Volpi a Venezia) a Carol, dove si è calata nei panni di una madre di famiglia nell’America degli anni ’50 che vive la propria omosessualità repressa con una giovane commessa.

Cate Blanchett in Manifesto (2015)

L’attrice ha addirittura interpretato ben 13 personaggi diversi in un unico film. È successo per MANIFESTO, pellicola diretta da Julian Rosefeldt nel 2015, che arriva domani, 29 dicembre, su Sky Arte HD in prima visione assoluta.

Come suggerisce lo stesso titolo del film, si tratta di tredici manifesti: quello del Partito Comunista, i motti dadaisti, il Dogma 95 e così via, ripercorrendo altrettanti movimenti artistici, attraverso l’interpretazione di straordinari monologhi che rappresentano per Cate una grande prova attoriale.

Rosefeldt ha girato il film in poco più di una settimana, a Berlino e dintorni, traendo l’idea da una sua installazione.

Ogni scenario indaga il rapporto tra società, arte e vita quotidiana nel XX secolo. La Blanchett porta sullo schermo le parole di Marx, Lars Von Trier, Marinetti, Kandinsky, Apollinaire, Fontana, Breton, Éluard, che rivivono attraverso donne molto diverse per storia ed estrazione sociale: da una madre operaia a una giornalista, da una rock star a burattinaia, passando per una clochard. Volti diversi, che parlano ognuno a modo proprio di arte, con monologhi completamente distanti dal proprio mondo, e spesso inascoltati da coloro che stanno intorno, in un curioso gioco di equilibri e contraddizioni che si fa esso stesso arte.

ART NEWS

Le Terme di Caracalla a Roma rivivono grazie al 3D. Ecco com’erano

Se c’è una cosa che i romani sapevano fare, è quella di saper godersi la vita. Mens sana in corpore sano, dicevano, e tra i loro passatempo o attività del wellness, come le definiremmo noi contemporanei.

Le prime terme nacquero, naturalmente, nei pressi di fonti e sorgenti di acque, alle quali si attribuivano dei grandi poteri curativi. L’esplosione di questo fenomeno però arriverà in età imperiale, grazie allo sviluppo delle tecniche che hanno consentito non soltanto di riscaldare l’acqua attraverso focolari sotterranei, ma anche di diffondere aria calda o vapori attraverso gli ipocausti, e dagli spazi sottostanti alla pavimentazione, detti suspensùra.

È Pompei che ci offre il maggior numero di raffinati esempi di complessi termali, ancora oggi ben visibili.

Terme di Caracalla, ricostruzione virtuale della piscina (Natatio)- Foto fornita da Soprintendenza speciale Roma

Un microcosmo, micro-città che rispettavano l’esatta gerarchia del popolo romano, con strutture molto modeste e semplici per la plebe ed altre, più raffinate e sfarzose, per i patrizi.

Come gli antichi egizi, che usavano miscelare nell’acqua sostanze aromatiche e profumate, anche i romani avevano l’abitudine di mischiare con l’acqua profumi o vini speziati.

Proprio come noi oggi, anche i romani conoscevano l’importanza di prendersi cura della propria pelle, attraverso pratiche di scrubbing, attraverso la polvere di equisetoargilla e olio di oliva.

In questi sontuosi ambienti i romani circolavano liberamente, vi erano delle sale per massaggi che venivano fatti con oli e sostanze profumate.

Molto articolate queste strutture che generalmente ruotavano intorno ad un ampio cortile, dove all’interno trovavano posto fontane e statue.

Terme Caracalla, il frigidarium com’era e com’è (foto Soprintendenza)

Tra le stanze di questi ambienti c’era quella con la vasca di acqua fredda, la sala del frigidario, generalmente circolare e sormontata da una cupola e acqua a temperatura bassa, di solito seguita dal calidario, che era rivolto a mezzogiorno in cui trovavano posto delle vasche di acqua calda. Tra questi due ambienti, uno caldo e l’altro freddo, c’era probabilmente un ambiente con una temperatura di mezzo, il tepidario.

Non mancavano ambienti accessori come l’apodyterium, uno spazio non riscaldato destinato agli spogliatoi, ma anche saune, sale di pulizia e palestre.

Insomma il mondo dei romani è molto più vicino a noi di quanto non immaginiamo.

Terme Caracalla, vista generale (foto soprintendenza)

Complesso termale per antonomasia sono senza dubbio le bellissime Terme di Caracalla. Non solo perché la statuaria in esse contenute è oggi esposta all’interno delle sale del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, che ce ne restituisce l’immagine attraverso queste straordinarie sculture, ma anche perché l’impianto che aveva un’estensione di 337 x 328 metri, si trovava fuori da Porta Capena, posto al Sud per sfruttare meglio l’esposizione solare e illuminato da ampie finestre.

Terme di Caracalla, ricostruzione degli spogliatoi (immagine Soprintendenza Speciale di Roma)

Oggi le terme di Caracalla ritornano in vita grazie ad una straordinaria ricostruzione 3D, che attraverso le più moderne tecnologie di videoproiezione restituisce interamente l’ambiente e i suoi colori originali.

Quest’opera è frutto di una lunga collaborazione e un meticoloso lavoro storico e scientifico fatto dalla Soprintendenza Speciale di Roma e il CNR che hanno ripercorso gli studi a riguardo degli ultimi trent’anni.

Il progetto si intitola Caracalla IV dimensione, ed è stato promosso da Soprintendenza e Coopculture, che lo ha finanziato con un investimento di 100 mila euro.

Un incipit in via sperimentale, questo, che parte con 30 visori. L’obiettivo è quello di incrementarne il numero, e dunque anche le ricostruzioni, con l’arrivo dei mesi caldi, così come anticipa la presidente Coopculture, Giovanna Barni.

Terme Caracalla, palestra orientale com’era con la statua del Toro Farnese (foto soprintendenza)

A questa prima ricostruzione potrebbero anche aggiungersi delle mappe e dei videogame, così come ha già fatto il MANN. Ed è proprio fino all’archeologico nazionale di Napoli, dove i Borbone portarono il gruppo scultoreo di questi luoghi, che arriva questo interessante progetto. I visitatori infatti potranno vedere il Toro Farnese “ricollocato” nel suo ambiente originario.

Una tecnologia avanzata, ma alla portata di tutti, che qualsiasi turista potrà maneggiare con facilità, e scoprire come dovevano apparire in origine questi luoghi di benessere e cura di sé.

È possibile fare questo tipo di visite dallo scorso 20 dicembre. Il costo è di 7 euro che si aggiungono al prezzo del biglietto (intero 8 euro). La prenotazione (consigliata) invece è di 2 euro.

ART NEWS

Notte d’Arte a Napoli. Ecco tutti gli eventi da non perdere

È un appuntamento che sa già di tradizione quello della Notte d’Arte a Napoli, che prosegue la consuetudine di visite notturne di monumenti e poli museali. Una notte bianca dell’arte insomma con visite gratuite o a prezzi ridotti.

Il centro storico del capoluogo partenopeo prende vita fino a notte inoltrata, aprendo le porte dei suoi gioielli architettonici ed artistici. Mostre, musei, palazzi storici e tanti altri attrattori animeranno le strade di Via Tribunali, di San Gregorio ArmenoSan Biagio dei Librai e Spaccanapoli.

Organizzato dalla II Municipalità in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura del Comune, l’evento è la giusta occasione per visitare luoghi della cultura della città con biglietti ridotti e, spesso, visite guidate che, complice l’incanto della notte, parleranno di racconti, favole e leggende. È questo il tema che accompagnerà la città di Napoli durante questo periodo di festività natalizie.

Tra gli appuntamenti da non perdere, vi suggerisco quello del Museo della Follia, la mostra curata da Vittorio Sgarbi (di cui vi ho ampiamente parlato qui), e che dalle ore 18.00 sarà visibile al costo di 7 € anziché il prezzo intero 12. Un’occasione particolarmente conveniente che vi porterà lungo un percorso della mente, della genialità e della follia umana che dal XIX secolo di Goya arriverà all’arte contemporanea di Cesare Inzerillo con un’opera simbolo di questa prestigiosa rassegna, passando, come promette il sottotitolo della mostra per Maradona, vera e propria divinità della fede calcistica nella città di Partenope e non solo.

Da segnalare anche la Cappella San Severo, con il suo bellissimo Cristo Velato, che consente l’accesso ad un costo di soli 3 €, per lasciarsi affascinare dalle leggende di Raimondo De Sangro, principe di Sansevero, e dalle straordinarie opere contenute all’interno di questo suggestivo monumento che è un vero e proprio scrigno massonico-esoterico.

Il Complesso di San Domenico Maggiore apre le porte al suo pubblico con lo spettacolo de Il Piccolo Regno Incantato (costo 5€) per farsi ammaliare da un percorso favolistico.

Durante la Notte d’Arte potrete ammirare anche il bellissimo, quanto famoso, maiolicato del Complesso di Santa Chiara, che applica il biglietto ridotto per tutti di soli 4,5 €. Un’esclusiva notturna, che porterà i visitatori attraverso i colori vivaci dell’iconico chiostro, le cui maioliche sono opera della bottega Massa.

Se invece amate addentrarvi nella leggenda che trascende i confini della storia, allora dovrete dirigervi a Santa Maria La Nova che, ad un costo di 3€, vi consentirà la visita a tutto il complesso, dove potrete ammirare quella che, si dice, sia la tomba del vero Conte Dracula.

Se a Chiese e luoghi di culto preferite invece dimore e palazzi storici, l’itinerario di quest’anno vede i portoni aperti anche di molti edifici noti nella città di Napoli, a cominciare dal Liceo Classico Vittorio Emanuele II, il cui emiciclo caratterizza la nota Piazza Dante, che dalle ore 20.30 fino alle 22.30 aprirà gli spazi della sua Biblioteca Storica e del Museo di Fisica e Storia Naturale; più dinamica la visita del Liceo Antonio Genovesi che alle ore 18.00 e alle ore 20.00 organizza performance e un concerto (“Ventinove e trenta“) degli stessi studenti.

Sempre dalle ore 18.00 fino a mezzanotte Palazzo Venezia (in Via Benedetto Croce) oltre al complesso e al giardino pensile che vi suggerisco caldamente di visitare, offre un percorso sull’artigianato locale.

E se invece preferite, tempo permettendo, l’atmosfera delle luminarie delle feste e degli artisti di strada, c’è La notte del Nilo, a cura di Mutua Studentesca, con spettacoli e performance che vanno da Largo Banchi Nuovi al Borgo degli Orefici, passando per Via Bellini e le Scale di San Giuseppe dei Nudi. Particolarmente suggestiva la visita guidata Tour delle Streghe a cura dell’Associazione Leucosia, con partenza dalle mura greche di Piazza Bellini (questo evento ha un costo di 5€ con prenotazione obbligatoria al numero 348 5507974).

Una Notte d’Arte particolarmente ricca quella del 2017, per vivere la magia dei racconti, delle favole e delle leggende che da sempre fanno parte della storia di Napoli.