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Ipnotizzati dagli smartphone come automi: il cartoon di Moby che fa riflettere

Navigando su facebook ho visto un video in bianco e nero cui faceva da colonna sonora un brano del film Il favoloso mondo di Amélie del 2001, Comptine d’un autre été: L’après-midi. Affascinato da questo cortometraggio ho voluto saperne di più, ed ho scoperto che si tratta in realtà del videoclip di Are You Lost In The World Like Me?, dell’artista americano Moby featuring The Void Pacific Choir, primo estratto dall’album These Systems Are Failing.

Un progetto di denuncia, che in realtà non ha riscosso molto successo, arenandosi nella parte centrale di molte classifiche e passando quasi totalmente inosservato.

E dire che il video avrebbe dovuto invece attirare molta attenzione: disegnato come un cartoon in bianco e nero degli anni ’40, il videoclip vede una società letteralmente ipnotizzata dagli smartphone. Uomini e donne che camminano come automi con lo sguardo assorto da un display di poco più di cinque pollici.

Una fotografia (è proprio il caso di dirlo) dei vizi che (in)consciamente fanno ormai parte del nostro vivere quotidiano.Se nel Medioevo al poeta-vate Dante bastava un solo sguardo per interagire per le strade di Firenze con la sua Beatrice, oggi gli risulterebbe più difficile, poiché probabilmente entrambi avrebbero gli occhi bassi sul telefono per controllare notifiche e social.

È un quadro inglorioso quello che dipinge Moby in questo suo lavoro discografico. Samo perennemente proiettati in un altrove che non corrisponde mai al luogo in cui ci troviamo, preferiamo spesso la presenza virtuale a quella reale degli amici con cui possiamo interagire, mentre le nostre emozioni diventano sempre meno sentite e più sintetiche, attraverso lo sterile uso di emojii che non riescono nemmeno lontanamente ad esprimere agli stati d’animo che veramente proviamo.

Tavole sempre più silenziose e sguardi fissi sui nostri onnipresenti dispositivi mobili: conversazioni via chat, selfie per (di)mostrare di essere felici, mentre siamo spesso più impegnati a fotografare una cena piuttosto che a guastarla davvero.

«Ti sei perduto in questo mondo come me?» si chiede arrabbiato un Moby, che diventa un bambino innocente dall’aria smarrita in questo suo cortometraggio.

Siamo più interessati a catturare il momento che non a viverlo pienamente.

Io stesso, qualche settimana fa, giunto per la prima volta nel Teatro San Carlo di Napoli, ho immediatamente avuto l’istinto di alzare lo smartphone e fotografarlo. Non ci ero mai stato e anziché godere della ricchezza di quel luogo, volevo fare qualche scatto. E anche dopo averlo visto incantato per qualche minuto, non ho resistito all’irrefrenabile impulso di “prenderne” un pezzo, pregustando già il momento in cui l’avrei condiviso sui miei canali social.

Facebook, instagram, twitter. Nella clip non c’è uno specifico riferimento ai social-networks, eppure sono proprio questi, inutile prendersi in giro, che hanno cambiato la nostra forma mentis, e ci danno la sensazione che “se non ci sei (on-line, s’intende), non esisti”.

Vite grigie, vacanze da incubo, e persone comuni con un filtro e qualche ritocco possono trasformarsi in vite da copertina, panorami da sogno, bellezze da calendario.

Realtà e finzione spesso si sovrappongono, così come la superficialità con cui scegliamo i nostri partner, passando dal romantico corteggiamento in voga fino alla fine del secolo scorso ad una sorta di casting on-line dove facilmente si passa al candidato successivo, basandosi esclusivamente su di una mera selezione estetica.

In pochi minuti Moby riesce ad affrontare anche il tema del bullismo, mostrando come un momento di divertimento può trasformarsi il giorno seguente in un motivo di scherno caricato on-line, calunnia contemporanea, di rossiniana memoria, che vola come un venticello di smartphone in smartphone.Un senso di solitudine, di vuoto e sconforto sta inghiottendo la nostra società come un buco nero. Persino Cenerentola, in questo nuovo immaginario collettivo, ha appeso le scarpette di cristallo al chiodo e passale sue giornate probabilmente a giocare a Candy Crash, mentre i genitori in sala parto sono più intenti a trasmettere in diretta il momento della nascita che non a godere dell’irripetibile momento di prendere in braccio il proprio figlio e ascoltare il pianto di chi indifeso viene alla vita.

Ogni cosa diventa un pretesto per fotografare, registrare, condividere, eppure ciò che riesce a generare un interesse telematico, paradossalmente crea indifferenza nella vita vera.

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INTERNATTUALE

Il bellissimo spot di una compagnia araba contro il terrorismo

Non sono mai abbastanza i messaggi di pace in tempi di guerra come i nostri, e non sono mai troppi quelli che arrivano proprio là, dove non te lo aspetti. A far parlare molto di sé in queste ore lo spot di Zain Group, società di Telecomunicazioni nata in Kuwait nel 1983, che ha prodotto un advertisement contro la guerra.

Fatto in stile “operetta”, lo spot di circa tre minuti vede protagonista un kamikaze intento a testimoniare Allah facendosi esplodere con una cintura.

Immediata la risposta di musulmani che, intonando una canzone che si fa coro, dicono che Dio è soprattutto amore, e che se devono convincere l’altro ad abbracciare il proprio credo religioso che sia per pacifico convincimento e non per costrizione.

Uno spot che aiuta a riflettere, e mostra un islam non necessariamente violento e estremista come lo immaginiamo erroneamente tutti, ma composto da una comunità aperta al dialogo e pronta ad accettare la diversità religiosa.

Bellissimo lo slogan principale che incita a pregare e diffondere la propria religione per AMORE e non per terrore.

Ecco il video completo:

INTERNATTUALE, MUSICA

MTV lascia la TV in chiaro: com’è cambiata la musica negli ultimi quindici anni

MTV, storica rete televisiva italiana dedicata alla musica, ha definitivamente abbandonato il digitale terrestre, spostandosi sulla piattaforma satellitare a pagamento Sky. E già c’è chi parla di svolta epocale, vedendo, in questo passaggio, la fine di un’Era e di un modo di fare musica fatto anche di emozioni e sensazioni.

Erano gli anni ’90, quelli delle Spice Girls e dei Backstreet Boys. Gli anni di Total Request Live in Piazza Duomo a Milano e quelli di Select con Daniele Bossari nel pomeriggio.

MTV Kris & Kris Rete A - internattualeLa mia generazione ancora se lo ricorda MTV Italia, la Music Television italiana, figlia di quella (programmazione) europea, che a metà anni ’90 andava in onda sulle frequenze di Rete A, mantenendo il doppio logo.

Non c’era YouTube né milioni di visualizzazione on-line. Erano gli anni in cui la musica passava esclusivamente dalla TV.

Non c’era crisi economica o spending review. Prima un videoclip poteva costare anche un milione di dollari, come Play di Jennifer Lopez, che se volevi guardarlo in anteprima dovevi aspettare la premiere in televisione, appuntandoti la data e l’ora esatta della messa in onda sul diario, tra un’interrogazione in latino e un compito di matematica.

Non esisteva lo streaming, né i siti news musicali on-line. Gli spettacoli di MTV, come la gloriosa edizione dei Video Music Awards del 2003, quando Madonna e Britney Spears si scambiarono un tenero bacio saffico, o quando, nel 2001, la Spears stupì tutti ballando con un serpente intorno al collo in una performance che è diventata icona della musica contemporanea.

Britney Spears Madonna Kiss - internettualeC’erano i Brand New notturni, con gli artisti emergenti e i videoclip esclusivi, quelli che li passava solo MTV prima di tutti, anche prima di VIVA, allora primo concorrente in chiaro del colosso musicale italiano.

Erano i tempi di Napster 1.0 e dei primi download illegali, degli mp3 e del Peer2Peer, che di lì a poco avrebbero giocoforza rivoluzionato la discografia e il diritto d’autore che stavano minando.

In poco più di un decennio il mondo della musica infatti è completamente cambiato. La musica non si acquista più nei negozi, ma comodamente a casa con carta di credito da iTunes. Non si aspetta più l’uscita fisica del compact disc, del singolo, degli Enhanced CD, quelli con i contenuti speciali che dovevi guardare dal Personal Computer.

Oggi ogni cantante ha il proprio canale YouTube, dove lancia i suoi videoclip, i backstage, i making of e le interviste esclusive. Non c’è più l’attesa. I video, una volta caricati, sono lì, nell’etere, e ognuno li guarda e può guardarli quando e dove vuole, dalle piattaforme più disparate: dal notebook allo smartphone, passando per i tablet e gli smartTV.

Persino la tiratura della certificazione dei riconoscimenti oro, platino e diamante è calata. Non si guarda più solo alla vendita dei dischi, ma all’eco mediatica che suscitano, agli ascolti sulle piattaforme streaming come Spotify, Apple Music e Deezer, alle visualizzazioni on-line, alle volte che vengono “Shazammati” con un app. Anche la musica si fa social. Non importa che si compri, ma che se ne parli. I maggiori introiti degli artisti, che spesso come Rihanna regalano in download gratuito le proprie opere, adesso arrivano dai contratti pubblicitari dei marchi del luxury e merchandising dei propri gadget o linee moda.

In un mondo sempre più globalizzato, dove la musica si propaga velocemente via internet come l’onda di uno tsunami, perde importanza l’emittente televisiva, che fa da sfondo solo a lounge bar e luoghi pubblici per clienti distratti che la guardano tra una chiacchiera e un drink in compagnia. Non stupisce dunque che, in questo panorama, MTV abbia perso il suo prestigio elitario e ha dovuto abbandonare la TV in chiaro, cedendo il posto al musicale VH1, che trasmette in rotazione successi di ieri e di oggi. Il suo logo tuttavia continuerà a rappresentare le tante emozioni di un’intera generazione di nostalgici cui mancheranno i grandi miti degli anni ’90.

INTERNATTUALE

La leggenda del pianista sull’Artico

Da molti considerato un deserto di ghiaccio, il circolo polare Artico è in realtà come un paesaggio onirico pieno di fascino e di vita. Lo sa bene il pianista Ludovico Einaudi che si unisce alla campagna di Greenpeace in difesa di questo territorio, girando il video di Elegy for the Arctic proprio tra i ghiacci del Polo Nord, con un pianoforte a coda su di una piattaforma galleggiante.

Per questa impresa il compositore di è imbarcato alle Svalbard in Norvegia sulla nave dell’associazione verde Arctic Sunrise, portando con sé il suo pianoforte in un suggestivo contrasto con il ghiacciaio costiero di Wahlenbergbreen.

Da tempo Greenpeace chiede di fermare le attività di trivellazione petrolifere, ma anche di pesca intensiva, per preservare questo spesso sottovalutato ambiente naturale: «L’artico non è un deserto, ma un luogo pieno di vita – ha raccontato lo stesso pianista – ho potuto vedere con i miei occhi la purezza e la fragilità di quest’area meravigliosa e suonare una mia composizione ispirata alla bellezza dell’Artico e alle minacce che subisce a causa del riscaldamento globale».

Einaudi si unisce ad un accorato appello già sottoscritto da otto milioni di persone, per chiedere anche la salvaguardia del Mar Glaciale Artico che allo stato attuale è il mare meno protetto al mondo, a dispetto della sua estensione pari a quella della Gran Bretagna: «Dobbiamo comprendere l’importanza dell’Artico per proteggerlo prima che sia troppo tardi» aggiunge Einaudi.

MUSICA

ADELE spiazza tutti i suoi fan e dice: «“25” sarà l’ultimo»

E se è lei in persona a dirlo c’è da crederci. Ad un solo giorno dal lancio dell’attesissimo singolo Hello, la cantante di Someone like you infatti durante un’intervista a ET ha parlato del suo prossimo disco, 25, spiazzando tutto con la sua decisione: questo lavoro infatti sarà il suo ultimo album a portare la sua età.

«Avevo già 20 anni quando uscì “19”, 23 all’uscita di “21” e adesso ho 27 anni e ne sono orgogliosa – ha detto ai microfoni di Zane Lowe – ma ha smesso di piacermi quando ero ancora venticinquenne».

Proprio lei, che numerava i dischi come i primi profumi di Chanel, adesso ha voglia di una svolta. 25 è stato così battezzato perché la cantante aveva esattamente venticinque anni quando ha iniziato le prime sessioni di registrazione in studio, ma, a poco meno di un mese dall’uscita di questo terzo capitolo discografico (che vedrà la luce il 20 novembre), la cantante sembra già concentrata sul suo prossimo lavoro e ha già in mente qualche titolo.

«Credo che questa sarà l’ultimo con la mia età – ha aggiunto – probabilmente sbaglio nel fare questa scelta, ma sento che ci sono stati così grandi cambiamenti in me negli ultimi due anni».

Dal 2011 infatti la vita di Adele è completamente cambiata: da artista emergente si è trasformata in uno dei grandi nomi della musica mondiale, vincendo ben sei Grammy in una sola notte e, nel 2013, un Oscar per il brano Skyfall, tema principale dell’omonimo James Bond con Daniel Craig. Nel 2012 inoltre Adele è diventata mamma, e ciò ha senza dubbio portato un senso di maggior maturità all’artista: «Io sento come se il modo di sentire me stessa sia forse come io mi sentirò sempre adesso… ho cambiato opinione su alcune cose, sono cambiati i sentimenti per me stessa, altre persone e altra roba – ha aggiunto l’artista – ma io sento come se l’idea di continuare a chiamare gli album ancora con la mia età, i miei anni, sia come mostrare una fotografia di come stia andando avanti la mia vita solo in quel momento, lì per lì».

Insomma se fama, successo e maternità sono senza dubbio un grande cambiamento nella vita della cantante, non è cambiato il suo modo di sentire e percepire il mondo che la circonda: «Mi sento come se non ci sia molto altro che cambierà profondamente in me, d’ora in poi – e, a sorpresa, svela come potrebbe chiamarsi il prossimo album – credo che il prossimo possa chiamarsi probabilmente ADELE. Davvero, non sto scherzando».

D’altronde se persino Chanel a cominciato a chiamare i profumi per nome, non c’è motivo che non possa farlo anche Adele con i suoi dischi.