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L’arte fa bene alla nostra salute. Lo dice la medicina

Sì, di primo acchito può sembrare uno di quei titoli per fare condivisioni. Ma è tutto assolutamente vero.

A Montreal, Sud del Canada, i medici hanno cominciato a prescrivere ai propri pazienti delle visite nei musei gratuiti. Secondo questa nuova concezione della medicina, se è vero che riso fa buon sangue, ed è la migliore cura, anche l’arte avrebbe degli effetti terapeutici e dunque benefici sul corpo e sulla mente. I medici canadesi pare che stiano iniziando a prescrivere visite nei musei per le patologie più disparate, dal diabete alle malattie croniche passando per la depressione.

«Nel XXI secolo – dice Nathalie Bondil, direttore generale del Museo delle Belle Arti di Montreal – la cultura sarà ciò che l’attività fisica è stata per la salute nel ventesimo secolo».

I visitatori potranno così creare un programma personalizzato per promuovere il benessere attraverso l’arte, e prestarsi volontariamente per creare delle collaborazioni di ricerca con i medici per studiare gli effettivi benefici sulla salute delle visite museali.

Pare infatti che l’associazione dei medici di Montreal abbia unito le proprie forze affinché sia possibile “prescrivere arte”: «Ci sono sempre più prove scientifiche sull’arte come terapia – ha spiegato Hélène Boyer, vice presidente dell’associazione medica».

Ogni prescrizione consentirà ad un massimo di due adulti e due bambini di età non superiore ai 17 anni, di entrare gratuitamente in un museo fino a 50 volte l’anno. In molti credono, sbagliando, che queste possano essere cure per i soli problemi mentali, in realtà sono tanti i benefici che la visita in un museo può apportare: «L’arte infatti – continua la Boyer – aumenta il nostro livello di cortisolo e il nostro livello di serotonina. Noi secerniamo ormoni quando visitiamo un museo e questi ormoni sono responsabili del nostro benessere».

Chissà se presto anche in Italia avremo prescrizione a base di musei e non più di psicofarmaci. Nel frattempo però siamo paghi del fatto che entrare in un museo è un vero toccasana non solo per l’anima, ma anche per il benessere di tutto il nostro corpo.

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I Racconti dell’Arte. Sergio Gaddi racconta (in anteprima) la mostra di Escher a Napoli

Non potevo perdere un grande appuntamento con l’arte. Se poi si tratta dell’anteprima di una delle mostre più attese a Napoli, si trasforma in un vero e proprio dovere morale per un amante dell’arte che vuole andare oltre quadri e raffigurazioni. L’occasione è I Racconti dell’Arte, che nella Sala Di Stefano al terzo piano del PAN ha dato un assaggio ai presenti di cosa sarà Escher, la grande retrospettiva che il gruppo Arthemisia porta al Palazzo delle Arti di Napoli dal 1 novembre fino al prossimo 22 aprile 2019.

il curatore Sergio Gaddi

A narrare con maestria, passione ed entusiasmo Sergio Gaddi, curatore di mostre, che attraverso video, animazioni, ricostruzioni 3D e tante immagini ci ha proiettati nell’illogico mondo dell’artista olandese.

Suddiviso in cinque macro-sezioni, il percorso non può che partire dagli inizi e l’Italia, paese che Escher scopre e ama al punto da trasferirvici e viverci ben 12 anni. Ma non è l’arte rinascimentale, nota nel mondo, ad attrarlo. L’incisore olandese è particolarmente attratto dai paesaggi italiani e dalla bellezza del suo territorio, dai panorami senesi, da quella Magna Grecia che cercherà di catturare attraverso i templi di Segesta. E lo fa con quella precisione quasi fotografica delle sue incisioni e con quello straordinario talento.

Sebbene il suo maestro, Samuel Jessurun de Mesquita, tenterà di iniziarlo a quell’Art Nouveau tanto in voga agli inizi del ‘900, Escher ben presto troverà una sua strada e una sua espressione artistica che lo porterà via via ad allontanarsi dalle linee morbide di quello stile, indagando forme, immagini, prospettive e sovvertendone ogni regola al limite dell’illogico e della follia.

Non a caso le sue immagini saranno tanto di moda negli anni ’70 e tanto amate dagli hippy, che le declineranno in colori psichedelici osannando il maestro come un poeta vate la cui ispirazione doveva, a loro dire, essere frutto di sostanze oppiacee e stupefacenti.

Ma quello di Escher è talento puro, e genialità, e quell’andare oltre proiettandosi senza paura nella creatività più pura.

Non manca la sezione dedicata all’amore e alla Campania, non perché la mostra faccia adesso tappa a Napoli, ma perché nella nostra regione, e a Ravello per la precisione, il talentuoso grafico conobbe Jetta Umiker, grande amore della sua vita.

Siamo negli anni ’30, gli anni in cui l’artista comincerà a sperimentare con la geometria, creando immagini speculari come Exlibris, in cui il Vesuvio e la lava non sono altro che due figure simmetriche, o il colossale dipinto (che sarà presente in mostra) Metamorfosi 2, in cui Escher passa da una semplice raffigurazione a complesse evoluzioni di figura che si tramutano, tra l’altro, anche nel panorama di Atrani, a lui molto caro.

Affascinato dai paesaggi, si possono percepire persino echi di Van Gogh nelle sue opere, non perché volessero rappresentare un omaggio, ma perché ciò era la prova che Escher conosceva la storia dell’arte e, inevitabilmente, ne era influenzato, così come doveva averlo influenzato il Duomo di Siena, vero capolavoro dell’architettura rinascimentale italiana, nel disegno delle sue di architetture impossibili, che non potevano che ricordarmi un altro grande incisore fantasioso (di cui vi ho già parlato), Piranesi.

a sinistra un’opera di Piranesi, a destra un’architettura impossibile di Escher

Un’ampia sezione è dedicata alla tassellatura, e a quelle raffigurazioni con un senso di horror vacui che non lasciavano nemmeno uno spazio vuoto, e che tramutavano persino delle forme orientaleggianti ispirate ad Istanbul in pattern dalle più strane forme riempitive. Riempitivi a contrasto, forme e figure che, con demoni e altri indefiniti mostri e animali, citano addirittura un altro olandese, Bosch.

cover dell’album On the run dei Pink Floyd

Durante quella che è una vera e propria lectio magistralis, Gaddi non risparmia aneddoti e riferimenti musicali: Rolling Stones, i Pink Floyd, Simon & Garfunkel. Ma non sono solo citazioni di un gusto raffinato, ma artisti che in qualche modo si sono confrontati con il grande genio. E così scopriamo che ad un irriverente Mick Jagger, che aveva osato dargli del “tu” in una lettera, era stata rifiutata la proposta di usare una sua immagine per un album della sua band, che i Pink Floyd invece utilizzarono una sua immagine per il disco On the run del 1973, o che il testo di Simon&Garfunkel, the sound of silence, a detta del curatore comasco, è la perfetta sintesi e essenza del lavoro dell’artista.

Ma Escher è stato anche un artista che ha dato una forma visiva alle leggi scientifiche, ha studiato a lungo gli aspetti della rifrazione, il riflesso di una sfera, strutture, geometrie, mentre le sue opere attingevano da artisti come il fiammingo Jan van Eyck o il Parmigianino.

Bellissimi i suoi incroci tra la realtà bidimensionale e il 3D, che indagano dimensioni e spazialità.

Escher, vincolo d’unione

Ultima sezione non poteva che essere Escher-mania, e tutto ciò che il suo lavoro ha rappresentato e rappresenta per noi contemporanei che continuiamo ad ispirarci alle sue opere: da Magritte, che tanto mutua dal suo Vincolo d’Unione, agli spot in televisione, passando per i Simpson, tutti almeno una volta lo hanno (in)consapevolmente citato.

Quello di Escher è uno di quei casi in cui quella delle opere precede la sua fama, ma dopo questa mostra al PAN nessuno a Napoli dimenticherà il suo nome.

Grazie a Sergio Gaddi per questo affascinante racconto.

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Andrea Chisesi racconta Napoli. Al Castel dell’Ovo fino al prossimo 15 ottobre

È un vero e proprio omaggio a Napoli, quello di Andrea Chisesi, che parte proprio dalla città della sirena Partenope, mito che indaga come origine della vita e di questa mostra, Street Home, all’interno del Castel dell’Ovo di Napoli fino al prossimo 15 ottobre. Curata da Marcella Damigella in collaborazione con l’Atelier Andrea Chisesi, la mostra parte proprio da quei personaggi e volti che hanno reso famosa Napoli nel mondo: da Sophia Loren a Totò, da Maradona a San Gennaro, in un percorso dove il confine tra sacro e profano è indefinito, e il visitatore non sa quali siano i divi e quali le divinità.

Una città dai mille volti, Napoli, che qui si fanno metafore di bellezza, di ironia, di quel talento e quella passione che questa feconda terra ha partorito.

Dipinti, collage, fotografie, persino poster e manifesti raccolti per strada. Chisesi prosegue quella tradizione artistica, tutta contemporanea, di Mimmo Rotella, raccontando icone pop e rendendo popolari luoghi e volti meno noti.

Sala dopo sala il percorso di Chisesi diventa evocativo e onirico, sfumando da quei napoletani che ci emozionano e ci rendono orgogliosi alla tradizione della smorfia napoletana, dove l’artista, romano di nascita, ma milanese di adozione, attribuisce ad ogni numero di questa tombola di opere un nome ed un preciso significato, in un gioco di arte e di numeri che diverte e coinvolge il visitatore.

Una rassegna colta, che non manca di cogliere e far confluire in questo percorso d’arte contemporanea riferimenti all’immortale arte classica, e a quelle sculture custodite in uno dei musei-simbolo di Napoli: il Museo Archeologico Nazionale, che con la sua collezione Farnese, parte inscindibile del tessuto napoletano, si fa pop-art, in ritratti in cui texture e tempera danno origine a quadri sospesi tra la pittura e la fotografia.

Ma è al piano superiore che Andrea Chisesi abbandona la forma e l’immagine per abbracciare l’esplosione di colore della serie Fireworks, fuochi d’artificio, in cui l’espressionismo astratto pollockiano trova un suo ordine in questo universo di schizzi e colori che danno vita a dei bellissimi prodigi pittorici.

Turchesi sgargianti, blu oltremare e azzurro esplodono da una tela all’altra, ricordando la spuma del mare delle onde che sono proprio lì, oltre le finestre delle sale del Castel dell’Ovo.

Andrea Chisesi è riuscito con i suoi lavori a rendere Pop Napoli, ma non per questo popolare. La sua infatti è una rassegna raffinata in cui mito, storia, cronaca, persino architettura sono sapientemente mescolate per originare una materia nuova, una materia della stessa sostanza di cui è fatta Napoli.

Altre immagini sul mio profilo instagram @marianocervone

Maggiori informazioni su www.andreachisesi.com

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Viaggio sul treno storico verso il suggestivo Museo di Pietrarsa a Napoli

La mia visita a Pietrarsa, il Museo Ferroviario di Napoli, è iniziata con un viaggio su di un treno storico, il Pietrarsa Express, che per due domeniche al mese ci fa rivivere le suggestive atmosfere d’inizio secolo.

E non c’è modo migliore per avvicinarsi a questo affascinante museo ferroviario, che vanta nel suo percorso vagoni e locomotive dei primi dell’800, e vede nel salone principale sfilare i più importanti modelli che dal XIX secolo fino agli anni ’70 hanno percorso i nostri binari e le nostre stazioni, portando orgoglio e innovazione al nostro Paese.

locomotiva del treno storico in partenza dalla Stazione Garibaldi

Alcuni dei modelli esposti all’interno del museo, infatti, sono stati dismessi poco più di trent’anni fa, dopo quasi un secolo di onorato servizio, portando viaggiatori su e giù per il nostro Paese.

Distinguo chiaramente il profilo del treno, più tozzo rispetto ai nostri affusolati frecciarossa, che si caratterizza anche per un colore marrone, tipico delle locomotive di metà secolo.

È forte l’odore del legno sulle carrozze degli anni ’30, ed è suggestivo immaginare, durante il breve tratto che da Napoli mi conduce a Portici (dove si trova il museo) come devono aver viaggiato i nostri nonni e bisnonni, alla volta di sogni e nuove vite o, più semplicemente, per far ritorno a casa.

Sì, perché raramente ci si spostava per turismo, e solo le classi più abbienti potevano vantare un viaggio di piacere. Ai tempi spostarsi era più oneroso rispetto alle tariffe talvolta low cost che con un po’ di anticipo riusciamo a rimediare on-line.

Sento il dondolio del treno, le rotaie che girano, l’ebbrezza di abbassare i finestrini e salutare, osservando la stazione che si avvicina mentre sento il vento sulla pelle.

Padiglione delle Locomotive

È cambiato il nostro modo di viaggiare, l’etica del viaggio. Lo percepisci osservando i posaceneri alle pareti, per consentire a chi fumava (a bordo!) di gettarvi le cicche; te ne accorgi dallo spazio dei portabagagli, per le valigie di cartone, quelle che contenevano tutto e niente, i sogni di un’intera vita, i pochi effetti personali per provare a cambiarla.

vagoni del treno storico

Il viaggio dura poco, nonostante l’andatura più lenta del treno, e quasi mi dispiace dover scendere dopo venti minuti alla scoperta di questa pagina di storia italiana e non solo.

All’interno del Padiglione delle Locomotive a Vapore, infatti, sono molte le locomotive di matrice straniera, come quella tedesca, più tozze e sgraziate rispetto agli affusolati chassis italiani, che sin dall’inizio si sono distinti per lo stile.

Bellissimi i vagoni degli anni ’50 e ’60, con quello stile, anche nel logo delle ferrovie dello stato, che quasi voleva imitare quello statunitense. Con linee morbide, sedili in pelle, e quell’ottimistico sguardo al futuro attraverso ampie vetrate e aree dedicate al ristoro.

Cambia il modo di viaggiare, si allungano le percorrenze, si accorciano le distanze. La velocità dei treni aumenta, e le loro forme si fanno stilose.

Bellissimo il Padiglione delle Carrozze e delle Littorine, all’interno del quale si può scorgere la Carrozza Reale S10, con stucchi e decorazioni sul soffitto come in un salone delle feste, ed un lungo tavolo da pranzo per i ricevimenti.

Nel 1929 i treni erano prodotti dalla FIAT e l’architetto di queste meraviglie su ruote, anzi rotaie, era Giulio Casanova, e poi le locomotive Diesel nel loro caratteristico colore castano, ma anche una particolare carrozza con piccole celle per il trasporto dei detenuti.

Un viaggio, quello di Pietrarsa, in cui lo spaccato della nostra Italia continua a correre sui binari della nostra memoria.

Per maggiori informazioni vi rimando ai contatti ufficiali:

www.museopietrarsa.it

Per altre foto sul racconto del mio viaggio, andate sul mio profilo instagram @marianocervone

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Visita virtuale alla Galleria Borbonica di Napoli

Quando si parla della Napoli sotterranea, molti immaginano il noto accesso in Via dei Tribunali a due passi da Piazza San Gaetano. Se questo sito è stato il primo ad offrire la possibilità di visitare le viscere della città, di certo negli anni non è stato l’unico, né può definirsi “l’originale”, considerando che si tratta di una parte di storia che accomuna a grandi linee tutto il sottosuolo del capoluogo partenopeo.

Tra gli accessi sotterranei più belli e suggestivi c’è infatti la Galleria Borbonica. Alle spalle di Piazza del Plebiscito a Napoli, offre la possibilità di percorrere un tratto che arriva fino al cuore della nota piazza napoletana.

L’ho scoperta soltanto qualche anno fa. Ne avevo sentito parlare, conoscevo già gli interessanti progetti di moda e teatrali che da qualche anno animano luogo, ma mi sono spinto soltanto a discendervi dopo aver visto la bellissima puntata di Ulisse che Alberto Angela ha in parte dedicato a questo sito, e al percorso che include addirittura una falda acquifera.

La novità che riguarda oggi la Galleria Borbonica è che sarà visitabile anche dal web. Un progetto che, grazie alla tecnologia 3D Voyager, ha ricreato un tour virtuale. Un lavoro durato circa due anni che ha visto l’impiego di oltre 24.000 fotografie, e che rende visitabile il tunnel attraverso smartphone, PC e tablet.

Il costo per fare tutto questo è di 3€, con i quali il visitatore (virtuale) acquista un ticket che gli darà un accesso di 7 giorni per percorrere cunicoli, gallerie e vasche sotterranee.

Una certosina ricostruzione tridimensionale che include un’audio guida che accompagnerà il visitatore, munito virtualmente di una torcia, nella visita di un sito che si vuole far conoscere in tutto il mondo.

Se volete farvi un’idea di ciò che la rete potrà offrire, ecco un video con la presentazione del progetto:

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Io Dalí, al Palazzo delle Arti di Napoli fino al 10 giugno

Personaggio eccentrico e sopra le righe. Era probabilmente questo Salvador Dalí, prima ancora di essere considerato un artista di talento, che con la poetica surrealista delle sue opere ha senza dubbio contribuito a fare la storia dell’arte contemporanea dell’ultimo secolo.

È da questo presupposto che forse muove i primi passi la mostra Io Dalí, al Palazzo delle Arti di Napoli fino al prossimo 10 giugno, che si svela agli occhi degli spettatori dopo una misteriosa promozione che ben ha saputo catturare l’attenzione dei napoletani nelle passate settimane.

Una mostra, questa, soprattutto multimediale, così come si pronuncia sin dalla prima sala, dove una decina di monitor mostrano in loop interviste, opere, frammenti video dagli archivi audiovisivi storici delle TV internazionali, in cui Dalí è colto nella sua irriverente figura caratterizzata dai suoi ormai iconici baffetti neri.

Pannelli luminosi, riviste, fotografie provano invece a ricostruire la vita di un artista che nell’arco della sua esistenza ed esperienza artistica non ha fatto altro che raccontare il mondo a modo suo.

Salvador Dalí, autoritratto (1911)

Un personaggio, quello di Dalí, più attuale che mai, che ben si amalgamerebbe le dinamiche della società contemporanea, dove oggi è soprattutto l’immagine a prevalere su tutto il resto: «Sono un esibizionista; mi comporto sempre come un attor» dice di sé l’artista spagnolo.

Dalí infatti era ben consapevole dell’impatto dei media sulla gente, e sapeva come catturare l’attenzione su dé, come ottenere copertine e prime pagine di giornali, rotocalchi e magazine.

La sua ricerca artistica anticipa la “stereofonia” delle nostre immagini, quelle che oggi definiamo 3D, dipingendo immagini doppie: monocromatiche e a colori, che talvolta differiscono per dettagli infinitesimali.

Immagini in tre dimensioni e ologrammi. Erano soprattutto queste le sperimentazioni artistiche della storia recente del suo percorso, sperimentando proiezioni con colori primari, che oggi definiremmo avveniristiche, ricercando il realismo dell’immagini con cui ha anticipato l’interazione con lo spettatore.

Sono tanti gli artisti con cui si è confrontato nella sua carriera, senza temere giudizi o critiche: da Velasquez a Vermeer, dagli autori classici ai contemporanei.

Schizzidisegnidipintifoto. Sono variegate le opere esposte lungo il percorso di visita, in cui tecniche diverse si sovrappongono.

Una mostra, Io Dalí, che antepone l’uomo all’artista, e svela soprattutto una personalità, che ha contribuito a rendere grande la sua arte agli occhi del mondo.

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Il Monastero di Santa Chiara a Napoli, stupor mundi

Chi mi segue su instagram lo sa già: questo weekend ho visitato, tra l’altro, il Chiostro del Monastero di Santa Chiara a Napoli.

Tra i complessi conventuali più noti, se non il più noto, il Chiostro è famoso soprattutto per le maioliche che ne rivestono la struttura, realizzate nella prima metà del XVIII secolo.

Qui la spiritualità si mescola con la storia dell’arte, nei colori brillanti delle scene bucoliche e delle vedute napoletane, che Donato e Giuseppe Massa hanno impresso su queste straordinarie “riggiole“.

Un’oasi di pace e nuance vivaci, che ha del prodigioso, se si considera che è la sola parte del convento ad essere miracolosamente rimasta illesa dal bombardamento del 1943, che invece distrusse gran parte dei locali della vicina basilica.

Il chiostro fu realizzato nel 1739 da Domenico Antonio Vaccaro, noto pittore, scultore e architetto italiano, che decise di adeguare la goticheggiante struttura allo stile barocco del tempo.

Ma non è solo la parte centrale del chiostro, e dei giardini, ad attirare l’attenzione del visitatore, ma anche i coloratissimi affreschi che ne adornano le pareti dell’intero perimetro, con un bellissimo ciclo pittorico, realizzato tra il 1300 e il 1600, di cui poco sappiamo, a causa dei documenti perduti e degli ingenti danni subiti dal complesso religioso durante la seconda guerra mondiale.

Il complesso era stato voluto dalla dinastia angioina. I finanziamenti per questo ammodernamento giunsero dalle famiglie aristocratiche napoletane e, benché le clarisse disponessero di ingenti somme di denaro provenienti probabilmente dalle loro doti, per i lavori chiesero un sostegno alla regina Maria Amalia di Sassonia, moglie di Carlo III di Borbone. Fu la badessa Ippolita d Carmignano che suggerì una maggiore apertura dell’architettura verso l’esterno, affinché perdesse l’austerità dell’originaria struttura.

Oggi infatti il chiostro è armonioso, un caleidoscopio di luce e colori che ne fanno la perfetta rappresentazione del Paradiso in terra. Bellissimo il giardino e le piante, straordinario il maiolicato che restituisce un’immagine di come doveva essere sontuoso e ricco questo ambiente prima degli orrori della guerra.

Sono 64 le colonne, a forma ottagonali, che recano invece una decorazione per lo più fitomorfa, come avvolti da una lussureggiante vegetazione in fiore.

Molto belle le sedute, veri e propri quadri, che ci restituiscono gli affreschi della vita quotidiana nella Napoli a cavallo tra Sei e Settecento: paesaggi indefiniti, scene campestri, ma anche mascherate e scene mitologiche, sono solo alcuni dei temi che è possibile ammirare in questi meravigliosi ambienti.

Il porticato è sorretto da 72 pilastri, da cui originano degli archi a tutto sesto, squisitamente gotici, che formano un intreccio di volte a crociera finemente affrescate. Un gioco di forme medievali, che vanno a confondersi nelle decorazioni baroccheggianti dei successi rimaneggiamenti della struttura.

Oggi il percorso di visita comprende anche al Museo dell’Opera di Santa Chiara (fondato nel 1995), attraverso il quale è possibile ripercorrere la storia di questo monastero, già ispiratore di un omonimo brano della tradizione napoletana, la cui vita architettonica può essere scissa in due parti. Da un lato c’è il fasto del rifacimento del Vaccaro, il barocchismo di un edificio dalle forme gotiche, coperte dagli ori e dagli stucchi. Dall’altro la decadenza, un ritorno all’originaria austerità dell’edificio, spogliato degli orpelli postumi e restituito al pubblico così come doveva essere stato voluto nel 1340 da Roberto D’Angiò, poi sepolto all’interno della chiesa.

Come per il Chiostro, anche nella Basilica di Santa Chiara tutto ciò che resta del barocco è lo straordinario pavimento marmoreo del 1762 ad opera di Ferdinando Fuga.

Ma se le bombe da un lato hanno letteralmente distrutto la Chiesa, dall’atro hanno avuto il “merito” di aver riportato alla luce un complesso termale di epoca romana, oggi parte del percorso archeologico del sito, il cui impianto è molto simile alle terme visibili a Pompei ed Ercolano. Creste di muro e pavimenti sopraelevati, mostrano il più grande e completo complesso termale della città di Napoli che risale al I secolo, e le raffinate tecniche per la cura e la ricerca del benessere.

La Basilica di Santa Chiara e il meraviglioso Chiostro sono pagine di un libro che raccontano storie diverse, accomunate dall’amore degli abitanti di N(e)apoli per la propria città.

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Il Cimitero delle Fontanelle tra storia, misticismo e superstizione

Chi mi segue su instagram (e se non lo fate, seguitemi!), già lo sa: ho chiuso il 2017 visitando il Cimitero delle Fontanelle a Napoli, e non potevo non condividere con voi, seppur in ritardo, questo luogo a metà tra storia, misticismo e superstizione.

I napoletani le conoscono bene, ‘e Funtanelle, letteralmente le Fontanelle, situato nell’omonima via, è così chiamato per l’originaria presenza di fonti d’acqua.

In seno al quartiere Sanità, si tratta di un complesso cimiteriale che, si stima, ospita circa 40.000 resti di persone morte di colera tra il 1656 e il 1836 negli anni di questa grande peste. In questi anni furono oltre 300.000 le vittime dell’epidemia.

È immenso il silenzio di questo luogo, scavato nel tufo, utilizzato fino agli inizi del XVII secolo come cava per reperire la materia di cui, ancora oggi, si compone gran parte del centro storico della città.

Teschi. Teschi ovunque, si affacciano dalle balaustre in legno e quasi ti guardano. In silenzio. Sembrano volerti ammonire sulla caducità della vita, e su quella morte che ’o ssaje ched’’è?… è ‘na livella diceva Totò nella sua più nota poesia. Ed è proprio a tutto questo che si pensa, passeggiando sulla terra battuta di questo luogo, a quanto la morte ci renda, inevitabilmente, uguali.

Ogni cranio, o capuzzella in napoletano, ha delle monete sul capo: centesimi per lo più, qualche euro, poche banconote, con le quali anche i turisti perpetuano il rito delle “anime pezzentelle”, che prevede l’adozione o addirittura e la sistemazione di un cranio in cambio di protezione da parte della sua anima abbandonata, detta appunto “pezzentella”. È per questo motivo che, scorgendo queste ossa, noti che alcune, più “fortunate” delle altre, si trovano all’interno di teche in pietra come piccole casette, adottate da chi ringrazia per grazia ricevuta o da chi aspetta ancora il suo miracolo. Non si coprono, per consentire alle anime di andare nei sogni dei vivi e rivelare la loro identità.

Il teschio del Capitano

Tra queste, la più nota è senza dubbio il Teschio del Capitano, sul fondo della sala del Cristo Risorto. Sono tante le leggende che ruotano intorno a questo teschio.  Mentre cammino lentamente in questi ambienti, che alternano luce e ombra, respirandone la sacralità, sento il vociare di qualche custode che s’improvvisa guida, raccontando a turisti e visitatori proprio delle storie e leggende sul Capitano.

Tra le più suggestive c’è quella di una giovane sposa che aveva l’abitudine di pregare quotidianamente il teschio. Un giorno il suo futuro marito, seguendo la donna al cimitero, spinto dalla gelosia conficca nell’orbita del teschio un bastone di bambù deridendolo, e invitandolo al loro matrimonio. Il giorno delle nozze tra gli invitati c’è uno sconosciuto di bell’aspetto in divisa. Incuriosito lo sposo gli chiede chi fosse. L’uomo gli dice che è stato lui stesso ad invitarlo e, rivelandogli la sua identità, fa morire tutti gli invitati.

Un’altra leggenda, raccontata dal regista Roberto De Simone in chiave “camorristica”, vuole che invece siano i soli sposi a morire.

Non mancano bare piccolissime, contornate da peluche e giocattoli, ma ciò che più di ogni altra cosa colpisce, è probabilmente la presenza di biglietti dell’autobus come offerte. Ho provato a fare una ricerca a riguardo, senza molto successo. Presumo che quest’uso derivi dalla consuetudine di seppellire i defunti con almeno una moneta, così da non arrivare sforniti dinanzi alla traversata di Caronte che, secondo la leggenda e il poema dantesco, richiede un dazio e dunque per traslato anche un biglietto per un viaggio nell’aldilà.

Ma c’è anche chi pone in testa ad alcuni teschi una penna. Immagino sia da parte di qualche studente/laureando per superare esami o lauree.

È molto vivo a Napoli il culto delle anime del Purgatorio, tanto che fino agli anni ’70 c’era la consuetudine di aspettare le ombre mandate dal teschio di Don Francesco, un cabalista spagnolo, per rivelare i numeri da giocare al lotto.

In una scena del film Il Mistero di Bellavista ambientata proprio nelle Fontanelle, si parla di un teschio che suda come sintomo di grazia ricevuta. Si tratta di Donna Concetta o ‘a capa che suda, un teschio che, recependo meglio l’umidità del posto, tende ad essere sempre lucido. Secondo il credo popolare si tratta del sudore che proviene dalle fatiche che affrontano le anime, e che avrebbe il potere di purificare.

Statue, croci, cappelle, bare, persino una piccola chiesa. Non manca nulla in questo cimitero di anime anonime, cui la città di Napoli è molto legata e devota. Me ne accorgo guardando i fiori, i lumini accesi, le fotografie che visitatori e credenti lasciano, continuando a confidare in un’anima buona che ci aiuti.

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Vittorio Sgarbi presenta il Museo della Follia, a Napoli fino al 27 maggio

Quella del Museo della Follia, nuova mostra di Vittorio Sgarbi a Napoli dal 3 dicembre fino al 27 maggio, non è una mostra, ma un viaggio introspettivo attraverso gli stati dell’animo umano. La follia non è intesa soltanto nella sua accezione di perdita del senno, ma è libertà di spirito, che si fa a volte avanguardia, capacità di andare oltre il

Goya, Una santa monaca guarisce una giovane inferma

mondo conosciuto, oltre il sensibile, percependo ciò che gli altri non vedono. Come Goya che, intossicato dal mercurio, ha dipinto una Una santa monaca guarisce una giovane inferma quasi cieco, forse come messaggio di speranza per la propria guarigione dell’anima, ma soprattutto del corpo.

Molti degli artisti esposti in mostra erano considerati folli, altri invece, artisti, lo sono diventati tra le mura degli istituti in cui erano reclusi. Tutti erano in realtà dei sognatori. È il caso di Antonio Ligabue, che nelle campagne emiliane, di cui era originario, immaginava leoni e tigri, giraffe e animali esotici. Un mondo onirico in cui l’artista vuole dimostrare che la natura è bella nella sua imperfetta bruttezza, nel leone che caccia la gazzella o un insetto scuro che cammina tra la danza di due coloratissimi galli. Una natura disarmonica, come lo erano i suoi autoritratti, così simili a quelli di un altro artista visionario, Van Gogh, con il quale ha in comune pennellate dense di colore, stemperate direttamente sulla tela.

Un percorso fatto di camere, reali e immaginarie, in cui gli oggetti di uso quotidiano sono impressi della vita di chi li ha posseduti, si fanno silenziosi narratori di mondi e di menti, di ciò che era prima, della quotidianità di luoghi ora abbandonati. Gli stessi che il visitatore vede nelle fotografie di Fabrizio Sclocchini, che immortala gli assenti: mura consunte, letti arrugginiti, Madonne e crocifissi che parlano di chi li ha abitati. C’è persino un presepe crollato, ultimo baluardo di una fede in una vita altra, traslata nell’attaccamento al possesso di oggetti senza valore.

Lorenzo Alessandri, Gioconda modella inveroconda (Surfanta)

Il visitatore attraversa anche le camere immaginarie del surrealista Lorenzo Alessandri, quelle del Surfanta, immaginario hotel in cui ritrae Gioconde transessuali e vizi, o quelle del naïf Carlo Zinelli, che disegna uomini e crocifissi, colorando ogni centimetro del foglio bianco con un horror vacui che è paura del tempo, di cui ne diventa inconscia scansione.

Il tempo, tema ricorrente in queste prigioni dell’anima, che senti dal ticchettio di una sveglia senza lancette. Istanti di giorni tutti uguali eppure diversi. Diversi da artista ad artista, da paziente a paziente: chi lotta contro la cura, chi si rende complice della terapia scegliendo il proprio supplizio o chi riesce a trovare la sua dimensione, raccontando quel micro-mondo di pensieri e immagini che riversava con più o meno consapevolezze nelle proprie opere.

Bacon, Head

Bellissime le opere di Bacon, il quale, incapace di disegnare un sorriso, ha immortalato un urlo. Silenzioso quanto forte nella sua informe bocca, in questa espressione sfuggente che esprime strazio, dolore, rabbia. Ma di certo non lascia indifferenti.

Un percorso di ampio respiro, che alterna pittura, scultura e videoinstallazioni, mescolando con maestria arte moderna e contemporanea, indagando la mente che è spazio interiore e posto fisico, deputato a quell’igiene mentale che spesso era chiusura all’altro, chiusura al diverso.

Gli allestimenti scuri sospendono il visitatore in uno spazio amorfo e atemporale, dove l’arte e la realtà si confondono, in un ambiente a metà tra museo e manicomio, dove è stato ricreato anche un OPG, gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari.

La rassegna è allestita all’interno della Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta in Via Tribunali, dove è stata presentata dal Professor Sgarbi, dai suoi autori, insieme allo psicologo Raffaele Morelli, al Monsignor De Gregorio rappresentante della Curia che ha permesso di fare della Chiesa un luogo di cultura.

Tra gli autori della rassegna l’artista Cesare Inzerillo, presente con delle sue opere sul tema, Sara Pallavicini, Giovanni C. Lettini e Stefano Morelli.

Bellissima la serie di foto stereoscopiche, tratte da vecchie foto in bianco e nero che acquisiscono una profondità di immagine che proietta lo spettatore in questi ambienti. Ma sono tante le sorprese, i video, le installazioni e gli audio che i visitatori avranno modo di scoprire.

Dipinti, luoghi, oggetti. E poi ci sono loro, i “matti”, i tanti volti dalle cartelle cliniche di uomini e donne ritenuti folli, delle loro espressioni straziate dal dolore o da trattamenti sperimentali senza reali fondamenti scientifici, ma spesso frutto di preconcette idee di una società non ancora avvezza al cambiamento.

Anche Maradona trova posto in questa esposizione, con una serie di radiografie del suo piede durante un’azione e la foto di un suo piede. L’ex calciatore del Napoli è provocatoriamente è incluso nella mostra come un contemporaneo Caravaggio dalla vita dissoluta, ma dalla indiscussa genialità. La mano de Dios di una sua storica partita di Maradona è oggi venerata dai tifosi così come gli storici dell’arte apprezzano le pennellate delle Madonne del maestro della pittura rinascimentale italiana.

Bellissimo il gesto dell’ex calciatore del Napoli che ha deciso di devolvere il compenso per legare il suo nome all’evento all’Ospedale Pausilipon.

C’è anche un corno gigante, portafortuna per antonomasia, le cui radici affondano nella mitologia greca, che omaggia Napoli, originario simbolo di immortalità inteso da popolo partenopeo come scaramantica capacità di sconfiggere il male e propiziare la buona sorte.

un’opera dell’artista Cesare Inzerillo

Una follia che arriva fino allo stesso Cesare Inzerillo, e alle mummie della sua serie Tutti santi, a quel nano alato che, come un decomposto Icaro, sogna di volare ma non ci riesce. Sì, Follia come morte, che rende tutti santi, tutti uguali, come quella Livella dell’amato Totò. Ma follia anche di chi cerca irrazionalmente la morte, quale fuga dalle miserie e guai della propria esistenza. Follia come mancanza delle persone care e, proprio come Astolfo che sulla luna cercò il proprio senno, artisti come Silvestro Lega provano a ritrovare il loro nell’arte.

ART NEWS

Milano vista dalla Madunina: visita suggestiva dalle terrazze del Duomo

Pensi a Milano e immediatamente ti ritrovi ad immaginare il Duomo e le sue guglie. È impossibile visitare il capoluogo lombardo, senza farsi prendere dall’irresistibile smania di una foto/selfie ricordo davanti alla gotica cattedrale milanese. Sarà che c’è un solo Duomo in Italia e per tutti, nell’immaginario collettivo, è sicuramente quello di Santa Maria Nascente, cui è dedicato.

Il terùn che è in me non poteva evitare questo rituale turistico.

Non dev’essere particolarmente entusiasmante fare la fila all’esterno per poi prendere un numero e scoprire che, come alla posta, c’è ancora da aspettare. All’ingresso non sono proprio ben informati, ma la gentilezza e la competenza delle prime due casse riesce tuttavia a sopperire questo lieve disagio.

Il Duomo è, per superficie, la sesta chiesa cristiana al mondo, e sorge nell’omonima piazza dove un tempo sorgevano la Cattedrale di Santa Maria Maggiore, cattedrale invernale, e la Basilica di Santa Tecla, cattedrale estiva.

Il percorso sotterraneo unisce antico e moderno, e permette, tramite passerelle trasparenti e camminamenti, di percorrere il perimetro delle due strutture.

Sono proprio i resti di queste due antiche costruzioni ciò che mi affascina di più quando decido di visitare la parte sotterranea del Duomo. Le antiche strutture erano collocate dove oggi c’è il sagrato del Duomo, sotto la famosa piazza. È qui che le due strutture, di cui sono ancora ben visibili delle creste di muro, quasi si sfioravano, rappresentando il centro della cristianità milanese. I resti di un battistero, qualche affresco e le mura perimetrali sono l’ultima testimonianza di una Milano paleocristiana, che ha fatto spazio all’ambizione di un complesso monumentale che impiegherà quasi sei secoli per essere completato, dal 1386, anno di inizio dei lavori, riceve la sua consacrazione soltanto nel 1577, vedendo la chiusura ufficiale dei cantieri nel 1932.

la galleria Vittorio Emanuele II vista dalle guglie del Duomo

Oggi questa lunga storia è in parte ripercorsa dalla Fabbrica del Duomo, luogo in cui sono conservate statue e guglie originali, troppo danneggiate per essere restaurate e sostituite da più moderne ricostruzioni. Un percorso che include anche vetri istoriati, messi in sicurezza, e opere prima collocate all’interno del Duomo e che adesso invece costituiscono il patrimonio visibile di questa sezione.

Di grande suggestione l’imponente struttura in ferro della Madunina circondata da ricostruzioni e sculture, che restituiscono il lavoro e la tecnica di realizzazione della materna statua di Maria che da secoli protegge la città.

L’interno del Duomo è cupo, scuro, una selva di colonne che si elevano alte, per consentire alla struttura il suo movimento ascensionale, dato dalle arcate, che fanno spazio ai colorati vetri cui è stata affidata la narrazione della storia cristiana.

La navata centrale è preclusa a curiosi e turisti, bisogna accedere dal varco dei fedeli e di coloro che pregano o ascoltano messa per vedere più da vicino il pulpito e l’altare maggiore.

L’ultima parte del mio percorso ho voluto riservarla, in un crescendo di emozioni, alle terrazze. Il percorso con gli ascensori (più costoso) è quello più affollato, così quando cerco di ripiegare sul varco, eccezionalmente libero, dell’accesso a piedi mi viene detto che non posso percorrerlo essendo in possesso di un biglietto-ascensore. Con un po’ di disappunto ritorno in fila agli ascensori. È veloce durante l’ora di pranzo, così impiego appena dieci minuti per ritrovarmi in un istante sui tetti di Milano, e ammirarla durante quella che probabilmente è l’ora migliore, quella radente che accarezza con delicatezza i palazzi circostanti, tingendoli di rosa e d’oro.

Ho fatto bene a riservare questa parte della visita per ultima, perché la sua bellezza è tale che forse avrebbe tolto suggestione alle meraviglie storico-artistiche che ho visto poco prima.

Osservo le arcate, alcune di colore diverso forse dovuto alle sostituzioni di alcune parti negli anni. Il bianco latte dei marmi splendenti brilla tra il calcareo biancore del tempo.

Un peccato che oggi la parte alta dell’edifico sia ancora interessata da ponteggi e lavori, perché ciò forse toglie un po’ di fascino, avventura e mistero, a questa mia passeggiata sotto il cielo di Milano, dove vedo il Palazzo della Rinascente, dal quale tante volte ho proprio ammirato la magnificenza della cattedrale de Milan.

Una selva di guglie, che si intrecciano tra loro, e fanno da cornice alla bellissima skyline milanese. Posso scorgere il Palazzo dell’Unicredit in lontananza, Palazzo Lombardia e persino il verdeggiante Bosco Verticale, accompagnati da alte sculture che, come guardiani, sorvegliano la città.