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Le bellezze tra Napoli e Caserta discriminate dalla guida Feltrinelli

In questi giorni non si fa altro che parlare del caso della Guida Feltrinelli su Napoli, Italia del Sud e isole, che definisce l’entroterra partenopeo a nord del capoluogo “poco attraente”, liquidandolo come, cito testualmente, “una distesa di sobborghi poco entusiasmanti”. Non mi dilungherò sul fatto che chi scrive ha aggiunto con nonchalance che questa parte del territorio è quasi tutta dominata dalla camorra o che è definito, a suo dire, addirittura triangolo della morte. Una persona che scrive con tanta superficialità di un territorio, è senza dubbio poco (in)formata, e si è ritrovata suo malgrado a riempire pagine senza le necessarie conoscenze che chi vuole redigere un prontuario per orientare i visitatori dovrebbe doverosamente avere.

Sono 23 i chilometri che separano la città metropolitana di Napoli e Caserta, e innumerevoli i paesi e le frazioni che custodiscono all’interno dei loro “sobborghi poco entusiasmanti” tesori di inestimabile valore.

Non starò qui ad elencarli tutti, ma voglio citarne alcuni per sopperire alla totale mancanza di informazione che la guida (non) ha dato di questi territori.

È quasi superfluo menzionare, come ha fatto il nostro disinformato giornalista, la Reggia di Caserta, che tra i suoi primati vanta quello di essere la residenza reale più grande al mondo per estensione.

complesso paleocristiano di Cimitile

E allora basta spostarsi di poco a nord di Napoli, a Cimitile, che tra le sue meraviglie vanta lo straordinario Complesso Paleocristiano di San Felice. Dedicato ai santi Felice e Paolino, l’edificio fu costruito tra il 484 e il 523, e conta numerosi affreschi e mosaici con fondo oro e azzurro. Il campanile invece è datato tra il XII e il XIII secolo, a pianta quadrata, si trova tra la parte occidentale dell’abside e l’ingresso.

Salendo, nell’area dell’avellinese, c’è Avella, che tra i tuoi tesori può vantare il bellissimo Castello di Avella o di San Michele. Domina l’intera città dal promontorio su cui è stato costruito. Si tratta di una roccaforte longobarda, costruita nel VI secolo e dedicata all’Arcangelo Michele. Costruita per controllare il territorio, ha subito numerosi attacchi, tra cui quello dei saraceni nell’883.

Duomo di Sant’Agata dei Goti

La storia di Sant’Agata dei Goti attraversa la storia antica, passando dall’epoca romana all’alto medioevo, dal periodo normanno a quello angioino, passando per il feudalesimo. In un intricato gioco di dominazioni, distruzioni e ricostruzioni, che hanno portato all’edificazione di monumenti straordinari. Uno su tutti il Duomo. Fondato nel 970, ricostruito nell’arco del XII secolo, è stato più volte rimaneggiato a seguito dei danneggiamenti dovuti al terremoto del 1688. Bellissimo il portale in stile romanico con capitelli corinzi e caratteristiche foglie di acanto.

Famoso in tutta la Campania per il suo caratteristico mercatino di Natale, il paesino di Limatola nel beneventano, vede sorgere sul suo promontorio che sovrasta tutta la cittadina il bellissimo Castello di Limatola. Costruito dai Normanni, nel rinascimento si trasformò da fortezza militare a dimora signorile, pur mantenendo le originarie caratteristiche difensive. Dal 2010 è un albergo ristorante, ed offre il suggestivo fascino di vivere e abitare nella Storia.

Anfiteatro Santa Maria Capua Vetere

A nord di Caserta, a Capua, sono tanti i monumenti che potrei elencare e fare una scelta è davvero difficile, non solo perché l’Abbazia Benedettina, quella di Abbazia di Sant’Angelo in Formis, che è considerata uno dei monumenti medievali più importanti di tutto il Sud Italia, ma anche perché sono davvero tantissimi i monumenti e i complessi religiosi di pregio, che meriterebbero pagine e pagine. Tra questi il bellissimo Anfiteatro Campano o Capuano, sito a Santa Maria Capua Vetere, che per dimensioni è secondo soltanto al Colosseo di Roma, e che probabilmente ispirò il monumento più noto di Roma, essendo, quello capuano, il primo anfiteatro del mondo romano, servendo da modello per tutti gli altri. Fu anche sede di una prima e molto nota scuola di gladiatori, e fu il luogo dal quale Spartaco nel 73 a.C. guidò la famosa rivolta.

E infine non posso non citare Carditello, con la sua omonima Reale Tenuta di Carditello, appartenuta ai Borbone. Architetto di questa magione fu Francesco Collecini, allievo e collaboratore di Luigi Vanvitelli. In stile neoclassico, la tenuta fu costruita per volontà di Carlo di Borbone, e trasformata poi in casino di caccia per volontà di Ferdinando IV di Borbone. Con i suoi scaloni monumentali, affreschi, il parco è una vera e propria residenza reale, che offre ai visitatori l’eleganza e l’essenza della dinastia borbonica.

Reale Tenuta di Carditello

La mia, imprecisa e sommaria “guida”, è naturalmente solo un modo per dire ai lettori della guida Feltrinelli, che l’entroterra campano non è un far west desolato abitato da camorristi con il grilletto facile come lo ha frettolosamente immaginato il disinformato giornalista, ma è un florilegio di epoche, monumenti e costruzioni che raccontano di un hinterland artisticamente vivo e culturalmente stimolante.

Fate attenzione dunque alle guide che scegliete in libreria, spesso redatte con precisi scopi propagandistici, atte ad evidenziare la bellezza dei soliti luoghi e a nascondere tutto quanto di bello un territorio può svelare.

Fate ricerche, prima di visitare un posto, anche solo su wikipedia per farvi una sommaria idea, andate su YouTube, informatevi, ma soprattutto non siate semplici viaggiatori, ma cacciatori di bellezza.

tutte le immagini sono prese da wikipedia.
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ART NEWS, CINEMA

Viaggio in Italia: Roberto Rossellini racconta Napoli

Non so voi, ma io sono sempre alla ricerca di nuove suggestioni e ispirazioni, e così, spinto da questo entusiasmo, ieri sera ho visto Viaggio in Italia, film di Roberto Rossellini del 1954.

Una conquista fatta in età adulta, per me che non avevo mai visto questo film in bianco e nero con Ingrid Bergman e George Sanders, che mi ha piacevolmente sorpreso. Si tratta di una delle prime pellicole con le quali Rossellini suggella un sodalizio artistico prima, e amoroso poi, con l’attrice di origine svedese.

Cimitero delle Fontanelle, da una scena di Viaggio in Italia

Tre volte premio Oscar, la Bergman ha voluto lavorare con Rossellini dopo essere rimasta folgorata dal suo Roma città aperta. Da qui nascerà una collaborazione con il regista italiano non propriamente proficua, che porta alla realizzazione di pellicole per lo più ignorate da grande schermo. Tra queste proprio Viaggio in Italia.

Ambientata prevalentemente a Napoli, guardando la pellicola comprendo come mai il pubblico ai tempi ne ha preso le distanze. Il film parla della crisi di una coppia di inglesi, giunti in Italia per un lascito. Da qui un gioco, che ai posteri ricorderà il più recente Napoli Velata, che pone al centro l’archeologia e l’arte italiana come metafora di sentimenti e sensazioni.

E come nel film di Ferzan Ozpetek, per il personaggio di Katherine Joyce, interpretato dalla Bergman, il viaggio, e l’arte, si fa pretesto per una introspezione personale attraverso i luoghi che visita come turista alla ricerca della bellezza e di sé stessa.

il Museo Archeologico Nazionale di Napoli in una scena del film

Non manca, e non poteva mancare, in entrambe le pellicole, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, tempio dell’archeologia nel nostro Paese, che con la sua bellissima collezione farnese, celebrata da Ozpetek e da Rossellini, offre uno straordinario spaccato dell’arte romana.

Restaurato nel 1995, il film del regista italiano è oggi un prezioso documento che restituisce una Napoli post-bellica, fiera e povera, che sfoggia vestige barocche e la miseria più nera. Ma quali sono i luoghi che Rossellini ci fa scoprire attraverso gli occhi di Inrgid?

Antro della Sibilla, scena del film Viaggio in Italia
Ingrid Bergman, Tempio di Apollo (Cuma) – da Viaggio in Italia

Durante il suo soggiorno italiano Katherine farà visita alla grotta della Sibilla, e al Tempio di Apollo, poco distante. È un sito, quello di Cuma, tra i più suggestivi e forse non perfettamente collegati con tempi di attesa molto lunghi per i bus (soprattutto d’estate), ma che, nonostante tutto, vale assolutamente la pena vedere.

Siti archeologici, ma anche naturalistici. In questo viaggio italiano, Rossellini ci mostra anche la Solfatara, campo fumarolico di origine vulcanica, che si trova nei pressi di Pozzuoli. Un sito, questo, noto soprattutto per le sue emissioni di vapori e gas e la forte componente sulfurea.

Ve ne ho parlato di recente, le ho ritrovate anche qui. Ingrid Bergman nei suoi “pellegrinaggi” fa visita anche al Cimitero delle Fontanelle, ed è affascinata dalla storia dei teschi senza nome adottati dai cittadini napoletani.

Un piccolo Grand Tour, che porta la coppia a far tappa anche nel Parco Archeologico di Pompei. Ed è una vera e propria testimonianza archeologica la scena in cui un gruppo di archeologi riempie la terra con del gesso per riportare alla luce i calchi delle vittime della furia del Vesuvio del 79 d.C. Una tecnica nata dalla geniale intuizione di uno dei direttori dell’area, Fiorelli, più di mezzo secolo prima, e che ha restituito la fotografia esatta degli abitanti dell’antica cittadina romana al momento dell’eruzione.

Scavi di Pompei, da Viaggio in Italia (1953)

Nel film è possibile scorgere lo stato degli Scavi, iniziati per volere di Carlo III di Borbone nella seconda metà del XVIII secolo.

Ma il film di Rossellini non disdegna qualche riferimento all’architettura e all’arte. Tra le citazioni l’Hotel Excelsior sul lungomare di Napoli, tra i complessi alberghieri di lusso della città.

Tra i monumenti riconoscibili, la Fontana del Gigante in Via Partenope, opera di Pietro Bernini (padre del più famoso Gian Lorenzo).

Per George Sanders invece il viaggio si fa digressione, che lo porterà sull’isola di Capri alla ricerca del piacere e di quella voglia di sedurre.

Fontana del Gigante, Viaggio in Italia

Un Mangia Prega Ama ante litteram, Viaggio in Italia di Roberto Rossellini oggi è un film cult, una pietra miliare del cinema neorealista italiano, e la perfetta fonte di ispirazione per scoprire una città fatta di arte e bellezza ora come allora.

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Il Cimitero delle Fontanelle tra storia, misticismo e superstizione

Chi mi segue su instagram (e se non lo fate, seguitemi!), già lo sa: ho chiuso il 2017 visitando il Cimitero delle Fontanelle a Napoli, e non potevo non condividere con voi, seppur in ritardo, questo luogo a metà tra storia, misticismo e superstizione.

I napoletani le conoscono bene, ‘e Funtanelle, letteralmente le Fontanelle, situato nell’omonima via, è così chiamato per l’originaria presenza di fonti d’acqua.

In seno al quartiere Sanità, si tratta di un complesso cimiteriale che, si stima, ospita circa 40.000 resti di persone morte di colera tra il 1656 e il 1836 negli anni di questa grande peste. In questi anni furono oltre 300.000 le vittime dell’epidemia.

È immenso il silenzio di questo luogo, scavato nel tufo, utilizzato fino agli inizi del XVII secolo come cava per reperire la materia di cui, ancora oggi, si compone gran parte del centro storico della città.

Teschi. Teschi ovunque, si affacciano dalle balaustre in legno e quasi ti guardano. In silenzio. Sembrano volerti ammonire sulla caducità della vita, e su quella morte che ’o ssaje ched’’è?… è ‘na livella diceva Totò nella sua più nota poesia. Ed è proprio a tutto questo che si pensa, passeggiando sulla terra battuta di questo luogo, a quanto la morte ci renda, inevitabilmente, uguali.

Ogni cranio, o capuzzella in napoletano, ha delle monete sul capo: centesimi per lo più, qualche euro, poche banconote, con le quali anche i turisti perpetuano il rito delle “anime pezzentelle”, che prevede l’adozione o addirittura e la sistemazione di un cranio in cambio di protezione da parte della sua anima abbandonata, detta appunto “pezzentella”. È per questo motivo che, scorgendo queste ossa, noti che alcune, più “fortunate” delle altre, si trovano all’interno di teche in pietra come piccole casette, adottate da chi ringrazia per grazia ricevuta o da chi aspetta ancora il suo miracolo. Non si coprono, per consentire alle anime di andare nei sogni dei vivi e rivelare la loro identità.

Il teschio del Capitano

Tra queste, la più nota è senza dubbio il Teschio del Capitano, sul fondo della sala del Cristo Risorto. Sono tante le leggende che ruotano intorno a questo teschio.  Mentre cammino lentamente in questi ambienti, che alternano luce e ombra, respirandone la sacralità, sento il vociare di qualche custode che s’improvvisa guida, raccontando a turisti e visitatori proprio delle storie e leggende sul Capitano.

Tra le più suggestive c’è quella di una giovane sposa che aveva l’abitudine di pregare quotidianamente il teschio. Un giorno il suo futuro marito, seguendo la donna al cimitero, spinto dalla gelosia conficca nell’orbita del teschio un bastone di bambù deridendolo, e invitandolo al loro matrimonio. Il giorno delle nozze tra gli invitati c’è uno sconosciuto di bell’aspetto in divisa. Incuriosito lo sposo gli chiede chi fosse. L’uomo gli dice che è stato lui stesso ad invitarlo e, rivelandogli la sua identità, fa morire tutti gli invitati.

Un’altra leggenda, raccontata dal regista Roberto De Simone in chiave “camorristica”, vuole che invece siano i soli sposi a morire.

Non mancano bare piccolissime, contornate da peluche e giocattoli, ma ciò che più di ogni altra cosa colpisce, è probabilmente la presenza di biglietti dell’autobus come offerte. Ho provato a fare una ricerca a riguardo, senza molto successo. Presumo che quest’uso derivi dalla consuetudine di seppellire i defunti con almeno una moneta, così da non arrivare sforniti dinanzi alla traversata di Caronte che, secondo la leggenda e il poema dantesco, richiede un dazio e dunque per traslato anche un biglietto per un viaggio nell’aldilà.

Ma c’è anche chi pone in testa ad alcuni teschi una penna. Immagino sia da parte di qualche studente/laureando per superare esami o lauree.

È molto vivo a Napoli il culto delle anime del Purgatorio, tanto che fino agli anni ’70 c’era la consuetudine di aspettare le ombre mandate dal teschio di Don Francesco, un cabalista spagnolo, per rivelare i numeri da giocare al lotto.

In una scena del film Il Mistero di Bellavista ambientata proprio nelle Fontanelle, si parla di un teschio che suda come sintomo di grazia ricevuta. Si tratta di Donna Concetta o ‘a capa che suda, un teschio che, recependo meglio l’umidità del posto, tende ad essere sempre lucido. Secondo il credo popolare si tratta del sudore che proviene dalle fatiche che affrontano le anime, e che avrebbe il potere di purificare.

Statue, croci, cappelle, bare, persino una piccola chiesa. Non manca nulla in questo cimitero di anime anonime, cui la città di Napoli è molto legata e devota. Me ne accorgo guardando i fiori, i lumini accesi, le fotografie che visitatori e credenti lasciano, continuando a confidare in un’anima buona che ci aiuti.

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Restaurato il balcone di Giulietta: la storia, i film, le curiosità

Chiuso dallo scorso 23 ottobre per dei lavori di restauro, il Balcone di Giulietta, uno dei monumenti più noti e visitati della città di Verona, è stato finalmente restituito al pubblico in tutto il suo splendore da qualche giorno.

Leslie Howard e Norma Shearer in Romeo e Giulietta (1936)

È bello per i romantici come me pensare che nella nota casa veronese si siano amati i due sfortunati amanti della tragedia Shakespeariana, Romeo e Giulietta. Ma, diciamoci la verità, sappiamo che quella del famoso drammaturgo inglese era un’opera di pura invenzione.

Ma allora perché a Verona si dice che sia proprio quella la casa di Giulietta? Me lo sono chiesto anche io e così, dopo qualche ricerca, ho scoperto che effettivamente sono esistite a Verona le famiglie Montecchi e Capuleti, ma, per l’esattezza si tratta di Cappelletti, che avrebbero vissuto proprio in quella dimora situata in Piazza Erbe durante gli anni della permanenza di Dante a Verona.

Ce lo dice uno stemma, situato sulla chiave di volta dell’arco che dà accesso al cortile della casa.

Per quanto riguarda i Montecchi invece, si sa che erano una famiglia di mercanti, militanti nei ghibellini, effettivamente impegnata nelle sanguinose lotte di presa di potere contro la famiglia guelfa dei Sambonifacio.

Francesco Hayez, L’ultimo bacio di Giulietta e Romeo (1823)

Non ci sono dunque documentazioni che attestino una effettiva rivalità con la famiglia dei Capuleti, o meglio dei Cappelletti, ma in compenso, entrambe le famiglie sono citate dallo stesso Dante nella Divina Commedia, nel VI canto del Purgatorio, vera e propria invettiva del poeta fiorentino contro i disordini in Italia, che nei versi 105-107 dice:

Vieni a veder Montecchi e Cappelletti,
Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:
color già tristi, e questi con sospetti!

Tra il XIV e il XV secolo la Casa di Giulietta ospita la famiglia Capello, che probabilmente prende il nome dalla dimora stessa, esercitando la professione di farmacisti fino al 1400.

Passa il tempo e cambia la destinazione d’uso, trasformandosi in un albergo, e subendo nella struttura diversi rimaneggiamenti tra il XVII e il XVIII secolo. Soltanto l’originaria torre pare risalire al XIII secolo e dunque alla parte più antica, benché anch’essa abbia subito non poche trasformazioni.

Alla fine dell”800 la casa appariva come un casermone popolare di chiara impronta nord-italiana, con una lunga balconata con ringhiera in ferro che percorreva tutta la facciata interna e rappresentava anche un camminamento.

La casa di Giulietta come appariva alla fine dell’Ottocento (immagine wikipedia)
La casa di Giulietta negli anni ’40 (immagine wikipedia)

L’idea del balcone arriva tra la fine degli anni ’30 e gli inizi degli anni ’40, quando Antonio Avena, storico italiano e direttore del museo civico veronese, ispirandosi ad un film hollywoodiano di quegli anni con Leslie Howard, che a sua volta si rifaceva al noto quadro di HayezL’ultimo bacio dato a Giulietta da Romeo, decise di avviare dei fantasiosi lavori di ristrutturazione, affinché la casa potesse effettivamente coincidere con quella che ormai si era diffusa nell’immaginario collettivo.

Il balcone di Giulietta infatti è in realtà un antico sarcofago scaligero, assemblato insieme ad alcuni resti marmorei che risalirebbero al XIV secolo.

Balcone di Giulietta

Oggi il sito è uno dei monumenti più famosi di Verona. Sono tanti i giovani innamorati e fidanzati che accorrono alla casa di Giulietta per trovare o testimoniare l’amore, con lettere a sfondo amoroso lasciate sul muro dell’andito della casa, e per fare il rito propiziatorio di toccare il seno alla statua in bronzo di Giulietta posta nel cortile: «Il balcone di Giulietta – ha detto il sindaco Federico Sboarina in merito al restauro – è senza dubbio il nostro monumento turistico più visitato e conservarlo in tutto il suo splendore è doveroso anche nei confronti delle migliaia di turisti che ogni anno vengono ad ammirarlo».

Amanda Seyfried in una scena del film Letters to Juliet (2010) mentre attacca al muro la sua lettera

I lavori hanno interessato sia la parte statica, sia quella dei materiali, che sono stati esaminati con specifiche tecniche di conservazione. Grazie a questo intervento, che ha permesso la pulitura di tutto il balcone, sigillando alcune lesioni dello stesso e il consolidamento di alcune pietre in tufo, i visitatori potranno adesso ammirarlo in tutto il suo splendore. A protezione è stata applicata su tutta la superficie, compreso il piano di calpestio, un materiale impermeabile, per preservare questo splendore ritrovato.

Non so voi, ma mi emoziona molto l’idea di vedere (e conto di farlo quanto prima) questo luogo che, benché sia una sorta di quinta teatrale ispirato ad una storia di pura fantasia, rappresenta oggi il tempio dell’amore per antonomasia, ed è permeato di quel romanticismo e quella fede incrollabile che ci dà la certezza che l’anima gemella esiste per tutti, bisogna soltanto crederci intensamente.

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Milano vista dalla Madunina: visita suggestiva dalle terrazze del Duomo

Pensi a Milano e immediatamente ti ritrovi ad immaginare il Duomo e le sue guglie. È impossibile visitare il capoluogo lombardo, senza farsi prendere dall’irresistibile smania di una foto/selfie ricordo davanti alla gotica cattedrale milanese. Sarà che c’è un solo Duomo in Italia e per tutti, nell’immaginario collettivo, è sicuramente quello di Santa Maria Nascente, cui è dedicato.

Il terùn che è in me non poteva evitare questo rituale turistico.

Non dev’essere particolarmente entusiasmante fare la fila all’esterno per poi prendere un numero e scoprire che, come alla posta, c’è ancora da aspettare. All’ingresso non sono proprio ben informati, ma la gentilezza e la competenza delle prime due casse riesce tuttavia a sopperire questo lieve disagio.

Il Duomo è, per superficie, la sesta chiesa cristiana al mondo, e sorge nell’omonima piazza dove un tempo sorgevano la Cattedrale di Santa Maria Maggiore, cattedrale invernale, e la Basilica di Santa Tecla, cattedrale estiva.

Il percorso sotterraneo unisce antico e moderno, e permette, tramite passerelle trasparenti e camminamenti, di percorrere il perimetro delle due strutture.

Sono proprio i resti di queste due antiche costruzioni ciò che mi affascina di più quando decido di visitare la parte sotterranea del Duomo. Le antiche strutture erano collocate dove oggi c’è il sagrato del Duomo, sotto la famosa piazza. È qui che le due strutture, di cui sono ancora ben visibili delle creste di muro, quasi si sfioravano, rappresentando il centro della cristianità milanese. I resti di un battistero, qualche affresco e le mura perimetrali sono l’ultima testimonianza di una Milano paleocristiana, che ha fatto spazio all’ambizione di un complesso monumentale che impiegherà quasi sei secoli per essere completato, dal 1386, anno di inizio dei lavori, riceve la sua consacrazione soltanto nel 1577, vedendo la chiusura ufficiale dei cantieri nel 1932.

la galleria Vittorio Emanuele II vista dalle guglie del Duomo

Oggi questa lunga storia è in parte ripercorsa dalla Fabbrica del Duomo, luogo in cui sono conservate statue e guglie originali, troppo danneggiate per essere restaurate e sostituite da più moderne ricostruzioni. Un percorso che include anche vetri istoriati, messi in sicurezza, e opere prima collocate all’interno del Duomo e che adesso invece costituiscono il patrimonio visibile di questa sezione.

Di grande suggestione l’imponente struttura in ferro della Madunina circondata da ricostruzioni e sculture, che restituiscono il lavoro e la tecnica di realizzazione della materna statua di Maria che da secoli protegge la città.

L’interno del Duomo è cupo, scuro, una selva di colonne che si elevano alte, per consentire alla struttura il suo movimento ascensionale, dato dalle arcate, che fanno spazio ai colorati vetri cui è stata affidata la narrazione della storia cristiana.

La navata centrale è preclusa a curiosi e turisti, bisogna accedere dal varco dei fedeli e di coloro che pregano o ascoltano messa per vedere più da vicino il pulpito e l’altare maggiore.

L’ultima parte del mio percorso ho voluto riservarla, in un crescendo di emozioni, alle terrazze. Il percorso con gli ascensori (più costoso) è quello più affollato, così quando cerco di ripiegare sul varco, eccezionalmente libero, dell’accesso a piedi mi viene detto che non posso percorrerlo essendo in possesso di un biglietto-ascensore. Con un po’ di disappunto ritorno in fila agli ascensori. È veloce durante l’ora di pranzo, così impiego appena dieci minuti per ritrovarmi in un istante sui tetti di Milano, e ammirarla durante quella che probabilmente è l’ora migliore, quella radente che accarezza con delicatezza i palazzi circostanti, tingendoli di rosa e d’oro.

Ho fatto bene a riservare questa parte della visita per ultima, perché la sua bellezza è tale che forse avrebbe tolto suggestione alle meraviglie storico-artistiche che ho visto poco prima.

Osservo le arcate, alcune di colore diverso forse dovuto alle sostituzioni di alcune parti negli anni. Il bianco latte dei marmi splendenti brilla tra il calcareo biancore del tempo.

Un peccato che oggi la parte alta dell’edifico sia ancora interessata da ponteggi e lavori, perché ciò forse toglie un po’ di fascino, avventura e mistero, a questa mia passeggiata sotto il cielo di Milano, dove vedo il Palazzo della Rinascente, dal quale tante volte ho proprio ammirato la magnificenza della cattedrale de Milan.

Una selva di guglie, che si intrecciano tra loro, e fanno da cornice alla bellissima skyline milanese. Posso scorgere il Palazzo dell’Unicredit in lontananza, Palazzo Lombardia e persino il verdeggiante Bosco Verticale, accompagnati da alte sculture che, come guardiani, sorvegliano la città.

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Bellagio, la perla del lago di Como tra natura, arte e bellezza

La perla del lago di Como. È così che un cartello stradale annuncia l’arrivo a Bellagio, piccolo comune sul lago di Como, puntinato da ville storiche.

E non appena arrivi, è facile capire anche perché. Bellagio è piccolo paesino che si arrampica alle falde di Monte San Primo, specchiandosi nelle acque del lago Lario.

Una piccola Amalfi o Portofino, ma nel cuore della Lombardia, altrettanto adorata da turisti stranieri che da sempre vengono a frotte per le vacanze o per un weekend, come nel film Un mese al lago di John Irvin, con una giovanissima Uma Thurman, che racconta il fascino di questi luoghi.

Il lungolago è costeggiato da locali storici, con tanto di gagliardetti e riconoscimenti ufficiali dalle diverse Associazioni, i quali sin dagli anni ’30 accolgono i villeggianti in rarefatte atmosfere che oggi definiremmo vintage. Come l’Hotel Villa Serbelloni che, con le sue cinque stelle lusso, è da oltre cento anni un vero e proprio punto di riferimento per turisti di passaggio e villeggianti abituali che vogliono sentirsi a contatto con la natura, tra le azzurre acque del lago di Como e le verdeggianti montagne alle spalle. Dotato anche di una piscina e di un beauty center, l’albergo è il luogo ideale per un cocktail a bordo piscina o ritagliarsi un momento di relax e benessere a contatto con la natura.

Qui tutto è Italia e italianità, a cominciare dai nomi dei negozi e delle botteghe che rimandano ad altre città come Florence (Firenze). E così non è difficile vedere delle autentiche porcellane di Capodimonte qui, nel profondo nord, o scorgere in vetrina bellissime ceramiche di Caltagirone. Ma comprendo che, come in tante altre località turistiche, tutto è dettato dall’esigenza di offrire un sunto della produzione artigianale del nostro paese allo straniero che varca gli italici confini per una vacanza.

Bellagio, Lago di Como, lungolago – foto @marianocervone

In questi luoghi, di questa stagione, il profumo dell’Oleandro in fiore si confonde con quello salmastro del lago, ed è impossibile resistere alla tentazione di osservare i traghetti che portano i passeggeri da una sponda all’altra, collegando Bellagio alle località limitrofe di Varenna e Menaggio, gustando uno Spritz all’aria aperta.

Bar Sanremo. Un’altra località italiana. Il mio preferito.

Apprezzai già lo scorso inverno i suoi interni in legno, gustando brioche e cioccolata calda, ma d’estate il suo pergolato naturale, in pieno contatto con la natura, tra anatre, anatroccoli e qualche inaspettato visitatore alato che con coraggio cinguetta al tavolo dei clienti elemosinando qualche briciola. Un’esperienza che rigenera l’anima, e che rende giustizia al nome Happy Hour, perché sì, è questa la vera felicità.

Nell’area comasca è imprescindibile gustare un buon riso in cagnone e pesce persico. Un piatto tipico, dove il riso è bollito in modo che i chicchi di riso siano gonfi, ma ben staccati l’uno dall’altro, condito con burro e formaggio, e accompagnato da uno squisito pesce persico, fritto in burro e salvia. Una tipica ricetta nord-occidentale, che qui si fa elegante e sofisticata nell’impiattamento, con un retrogusto quasi orientale, nella disposizione del riso che fa da letto al pesce, creando uno squisito mix di sapori. Ho accompagnato questo piatto con un buon vino bianco, una falanghina, che rimanda invece ai sapori della mia terra e ai vigneti del beneventano.

riso in cagnone e pesce persico – foto @marianocervone

L’ho provato a La Limonaia, un suggestivo ristorante, di recente ristrutturazione, che affaccia su di un piccolo specchio d’acqua, il lago Pusiano, tanto caratteristico e bello quanto un po’ asincrono e lento nel servizio, con ordinazioni che possono impiegare anche trenta minuti per arrivare al tavolo e il rischio di costringere la metà dei commensali a guardare mangiare chi ha fatto una scelta diversa che fortuitamente arriva prima.

Un vero e proprio must per gli amanti dell’arte e della natura a Bellagio è Villa Melzi. Una dimora storica, appartenente alla famiglia Melzi d’Eril, costruita dall’architetto Giocondo Albertolli agli inizi del XIX secolo, secondo il gusto neoclassico.

Il parco è divenuto negli anni un vero e proprio orto botanico grazie ad una varietà di piante e specie che qui sul lago hanno trovato un secondo habitat naturale. Giunchi di bambù si alternano al gusto orientale, consentendo di passeggiare tra gli aceri rossi del giardino giapponese e le statue di chiara ispirazione egizia degli esterni.

Sorprese, scherzi, giochi ottici, ma anche una statuaria neoclassica che racconta dell’amore di Dante e Beatrice e dei tanti uomini e donne che hanno abitato la casa e passeggiato nei giardini con le loro storie e i loro segreti.

Villa Melzi d’Eril, Bellagio – foto @marianocervone

Vale senza dubbio la pena pagare un biglietto di ingresso tutto sommato basso, appena 6,5 €, se consideriamo le tante attrazioni all’interno dei giardini. Dalle calde serre, all’ex aranciera, oggi sala espositiva di reperti greci e di età napoleonica, finendo con la Cappella-oratorio e le bellissime sculture di Benzoni e Comolli che, come per il giardino, la adornano.

Lungo i viali anche un capanno di tipo polinesiano, che dà brio al movimento del giardino, per una sorprendente e fresca atmosfera tropicale.

Bellagio può regalare un soggiorno tra natura, arte e bellezza che conclude degnamente il mio percorso in una località tutta da scoprire.

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Omar Galliani, “Ancora nuovi voli” a Villa Lysis a Capri fino al 2 luglio 2017

Si intitola Ancora nuovi voli ed è la personale di Omar Galliani che da sabato 3 giugno fino a domenica 2 luglio 2017 sarà allestita all’interno di Villa Lysis, la storica dimora che il Conte Fersen fece costruire agli inizi del secolo scorso sull’isola di Capri.

Con il Matronato della Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee e il Patrocinio della Città di Capri, la mostra è curata da Maria Savarese, che porta per la prima volta l’artista emiliano sull’isola dell’amore.

Ancora nuovi voli rifiuta ogni tipo di cornice, se non il suggestivo edificio liberty.

Sono sei le opere che sbarcano a Capri, custodite finora in quel “cassetto dei disegni” dell’artista, e che oggi trovano nuova vita grazie ad un interessante quanto inedito allestimento: un grande ricamo siamese rosso che si staglia su di uno sfondo nero è adagiato sul pavimento con quattro gocce di cristallo purissimo ai lati, mentre due grandissime ali disegnate dall’artista a matita e carboncino su carta sono disposte a specchio sulle pareti delle stanze superiori. A fare da contraltare attorno tre piccole raffigurazioni di voli sospesi tra Ganimede, Perseo e altri mitici viaggiatori.

A concludere quello che si preannuncia come un affascinante percorso espositivo, un ultimo disegno posto all’interno del “fumoir”, o stanza dell’oppio.

Quello del volo, e delle ali in particolare, è un tema molto caro al mondo dell’arte. Sin dal racconto mitologico di Icaro e del suo desiderio di librarsi in alto nel cielo, l’uomo ha sempre sentito il bisogno di raccontare questo sogno, come metafora di libertà. E Omar Galliani ci porta con questa esposizione nel suo mondo, e a quel tema delle ali sospeso tra Oriente e Occidente, dai cristiani ai babilonesi.

Le sue opere convivono qui con preziosi ricami di grandi dimensioni, che vanno ad impreziosire ed enfatizzare la sua Inremeabilis Error, una possente ala disegnata in punta sottile di grafite nel 1978 su di un foglio di oltre tre metri per due.

Forte il richiamo all’Oriente nell’allestimento, in un contesto caratterizzato da contrasti, anch’esso sospeso tra simbolismo e sacralità. Ancora nuovi voli si propone così come un volo, letteralmente, nel mondo immaginifico dell’autore e uno all’interno degli arredi e delle stanze di una delle ville più note di Capri.

LIFESTYLE

L’aristocratica Ravenna, tra poesia, storia e arte

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Tomba di Dante

Se in un viaggio ricercate le atmosfere à la Mangia Prega Ama, ma non potete o volete andare a Roma, Ravenna è la città che fa per voi. Sulla ridente costa della riviera romagnola, questa piccola cittadina di quasi 165.000 abitanti, è stata nella sua storia capitale dell’Impero Romano d’Occidente, del Regno degli Ostrogoti e dell’Esarcato Bizantino.

E ricorda proprio una Roma in miniatura, con i suoi palazzi arancio, le osterie storiche lungo viuzze caratteristiche che si fondono e dialogano con le architetture del passato. Sono tanti infatti gli edifici medievali e le rovine che punteggiano questa città, a cominciare dalla tomba di Dante. Il poeta della Divina Commedia riposa in un piccolo tempietto neoclassico coronato da una cupola. Commissionata dal cardinale Luigi Valenti Gonzaga, la cappella fu costruita dall’architetto Camillo Morigia. La tomba si trova nei pressi di un piccolo giardino, oggi chiamato Quadrarco di Braccioforte, dove sarebbero stati svolti i funerali del poeta vate e dove, durante la Seconda Guerra Mondiale, il corpo di Alighieri avrebbe trovato riparo dai bombardamenti sotto un tumulo, ancora oggi visibile e ricordato con una lapide.

La tomba vera e propria consta di un sarcofago di età romana il cui epitaffio, in latino, dettato da Bernardo Canaccio nel 1366, fa riferimento alle opere e alla poetica di Dante.

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Ravenna, strade

Le strade, rifinite da eleganti vestigia medievali, sono le arterie di una città a misura d’uomo, i cui monumenti sono entrati di diritto nel 1996 nella lista dei siti italiani patrimonio dell’umanità dall’UNESCO, come sito seriale “Monumenti paleocristiani di Ravenna”.

Le sue basiliche, di chiaro influsso orientale, sono un tripudio dell’arte musiva, che fonde la tradizione romana e il gusto bizantino, con figure dalle fattezze esotiche e contenuti di chiara propaganda imperiale.

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Basilica di San Vitale

È forte la presenza del divino tra le mura della Basilica di San Vitale, che avvolge il visitatore in un vortice di spiritualità, tra gli affreschi della cupola e le volte, e la ricca decorazione musiva parietale dell’altare maggiore, dove troneggiano i famosi ritratti di Giustiniano e la sua corte e Teodora e le sue dame.

È una sorpresa il piccolo Mausoleo dell’imperatrice Galla Placidia. L’austerità del laterizio esterno si rivela nella ricchezza interna, lungo le braccia della pianta a croce. Nella decorazione dei mosaici che portano all’interno del sepolcro il cielo stellato d’oriente, figure animali e vegetali che rivestono come una stoffa le forme sinuose delle volute, che avvolgono la lunetta con Cristo raffigurato come il buon pastore.

Il Battistero Neoniano, detto anche degli Ortodossi, è un’imponente struttura che trova nella forma ottagonale il riferimento all’8 che, secondo la numerologia, simboleggia appunto la resurrezione. Al centro della cupola trova posto il battesimo per eccellenza, quello di Cristo ad opera di San Giovanni Battista nelle acque del Giordano. Su Cristo svetta una colomba, personificazione dello Spirito Santo.

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Battistero Neoniano, Ravenna

Lungo questo ideale percorso composto da cinque strutture museali, c’è il Museo e Cappella Arcivescovile, in cui a dominare è il mosaico del Cristo Guerriero, intorno al quale orbitano veri e propri gioielli della curia arcivescovile ravennate.

Ultimo gioiello di questo ideale perimetro d’arte, accessibile con un unico biglietto d’ingresso, è la Basilica di Sant’Apollinare Nuovo, la cui austerità della struttura evapora in un movimento ascensionale che cattura lo sguardo del visitatore che diventa parte del silenzioso corteo delle Sante Vergini sul lato sinistro della navata centrale e dei Santi Martiri.

Da non perdere una visita al Museo Nazionale di Ravenna, le cui collezioni vanno dalle straordinarie ceramiche locali, di Faenza e Ravenna, ad armature lucenti, di combattimenti e giostre. Un gioiello la cui unica pecca sta nel percorso di visita non perfettamente lineare, che disorienta il visitatore tra i due chiostri dell’originaria struttura monacale e una teoria di corridoi che si snodano come un labirinto.

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Basilica di San Francesco, cripta sommersa

Curiosa la Basilica di San Francesco, la cui cripta sotto al presbiterio, risalente al IX-X secolo, è per metà allagata, offrendo l’insolito spettacolo dei resti della decorazione pavimentale completamente sommerso dall’acqua, la cui visione è possibile solo attraverso una piccola finestra. Un po’ lucroso il sistema, che prevede l’introduzione di una moneta da un euro per accendere le luci che consentono la vista della cripta, tra l’imbarazzo di chi paga, indeciso se far valere il proprio diritto occupando la finestra per i minuti dell’illuminazione, con disappunto della fila retrostante, o sentirsi un po’ sciocco per aver pagato lasciando la vista anche a chi segue.

Ravenna è una città aristocratica, da scoprire con la devozione e il rispetto con cui si ascolterebbe una dama medievale che racconta una favola il cui lieto fine è la sua arte.

ART NEWS

Villa Rosebery apre al pubblico, visite 7 maggio – 11 giugno

Nota ai più come residenza del Presidente della Repubblica in Campania, Villa Rosebery è un monumentale complesso neoclassico che si affaccia sul mare di Napoli dalla collina di Posillipo. Costruita come residenza reale, la villa deve la sua origine all’austriaco Joseph Von Thurn, che nel 1801 acquistò dei terreni a Capo Posillipo con l’intento di farvi edificare una residenza di campagna circondata da un giardino.

A metà degli anni ’50 dell’ottocento la proprietà passa in mano a Luigi di Borbone, comandante della Real Marina del Regno delle Due Sicilie. La villa fu ribattezzata “la Brasiliana”, in onore di Maria Januaria, moglie di Luigi nonché sorella dell’imperatore del Brasile.

È in questo periodo che i giardini della villa vengono ampliati, con l’aggiunta di un vasto parco.

L’attuale nome, Rosebery, si deve all’ultimo proprietario, il britannico Lord Rosebery appunto, che l’acquistò da un banchiere francese nel 1897, dopo la cacciata dei Borbone in Francia, con i moti risorgimentali del 1860.

Lo statista inglese, ritiratosi a vita privata, acquistò la villa per farne un rifugio dal mondo, frequentato solo da una cerchia di pochi eletti e studiosi. È qui che il Lord si dedica alle sue attività preferite e a quelle più in voga, quelle di antiquario e collezionista, ampliando la sua galleria d’arte acquistando quadri e oggetti di pregio dagli antiquari napoletani.

Agli inizi del ‘900, Lord Rosebery riprese la sua attività politica, e, a causa anche degli ingenti costi di manutenzione della dimora, dovette cederla al governo inglese.

La Villa diviene da questo momento la residenza di rappresentanza e di villeggiatura degli ambasciatori inglesi in Italia.

Alla morte di Lord Rosebery nel 1929, i suoi eredi decisero di farne dono allo Stato Italiano, che a sua volta ne fece residenza estiva della famiglia reale. È qui che la principessa Maria José, moglie di Umberto di Savoia, dà alla luce Maria Pia, che diede il nome alla villa.

Negli anni ’40 la villa è residenza di Vittorio Emanuele III e della sua consorte Elena, che la abitano fino all’abdicazione in favore del figlio Umberto nel 1946, partendo per l’esilio. La villa è così requisita dagli alleati che le restituiscono l’originario nome di Rosebery. A partire dal 1957 rientra definitivamente tra le dimore del Presidente della Repubblica Italiana.

Attualmente è possibile visitare la villa nelle Giornate di Primavera del FAI. Ma i (potenziali) visitatori avranno due giorni in più per poterla visitare e scorgere i bellissimi interni con arredi di pregio e la struttura architettonica. Grazie ad una decisione del Presidente Mattarella infatti, si potrà vedere la residenza sabato 7 maggio e sabato 11 giugno, in occasione di due visite guidate di due ore, dalle ore 10.00 alle ore 16.30 con accesso ogni trenta minuti, per gruppi al massimo di trenta persone.

LIFESTYLE

MAZZ il migliore “Babbà” della città di Napoli

Napoli: mare, pizza e mandolino. Chi va in vacanza nel capoluogo partenopeo sa bene che sono questi i tre elementi che più di tutto caratterizzano la città, al pari della sua arte e della sua storia millenaria, che sin dagli antichi greci e romani, passando per gli Angioini e i Borbone, ne ha decretato l’ascesa e la caduta come capitale del Regno delle Due Sicilie. Scenari, sapori, suoni. Ma Napoli è anche, e forse soprattutto, il Babà, al punto che Marisa Laurito, gli tributò una canzone, Il babà è una cosa seria, sul palco del Festival di Sanremo nel 1989.

Di origine polacca, il babka ponczowa diventa baba con i cuochi francesi per poi diventare “babbà” con i pasticceri napoletani. Si tratta di un dolce da forno a pasta lievitata con lievito di birra, bagnato con del rum.

L’invenzione risalirebbe dunque al re polacco Stanislao Leszczyński, suocero di Luigi XV di Francia, il quale, essendo privo di denti, aveva problemi a mangiare dolci come il gugelhupf, che trovava troppo asciutto, ammorbidendolo con del vino ungherese, il Tokaj, e con dello sciroppo.

Il nome deriverebbe sarebbe dovuto alla somiglianza con le tipiche gonne a campana a pieghe delle signore anziane, babka. La tipica forma a fungo invece è dovuta al pasticciere francese Nicolas Stohrer.

Del tutto casuale l’aggiunta del liquore, secondo un’altra storia sulle origini, che vorrebbe che il re, di pessimo carattere, avesse scagliato il dolce contro una credenza rompendo una bottiglia di rum che lo avrebbe bagnato e, assaggiandolo, lo avesse trovato squisito. Oggi il babà è bagnato da sciroppo di zucchero, rum, o altri liquori come il limoncello, tipico liquore della tradizione napoletana.

Tra i posti per assaggiarlo nel capoluogo partenopeo, Mazz è senza dubbio il migliore, non solo, e non soltanto, per lo squisito gusto del babà, punta dell’iceberg di un’intera pasticceria di produzione propria, ma anche per l’affascinante atmosfera bohémien, in una perfetta sintesi tra locale dalle linee moderne e caffè letterario parigino. All’interno della sala infatti volumi della tradizione partenopea a disposizione di chi trascorre qualche ora nel cuore del centro storico della città, assaggiandone, e gustandone appieno il suo sapore.

Sito in Via Tribunali, 359, Mazz, dal napoletano, significa “culo” inteso come fortuna, è l’ideale per ritagliarsi, anche in vista delle vacanze pasquali, un momento di piacere o la pausa migliore in un giorno di vacanza nella città.