ART NEWS

Il sogno d’amore di Chagall alla Basilica della Pietrasanta a Napoli

Si intitola Sogno d’amore e, profeticamente, arriverà a ridosso di San Valentino alla Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta a Napoli, fino al prossimo 30 giugno.

Più di 150 opere suddivise in quattro sezioni tematiche, e vedono la curatela di Dolores Durán Úcar, e la produzione di un brand leader del mondo dell’arte, il Gruppo Arthemisia che, reduce dal successo di ESCHER (al PAN fino ad aprile), approda in uno dei monumenti simbolo del centro storico del capoluogo partenopeo.

Russo di nascita, francese d’adozione, Mark Zacharovič Šagal, Chagall nella traslitterazione francese, proviene da una famiglia di origine ebraica nell’allora Impero Russo, l’attuale Bielorussia. Maggiore di nove fratelli, nelle sue opere indaga spesso i luoghi e i momenti della sua infanzia, tutto sommato serena a dispetto delle condizioni in cui erano costretti a vivere gli ebrei russi sotto il dominio degli zar.

Divenuto già noto in patria come artista, si trasferisce agli inizi del XX secolo a Parigi, ed entrò nell’orbita degli artisti del quartiere di Montparnasse, alternando rientri in patria, dove aderì ai movimenti rivoluzionari, per poi ritornare nella capitale francese a partire dal 1949, stabilendosi in Provenza.

Morirà a Saint-Paul-de-Vence a 97 anni.

Sin dai suoi anni giovanili Chagall fu sempre affascinato dalla Bibbia, che l’artista considerava come la più importante fonte di poesia e ispirazione artistica. È a partire dagli anni ’30 però che comincia concretamente ad interessarsene e inizia a studiarla con dedizione, tramutando i suoi studi in un vero e proprio lavoro grazie all’editore e mercante francese Ambroise Vollard, che gli commissionò una serie di tavole a tema biblico.

Altri lavori che l’artista aveva realizzato erano l’illustrazione de Le anime morte di Gogol’ e Le Favole di La Fontaine.

I suoi studi dei testi religiosi lo porteranno in Egitto, Siria, Palestina. Da questo momento è soprattutto la Bibbia che ispirerà gran parte dei suoi lavori.

Nella sua lunga vita e nella sua lunga carriera, sono tanti gli stili che abbraccia la sua arte: dalle avanguardie, che sfiorerà appena, al cubismo e fauvismo. I suoi dipinti, a metà tra mondi onirici e meraviglia, raccontano mondi fantastici e riferimenti religiosi attraverso colori vivaci e brillanti, anticipando l’espressionismo, e la corrente del Tachisme, quell’arte astratta nata in Francia, dove il colore è l’elemento dominante che va anche oltre la forma, verso il suo mondo di colori, verso un sogno d’amore senza tempo.

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ART NEWS

“Io sono Mia” al cinema: Serena Rossi fa rivivere la grande Mimì

Si intitola Io sono Mia, il film che ripercorre la vita e la carriera della grande Mia Martini. A dare il volto alla cantante di Bagnara Calabra prematuramente scomparsa nel 1995, è l’attrice partenopea Serena Rossi, straordinariamente somigliante alla cantante, quanto credibile in quelli di donna sofferente e sensibile.

Serena Rossi, Io sono Mia

Il film è prodotto da Eliseo Fiction in collaborazione con Rai Fiction, che lo scorso anno hanno tributato un omaggio biografico a Fabrizo De André con Principe Libero, e come il film del cantautore genovese anche Mia sarà distribuito da Nexo Digital al cinema solo per tre giorni (14-15-16 gennaio) prima di approdare nella prima serata di Raiuno, presumibilmente subito dopo la settimana sanremese.

Il film, diretto da Riccardo Donna, già regista di molti successi rai, vanta un cast ricchissimo che va da Maurizio Lastrico a Dajana Roncione, da Gioia Spaziani a Edoardo Pesce.

Un film che restituisce alle nuove generazioni memoria storica della grande eredità musicale di Mia Martini, all’anagrafe Domenica Rita Adriana Bertè, nata, artisticamente, negli anni ’70 e che ha segnato, per oltre vent’anni, gran parte della storia musicale italiana, con successi immensi e straordinari come Minuetto, Piccolo Uomo, Gli uomini non cambiano, Almeno tu nell’universo ispirando generazioni di cantanti italiane. E poi il difficile rapporto con il padre, la nomea di porta-sfortuna, la storia d’amore con Ivano Fossati, i Festival di Sanremo. Io sono Mia riassume l’ascesa e la caduta di un’Artista che il panorama italiano spesso non ha saputo riconoscere: «Il nostro è un tributo al talento intenso di una donna fuori dagli schemi, una voce unica, magnetica, emozionante – ha detto Eleonora Andreatta, Direttore di Rai Fiction – Una grande artista della canzone italiana che ha pagato con coraggio un prezzo alto per la sua voglia di libertà e di essere se stessa nel mondo dello spettacolo e delle sue regole di mercato».

MUSICA

Ciao Dolores, voce di un’epoca che se ne va con te

Oggi è morta Dolores O’Riordan, voce e anima dei Cranberries. Aveva solo 46 anni.

Ho scoperto Dolores O’Riordan negli anni 2000. All’ora cantava Just my imagination e la prima volta che la vidi fu in questo coloratissimo videoclip che andava in rotazione su MTV, che ai tempi aveva ancora il doppio logo di Rete A.

Nel video Dolores ascoltava musica in cuffia, mentre guardava un variopinto mondo fatto di farfalle e fiori.

Ai tempi ero poco più che un adolescente, ed ero inconsapevole del fatto che quella voce vibrante fosse la stessa che qualche anno prima mi aveva già accompagnato in tanti momenti della mia vita, d’estate al mare, quando ragazzino sul Lido Pagano 2 inserivo 500 lire nel Juke-Box per ascoltare Zombie, vecchia di un anno, ma già classico.

E non sapevo che sua era anche Animal Instinct, con quella forza vocale che ascoltavi quasi in modo catartico e liberatorio al bar della spiaggia, mentre giovanissimo immaginavi il mondo ai tuoi piedi quasi liberando quell’istinto animale che nemmeno sapevi bene cosa fosse. Era il 1999, l’anno di Entrapment e del millennium bug.

E poi ascolti Dreams, e ti ritorna in mente quel vago spot in TV di non-so-cosa.

Erano gli anni dell’incoscienza, quelli in cui la sua voce mi ha tenuto compagnia, gli anni delle prime scoperte, dei primi baci e delle prime consapevolezze. Gli anni di quando marinavi la scuola e passavi notti insonni per preparare compiti in classe e interrogazioni.

Gli anni de “il latino che palle!”, dei lenti alle feste a casa degli amici ballando Linger, o di quella canzone che hai riconosciuto nel tuo telefilm preferito.

Non c’era Shazam o YouTube all’ora, ma CD, musicassette e registrazioni dalla radio. Le cose dovevi conoscerle o sentirle.

E poi ricordi quella volta che “Analyse mi piace un sacco!” al telefono con il tuo migliore amico, perché non potevi condividerla su facebook, né farlo sapere agli altri se non parlandone durante l’intervallo in classe o all’uscita da scuola.

Erano gli anni di Total Request Live e di Select con Daniele Bossari.

Camaleontica, mai uguale eppure sempre fedele a se stessa e al suo stile.

Quelle classifiche sono oggi annali dei ricordi di un’epoca che la voce di Dolores, dei Cranberries il suo gruppo, ha contribuito a segnare con quella modulazione così riconoscibile quanto unica.

E poi c’è Stars, il singolo che “hai sentito forse si sciolgono”, l’ultimo firmato con la band. Era il 2002, i modem erano a 56k e prima di connettersi facevano un rumore strano tipo navicella-degli-alieni-sta-atterrando.

Poi c’è la pausa, quella durante la quale la vita continua il suo corso, ascoltando le sue canzoni, quelle dei The Cranberries, come reliquie sonore mentre aspetti che ritornino insieme, e intanto c’è il diploma, l’università, i primi lavori, e quell’adolescente che l’ascoltava inconsapevolmente sulla spiaggia è ormai un uomo che riascolta già i suoi pezzi con nostalgia.

Nel frattempo arriva il download di musica illegale, quello legale, sono gli anni di Napster e di iTunes. Gli anni dell’iPod e dei Blackberry.

Per tutti è diventata universalmente Dolores O’Riordan nel 2007, quando pubblica il suo primo album da solista, Are you listening?, e quella sua Ordinary Day che di ordinario non aveva nulla. Ma anche in quel momento lei non continuava ad essere non solo la voce, ma l’anima dei Cranberries, di un gruppo che faceva parte di noi e di lei e che ritroverà di nuovo qualche anno più tardi con l’album Roses, perché forse anche in un gruppo non c’è amore senza spine, anticipato dal singolo Tomorrow, domani, che profeticamente dice “Tomorrow could be too late”, domani potrebbe essere troppo tardi, e così che è andata via questa voce che resterà nei nostri cuori, all’improvviso. Troppo presto.

Ciao, Dolores. Mi mancherai.

INTERNATTUALE, LIBRI

Le opere del premio nobel Kazuo Ishiguro che probabilmente conoscete già

Premio Nobel per la Letteratura quest’anno è il giapponese naturalizzato inglese Kazuo Ishiguro, e già immagino Feltrinelli & Co. ordinare pile di libri in bella vista dello scrittore del momento. Tutti i romanzi, le opere critiche sull’autore e i film tratti dai suoi libri. Ma prima di correre nei bookshop per non sentirvi tagliati fuori dal mondo, ecco tre lavori dell’artista che, senza scavare troppo, forse conoscevate già.

Se Ishiguro, classe 1954, è stato attivo sin da giovanissimo, la sua prima pubblicazione infatti risale agli inizi degli anni ’80, nella sua trentennale carriera non ha pubblicato molte opere. La sua bibliografia infatti è composta soltanto di sette romanzi, ma sono tantissimi i premi e i riconoscimenti che la sua scrittura delicata e intensa gli hanno fatto conquistare.

L’opera più famosa ad oggi è probabilmente Quel che resta del giorno, vincitore del Premio Booker nel 1989. Un diario scritto dal maggiordomo inglese Mr. Stevens, che parlerà dell’intera sua vita e carriera iniziata a cominciare dai primi anni ’20 fino a quasi gli anni ’60, attraversando gli l’epoca della guerra e del nazismo tedesco.

Del libro ne è stato tratto un film con un cast stellare, che va da Anthony Hopkins, protagonista della pellicola, a Emma Thompson, passando per Hugh Grant. Il film si aggiudica ben otto nomination agli Oscar, rientrando nella rosa dei miglior film e miglior regia, e valendo la nomination anche per la scenografa e costumista italiana Luciana Arrighi, per la migliore scenografia.

Nel 2005 è la volta di Non lasciarmi, eletto dal TIME miglior romanzo dell’anno e incluso in una lista dei 100 migliori romanzi di lingua inglese dal 1923 al 2005. Nel 2010 Mark Romanek ne ha tratto un film con Carey Mulligan, Andrew Garfield e Keira Knightley. Il film è una toccante storia ambientata in una immaginaria scuola della campagna inglese, dove gli allievi vengono educati con uno scopo ben preciso. I tre sono protagonisti di uno strano triangolo amoroso, tra storie non corrisposte e amori segreti e una grande riflessione sul senso della vita.

Nel romanzo Ishiguro fa riferimento ad una immaginaria canzone, Never let me go (letteralmente non lasciarmi andare mai) che colpisce la protagonista, e che nel film è stata realmente composta da Rachel Portman.

Sempre nel 2005 Ishiguro prende parte in prima persona questa volta alla scrittura della sceneggiatura di La Contessa Bianca. Tratto questa volta dal romanzo del collega nipponico Junichiro Tanizaki, Diario di un vecchio pazzo, è un film ambientato nella Shangai del 1936, incentrato sulla storia d’amore tra l’ex diplomatico americano non-vedente Todd Jackson, sullo schermo interpretato da Ralph Fiennes, e la contessa rifugiata russa Sofia, costretta a lavorare come entraineuse in un night club, interpretata da una compianta Natasha Richardson.

Questa invece la lista completa dei romanzi, tutti tradotti e pubblicati in Italia, dello scrittore per recuperare la sua letteratura e un contatto diretto con i suoi romanzi:

Un pallido orizzonte di colline (A Pale View of Hills, 1982)

Un artista del mondo fluttuante (An Artist of the Floating World, 1986)

Quel che resta del giorno (The Remains of the Day, 1989)

Gli inconsolabili (The Unconsolable, 1995)

Quando eravamo orfani (When We Were Orphans, 2000)

Non lasciarmi (Never Let Me Go, 2005)

Il gigante sepolto (The Buried Giant, 2015)

MUSICA

Quarant’anni senza Maria Callas: la vita da romanzo della soprano

Potrebbe essere la trama di un romanzo la vita di Maria Callas, soprano statunitense naturalizzata italiana, ma di origine greca, che tra gli anni ’40 e ’60 ha calcato i più importanti teatri d’opera di tutto il mondo. Un romanzo in cui una novella Cenerentola abbandona il nido con una dispotica madre e una sorella-rivale, e se ne va alla volta del mondo, senza mezzi e con una valigia piena di sogni.

È così che inizia la carriera di quella che sarà poi la “Divina” Callas, tra provini andati male e l’insicurezza di una ragazza corpulenta che, tra problemi di peso e la leggenda di un verme solitario, ha lottato per trovare una figura longilinea e affermare sé stessa e il suo talento.

Ma l’accoglienza dell’Italia post-bellica non fu delle migliori, e persino l’occasione della vita, quella di sostituire la soprano Renata Tebaldi interpretando l’Aida alla Scala di Milano, passa quasi inosservato, tra lo scetticismo dei critici che puntano soprattutto sulla sua fisicità e una voce metallica che non li convince del tutto.

Maria Callas (1923 – 1977) as Violetta in La Traviata at the Royal Opera House (1958)

La consacrazione arriverà in quello stesso teatro qualche anno più tardi, quando nel 1951 trionfa con I Vespri Siciliani nel ruolo della Duchessa Elena.

Perde 36 chili in un solo anno. Il brutto anatroccolo si trasforma pian piano in un cigno. Si ispira allo stile e alla figura della magrissima quanto elegante Audrey Hepburn, e da quel momento è tutto un giro di foulard, fantasie floreali, e abitini avvitati, che ne esaltano la ritrovata silhouette, riscoprendo la sua femminilità.

È in questo frangente che arriva l’incontro fatidico con l’amore della vita, l’armatore Aristotele Onassis. Greco anche lui. E la cornice di questo incontro fatale non poteva che essere da sogno, come l’elegantissimo Hotel Danieli a Venezia.

Dopo una crociera a bordo del celebre yatch dell’armatore, la Callas decide di abbandonare il marito, e suo agente, Titta Meneghini, sposato ai tempi forse più per riconoscenza che per vero amore.

Da quel momento la vita di Maria cambia. Si sente diversa, più viva. Ma non è facile essere l’amante di Onassis. In questi anni infatti, la Callas aveva affrontato anche la perdita di un figlio nato morto, vivendo per quasi tutta la relazione con l’uomo, durata dieci anni, il dramma di donna tradita, costretta a sopportare la galanteria nemmeno troppo velata di un uomo che ha continuano a flirtare e corteggiare altre donne sempre, e che ha deciso di risposarsi soltanto quando ha avuto la certezza di conquistare l’altra donna più potente del mondo, Jacqueline Kennedy.

Onassis infatti ha sempre temporeggiato sul divorzio dalla prima moglie, decidendosi a lasciarla soltanto quando deciderà sì di risposarsi, ma con la vedova del Presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy.

Con il cuore spezzato, sola, e in condizioni di salute precarie, complice la rapida perdita di peso, l’insonnia orma cronica e la dipendenza da Mandrax, Maria morirà il 16 settembre del 1977 nella sua casa a Parigi per un arresto cardiaco.

E sono tante le iniziative per questo quarantennale dalla morte, per raccontare e ricordare una voce che oggi è un punto di riferimento, e una donna che è una vera icona.

Pier Paolo Pasolini e Maria Callas sul set di “Medea”, 1968

Tra queste, quella di RAI5, che proprio sabato 16 settembre, trasmetterà in anteprima un documentario che racconta uno degli incontri storici della Callas, quello con il provocatorio regista Pier Paolo Pasolini che la dirigerà in una versione cinematografica di Medea nel 1968, diventando uno dei suoi più cari amici e confidente. L’Isola di Medea, questo il titolo del film, è diretto da Sergio Naitza, Nastro d’argento 2013, e firmata con Karel produzioni di Cagliari, con il sostegno del produttore associato Erich Jost, della FVG Film Commission e Regione Friuli Venezia Giulia.

Luisa Ranieri in una foto di scena della fiction Mediaset

Se invece vi appassiona lo sceneggiato, qualche anno, quando Mediaset era ancora all’apice e non produceva soltanto fiction di mafia, la bravissima Luisa Ranieri prestò magistralmente il volto a questo tormentato personaggio, nell’intensa interpretazione della mini-serie Callas e Onassis del 2005.

la copertina del libro di Alfonso Signorini

E se preferite la lettura, allora vi consiglio il volume di Alfonso Signorini, che un romanzo dalla vita della Callas l’ha scritto davvero: Troppo fiera, troppo fragile, questo il titolo, non è soltanto un bestseller mondiale, ma la narrazione del giornalista e celebre direttore di Chi, ha appassionato così tanto anche l’estero che ne sarà presto prodotto un bipic con Noomi Rapace nel ruolo della soprano.

il poster del film Callas di Niki Caro, con Noomi Rapace

INTERNATTUALE

Lady D, eroina tragica di una favola contemporanea

L’estate era appena finita quando abbiamo saputo della morte di Lady Diana. Era la notte del 31 agosto, e quella che per molti di noi era la fine delle vacanze, si trasformò invece nello spartiacque tra una notizia che ci sconvolse e un’epoca altra che non sarebbe stata più la stessa.

Anche la mia vita di lì a qualche settimana sarebbe cambiata, ma non potevo nemmeno immaginare che sarebbe coincisa con un evento storico così drammatico.

L’avevo saputo l’indomani mattina del 1 settembre, un lunedì; l’ideale inizio di un nuovo anno lavorativo. Ai tempi non c’era internet e i canali all news, né le notizie giravano sui social, ed eravamo tutti attaccati agli speciali dei notiziari in TV per avere aggiornamenti a riguardo.

Fu una vicina di casa a dirmelo, e la notizia mi piovve letteralmente in testa.

Nel 1979 la telenovela messicana Anche i ricchi piangono mostrava al mondo quanto la ricchezza da sola non basti a dare la vera felicità. Potrebbe essere questo il titolo della vita di Diana Spencer, Principessa del Galles, per tutti semplicemente Lady D, scomparsa prematuramente a soli trentasei anni vent’anni fa esatti. Era il 1997 quando rimase coinvolta in un incidente automobilistico sotto il Ponte de l’Alma a Parigi.

Sì, perché questa è una favola triste. Qui non ci sono principi azzurri e armature scintillanti, ma c’è un regno, quello Unito d’Inghilterra, e quella che per molti cominciava ad assumere le connotazioni della matrigna cattiva era nientedimeno che la Regina Elisabetta II.

A metà degli anni ’80 Diana ha mostrato con coraggio al mondo cosa c’è dietro la favola, qual è il seguito reale, è proprio il caso di dirlo, dopo il “felici e contenti”.

Se molti pensavano che quello che fu definito “il matrimonio del secolo”, il 29 luglio del 1981, fosse il perfetto lieto fine di una fiaba contemporanea, qualche anno dopo, tra tradimenti, scandali e recriminazioni hanno dovuto ricredersi, vedendo in Diana una nuova eroina tragica, come una Medea che non riesce ad ottenere l’amore del marito fedifrago.

Voce narrante di questa storia i giornali di gossip e le interviste esclusive. Un matrimonio eviscerato, pagina dopo pagina, dalla stampa mondiale, in un’era, gli anni ’90, in cui il titolo di un giornale aveva il potere di alimentare incendi e polveroni per mesi come un effetto domino.

Come una crisalide che diventa farfalla, anche Diana è pian piano uscita dal bozzolo di taffetà di seta di quell’ingombrante abito da sposa di Elizabeth Emanuel, e le fatine che hanno trasformato le sue vesti in abiti glamour per i gran balli di gala e scatti di moda erano gli stilisti più in voga, da Armani a Valentino, passando per gli scatti fashion del celebre fotografo Mario Testino.

La principessa triste acquisisce così la consapevolezza de suo ruolo sociale e non solo, sfruttando il suo nome per cause di beneficenza lodevoli: dalla lotta all’AIDS alle mine anti-uomo, Lady D ha sfruttato una popolarità crescente per difendere gli oppressi e i bisognosi, conquistando un posto speciale, che valeva ben più del trono di un regno cui non era interessata, quello del cuore dei suoi sudditi che a gran voce l’hanno eletta Regina.

La goffa maestrina è nella metà degli anni ’90 una donna volitiva ed elegante, diventando di fatto un personaggio pubblico molto amato di proporzioni mondiali.

E se nelle favole le principesse restano imprigionate in alte torri, Diana dopo il divorzio ha vissuto nel lato nord di Kensington Palace, continuando a ricercare quel principe capace di liberarla: prima nel chirurgo pakistano Hasnat Khan, e poi con Dodi Al-Fayed, lo sfortunato amante che, come in un girone dantesco, perderà la vita insieme a lei.

Come per la sua vita, anche la morte di Diana è documentata dalle fotografie di quei paparazzi, rei con i loro flash, di aver fatto sbandare l’autista con conduceva l’auto con la principessa e il suo compagno.

La nostra fiaba finisce qui, ma non c’è un lieto fine. Diana se ne va in un pulviscolo di polemiche, attentamente documentato dal cinismo bulimico dei media che hanno voluto un pezzo della principessa fino a ridurla a brandelli.

Eppure la sua immagine, ancora una volta si è evoluto, la farfalla ha sublimato con la morte la sua bellezza, trasformandosi in icona moderna, e la teca di vetro dalla quale ci ricorda un importante monito di vita è la tomba al centro del piccolo laghetto dell’isola di Round Oval, in una piccola proprietà di famiglia in Northamptonshire, e ricorda al mondo che la vera felicità è la libertà di inseguire il proprio amore.

CINEMA

Cinquant’anni fa moriva Vivien Leigh. 5 film per ricordare l’attrice di Via col Vento

È uno dei volti-simbolo del cinema mondiale. Vivien Leigh, scomparsa cinquant’anni fa esatti nel luglio del 1967, è spesso associata all’iconico ruolo di Rossella O’Hara nel pluripremiato film Via col Vento. Ma sono tanti i ruoli che l’attrice inglese ha interpretato, conquistando ben due premi Oscar con poco meno di venti film e un Tony Awards, confermandosi come una delle più grandi interpreti della sua generazione, sia nel cinema che a teatro.

La Leigh però soffriva di un grave disturbo bipolare aggravato da una tubercolosi malcurata che si trascinò dietro tutta la vita e che fu causa della sua morte.

Alternò felicemente le tavole del teatro e il grande schermo, riuscendo a interpretare ruoli duri e a volte atipici o torbidi.

Vivien mal sopportava il tempo che passa e l’avanzare dell’età, e tra i deliri della morte alla domanda dei medici su quale fosse il suo vero nome, rispose di essere Blanche Dubois, altro iconico ruolo che interpretò al fianco di Marlon Brando in Un tram che si chiama desiderio.

Le sue pellicole l’hanno spesso portata, per finzione o realtà, nel nostro paese.

Indimenticata e indimenticabile protagonista di Via col Vento, sontuoso colossal di Victor Fleming, che le dà la fama mondiale e la consacrazione agli Oscar, ha sempre negato i proverbiali dissapori con l’allora co-protagonista Clark Gable, che avrebbero poi trovato conferma o quantomeno fondamento in una storica frase pronunciata dall’attore agli Oscar, quando disse: “questi maledetti Europei, ci ruberanno tutto!” Riferendosi, forse, proprio alla statuetta vinta da Vivien e non da lui.

Ecco cinque film per ripercorrere tre decadi di cinema dell’attrice:

Il Ponte di Waterloo (1940): qualche anno dopo Via col Vento fu questa pellicola di Mervyn LeRoy ad avere forse l’ingrato compito di far dimenticare Rossella al grande pubblico. Qui Vivien interpreta la tormentata ballerina Myra Lester. È il 1915, anno in cui scoppia la prima guerra mondiale, e Myra si innamora dell’ufficiale Roy Cronin, interpretato dal fascinoso Robert Taylor. Credendolo morto in battaglia, Myra si ritrova a far fronte alle avversità della vita prostituendosi.

Il Grande Ammiraglio. Erroneamente tradotto con questo titolo, il film originale si chiama invece That Hamilton Woman, perché è lei, ancora una volta, la vera eroina tragica. La pellicola è una biografia romanzata sulla vita di Lady Emma Hamilton, moglie dell’ambasciatore di Inghilterra presso il Regno di Napoli, che si innamora segretamente dell’ammiraglio Horatio Nelson, eroe della guerra napoleonica e già sposato, destando non poco scalpore nella corte. Accanto a lei l’amato marito e compagno d’arte Laurence Olivier, che ai tempi cercava di trasformarsi agli occhi del pubblico da interprete teatrale a divo del cinema.

Anna Karenina. Nel 1948 è la volta della letteratura russa e di una pellicola tratta dall’omonimo romanzo di Lev Tolstoj. Qui la Leigh è l’indiscussa protagonista di un’altra tormentata storia d’amore con il Conte Vronskij. Ancora una volta interpreta una tormentata storia d’amore. È lei ad essere sposata e con un bambino e nonostante tutto sceglierà di vivere questo burrascoso amore che la consumerà.

Un tram che si chiama desiderio. Bisognerà aspettare il 1951 e una piece di Tennessee Williams per accaparrarsi un secondo Oscar con l’intenso ruolo della psicolabile Blanche Dubois, avvenente donna che inizia a veder sfiorire la propria bellezza, e preferisce vivere in un mondo tutto suo, fatto di illusione, alcol e sesso. Accanto a lei un altro Divo intramontabile di Hollywood, l’indiscusso sex symbol Marlon Brando.

La primavera romana della Signora Stone. Dieci anni dopo, nel 1961, Vivien interpreta ancora un lavoro Tennessee Williams. E le tematiche dei suoi film sembrano sovrapporsi le une alle altre confondendosi con la sua vita vera: qui la Leigh è Karen Stone, un’attrice in declino che, rimasta improvvisamente vedova, decide di soggiornare a Roma dove entra in contatto con un torbido giro di gigolò.

Come nelle sue pellicole, Vivien continua a faticare ad accettare il tempo che passa, vedendo una schiera di nuove attrici, tra cui la brillante Marilyn Monroe, incontrare il successo e i favori del grande pubblico.

Con la sua assoluta bellezza e l’indiscusso talento, Vivien Leigh è un’attrice da (ri)scoprire, con pellicole che hanno fatto la storia del cinema, regalandoci delle emozioni che resteranno per sempre.

INTERNATTUALE, LIFESTYLE

Ho vissuto tre giorni senza linea dati sul telefono: ecco cosa è successo

Qualche giorno fa ho deciso di cambiare il mio costoso piano tariffario per il traffico dati: sono prevalentemente a casa col WI-FI e non ha molto senso pagare un abbonamento di 5 GB al mese per quei pochi momenti in cui sono fuori. Così mi loggo sul sito del mio operatore e disattivo il rinnovo dell’offerta, in attesa di sceglierne uno più adatto alle mie esigenze.

Nel frattempo sono stato invitato da alcuni amici per il fine settimana in centro. Con mia sorpresa scopro solo al mio arrivo che sono scoperto da traffico dati poiché l’ultima offerta finiva prima di quanto avessi inizialmente previsto.

Uno smarrimento che ha continuato a farmi percepire la vibrazione del telefono in tasca anche quando di fatto il cellulare era semplicemente in stand-by, immobile.

Superata la mia smania iniziale di tirarlo fuori ogni tre minuti per controllare messaggi WhatsApp e notifiche varie, ho iniziato a metabolizzare che avrei vissuto senza linea dati per tutto il weekend.

Ho provato a rubarla ai miei amici, ma dalla stanza in cui ero il segnale non era eccellente. Mi sono appoggiato a quella di Bar e negozi via via, ma per qualche arcano motivo le connessioni “#FREE” non funzionano mai adeguatamente.

iphone 6 instagram app social - internettualeComincio a camminare per le vie della città e dinanzi al mare, ad uno scorcio, la particolarità dei posti o dei piatti al ristorante, con piglio à la Mario Testino for Vogue, faccio quelle che penso siano le foto del secolo, pronto a condividerle immediatamente su instagram, già pregustando la pioggia di cuori per le “genialate” del momento. Ma solo dopo ricordo di non poterlo fare, così, dopo lo scatto, resto ancora un po’ in contemplazione, imprimendo nella mia mente e nel mio cuore le immagini che normalmente mi sarei fiondato a “filtrare” subito dopo e postare on-line, ignorando i presenti e quanto mi circondasse per almeno dieci minuti in attesa del geo-tag o di distinguere un effetto vintage dall’altro dal mio schermo inondato dal sole.

Mi è ritornato in mente quando negli anni ’90, fieri delle nostre Olympus compatte e rullini da 36 foto, centellinavamo gli scatti con maggior attenzione, godendoci di più i luoghi, le sensazioni, i profumi, il sole sulla pelle.

Sono entrato in un grande magazzino: come ogni punto commerciale che si rispetti ha una radio in streaming personale, che trasmette lo stesso genere di canzoni e passa soltanto le proprie pubblicità. Ascolto un brano anni ’50, che immediatamente avrei “shazammato” alla ricerca del titolo e della voce che mi sorprende. Avrei preso lo smartphone, tentato di aprire l’app con celerità e probabilmente smadonnato per quei minuti infiniti che Shazam prende all’inizio prima di avviarsi completamente ed essere operativo.

Sono invece rimasto lì, incantato. Ancora oggi non so chi cantasse o di quale brano si tratti e non posso riascoltarlo cercandolo su YouTube. Ma quella sensazione, quel momento di gioia, la tenerezza è dentro di me. Certo, forse in futuro lo dimenticherò, ma quel momento io l’ho VISSUTO.

Il weekend si è concluso con una serata-pizza. Sono stato presso una nota pizzeria della città, dove ho aspettato circa un’ora. Un’attesa nel vicolo estenuante, con il rischio che piovesse, la pressione della folla che spintona e un molesto negoziante di graffe di fronte che ha letteralmente seviziato la gente che affollava il vicolo con uno stereo sparato a tutto volume con scadente musica italiana a palla.

Probabilmente avrei ingannato l’attesa ignorando i miei amici e sbizzarrendomi a condividere stati goliardici su facebook, selfie tra la calca per sentirmi figo o messaggiando con qualcun altro. Ma ho aspettato. Ho letto l’impazienza negli occhi dei miei amici, ho guardato le luci nel vicolo, ho ascoltato il chiacchiericcio delle persone intorno a me.

Ci affatichiamo a condividere momenti che non viviamo nemmeno. Perché la verità è che non ci importa nemmeno più divertirci, ma di farlo sapere agli altri. Oggi forse tendiamo troppo a digitalizzare la nostra vita, a cercare di rendere eterno (e trendy) quel “carpe diem” oraziano che dovremmo semplicemente vivere, sentire, percepire nell’anima.

P.S. in più ho risparmiato il 30% della batteria. È una buona cosa anche questa.

ART NEWS, CINEMA

I 10 film migliori per conoscere le opere di Williams Shakespeare

Ricorre oggi il 400esimo anniversario dalla morte di William Shakespeare, drammaturgo e poeta inglese per antonomasia, che con le sue opere ha portato la letteratura anglosassone nel mondo. Incentrate sull’amore, le tragedie di Shakespeare sono spesso un adrenalinico mix di combattimenti, intrighi di corte, tradimenti, vendetta ed hanno probabilmente il merito di aver scattato una fedele fotografia degli anni d’oro dell’Inghilterra di Elisabetta I.

Scritte quando alle donne era vietato esibirsi in palcoscenico, le tragedie e commedie di Shakespeare cantano sempre con leggiadra poesia tutte le sfumature dell’amore: da quello impossibile di Romeo e Giulietta alla gelosia morbosa di Otello per Desdemona, dall’amore malato dei Macbeth ai giochi di potere di Antonio e Cleopatra.

Vera ispirazione per molti autori della sua generazione e per quelle a venire, le opere di Sir Shakespeare dalla prima metà del ‘900 sono andate oltre il sipario, cominciando a conquistare anche il grande schermo. Tante infatti le trasposizioni più o meno fedeli che si rifanno alle opere del maestro, che le hanno spesso rielaborate anche in modo piuttosto originale. Ma quali sono i migliori film ispirati alle sue opere?

Eccone dieci per conoscerne la storia, le atmosfere o semplicemente la trama:

Cleopatra

Nel 1963 è la bellissima Elizabeth Taylor insieme a quello che poi divenne suo marito Richard Burton a portare sul grande schermo l’infuocata storia di Antonio e Cleopatra: la bella e potente regina egiziana che per sopravvivere alla conquista di Roma prova a sedurne il suo condottiero, Antonio, in una storia di odio e amore che finirà in tragedia, con il suicidio della bella Cleopatra che si fa mordere da un velenoso aspide. Un grandissimo kolossal in costume che nel 1964 portò a casa ben quattro Oscar, tra cui migliori costumi e migliori scenografie.

Amleto

Nel 1990 è Mel Gibson insieme a Glenn Close e una giovanissima Helena Bonham Carter a portare al cinema la storia di Amleto, principe di Danimarca, che vuole vendicare la morte del padre avvenuta per mano dello zio che ne ha anche usurpato il trono. Per farlo si farà credere pazzo, con grande dispiacere dell’amata Ofelia che ne morirà di dolore.

Molto rumore per nulla

Kenneth Branagh affiancato da Emma Thompson, Michael Keaton, Denzel Washington, Keanu Reeves, Robert Sean Leonard, Imelda Staunton, Richard Briers e una giovanissima Kate Beckinsale, produce e interpreta il film. La trama, in perfetto stile “dramedy”, s’intrecciano a Messina giochi, intrighi, passioni, con dialoghi arguti e pause in un film che rispetta l’essenza della commedia.

Romeo+Giulietta di William Shakespeare

Gli anni ’90 sono molto fervidi nella produzione di pellicole shakespeariane e nel 1996, un anno prima di Titanic, Leonardo Di Caprio insieme a Claire Danes interpretano gli sfortunati amanti Romeo e Giulietta, sotto la visionaria regia di Baz Luhrmann che amalgama una sceneggiatura fedelissima al copione di Shakespeare del 1596 ad un’ambientazione contemporanea di ben quattrocento anni dopo, in una immaginaria Verona Beach. Il risultato è uno dei film più famosi e amati del cinema, ed un main theme, Kissing you cantato da Des’ree, che è ad oggi una delle più belle canzoni d’amore mai scritte. Ma una menzione di una trasposizione fedelissima all’opera non può non andare al Romeo e Giulietta di Franco Zeffirelli del 1968 o alla rilettura nello stesso anno del musical di Broadway, West Side Story.

Shakespeare in Love

A metà tra biografia e remake di Romeo e Giulietta, nel 1998 è la volta di Gwyneth Paltrow, che nel ruolo della ribelle Lady Violet, musa e innamorata di Shakespeare, che recita Giulietta in teatro a dispetto dei veti per le donne in palcoscenico del tempo. Tra i film più nominati di sempre agli Oscar, su tredici candidature porta a casa ben sette statuette, tra cui quella, meritatissima, di miglior attrice protagonista, migliore colonna sonora e migliori costumi. Un film per conoscere la vita dell’autore e il mondo in cui scriveva e da cui era ispirato.

10 cose che odio di te

Ma Luhrmann non è rimasto l’unico ad aver immaginato un contesto più moderno per un’opera di Shakespeare. Appena qualche anno più tardi, nel 1999, il regista Gil Junger mette insieme l’allora stella nascente Julia Stiles con il compianto Heath Ledger in 10 cose che odio di te, commedia romantica ispirata a La bisbetica domata: la vanitosa Bianca vorrebbe uscire con il ragazzo più carino della scuola, ma il padre le impone che potrà farlo solo se con lei uscirà l’intrattabile sorella maggiore Kat, che con il suo caratteraccio fa spesso fuggire i ragazzi. Il giovane fidanzato di Bianca convince un amico a pagare il ribelle Patrick affinché corteggi e conquisti Kat, per permettere ai due di uscire. Il finale non può che essere dei più romantici.

Sogno di una notte di mezza estate

Ma il 1999 è anche l’anno della commedia corale Sogno di una notte di mezza estate, con un cast ricchissimo che va da Michelle Pfeiffeir a Rupert Everett, passando per Calista Flockhart e Kevin Kline, in un film, un po’ favola, che richiama l’amore e la comicità in un bosco incantato.

O come Otello

Subito dopo Save the last dance, nel 2001 è ancora una volta Julia Stiles a riportare sullo schermo una storia ispirata alla tragedia Otello di Shakespeare, interpretando il ruolo della liceale Daisy, novella Desdemona, che scatena la gelosia di Ondine, giovane Otello che annebbiato da un infondato sospetto di tradimento uccide l’amata, scoprendone l’innocenza solo dopo e togliendosi la vita a sua volta per il rimorso.

Pene d’amor perdute

Ancora negli anni 2000, Alicia Silverstone ha tentato di liberarsi del marchio del successo di ragazze a Beverly Hills, interpretando la Principessa di Francia che tenta con la sua bellezza e quella delle sue dame il Re e i suoi amici che nel frattempo avevano giurato di rinunciare alle donne per tre anni impegnandosi esclusivamente nello studio. Una rilettura liceale, per una rocambolesca storia antesignana delle più moderne commedie romantiche, in cui equivoco e amore vanno a braccetto.

Macbeth

Ultimo in ordine cronologico lei, la tragedia delle tragedie shakespeariana, Machbeth. Interpretata lo scorso anno da Michael Fassbender e dall’attrice premio Oscar Marion Cotillard, che hanno dato il volto ai visionari Macbeth e Lady Macbeth. Epico e fedele alla trama originale, il film di Justin Kurzel racconta la storia del barone che istigato dall’ambiziosa moglie uccide il Re Duncan, primo di una serie efferata di omicidi per una lotta al potere che solo alla fine scoprirà vacua e inutile. Definita da molti come l’opera più creativa del drammaturgo inglese, la storia ha ispirato anche l’omonima opera di Verdi, mentre nel 1971 anche Roman Polanski l’ha portata al cinema, trovando ora in questa grandiosa trasposizione una degna rilettura di un classico intramontabile.