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Visita virtuale alla Galleria Borbonica di Napoli

Quando si parla della Napoli sotterranea, molti immaginano il noto accesso in Via dei Tribunali a due passi da Piazza San Gaetano. Se questo sito è stato il primo ad offrire la possibilità di visitare le viscere della città, di certo negli anni non è stato l’unico, né può definirsi “l’originale”, considerando che si tratta di una parte di storia che accomuna a grandi linee tutto il sottosuolo del capoluogo partenopeo.

Tra gli accessi sotterranei più belli e suggestivi c’è infatti la Galleria Borbonica. Alle spalle di Piazza del Plebiscito a Napoli, offre la possibilità di percorrere un tratto che arriva fino al cuore della nota piazza napoletana.

L’ho scoperta soltanto qualche anno fa. Ne avevo sentito parlare, conoscevo già gli interessanti progetti di moda e teatrali che da qualche anno animano luogo, ma mi sono spinto soltanto a discendervi dopo aver visto la bellissima puntata di Ulisse che Alberto Angela ha in parte dedicato a questo sito, e al percorso che include addirittura una falda acquifera.

La novità che riguarda oggi la Galleria Borbonica è che sarà visitabile anche dal web. Un progetto che, grazie alla tecnologia 3D Voyager, ha ricreato un tour virtuale. Un lavoro durato circa due anni che ha visto l’impiego di oltre 24.000 fotografie, e che rende visitabile il tunnel attraverso smartphone, PC e tablet.

Il costo per fare tutto questo è di 3€, con i quali il visitatore (virtuale) acquista un ticket che gli darà un accesso di 7 giorni per percorrere cunicoli, gallerie e vasche sotterranee.

Una certosina ricostruzione tridimensionale che include un’audio guida che accompagnerà il visitatore, munito virtualmente di una torcia, nella visita di un sito che si vuole far conoscere in tutto il mondo.

Se volete farvi un’idea di ciò che la rete potrà offrire, ecco un video con la presentazione del progetto:

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Strage di Orlando in un locale gay: l’odio che vince sulla libertà di essere

È un sabato sera qualsiasi per i ragazzi del PULSE, noto locale gay a Orlando, in Florida, dove i ragazzi, quelli omosessuali, vanno a cercare l’avventura di una notte o l’amore della vita, lì, sotto le luci psichedeliche, tra la musica, il caos, la gente, l’allegria di un’estate alle porte e la voglia di condividersi, per pochi attimi o per tutta la vita, con qualcun altro e sui social. Sì, perché ormai è così che va di moda, postarlo su facebook, dire di esserci stati per esserci davvero.

Un sabato sera come tanti altri, ad ascoltare Lady Gaga e Madonna, tra un alcolico e un ballo sudato, quando sulla pagina facebook del locale compare l’inquietante stato: “Uscite dal locale e mettetevi a correre”. È l’inizio di un’apocalisse. Colpi che feriscono persone e spezzano vite. Saranno almeno 50 i morti e altrettanti quelli feriti, per una notte di divertimento che si è trasformata in tragedia.

La mano armata era quella di Omar Mateen, classe 1986, statunitense di origini afghane, originario di Port St.Lucie in Florida, alla fine braccato e poi ucciso dalla polizia intervenuta a fermare il massacro.

Un inspiegabile atto di follia che non sarebbe determinato da un’omofobia radicale, ma troverebbe spaventosamente una spiegazione nel terrorismo islamico, ricordando la terribile strage del Bataclan di Parigi dello scorso 13 novembre.

I colpi infatti, secondo una prima conferenza stampa delle autorità americane, sarebbero stati esplosi da un’“arma da guerra”, una pistola e anche un fucile, puntando di nuovo l’attenzione sulla facilità di acquisto delle armi in America.

E non sarebbe un caso dunque che quella che di fatto è la più grande strage di massa degli Stati Uniti sarebbe avvenuta in uno dei locali più in vista della scena LGBT di Orlando.

Sul corpo del ventinovenne, che avrebbe avuto una bomba anche nell’automobile, sarebbe stato rinvenuto un secondo congegno esplosivo.

Una mattanza che la polizia e le autorità locali starebbero, il condizionale è d’obbligo, trattando come un atto di terrorismo, forse interno, slegato all’ISIS, ma dettato da quella cultura dell’odio, di matrice islamica, deviata e violenta.

Aberrante i primi commenti del padre del killer che, raggiunto dai media, ha escluso l’islamismo estremo, dicendo che a far scattare il ragazzo sarebbe semplicemente l’odio contro i gay, scaturito a seguito di un bacio tra due ragazzi che avrebbe visto mesi prima.

Corpi, sangue, foto di ambulanze, stati, tweet. La strage si fa virale e passa immediatamente anche dai social network di chi alla furia è scampato e sopravvissuto e ha la fortuna di poterlo raccontare, o meglio, postare on-line. La rete, sfogatoio o palcoscenico, fonte di notizie per curiosi e giornalisti. Sui social si diffondono messaggi di solidarietà e bandiere arcobaleno, simbolo della pace e, paradossalmente anche di quella comunità gay, gaia, chiassosa ma mai violenta. E mentre gli jihadisti esultano sul web, definendolo “il miglior regalo per il Ramadan”, il pensiero è uno e uno soltanto: finché l’uomo farà vincere l’odio sull’altrui libertà di essere, non c’è religione che tenga, noi non potremo mai definirci una società civile.