CINEMA

L’ultimo ritratto di Oscar Wilde, il film che Rupert Everett ha girato a Napoli

Qualche giorno fa vi avevo parlato di tutte le produzioni che hanno interessato e interessano Napoli in queste settimane: spot pubblicitari, fiction, film. Tutti sembrano volere un pezzetto di questa città e della sua magica atmosfera.

Ultimo, solo in ordine cronologico, Rupert Everett, che esordisce alla regia con The Happy Prince – L’ultimo ritratto di Oscar Wilde, pellicola già presentata alla Berlinale, e che arriva finalmente domani, 12 aprile, al cinema.

L’attore di Sai che c’è di nuovo?, che tanto ha risentito dell’influenza dello scrittore inglese nella sua cinematografia, basti ricordare i bellissimi Un marito ideale e L’importanza di chiamarsi Ernest.

Con questo film l’attore oggi vuole proporre quasi un ritratto inedito del noto scrittore inglese, che ha fatto della libertà personale, al pari delle sue stesse opere letterarie, un vero e proprio manifesto.

Dichiaratamente omosessuale, Wilde è stato un personaggio sopra le righe per la società britannica del XIX secolo. Anche Napoli non sarà estranea alla sua prorompente personalità, al punto che, al suo arrivo nella città di Partenope (dove in parte Everett ha girato il suo film) la stessa Matilde Serao ne scriverà sul quotidiano Il Mattino.

Questo film vuole raccontare il periodo più cupo della vita dell’autore di Dorian Gray, compresa la sua prigionia per la sua omosessualità con l’accusa di gross public indecency.

Sono gli anni del De profundis, quelli in cui Wilde seguirà il suo amante, Alfred Douglas a Napoli, soggiornando con lui a Villa Del Giudice a Posillipo.

Come Wilde, anche Rupert Everett ha da tempo fatto il proprio coming out. Lui, che del film oltre che regista è anche interprete, incarna perfettamente lo spirito del noto aforista e giornalista inglese, e quella personalità eccentrica che lo ha reso famoso in tutto il mondo. La sua sembra quasi una catarsi, professionale e personale, attraverso la quale tenta probabilmente di riscattarsi artisticamente e assurgere a quel posto nell’Olimpo dorato che Hollywood finora non gli ha propriamente riconosciuto.

In un’epoca in cui ancora si combatte per il riconoscimento della parità dei diritti civili, o ancora si tenta di negarli, The Happy Prince, Il Principe Felice, è un film di grande spessore per la comunity LGBT, che mostra la difficoltà di essere se stessi.

Insieme a Everett un cast di attori straordinario: dal Premio Oscar Colin Firth, nel ruolo di Reggie Turner, a Emily Watson che interpreta Constance Wilde. A interpretare l’amante dello scrittore de Il fantasma di Canterville Alfred Bosie Douglas, l’attore britannico Colin Morgan, famoso in Italia per la serie televisiva Merlin.

La pellicola è distribuita in Italia da Vision Distribution. Girato in Baviera, in Francia, in Belgio e a Napoli, il film promette anche location suggestive e panorami mozzafiato a strapiombo sul mare, che aggiunti allo straordinario cast di attori, rappresenta senza dubbio un valore aggiunto e un motivo in più per riscoprire una storia e un autore straordinariamente contemporaneo.

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CINEMA

Le prime immagini di LORO, il nuovo film del premio Oscar napoletano Paolo Sorrentino

I parti in piscina, i trofei sportivi in bella vista, Roma. Sulla falsariga de La grande bellezza, è stato diffuso qualche ora fa il primo teaser trailer di LORO, nuovo attesissimo film del premio Oscar Paolo Sorrentino, che ritorna in coppia con Toni Servillo per dare vita ad una biografia, assolutamente non autorizzata, di Silvio Berlusconi.

Una Veronica Lario triste e c’è persino il cane, Dudù, assurto agli onori delle cronache per aver giocato, a Palazzo Grazioli, con Vladimir Putin.

Insomma promette bene il nuovo film del regista napoletano, che racconta il suo Silvio Berlusconi.

Toni Servillo nel film LORO di Paolo Sorrentino

Il film è stato girato tra il Lazio, la Toscana e la Sardegna, vanta un cast ricchissimo che, oltre al protagonista di La Grande Bellezza, vede recitare anche Riccardo Scamarcio nel ruolo di Gianpaolo Tarantini, l’imprenditore barese che portava da Patrizia D’Addario ad altre ragazze, Elena Sofia Ricci nel ruolo di una Lario particolarmente triste, alla cantante Chiara Iezzi, ex del duo Paola & Chiara, che prosegue il suo percorso attoriale e qui interpreta una speaker.

Ma vedremo anche Ricky Memphis, che interpreta l’imprenditore Stefano Ricucci, ma dovrebbe vedere anche la partecipazione di Fabrizio Bentivoglio e dell’ex letterina Alessia Fabiani.

Prodotto da Indigo FilmPathé e France 2 Cinéma, sarà distribuito da Universal Pictures, ma poco o nulla ci dice il teaser, che non svela nemmeno quando potremo andare a vederlo nelle sale.

CINEMA

La Forma dell’Acqua, l’amore (im)possibile della favola gotica di Guillermo Del Toro

È un omaggio a La Bella e la BestiaLa Forma dell’Acqua, l’ultimo film di Guillermo Del Toro che è riuscito a conquistare ben 13 nomination agli Oscar. E non si può non pensare anche a Tim Burton o alle atmosfere del regista francese Jean-Pierre Jeunet e del suo favoloso mondo di Amélie Poulain, sospeso tra una realtà dal fascino vintage e un sogno a tratti confuso.

È così che conosciamo Elisa Esposito (sì, avete letto bene, Esposito), interpretata da Sally Hawkins, giovane inserviente delle pulizie in un centro di ricerca di Baltimora, protagonista muta di questa favola gotica.

Octavia Spencer, e Sally Hawkins in La forma dell’acqua (2017)

Accanto a lei Octavia Spencer, attrice premio Oscar per The Help, amica protettiva che con la protagonista condivide il lavoro e i sogni.

A far da sfondo a questa vicenda la Guerra Fredda, gli anni in cui Stati Uniti e Russia si combattevano a suon di scoperte scientifiche e spionaggio industriale.

Ad irrompere la routine di Elisa, che ogni mattina con gioia e spensieratezza si appresta ad andare al lavoro, tra canzoni anni ’50 e vecchi spettacoli televisivi, arriva una strana creatura dalla forma umana, portata nei laboratori in gran segreto da un gruppo di scienziati che vogliono studiarla al fine di poterla inviare sullo spazio proprio come i russi hanno mandato Laika, la cagnolina che fu mandata in orbita in via sperimentale nel novembre del 1957.

Elisa e questa strana creatura anfibia cominciano silenziosamente ad interagire, accomunati dal non uso della parola, dimostrando al pubblico che l’amore non solo può trascendere l’aspetto, ma anche il linguaggio stesso e il modo di comunicare. Lo sguardo, i gesti che a poco a poco si fanno sensazioni, che giorno dopo giorno si trasformano in sentimento vero e proprio.

E così mentre il freddo raziocinio degli studiosi impone un approccio distaccato, scientifico, vedendo in questa creatura soltanto una cavia da vivisezionare, ferendola più volte con un pungolatore elettrico, come un animale da circo da domare, Elisa con semplicità e tenerezza riuscirà a stabilire un rapporto che ha dell’umano, lasciando crescere un amore che forse ha addirittura del divino.

Due solitudini che si incontrano, due anime che si tengono per mano nella loro diversità, e trovano un modo di parlare, condividere interessi, ascoltarsi, sentirsi.

Richard Jenkins e Sally Hawkins in La forma dell’acqua (2017)

Impossibile non segnalare la prorompente presenza di Richard Jenkins, che ci regala l’interpretazione di Giles, inquilino gay e confidente di Elisa, che offre al pubblico un’intensa riflessione sulla vita, sul tempo, e su quell’amore che spesso per paura si nega a se stessi.

Leone d’Oro alla 74esima Mostra del Cinema di Venezia, La Forma dell’Acqua si contende, tra l’altro, l’ambita statuetta di miglior film, con una sceneggiatura che omaggia le pellicole degli anni ’60 e persino i musical degli anni ’40 con Ginger Rogers e Fred Astaire.

Straordinario l’uomo-anfibio, interpretato dal mimo Doug Jones, attore prediletto dal regista messicano, con il quale aveva già lavorato in Hellboy e Il Labirinto del Fauno.

Ad accompagnare la pellicola la bellissima colonna sonora del premio Oscar Alexandre Desplat, che si rifà proprio ai musical e alle composizioni oniriche polistrumentali.

Un horror romantico, quello di Del Toro, che non manca di momenti un po’ splatter e colpi di scena, che scuotono l’animo dello spettatore fino all’epilogo finale di quello che senza dubbio uno dei migliori film della stagione.

MUSICA

Ciao Dolores, voce di un’epoca che se ne va con te

Oggi è morta Dolores O’Riordan, voce e anima dei Cranberries. Aveva solo 46 anni.

Ho scoperto Dolores O’Riordan negli anni 2000. All’ora cantava Just my imagination e la prima volta che la vidi fu in questo coloratissimo videoclip che andava in rotazione su MTV, che ai tempi aveva ancora il doppio logo di Rete A.

Nel video Dolores ascoltava musica in cuffia, mentre guardava un variopinto mondo fatto di farfalle e fiori.

Ai tempi ero poco più che un adolescente, ed ero inconsapevole del fatto che quella voce vibrante fosse la stessa che qualche anno prima mi aveva già accompagnato in tanti momenti della mia vita, d’estate al mare, quando ragazzino sul Lido Pagano 2 inserivo 500 lire nel Juke-Box per ascoltare Zombie, vecchia di un anno, ma già classico.

E non sapevo che sua era anche Animal Instinct, con quella forza vocale che ascoltavi quasi in modo catartico e liberatorio al bar della spiaggia, mentre giovanissimo immaginavi il mondo ai tuoi piedi quasi liberando quell’istinto animale che nemmeno sapevi bene cosa fosse. Era il 1999, l’anno di Entrapment e del millennium bug.

E poi ascolti Dreams, e ti ritorna in mente quel vago spot in TV di non-so-cosa.

Erano gli anni dell’incoscienza, quelli in cui la sua voce mi ha tenuto compagnia, gli anni delle prime scoperte, dei primi baci e delle prime consapevolezze. Gli anni di quando marinavi la scuola e passavi notti insonni per preparare compiti in classe e interrogazioni.

Gli anni de “il latino che palle!”, dei lenti alle feste a casa degli amici ballando Linger, o di quella canzone che hai riconosciuto nel tuo telefilm preferito.

Non c’era Shazam o YouTube all’ora, ma CD, musicassette e registrazioni dalla radio. Le cose dovevi conoscerle o sentirle.

E poi ricordi quella volta che “Analyse mi piace un sacco!” al telefono con il tuo migliore amico, perché non potevi condividerla su facebook, né farlo sapere agli altri se non parlandone durante l’intervallo in classe o all’uscita da scuola.

Erano gli anni di Total Request Live e di Select con Daniele Bossari.

Camaleontica, mai uguale eppure sempre fedele a se stessa e al suo stile.

Quelle classifiche sono oggi annali dei ricordi di un’epoca che la voce di Dolores, dei Cranberries il suo gruppo, ha contribuito a segnare con quella modulazione così riconoscibile quanto unica.

E poi c’è Stars, il singolo che “hai sentito forse si sciolgono”, l’ultimo firmato con la band. Era il 2002, i modem erano a 56k e prima di connettersi facevano un rumore strano tipo navicella-degli-alieni-sta-atterrando.

Poi c’è la pausa, quella durante la quale la vita continua il suo corso, ascoltando le sue canzoni, quelle dei The Cranberries, come reliquie sonore mentre aspetti che ritornino insieme, e intanto c’è il diploma, l’università, i primi lavori, e quell’adolescente che l’ascoltava inconsapevolmente sulla spiaggia è ormai un uomo che riascolta già i suoi pezzi con nostalgia.

Nel frattempo arriva il download di musica illegale, quello legale, sono gli anni di Napster e di iTunes. Gli anni dell’iPod e dei Blackberry.

Per tutti è diventata universalmente Dolores O’Riordan nel 2007, quando pubblica il suo primo album da solista, Are you listening?, e quella sua Ordinary Day che di ordinario non aveva nulla. Ma anche in quel momento lei non continuava ad essere non solo la voce, ma l’anima dei Cranberries, di un gruppo che faceva parte di noi e di lei e che ritroverà di nuovo qualche anno più tardi con l’album Roses, perché forse anche in un gruppo non c’è amore senza spine, anticipato dal singolo Tomorrow, domani, che profeticamente dice “Tomorrow could be too late”, domani potrebbe essere troppo tardi, e così che è andata via questa voce che resterà nei nostri cuori, all’improvviso. Troppo presto.

Ciao, Dolores. Mi mancherai.

CINEMA

La Napoli misteriosa e colta di Ferzan Ozpetek

A meno di un anno da Rosso IstanbulFerzan Ozpetek ritorna al cinema con Napoli Velata. Il regista de Le Fate Ignoranti e Mine Vaganti, dopo i toni della commedia dei suoi ultimi lavori, ritorna ai temi un po’ cupi già indagati in Cuore Sacro, e nei suoi lavori d’esordio.

Ve ne ho tanto parlato la scorsa estate e non potevo non correre al cinema per raccontarvi questa pellicola.

Il regista turco naturalizzato italiano, abbandona per un momento l’amata Roma e la parentesi Leccese, e si sposta a Napoli, cui dedica un film che non vuole essere semplice omaggio-cliché, né cartolina per turisti.

Nella sua opera Ozpetek prova a restituire allo spettatore le atmosfere esoteriche, che hanno caratterizzato, e ancora caratterizzano, il tessuto di Napoli. Dalle superstizioni e credenze popolari, a riti occulti ben più antichi.

A dare corpo e anima a questa storia è Giovanna Mezzogiorno, attrice napoletana e musa prediletta che con il regista aveva già lavorato nell’acclamato La finestra di fronte. Insieme a lei Alessandro Borghi, già protagonista della serie Suburra e “madrino” d’eccezione della scorsa Mostra del Cinema di Venezia.

Adriana (la Mezzogiorno) si ritrova coinvolta nel misterioso omicidio di un uomo (Borghi) con cui passa un’intensa notte d’amore.

Sono tanti i volti di precedenti pellicole di Ozpetek che ritornano in quest’opera, che quasi si reincarnano in questa metempsicosi cinematografica del regista: da Carmine Recano a Isabella Ferrari, passando per Luisa Ranieri apparsa in Allacciate le cinture, ad un cameo, per i cultori del regista, dell’attrice Rosaria De Cicco (l’avete notata?). Non mancano artisti partenopei di grande spessore come Lina SastriPeppe BarraMaria Pia Calzone.

Tanti i luoghi di culto e cultura, che il regista indaga mescolando sapientemente esoterico ed esotico. Dalla Cappella Sansevero costruita, secondo la leggenda, ricalcando l’antico Tempio di Iside, alle sale degli affreschi pompeiani del Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Il regista omaggia anche uno dei palazzi più noti e suggestivi della città come Palazzo Mannajuolo, dove è collocato il sontuoso appartamento della zia della protagonista, che in un sapiente gioco di riprese e luci si fa quasi amuleto architettonico del film.

Ozpetek si allontana dai temi della commedia, dal “dramedy” cui ci ha abituati, per dare vita ad un genere, il thriller psicologico, che forse avrebbe meritato una maggiore analisi dei personaggi, ed una più approfondita indagine di sentimenti e situazioni.

Tuttavia il film affabula e mostra una Napoli colta, e nella società di una borghesia a tratti machiavellica, e nelle citazioni e gli omaggi del regista alla città di Napoli e alle sue leggende.

Intensa Giovanna Mezzogiorno, lontana dall’archetipo divistico di attrice patinata, che interpreta perfettamente l’animo di donna tormentata, in un film a metà tra giallo e noir che non risparmia momenti di erotismo e sensualità.

Ferzan Ozpetek ha saputo raccontare nel suo personalissimo modo, una Napoli misteriosa e affascinante, che si svela, letteralmente, a poco a poco come un sogno confuso.

CINEMA

Il MANIFESTO: su Sky Arte HD i 13 volti di Cate Blanchett

Manifesto – poster

Che Cate Blanchett fosse un cavallo di razza ce n’eravamo accorti quando nel 1998 incarnò perfettamente la Regina Elisabetta I nell’omonima pellicola Elizabeth. Da allora la sua carriera è stata una lunga parabola in ascesa, dall’Oscar vinto interpretando l’attrice Katherine Hepburn in The Aviator nel 2005, alla seconda statuetta dieci anni dopo per Blue Jasmine di Woody Allen, dove l’attrice di origine australiana ha interpretato perfettamente le nevrosi di una donna borghese sull’orlo di una crisi di nervi dopo aver perso tutto.

Ma negli anni la Blanchett non ha riposato sugli allori dei premi vinti e delle sue sette nomination, al contrario ha sempre accettato con coraggio di dare volto, anima e corpo a personaggi diversi, dimostrando ogni volta di essere capace di poter interpretare chiunque: da Io non sono qui, dove interpretava addirittura Bob Dylan (vincendo la Coppa Volpi a Venezia) a Carol, dove si è calata nei panni di una madre di famiglia nell’America degli anni ’50 che vive la propria omosessualità repressa con una giovane commessa.

Cate Blanchett in Manifesto (2015)

L’attrice ha addirittura interpretato ben 13 personaggi diversi in un unico film. È successo per MANIFESTO, pellicola diretta da Julian Rosefeldt nel 2015, che arriva domani, 29 dicembre, su Sky Arte HD in prima visione assoluta.

Come suggerisce lo stesso titolo del film, si tratta di tredici manifesti: quello del Partito Comunista, i motti dadaisti, il Dogma 95 e così via, ripercorrendo altrettanti movimenti artistici, attraverso l’interpretazione di straordinari monologhi che rappresentano per Cate una grande prova attoriale.

Rosefeldt ha girato il film in poco più di una settimana, a Berlino e dintorni, traendo l’idea da una sua installazione.

Ogni scenario indaga il rapporto tra società, arte e vita quotidiana nel XX secolo. La Blanchett porta sullo schermo le parole di Marx, Lars Von Trier, Marinetti, Kandinsky, Apollinaire, Fontana, Breton, Éluard, che rivivono attraverso donne molto diverse per storia ed estrazione sociale: da una madre operaia a una giornalista, da una rock star a burattinaia, passando per una clochard. Volti diversi, che parlano ognuno a modo proprio di arte, con monologhi completamente distanti dal proprio mondo, e spesso inascoltati da coloro che stanno intorno, in un curioso gioco di equilibri e contraddizioni che si fa esso stesso arte.

ART NEWS

Notte d’Arte a Napoli. Ecco tutti gli eventi da non perdere

È un appuntamento che sa già di tradizione quello della Notte d’Arte a Napoli, che prosegue la consuetudine di visite notturne di monumenti e poli museali. Una notte bianca dell’arte insomma con visite gratuite o a prezzi ridotti.

Il centro storico del capoluogo partenopeo prende vita fino a notte inoltrata, aprendo le porte dei suoi gioielli architettonici ed artistici. Mostre, musei, palazzi storici e tanti altri attrattori animeranno le strade di Via Tribunali, di San Gregorio ArmenoSan Biagio dei Librai e Spaccanapoli.

Organizzato dalla II Municipalità in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura del Comune, l’evento è la giusta occasione per visitare luoghi della cultura della città con biglietti ridotti e, spesso, visite guidate che, complice l’incanto della notte, parleranno di racconti, favole e leggende. È questo il tema che accompagnerà la città di Napoli durante questo periodo di festività natalizie.

Tra gli appuntamenti da non perdere, vi suggerisco quello del Museo della Follia, la mostra curata da Vittorio Sgarbi (di cui vi ho ampiamente parlato qui), e che dalle ore 18.00 sarà visibile al costo di 7 € anziché il prezzo intero 12. Un’occasione particolarmente conveniente che vi porterà lungo un percorso della mente, della genialità e della follia umana che dal XIX secolo di Goya arriverà all’arte contemporanea di Cesare Inzerillo con un’opera simbolo di questa prestigiosa rassegna, passando, come promette il sottotitolo della mostra per Maradona, vera e propria divinità della fede calcistica nella città di Partenope e non solo.

Da segnalare anche la Cappella San Severo, con il suo bellissimo Cristo Velato, che consente l’accesso ad un costo di soli 3 €, per lasciarsi affascinare dalle leggende di Raimondo De Sangro, principe di Sansevero, e dalle straordinarie opere contenute all’interno di questo suggestivo monumento che è un vero e proprio scrigno massonico-esoterico.

Il Complesso di San Domenico Maggiore apre le porte al suo pubblico con lo spettacolo de Il Piccolo Regno Incantato (costo 5€) per farsi ammaliare da un percorso favolistico.

Durante la Notte d’Arte potrete ammirare anche il bellissimo, quanto famoso, maiolicato del Complesso di Santa Chiara, che applica il biglietto ridotto per tutti di soli 4,5 €. Un’esclusiva notturna, che porterà i visitatori attraverso i colori vivaci dell’iconico chiostro, le cui maioliche sono opera della bottega Massa.

Se invece amate addentrarvi nella leggenda che trascende i confini della storia, allora dovrete dirigervi a Santa Maria La Nova che, ad un costo di 3€, vi consentirà la visita a tutto il complesso, dove potrete ammirare quella che, si dice, sia la tomba del vero Conte Dracula.

Se a Chiese e luoghi di culto preferite invece dimore e palazzi storici, l’itinerario di quest’anno vede i portoni aperti anche di molti edifici noti nella città di Napoli, a cominciare dal Liceo Classico Vittorio Emanuele II, il cui emiciclo caratterizza la nota Piazza Dante, che dalle ore 20.30 fino alle 22.30 aprirà gli spazi della sua Biblioteca Storica e del Museo di Fisica e Storia Naturale; più dinamica la visita del Liceo Antonio Genovesi che alle ore 18.00 e alle ore 20.00 organizza performance e un concerto (“Ventinove e trenta“) degli stessi studenti.

Sempre dalle ore 18.00 fino a mezzanotte Palazzo Venezia (in Via Benedetto Croce) oltre al complesso e al giardino pensile che vi suggerisco caldamente di visitare, offre un percorso sull’artigianato locale.

E se invece preferite, tempo permettendo, l’atmosfera delle luminarie delle feste e degli artisti di strada, c’è La notte del Nilo, a cura di Mutua Studentesca, con spettacoli e performance che vanno da Largo Banchi Nuovi al Borgo degli Orefici, passando per Via Bellini e le Scale di San Giuseppe dei Nudi. Particolarmente suggestiva la visita guidata Tour delle Streghe a cura dell’Associazione Leucosia, con partenza dalle mura greche di Piazza Bellini (questo evento ha un costo di 5€ con prenotazione obbligatoria al numero 348 5507974).

Una Notte d’Arte particolarmente ricca quella del 2017, per vivere la magia dei racconti, delle favole e delle leggende che da sempre fanno parte della storia di Napoli.

ART NEWS, CINEMA

La vita e le opere di Caravaggio a febbraio al cinema in 8K

Siamo ormai abituati all’arte che arriva al cinema. Sono state tante, per fortuna, le opere che negli ultimi anni sono arrivate sul grande schermo: da Van Gogh a Raffaello, passando per i Musei Vaticani e le Basiliche Papali sono tante le pellicole che abbiamo ammirato, anche in 3D, facendoci virtualmente visitatori di musei, opere e artisti che altrimenti sarebbe stato impossibile vedere come non mai.

Alta definizione, immagini stereoscopiche e droni ci hanno restituito visioni inedite di luoghi e capolavori. Dopo il successo di Firenze e Gli Uffizi e Raffaello, il Principe delle Arti, dagli stessi creatori arriva adesso nelle sale Caravaggio – l’anima e il sangue.

Cappella Contarelli

Prodotta da Sky e da Magnitudo Film, la pellicola è dedicata ad uno degli artisti più controversi della storia dell’arte italiana, Michelangelo Merisi detto il Caravaggio.

Il film arriva a ridosso della chiusura della colossale mostra monografica sull’artista a Palazzo Reale a Milano, Dentro Caravaggio, il prossimo 19-20-21 febbraio su distribuzione Nexo Digital, giusto in tempo per mantenere ancora vivo l’interesse mediatico intorno all’oscura figura del pittore lombardo e cavalcare l’onda del successo di un’esposizione che ha già realizzato numeri da capogiro.

Ed è proprio ad uno dei nomi della mostra milanese, la curatrice Rossella Vodret, da cui il film attinge alcune consulenze d’arte e personali letture delle opere, avvalendosi dei più recenti studi fatti proprio in occasione dell’esposizione a Palazzo Reale.

Cena in Emmaus, durante le riprese

Ma la pellicola vede anche la partecipazione di uno dei massimi studiosi di Caravaggio, Claudio Strinati, che racconta la vita del Merisi in relazione alle sue opere. Troverà spazio anche l’intervento della Professoressa Mina Gregori, Presidente della Fondazione di Studi di Storia dell’Arte Roberto Longhi.

Un viaggio narrativo, ma anche e soprattutto introspettivo, che attraversa i principali luoghi dove l’artista ha operato nel corso della sua vita, spostando lo spettatore da Roma a Napoli, da Firenze a Milano, passando per Malta.

E non poteva di certo mancare le Sette Opere di Misericordia, al Pio Monte della Misericordia in Via Tribunali a Napoli che, ad oggi, è senza dubbio tra i dipinti più belli in assoluto che Caravaggio abbia mai realizzato, racchiudendo in un’unica tela tutte le opere della misericordia divina.

Il film ha ottenuto il Riconoscimento del MIBACT – Direzione Generale Cinema, il Patrocinio del Comune di Milano ed è stato realizzato in collaborazione con Palazzo Reale e con il Centro Televisivo Vaticano e con il supporto di Malta. I media partner sono radio RTL 102.5, Mymovies e ARTE.it.

Saranno 40 le opere dell’artista che rivivranno grazie alle nuove tecnologie e ad un girato, il primo in Italia, con risoluzione 8K, che restituirà quasi una vividezza tattile delle opere stesse.

Dopo il debutto in Italia il film sarà poi distribuito in tutto il mondo.

il cantautore Manuel Agnelli al doppiaggio

A dare voce all’io interiore dell’artista sarà Manuel Agnelli, frontman degli Afterhours nonché attuale giudice di X Factor, che si farà interprete delle emozioni e degli stati d’animo di Caravaggio.

Responsabile e direttore artistico del progetto per Sky è Cosetta Lagani. Produttore esecutivo per Magnitudo Film è Francesco Invernizzi. La sceneggiatura è di Laura Allievi e la regia è affidata a Jesus Garces Lambert, che ha firmato documentari per Sky e per importanti network televisivi internazionali, tra i quali National Geographic, BBC, ZDF, CBS, Arte.

CINEMA

“Caccia al Tesoro”, l’omaggio dei Vanzina a Napoli. Dal 23 novembre al cinema

C’è una Napoli che ha voglia di essere raccontata, e che trascende lo stereotipo ormai logoro di camorra, o l’esasperata spettacolarizzazione di quel sistema criminale raccontato in Gomorra più votato allo share che alla verità. Ed è quella Napoli misterica che proverà a raccontare Ferzan Ozpetek in Napoli Velata (dal 28 dicembre al cinema), è la Napoli da cartolina nelle prime sere tv rai di Sirene di Ivan Cotroneo, ed è persino la Napoli della borghesia delittuosa de I Bastardi di Pizzofalcone.

Sono tante le serie e le produzioni che vedono protagonista Napoli, la mia città, e sono tante quelle che provano finalmente a raccontarne il folklore, la tradizione, la spiritualità, l’allegria che permea ogni singolo sanpietrino o vasolo delle sue strade.

Enrico e Carlo (D) Vanzina durante il photocall del film ”Caccia al Tesoro”, Roma, 21 novembre 2017. ANSA / ETTORE FERRARI

È questo che devono aver pensato i Enrico e Carlo Vanzina, quando hanno diretto Caccia al Tesoro, commedia degli equivoci sul tentativo di rubare il Tesoro di San Gennaro e che, sin dalla trama, inequivocabilmente ci riporta alla mente la commedia e la Napoli raccontata già dal regista Dino Risi nel 1966 in Operazione San Gennaro.

«Le citazioni sono in parte inconsce – hanno detto i due fratelli Vanzina all’ANSA – ma quello che veramente volevamo fare con questa ‘favola realista’ era raccontare Napoli al di là dei soliti stereotipi come la camorra, la droga e la disperazione».

Un film che, secondo i due registi italiani, prova proprio a concentrarsi su di una parte troppo spesso trascurata della città, quella “con il cuore che nessuno fa più vedere”.

Una foto di scena del film ‘Caccia al tesoro’, Roma, 21 novembre 2017

La pellicola, che arriva nelle sale domani, 23 novembre, per Medusa, esce in 350 copie, ed ha un cast davvero d’eccezione, a cominciare da una coppia ormai consolidata del cinema italiano, Vincenzo Salemme e Carlo Buccirosso, che i registi definiscono “un po’ i Totò e Peppino di oggi”.

Insieme a loro altre due bellissime attrici partenopee, Christiane Filangieri e Serena Rossi, ma anche l’attore comico Max Tortora.

Esilarante sin dalla trama che vede protagonista Domenico Greco (Salemme) attore teatrale di serie B, che vive a sbafo nella casa di sua cognata Rosetta (la Rossi), vedova di suo fratello. Il figlio di quest’ultima è gravemente malato di cuore, per salvarlo occorre un’operazione costosissima. Disperati pregano la statua del Santo patrono di Napoli, dalla quale sembra fuoriuscire una voce che li autorizzerebbe a rubare il tesoro per sopperire a questa necessità.

In quel momento però in chiesa c’è anche Ferdinando (Buccirosso) che avendo assistito alla scena ed essendo lì per chiedere anch’egli una grazia, pretende di entrare a far parte del colpo come socio.

Un film dunque che sin dall’inizio rende omaggio al grande Nino Manfredi, protagonista del film di Risi, con battute, situazioni e, naturalmente, location e che porterà la neo-banda di criminali in erba a girare in lungo e in largo il nostro paese e non solo, da Napoli passando per Torino e Cannes.

(da sinistra) Carlo Vanzina, Francesco Di Leva, Carlo Buccirosso, Vincenzo Salemme, Serena Rossi, Christiane Filangieri, Gennaro Guazzo e Max Tortora durante il photocall del film ”Caccia al Tesoro”, Roma, 21 novembre 2017. ANSA / ETTORE FERRARI

Nel cast anche il giovanissimo Gennaro Guazzo, che con Serena Rossi aveva già recitato nell’esilarante commedia Troppo Napoletano.

Un film che allontana i Vanzina dai loro cine-panettoni e li proietta di diritto nel ritrovato slancio del nostro cinema per quella commedia all’italiana dai toni gentili e divertenti che tante pellicole ha saputo e continua oggi a regalarci.

Ecco il trailer:

INTERNATTUALE

Lo spot Buondì Motta avveniristico come un’opera di Maurizio Cattelan

Ha suscitato molte polemiche in queste ore, sul web e non solo, lo spot Buondì Motta, in cui la mamma protagonista del promo “muore” colpita da un meteorite.

La scena è naturalmente surreale e ironica: una bambina chiede alla mamma una colazione che sia golosa e leggera, e la mamma, a metà tra un cartoon e il serial statunitense Desperate Housewives con tanto di perle al collo, le dice che non esiste, aggiungendo: “possa un asteroide colpirmi, se esiste!”. Immediata, come in tutte le farse, la caduta del masso satellitare che prende in pieno la donna, suscitando, almeno per me è stato così, l’ilarità dei telespettatori.

Uno spot semplice, se vogliamo banale, vagamente irriverente, efficace, benché non propriamente originale. Sì, perché la trovata meteorite, che apparentemente sembra lo sketch di una commedia all’italiana anni ’80, affonda le sue radici addirittura nell’arte contemporanea.

Già nel 1999 infatti il padovano Maurizio Cattelan, noto artista contemporaneo, aveva creato una scultura, a grandezza naturale, di Papa Giovanni Paolo II disteso a terra colpito proprio da un asteroide, intitolata La nona ora.

Maurizio Cattelan e l’opera “La nona ora”

Il papa indossa i paramenti sacri ed è presumibilmente colpito durante una processione. L’opera naturalmente suscitò non poche polemiche, e per rispetto dell’autorevole figura di Wojtyła, e per la dissacrazione dell’immagine della Chiesa che rappresentava. Tuttavia fu inclusa in una collettiva dal titolo, manco a dirlo, Apocalypse, ed esposta alla Royal Academy di Londra e successivamente a Varsavia.

Se a “morire” sotto il masso fosse stata una suocera impicciona, una nonna goffa, un marito stralunato, sarebbe stata più divertente perché deontologicamente corretta? O quella della mamma per noi italiani, spesso considerati proprio “mammoni” e “bamboccioni”, è ancora una figura troppo matronale per essere dissacrata, seppur senza alcun intento di oltraggio, nel goliardico spot di una merendina?

La critica si è spesso spesa a favore di quell’incompresa comicità italiana, del nostro cinema, di quell’avanguardia che ha rivalutato e in alcuni casi riabilitato i B movie che oggi sono considerati dei veri e propri cult. Eppure dimostriamo di essere un paese così retrogrado che si scandalizza ancora dinanzi ad una pubblicità avveniristica come questa che ha saputo invece catturare l’attenzione dello spettatore divertendo, e al tempo stesso promuovendo il prodotto, senza innescare l’effetto-noia che porta alla smania da zapping.

Questa polemica è paradossale se si considera che proprio in queste ore c’è un altro spot che ha suscitato le ire del web: sto parlando di Dolce&Gabbana The One, promo che vede protagonisti la bella Emilia Clarke e Kit Harington, noti volti del serial Il Trono di Spade, passeggiare per le strade di Napoli sulle note del brano del ’56 di Carosone, Tu vuo’ fa’ l’americano. A dire di molti l’Italia è sempre rappresentata con l’ormai usurato cliché pizza-mandolino, come un paesino folcloristico quanto antiprogressista degli anni ’50.

Ma alla luce di tanto clamore per il Buondì Motta, non c’è da stupirsi allora se siamo visti come provinciali un po’ naif e bigotti, rimasti fermi all’epoca dello spaghetti-western.